Accademia sarda di storia di cultura e di lingua https://www.angelinotedde.com storia cultura e lingua italiana e sarda Wed, 28 May 2014 09:24:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=3.8 Ricordando Giovanni Unali (1918-2014). “Addio caro padre” di Mario Unali https://www.angelinotedde.com/2014/05/ricordando-giovanni-unali-1918-2014-addio-caro-padre-di-mario-unali/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/ricordando-giovanni-unali-1918-2014-addio-caro-padre-di-mario-unali/#comments Wed, 28 May 2014 09:24:03 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10832

Pubblichiamo, con affetto fraterno, l’addio al padre Giovanni, appena scomparso a 95 anni, dell’amico. Mario Unali, cultore non solo di archeologia chiaramontese.
 Uomo burbero, ma profondamente umano, dalla vita laboriosa e dalla memoria vivace. Mentre abbracciavo Mario gli ho sussurrato “Adesso hai un santo contadino che in Cielo prega per te e per la tua famiglia”. In effetti zio Giovanni ha tribolato nel corso della sua esistenza, lasciando nei due figli e nella figlia un patrimonio di affetti, di laboriosità, e una ricca memoria storica che il figlio Mario sta utilizzando magistralmente a vantaggio della memoria e storia del paese. Un testimone del Novecento se n’é andato, ma grazie a Mario, di quel periodo restano racconti, eventi ed episodi di un mondo contadino con le sue fatiche, contrassegnato dalla vita dei campi, dall’economia del suino domestico, del grano, dei legumi, della frutta e del vino. Che il Signore doni al caro scomparso la beatitudine eterna!  (A.T.)

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Il 23 maggio 2014 è mancato mio padre Giovanni, aveva novantacinque anni e avrebbe compiuto il 96°, il 13 di Novembre prossimo. Di forte carattere, burbero e introverso manifestava con difficoltà atteggiamenti affettivi con noi familiari e con gli altri, perché li riteneva femminei e non adatti a un uomo. Sono rari gli episodi che mi vengono alla mente di un padre che evidenziava il suo benvolere, in un certo senso “si vergognava” di darci carezze e abbracci che, secondo lui erano solo debolezze femminili. Nacque nel 1918 a Chiaramonti e solo quando aveva tre anni, restò orfano di mia nonna Maria Chiara Manca. Mio Nonno Foeddu si risposò per altre tre volte, lui crebbe con la matrigna e come un piccolo pacco tra la famiglia del fratello maggiore zio Antonino e quella di zia Maria. Ragazzo di pochi anni fu accolto nella casa della sorella di mia nonna Gavina Manca condividendo l’infanzia con il cugino Giuseppe e Sebastiana Cossiga. Per questo motivo io e i miei fratelli chiamavano “giaja” quella che era solo una zia ma, che allevò babbo come un figlio. Presto ancora giovanotto andò teraccheddu pastore a lavorare con tiu Chiccu Cossiga, cugino di nonna Manca. Poco più che sedicenne andò a lavorare alla bonifica nella piana di Chilivani; vi andava a piedi e rientrava alla fine della settimana in paese, sempre apiedi, per rinnovare le misere provviste. Fu in quell’attività lavorativa, che nonostante la sua giovane età, percepiva il compenso giornaliero uguale agli adulti. Non si lesinava negli sforzi lavorativi e anzi qualche adulto con la scusa di fumare una sigaretta gli scaricava la sua parte di lavoro. Impiantò e coltivò amorevolmente il vigneto di Giombachis con annesso frutteto e oliveto. Non vi mancavano la coltivazione di fave e piselli, lenticchie e fagioli, con pattate, cipolle, aglio e prezzemolo con discrete quantità di camomilla.

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 Partì per il servizio militare e con alterne vicende più o meno brutte e pericolose legate alla guerra e ai bombardamenti salvò la pelle.
Tornato in famiglia, partecipò all’esproprio di alcune terre a Runaghe Ruju e a sa Leriga, che furono divise tra i reduci di guerra. Conobbe mia madre a sos Renarzos, mentre era caposquadra all’ERLAS per l’eliminazione della zanzara anofele. Formò un nuovo nucleo familiare, dove nascemmo io con mio fratello Gianpiero e Antonella. Partecipò come capo squadra nel servizio antincendio e, per la sua profonda conoscenza dell’agro di Chiaramonti diventò vedetta. Fu assegnatario all’ETFAS e insieme ad un piccolo lotto della Cooperativa fu sempre tra i maggiori produttori di cereali del paese. Ma lui, ciononostante, tendeva sempre a sminuire i quantitativi del raccolto, (si no, si lu mandigat sa colora). Ultimamente teneva a rilevare che era diventato il più vecchio del paese a Chiaramonti, con la fortuna di condividere il quotidiano con mia madre 87.nne, e di essere l’ultimo reduce di guerra. Fino a sette anni fa si recava quotidianamente in vigna, sempre a piedi, accogliendo di buon grado i passaggi in auto che gli proponeva il caro amico Mario Muzzoni, confinante al suo vigneto.

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Ogni tanto io, mio fratello Gianpiero e Tore mio cognato gli offrivamo dei passsaggi in auto, ma solo per il rientro perché lui era molto mattiniero e, il levare del sole, lo accoglieva già a lavoro lungo i filari di vite. Un giorno, era ancora notte, recandosi a lavoro fu investito da un’auto mentre camminava sul bordo stradale. Era alla guida un suo amico, lo ricoverammo in fin di vita, fu sottoposto a un’asportazione di ematoma dal cranio. Riprese a lavorare quasi subito ma altri acciacchi lo costrinsero a riporre gli attrezzi di lavoro. Restò autonomo per le sue cose personali fino a qualche settimana fa, e divento prodigo di racconti del passato e di aneddoti su amici e conoscenti. Molti racconti li ho riportati su questo sito, taluni simpatici altri meno, che raccontano momenti di vita dura e difficile. Infine, intendo ringraziare tutti quelli che gli sono stati vicini nella sua dipartita e hanno manifestato nei confronti di noi familiari la loro solidarietà. Grazie padre, insieme a mamma, ci hai fatto grandi e col tuo essere quotidiano, ci hai dato grandi insegnamenti di onestà umiltà e rispetto. Sono certo che se nei pascoli del cielo ci sono anche i vigneti, andrai a zappare anche in quelli del Signore, per ottenerne un buon vino come quello di Giombachis. Che te ne renda merito.

 

 

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“Chiriàsgi” “Ciliegie per voi” di Maria Teresa Inzaina https://www.angelinotedde.com/2014/05/chiriagi-ciliegie-per-voi-di-maria-teresa-inzaina/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/chiriagi-ciliegie-per-voi-di-maria-teresa-inzaina/#comments Thu, 22 May 2014 08:36:06 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10824 Agghju diversi galitài di frutta illa cólti, ma mi mancani li chiriàsgi…Però..cantu mi piàcini e cantu n’agghju magnatu, cand’eru steddha, di dugna scéra ( primaticcia, ghinda , carruffali, nieddha, aresta) da l’alburi illa ‘igna di zia Marietta. E tantu mi so’ filmati chiss’ammenti e chissi saóri, ch’agghju scrittu una puisìa. No vi possu uffrì un piattu di chiriàsgi ma vi dedichigghju la puisìa.

Ciliegie

Cilegie per voi…Ciliegie
E quando le colline
sorridono di macchie acquerellate
e sui balconi si rinnovano i fiori
vivo com’era allora di tutti i suoi colori
mi si risveglia dentro
in un viaggio a ritroso del cuore
il ricordo del tempo felice
tra corse giochi scrosci di risate
l’eco che rimbalzava per le strade
fino a quando felpata la sera
serena scivolava e leggera
lungo il piano inclinato del giorno
spargendo lembi di nuvole rosate
per affidarli al vento e alla sorte.
Quel tempo ardito
delle scalate agli alberi
nel fitto del fogliame fino ai rami
più carichi e svettanti delle ciliegie rosse
da cogliere e mangiare a guance piene
i semi sputati poi per sfida
nella mira a un bersaglio lontano.
Quel tempo poi dei pomeriggi languidi
quando l’estate nuova credevo senza fine
sfogliati pigramente a occhi chiusi
i sensi all’erta l’orecchio a carpire
il canto di un cucù da interrogare:
- Cucù dai piedi belli
Cucù dalle belle mani
fra quanti anni mi potrò sposare?-
E già correvo con la fantasia
inseguendo miraggi nei bagliori
che con gli stormi in volo
saettavano tra il cielo e l’orizzonte
così vicini sbalzati contro il sole
che quasi li toccavo con le mani.
Come quelle ciliegie sui rami..

Chiriàsgi
E candu li custeri

di macchj chjari si pintani galani
e s’affaccani fiori illi balconi
nétitu e viu di li più accesi culori
indrentu mi si sciutaCiliegie
inn’un viagghju a riessu di lu cori
l’ammentu di li tempi spinniccati
tra currintini ghjochi sfruguli di risati
l’ ecu a brinchi di carrera in carrera
finz’a candu cutitìna la sera
lena lena falàa chena pinseri
supr’a lu pianu ghindatu di la dì
spagliendi frunzi di neuli rusulini
d’incumandà a lu ‘entu e a la solti.
Chissu temp’ arriscatu
di l’appiccat’ a l’alburi
innant’ a li bracciali
più innariati e garrighi di chiriasgi rui
d’accapità e magnà a bucceddhi pieni
li chii stuppiati a marranìa
a una miria d’allonga undisisìa.
Lu tempu poi di smaiati sirintini
illu stiu nou chi cridìa chena fini
sfrundati steli stel’ a occhj chjusi
li sens’ impìssimi l’aricchj a rapià
lu tunchju d’un cucù di pricuntà:
-Cuccu di pedi beddhi
Cuccu di beddhi mani
cant’anni a cujuammi vi ’olarani ?-
E ghjà curria cu la me’ fantasia
sighendi l’allullìu di luccicori
chi cu li l’ai a boli
sfricciàani tra lu celi e l’orizzonti
cussì accultu pintati contr’a soli
chi guasi li tuccàa cu li mani.
Comme chissi chiriasgi illi rami..

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Qoélet boltadu in limba sarda dae Maria Sale, cabidulos 9 e 10 https://www.angelinotedde.com/2014/05/qoelet-boltadu-in-limba-sarda-dae-maria-sale-cabidulos-9-e-10/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/qoelet-boltadu-in-limba-sarda-dae-maria-sale-cabidulos-9-e-10/#comments Wed, 21 May 2014 09:12:46 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10821  

Maria Sale

Maria Sale

Deviamus pubblicare sos cabidulos 7 e 8, ma pro isbagliu amus pubblicdos custos e pro non fagher meda fadiga oe l’amus a fagher apena podimus. (AdsN)

Qoèlet - Capitolo 9

La sorte

[1]Infatti ho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le loro azioni sono nelle mani di Dio.
L’uomo non conosce né l’amore né l’odio; davanti a lui tutto è vanità.
[2]Vi è una sorte unica per tutti,
per il giusto e l’empio,
per il puro e l’impuro,
per chi offre sacrifici e per chi non li offre,
per il buono e per il malvagio,
per chi giura e per chi teme di giurare.

[3]Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i morti. [4]Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. [5]I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. [6]Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

[7]Và, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha gia gradito le tue opere.
[8]In ogni tempo le tue vesti siano bianche
e il profumo non manchi sul tuo capo.

[9]Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. [10]Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.

[11]Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. [12]Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Saggezza e follia

[13]Anche questo fatto ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: [14]c’era una piccola città con pochi abitanti. Un gran re si mosse contro di essa, l’assediò e vi costruì contro grandi bastioni. [15]Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero. [16]E io dico:

E’ meglio la sapienza della forza,
ma la sapienza del povero è disprezzata
e le sue parole non sono ascoltate.

[17]Le parole calme dei saggi si ascoltano
più delle grida di chi domina fra i pazzi.
[18]Meglio la sapienza che le armi da guerra,
ma uno sbaglio solo annienta un gran bene.

Qoèlet - Capitolo 10

[1]Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere:
un pò di follia può contare più della sapienza e dell’onore.

[2]La mente del sapiente si dirige a destra
e quella dello stolto a sinistra.

[3]Per qualunque via lo stolto cammini è privo di senno e di ognuno dice: «E’ un pazzo».

[4]Se l’ira d’un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perché la calma placa le offese anche gravi.

[5]C’è un male che io ho osservato sotto il sole: l’errore commesso da parte di un sovrano: [6]la follia vien collocata in posti elevati e gli abili siedono in basso. [7]Ho visto schiavi a cavallo e prìncipi camminare a piedi come schiavi.

[8]Chi scava una fossa ci casca dentro
e chi disfà un muro è morso da una serpe.
[9]Chi spacca le pietre si fa male
e chi taglia legna corre pericolo.

[10]Se il ferro è ottuso e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi; la riuscita sta nell’uso della saggezza.

[11]Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è niente da fare per l’incantatore.

[12]Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza,
ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina:
[13]il principio del suo parlare è sciocchezza,
la fine del suo discorso pazzia funesta.

[14]L’insensato moltiplica le parole: «Non sa l’uomo quel che avverrà: chi gli manifesterà ciò che sarà dopo di lui?».

[15]La fatica dello stolto lo stanca;
poiché non sa neppure andare in città.
[16]Guai a te, o paese, che per re hai un ragazzo
e i cui prìncipi banchettano fin dal mattino!
[17]Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero
e i cui prìncipi mangiano al tempo dovuto
per rinfrancarsi e non per gozzovigliare.
[18]Per negligenza il soffitto crolla
e per l’inerzia delle mani piove in casa.
[19]Per stare lieti si fanno banchetti
e il vino allieta la vita;
il denaro risponde a ogni esigenza.

[20]Non dir male del re neppure con il pensiero
e nella tua stanza da letto non dir male del potente,
perché un uccello del cielo trasporta la voce
e un alato riferisce la parola.

 

Qoélet Cabidulu 9

Maria Sale

Maria Sale

Sa sorte

E apo rifritidu in custu puru:
cumpresu apo chi sunt manizu ‘e Deu
sas operas chi faghent sabiu e giustu.
S’omine ùncu e amore no connoschet,
a ojos suos est totu vanidade.
Una sorte arribada b’amus totu,
pro s’omine ch’est giustu e su ch’est malu,
chi’est limpiu e pro chie nono,
pro chie faghet offerta ‘e sacrifitziu,
e chie inveze nudda, isse, oferit,
pro su chi’est bonu e pro su metzanu,
pro chie giurat e chie nd’at timòria.
Custu est chi resultat esser male,
in cantu sut’a sole che sutzedit:
una matessi sorte totu ch’amus,
e su coro de s’omine est cun male:
s’iscabadùria in coro at in sa vida,
e poi andat a istare cun sos mortos.
Tzertu chi cantu est biu at isperantzia:
mezus de leone mortu est cane ‘iu.
Sos bios ischint issos chi an’a morrer,
però sos mortos no nde ischint nudda:
balanzu no bind’at pro issos pius,
ca s’ammentu de issos iscumparit.
S’amore insoro, s’odiu e-i s’inbidia,
totu est finidu,  no tenent pius parte,                                                                                                in cantu oe sutzedit sut’a sole.
Anda, mandiga e gosa  de su pane tou,
bufa su ‘inu tou a coro allegru,
ca Deus agradessidu at su chi as fatu.
Tene nida sa ‘este in donzi tempus,
e bonu nuscu tue epas in conca.
Gosa sa vida cun s’isposa amada,
in donzi die de vida passizera,
chi Deu, sut’a su sole, a tie at dadu,
pruite custa est sa sorte chi as in  vida,
e in maicantas penas chi tue patis.
Faghe su chi ti capitat de fagher,
faghelu fintz’a cantu bi ses bonu
pruite no bi ted’aer atividade,
iscientzia ne rejone e ne sabiesa,
suta, in s’iferru, inue ses pro andare.
Bidu apo puru custu suta su sole:
sa curridina no est de su pius lestru,
e ne sa gherra est de su pius forte.
Mancu su pane est totu de sabios,
tanta richesa no est de s’atuàdu,
e sos abistos no est chi an favore,
ca tempus e destinu a totu sighint.
S’omine no connoschet s’ora sua,
simile a sos pisches in sa rete
e a puzone leadu a issogadura.
S’omine a iscunfidada s’isventura,
lu leat e, improvvisa,  gai li falat.

Sabiesa e machine
Custu puru apo ‘idu suta su sole,
e parfida m’est cosa meda grae:
B’aiat una tzitade ‘e paga zente,
e unu re tucheit a l’inghiriare,                                                                                                             fraighendebi  inie grandes bastione.
B’aiat inie, però, un’omine sabiu,
chi salveit sa tzitade cun sabiesa,
ma niunu s’ammenteit  pius de issu.
E deo, mezus sabiesa chi no fortza,                                                                                               naro, ca sa sabiesa est dispretzada,
e no s’ iscultant su faeddare sou.
Sa faeddada  pasida ‘e su sabiu,
s’iscultat  pius de urulos de macu.
Mezus sabiesa che armas de gherra,
ma un isbagliu  ‘istruet  benes mannos.

Qoélet Cabidulu 10


Sa musca morta guastat nuscu ‘e unghentu,
ma pius de sa  sabiesa e de s’onore,
podet contare aizu de  machine .
Sa mente de su sabiu andat a destra
e-i cussa de su macu andat a manca.
Ma in cale siat leàda  andet su tontu,                                                                                                   a totu, issu iscabadu, narat: “Est macu”.
Si ira de potente est contr’a tie,
tue no lesses mai su logu tou,
pruite sa calma apasigat ofesas,
fintzas cuddas  chi  gràes sunu meda.
B’at unu male chi  apo osservadu:
s’errore cand’est fatu da-e su re,
mancari siat vogliàdu est postu in altu,
e sos ch’invece  ‘alent  istant in basciu.
Isciaos apo ‘idu andende a caddu
e printzipes andende a pè che isciaos.
Chie tzapat su fossu inie che ruet
e chie iscontzat muru at mossu ‘e ibera.
Chie sa pedra ispacat si bisestrat,
e chie segat sa linna est in perigulu.
Si duru est su ferru e no s’afilat
tando bi cherent dopias sas impoddas:
sa resessida est in sa sabiesa.
Si chen’ammaju mossigat colora,
nudda bi podet pius s’ammajadore.
Dant benefitziu sas peraulas sabias,                                                                                                      ma sas laras de macu sunt ruina:
comintzat cun faeddare ‘e fesseria,
e cumprit s’arrejonu cun machine.
Aumentat sas peraulas s’iscabadu:
“S’omine nudda ischit de ite b’ada,
e chie l’at a mustrare su chi b’est
e su chi at a esser poi de issu?”
Su tribagliare, a su macu istracat,
ca no ischit andare mancu a bidda.
Iscura cudda idda chi at pro re,
piseddu cun sos printzipes a ispassos,
fatendebi rebotta  fintz’a die.
Est biada cudda ‘idda chi at pro re,                                                                                             omine liberu e printzipes puru,
chi mandighent a tempus netzessariu
pro si sustenner  no pro s’abuddare.
Nde falat cobeltura  a  mancacura
e da-e sa mandronia pioet in domo.
Pro s’isvagare si faghent cumbidos
e su ‘inu   rallegrat custa vida,
ma servit su ‘inari in su bisonzu.
Non nerzes male a re mancu pessende,
e mancu in domo tua a su potente,
ca su puzone ‘e chelu leat sa ‘oghe,
e un’ateru, cun alas, est rufianu.

  

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Ricordando la focolarina sarda Maria Bonaria Monni (Dorgali,1930- Cagliari 2013) di Elena Mele https://www.angelinotedde.com/2014/05/ricordando-la-focolarina-sarda-maria-bonaria-monni-dorgali1930-cagliari-2013-di-elena-mele/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/ricordando-la-focolarina-sarda-maria-bonaria-monni-dorgali1930-cagliari-2013-di-elena-mele/#comments Mon, 19 May 2014 09:21:21 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10817 Maria Bonaria Monni (Maribò)

Maria Bonaria Monni (Maribò)

Maria Bonaria nasce a Dorgali il 30 maggio 1930.  Aveva solo 18 mesi quando mamma Elena se ne va in paradiso lasciando 8 figli, la maggiore dei quali ha 19 anni, e sarà lei la nuova mamma di M.B. coadiuvata dalle altre sorelle e dalla zia materna Caterina.
In età scolare frequenta l’Azione Cattolica e già in quegli anni comincia ad accusare mancanza di vista.  Quando aveva 11 anni la sua famiglia lascia Dorgali per prendere residenza a Iglesias dove M.B. coltiva le prime amicizie e fa lunghi percorsi a piedi per recarsi in Chiesa in città.
Dopo la morte del padre (1945) vive per qualche anno a casa della sorella maggiore (sempre a Iglesias) che consulta diversi specialisti senza trovare alcuna cura efficace contro il glaucoma che procedeva.  Questo suo stato, comunque, non le impediva di incontrare ragazzi e ragazze che abitavano in campagna, ai quali parlava di Gesù e insegnava loro il catechismo di base preparandoli così alla Prima Comunione e alla Cresima. Queste persone ancora oggi sono grate a M.B. per quanto hanno da lei ricevuto.
Dal 1948 in poi fu ospitata nell’Istituto dei Ciechi di Sassari dove riprese a studiare, imparò l’alfabeto Braille, coltivò nuove amicizie e si esercitò in una vera palestra di vita spirituale caratterizzata dall’obbedienza alle norme della comunità e dalla vicinanza quotidiana a Gesù, guidata dal padre spirituale Don Dedola.  Fu in quegli anni che conobbe il movimento dei Focolari e la sua fondatrice Chiara Lubich quando ella venne a Sassari nella primavera del ’49, per diffondere l’Ideale del Movimento.
M.B. prese parte alle primissime Mariapoli a Fiera di Primiero e in altre parti d’Italia.
E, di Mariapoli in Mariapoli, fece dell’ “Ideale” la colonna portante della sua vita.
Dopo qualche anno lasciò il Collegio di Sassari e rientrò a Dorgali (ospitata dalla sorella Vincenza) dove diede la propria collaborazione nell’ambito dell’Azione Cattolica assumendo anche ruoli dirigenziali e diffondendo, soprattutto con l’esempio di vita, l’ “Ideale” di Chiara Lubich.
Si fermava per lunghi periodi anche a Iglesias presso la sorella maggiore e qui si moltiplicavano le sue amicizie con esponenti dell’Azione Cattolica e fattivo fu il suo apporto nella Parrocchia “Cuore Immacolato” della città. Intanto il suo “visus” era sempre più scarso e mancava totalmente di autonomia, nonostante i dolorosi interventi chirurgici effettuati in Sardegna e fuori dall’isola.
Maturò in lei la decisione di prepararsi a diventare centralinista.
Studiò a Cagliari nella “Casa di Studio” di via Dante.
Arrivò il giorno del concorso che vinse e il suo primo lavoro fu al Comune di Nuoro.
Ma era suo desiderio stabilirsi a Cagliari.
Così fu e dal 1966 lavorò negli uffici della Regione Sardegna.
Quando meno se lo aspettava, nella sua vita comparve Paolo, un grande amore che si concretizzò col matrimonio nel 1981. Vissero anni gioiosi fatti di amicizie allargate e di appuntamenti con le Mariapoli.
Paolo se ne va nel  ‘95.
Maria Bonaria non restò sola, la sorella Lucia andò ad abitare con lei.
La sua vita continuò nell’affidamento completo a Dio al quale dedicava ogni azione quotidiana che era sempre accompagnata dalla S. Messa e dall’Eucaristia. Impegni presso Parrocchie ed Associazioni scandivano le sue giornate.
Amava scrivere le proprie riflessioni, componeva preghiere e metteva sulla carta le pene e le gioie, le debolezze e la grande forza di risorgere ogni giorno.
Il dolore fisico diede forte sapore ai suoi ultimi mesi di vita, ma il dolore non l’ebbe vinta: tutto era offerto al Signore; il sorriso sulle sue labbra non si è mai spento anche quando seppe che sarebbe stato molto duro morire.
Se ne andò il 19 maggio 2013, domenica di Pentecoste, presa per mano dallo Spirito Santo che l’accompagnò dal “suo” Gesù.

Elena Mele – insegnante, nipote di Maribo’ – Iglesias

Pensieri e preghiere di Maribò a cura di Maria Cristina Manca

Preghiera di Maribo’, scritta nel 1959.

 « O Dio Santo, Padre Onnipotente ed Eterno, a nome di Gesù presente in me,
ti prego: fa’ che tutti siano uno,
come tu sei in me e io sono in te;
affinché si faccia un solo ovile sotto un solo Pastore.
Al di là della cortina di ferro ed ovunque trionfa il materialismo, fa’ che io porti la fede ed il fuoco dell’amoreche fa cadere tutto ciò che non è verità.
Là dov’è la guerra, che io porti la pace;
e là dov’è l’odio, fa’ che io porti la fraterna carità,
che tutto pacificamente
e senza rumori
consuma e trasforma.
Là dov’è la freddezza e il ghiaccio del peccato,
fa’ che io porti la consapevole necessità della penitenza
e l’amore alla dolcissima Eucaristia.
Là dov’è la superbia,
fa’ che io porti la coscienza del proprio nulla,
con la rettitudine di intenzione e la mitezza del cuore.
Là dov’è la tristezza,
fa’ che io porti
il gaudio della Redenzione.
Là dov’è il dolore non amato, fa’ che io porti
la consolante realtà
di Cristo crocifisso nelle Sue Membra,
desiderato, abbracciato e festeggiato.
Là dov’è la tiepidezza delle anime consacrate,
fa’ che io porti l’ardore degli Apostoli.
Fa’ infine, o Padre, che io sia un’altra Maria,
immagine vivente della tua Volontà vissuta e consumata.
Che ovunque passi,
io porti Cristo nella sua statura perfetta; affinché ogni uomo
innamorandosi di Lui,
ti scelga quale unico tutto;
e ti metta a base, centro e fine della propria vita.
Così credo e così spero,
per i meriti dello stesso Figlio tuo Gesù Redentore nostro,
e per Maria Immacolata dispensatrice delle tue grazie,
nostra Mamma amabilissima e potente Sovrana »

Maribo’ 24 settembre 1959 Ospedale “San Francesco” di Nuoro

Pensieri di fede

« Che la mia terrena esistenza sia una candida tela tutta ordita e stesa dalle santissime dita di Maria, mia Madre e amabilissima Padrona, dove la penna della Divina Volontà disegni a suo piacimento e gusto.
Voglia scrivervi tanti, tanti, tantissimi nomi di sacerdoti tutti occupati e preoccupati solo di cantare la lode di amore alla Santissima Trinità, e protesi solo alla salvezza della anime.
A me dia di amarlo e di rendergli la massima gloria, e di aiutarlo notte e giorno ad infiammare tutti i cuori; e ad andare col silenzio della mia vita e le quotidiane sofferenze là dovunque un’anima non l’ha ancora scoperto, perché tutti, tutti gli uomini lo amino e lo mettano al primo posto nella loro vita.
Non ho altro desiderio se non quello di amare il mio dolce Signore e vederlo da tutti adorato.
La Santissima Vergine, voglia immettere in ogni mia facoltà i suoi sentimenti di purissimo amore che Lei ha nutrito a Nazareth e sotto la Croce del suo Divin Figlio ».
(Maribò 10 settembre 2006)

 

 

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P. Samir: La condanna a morte di Meriam, un concentrato di crudeltà e di offese ai diritti umani di Samir Khalil Samir https://www.angelinotedde.com/2014/05/p-samir-la-condanna-a-morte-di-meriam-un-concentrato-di-crudelta-e-di-offese-ai-diritti-umani-di-samir-khalil-samir/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/p-samir-la-condanna-a-morte-di-meriam-un-concentrato-di-crudelta-e-di-offese-ai-diritti-umani-di-samir-khalil-samir/#comments Sat, 17 May 2014 08:59:16 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10813 SUDAN-ISLAM» 16/05/2014 15:52
La donna sudanese, educata nel cristianesimo, è stata condannata a morte per apostasia e a ricevere 100 frustate per adulterio, avendo sposato un cristiano. Il radicalismo islamico sta diffondendo la violenza nel mondo. Per i musulmani è tempo di denunciare questo islam violento, scegliendo “l’islam della città”, non “l’islam beduino del deserto”.

Beirut (AsiaNews) - Una donna sudanese è stata condannata ieri all’impiccagione per apostasia. Essendo incinta di sette mesi, la sentenza sarà ritardata di due anni. Ma intanto la donna dovrà anche ricevere 100 frustate per adulterio, avendo lei, considerata musulmana – contratto matrimonio con un cristiano, ciò che non è permesso dalla legge islamica. La vicenda definita “stupefacente e orribile”, è un concentrato di umiliazioni per i diritti della persona.

Meriam Yehya Ibrahim Ishag – questo è il nome della donna, 27enne – è nata da padre musulmano. Ma avendo l’uomo abbandonato la famiglia alla sua nascita, la piccola è stata educata dalla madre, un’etiope ortodossa, alla religione cristiana. La donna ha poi sposato un cristiano del Sud Sudan. Dal 1983 a Khartoum vige la sharia e un tribunale islamico ha condannato Meriam alla morte. La condanna è avvenuta l’11 maggio, ma i giudici le hanno dato quattro giorni per ripensarci e tornare alla fede islamica. La donna, nella gabbia degli accusati, ha risposto: “Sono cristiana e non ho mai fatto apostasia [dall'islam]“. Alla sentenza di morte i giudici hanno aggiunto la pena di 100 frustate per “adulterio”. La donna era stata arrestata nell’agosto 2013 proprio per adulterio. La corte islamica vi ha aggiunto l’accusa di apostasia dopo che la donna si era dichiarata cristiana, e non adultera.

Dopo la sentenza, alcune decine di persone amiche di Meriam hanno manifestato per chiedere la sua liberazione. Gli avvocati della donna pensano di ricorrere in appello e fanno notare che la sentenza (e la legge islamica) contraddice la costituzione. Sul caso di Meriam, che sta suscitando forti interessi e critiche nella comunità internazionale, AsiaNews ha chiesto il parere dell’islamologo Samir Khalil Samir. Ecco quanto ci ha detto.

 La vicenda e la condanna di Meriam Yehya Ibrahim Ishag è un concentrato di crudeltà e di violazioni dei diritti umani e mi spinge ad alcune considerazioni.
Anzitutto, essendo lei nata da un padre musulmano e da una mamma cristiana, l’Islam obbliga che i figli siano musulmani: è il padre che decide e non la persona stessa. Questo è contrario ai diritti umani e ai diritti dell’infanzia. Dobbiamo protestare contro questo criterio che si applica in modo silenzioso in tutto il mondo islamico. Quando un padre cristiano – per motivi pratici, per divorziare, ad esempio – si fa musulmano, obbligatoriamente tutti i suoi figli divengono musulmani e sono sottratti alla mamma cristiana per essere affidati ai nonni musulmani del padre. In Egitto questo succede in decine di casi ogni anno. Siccome il padre è musulmano, tutta la famiglia è musulmana: questo è un principio inaccettabile.
Il secondo punto, è che essendo il padre sparito dalla famiglia, la ragazza è cristiana, la mamma è cristiana, e perciò ovviamente la ragazza si sposa e può scegliere un cristiano. Una donna musulmana non ha diritto di sposare un non musulmano; deve scegliere sempre un marito musulmano o che deve diventare musulmano prima del matrimonio. Questo problema tocca anche l’Europa. Tutte le donne musulmane che vivono in Europa costringono il marito a diventare musulmano. In caso contrario, non si possono sposare: non ottengono il permesso di sposarsi perché non ricevono dalle loro ambasciate il nulla osta. Per essere precisi, quando una donna di un Paese musulmano, si vuole sposare in Italia, le viene richiesto il documento di stato libero. Allora scrive al suo consolato, il quale non risponde quasi mai.  Alla fine lei si presenta allo sportello e dice: “Ho bisogno di questo documento”. Gli rispondono: “Prima porti il documento di conversione all’islam del suo futuro marito”. Tutto ciò è pazzesco e l’Europa non fa niente per risolvere questo problema, che è una seconda offesa ai diritti umani.
Il terzo punto è il diritto islamico riguardo all’apostasia. Su AsiaNews ne abbiamo parlato a lungo. Ma cambiare religione è un diritto umano, è difeso dall’articolo 18 della Carta Universale dei Diritti Umani: chiunque ha il diritto di cambiare religione, o di rinunciare alla religione. Ma nei Paesi islamici questo è impossibile: ogni anno ci sono tanti casi di persone uccise dalla famiglia, se non dallo Stato, perché avendo abbandonato l’islam, e avendo proclamato che hanno abbandonato l’islam, devono essere uccisi. Spesso, l’unica soluzione per loro è di fare come se fossero musulmani, vivendo un cambiamento solo nel cuore, ed è ciò che molti fanno. Ma ciò diviene impossibile se la persona si sposa con un cristiano, proprio come nel caso di Meriam.
Infine vi è il fatto della condanna a morte come pena per l’apostasia. Perché la condanna a morte? Dov’è il delitto? Vi è al massimo un’offesa morale! Posso capire che in una religione si consideri peccato l’abbandono della fede, l’apostasia, ma di per sé questo non è un delitto. E che per ciò uno riceva il più grave castigo, la messa a morte, è inaccettabile.
In questo caso del Sudan vi è anche un fatto di crudeltà assoluta: quello di ritardare la morte in attesa che la condannata partorisca il figlio che ha in grembo. E’ come dire: Noi vogliamo il tuo bambino, però ti uccidiamo! È una crudeltà assoluta sia per la mamma, che per  il futuro bambino, che verrà a sapere di essere in qualche modo all’origine della morte della madre, uccisa dopo la sua nascita. Questi cinque elementi sono tutti inaccettabili.

 La violenza nell’islam e la denuncia

 Vi è poi un problema più generale: nel mondo islamico si sta rafforzando sempre più la violenza e le esecuzioni crudeli come quella che sta per essere inflitta a Meriam. Lo vediamo in Siria, in Egitto, in Mali, in Nigeria…
Si dice spesso che l’islam non ha niente a che fare con la violenza, che l’islam significa tolleranza, ecc…  Ciò è falso: l’islam è contrario a certe violenze, ma in altri casi l’islam include la violenza. Il motivo di tale rigurgito sanguinario, va ricercato nel risveglio dei movimenti radicali davanti a quella che essi definiscono “la debolezza del mondo islamico”.
Molti musulmani sentono che l’islam è rigettato da tutto il mondo, che dappertutto vi è islamofobia, e allora dicono: “Dobbiamo reagire tornando alle fonti”, e proprio questi movimenti dimostrano che l’islam delle origini era violento.  Questo poteva essere comprensibile in un mondo beduino, nel VII secolo. Ma l’errore è dire nel XXI secolo: “Se vogliamo ritrovare la fonte essenziale della nostra religione, del nostro pensiero, della nostra cultura dobbiamo riprodurre materialmente il deserto del VII secolo”.
Qui in Libano sento parecchie persone che dicono: “Esistono due islam: l’islam beduino, desertico (e intendono quello arabo), e l’islam tout-court. Noi non vogliamo l’islam beduino, vogliamo l’islam della città”.
Il mondo islamico è di fronte a un problema serio, che possiamo definire “teologico”. Come interpretare ciò che sta nella tradizione, ossia il Corano, le Hadith, la Sunna? Possiamo continuare a dire che il vero islam consiste nel ritorno al periodo di Medina (622-632),che è il periodo guerriero della vita di Maometto? E’ questo l’ideale? Oppure dobbiamo dire che questo stile di vita era una fase iniziale, del tutto normale nella vita dei beduini, o che era tipico della fase pre-islamica, che si è mantenuta per motivi culturali?  Se non si risolve questa questione teologica, l’islam sarà contro il mondo intero e contro se stesso, perché la maggioranza dei musulmani non vuole questo tipo di islam.
Purtroppo, la voce che si fa sentire con forza, dai teologi, dai rivoluzionari, dai guerrieri e dai politici è la voce della violenza.
In più, i musulmani che non condividono la violenza non hanno il coraggio di protestare, o la possibilità di protestare. Mi fa pena vedere tanti musulmani in Europa che protestano quando c’è una critica contro l’islam, ma non scendono per strada a protestare contro queste violenze come quelle contro Meriam.  Eppure è ciò che dovrebbero fare. I musulmani dovrebbero andare davanti alle ambasciate del Sudan in tutto il mondo e dire: “Noi siamo contrari a questo”. Se non lo fanno, è logico che gli occidentali, gli africani, tutto il mondo, potranno dire: “L’islam è una religione di violenza”.
Se i musulmani vogliono salvare l’onore dell’islam, come spero, devono avere il coraggio di andare contro questa lettura radicale e intollerante dell’islam. Allora si potrà dire: “l’islam è un religione della tolleranza e della pace”.

https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Samir:-La-condanna-a-morte-di-Meriam,-un-concentrato-di-crudeltà-e-di-offese-ai-diritti-umani-31100.html

Commento di Accademia Sarda.
Almeno una volta la settimanca accolgo in casa in mattinata per una decina di minuti un senegalese wolf, sposato, con 4 figli, 52 anni e così mi ha confidato che al ritorno a casa dovrà sposare una nipote diciottenne, figlia della sorella della moglie, cioé una nipote. Sono rimasto di stucco ben sapendo quanto questi matrimoni fossero deprecati nei nostri ambienti. Questo matrimonio a quale scopo? Non certo per lussuria, ma per usi e costumi inveterati, risalenti al peggio della storia preislamica barbarica e consolidatasi con l’Islam. Folle, ormai, di musulmani invadono come migranti a vario titolo le nostre terre e non ci rendiamo conto che stiamo accogliendo gente arenatasi civilmente al VII secolo dopo Cristo. Esiste un martirio cristiano, ma esiste anche un martirio di musulmane sia con  la poligamia sia con usi barbarici che l’Europa ha lasciato alle spalle. Qui in questo piccolo centro anglonese esistono atei non battezzati, tombe con pietre falliche al posto della croce, parlo di cimitero cristiano, funerali laici che vengono celebrati in chiesa con tanto di comizio e la gente sopporta, giovani che grazie alla capillare propaganda dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti) ogni hanno promuovono lo sbattezzo burocratico, aggiungi sedute spiritiche nei ruderi di antiche chiese e, grazie alla tolleranza, tutti rispettano tutti, ora dobbiamo tollerare che donne pregne, migliaia di migranti dalle più varie motivazione sbarchino e vengano accolti in Italia e poi in Europa. La voce spenta di Oriana Fallaci non l’ascolta nessuno. Non dico che dobbiamo ritornare al milleduecento quando in Provenza uccidevano gli apostati tanto che la Chiesa fu costretta ad istituire un Tribunale dell’Inquisizione per impedire condanne sommarie, ma almeno obbligare i migranti ad accogliere la Costituzione degli Stati in cui intendono vivere, diversamente se ne tornino da dove sono venuti o strappati con violenza da efferati schiavizzatori di uomini come per secoli facevano i wolf in Africa, catturando membri delle etnie pacifiche ed inermi e vendendoli schiavi agl’inglesi, ai francesi e agli spagnoli e ai portoghesi, per lavorare nelle immense piantagioni americane.
Noi cristiani dobbiamo essere semplici come colombe, nell’accogliere gli stranieri africani, ma astuti come serpenti, evitando che tutti questi sia pur benedetti migranti, sbarcati in Europa, al momento opportuno vengano utilizzati da organizzazioni terroristiche per distruggerci sia con la guerra del ventre sia con le armi e che gli stessi non siano stati costretti da etnie feroci per essere deportati in un Europa dove il laicismo sta crescendo, capeggiati da uomini di moralità specchiata come Monsieur le President Hollande e il cristianesimo sta morendo con i suoi valori di fraternità universale. (Ange de Clermont).

 

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I guerrieri di Monti Prama. Nuova scoperta che però non lo è del tutto di Massimo Pittau https://www.angelinotedde.com/2014/05/i-guerrieri-di-monte-prama-nuova-scoperta-che-pero-non-lo-e-del-tutto-di-massimo-pittau/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/i-guerrieri-di-monte-prama-nuova-scoperta-che-pero-non-lo-e-del-tutto-di-massimo-pittau/#comments Thu, 15 May 2014 10:45:20 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10808 Guerrieri di Monte Prama

Guerrieri di Monte Prama

Nei due quotidiani della Sardegna, il 14 maggio, è stata pubblicata la notizia di una nuova scoperta a Monti Prama di Cabras: il ritrovamento di due blocchi scolpiti di arenaria, i quali escludono che le statue dei Guerrieri fossero in un cimitero. Io, in un libretto del 2009, avevo già scritto e dimostrato che nel sito c’era un tempio, quello del Sardus Pater, già segnalato dal geografo greco-alessandrino Claudio Tolomeo e del quale ho perfino presentato una ricostruzione verosimile. Quel mio libretto andò esaurito in soli 6 mesi, tanto che che subito dopo la Editrice Democratica di Sassari (EDES) pubblicò una seconda edizione ampliata e migliorata. In questa II edizione, a pag. 53, ho perfino pubblicato l’ombra satellitare di una probabile grande tomba di gigante esistente nel sito.

Rispetto a quanto ho scritto in quel mio libretto intendo fare oggi queste precisazioni:

  1. La pianta ricostruita del tempio arieggia chiaramente il “tempio etrusco” (si veda quello ricostruito a Villa Giulia di Roma).
  2. La interpretazione delle statue come quelle di altrettanti “guerrieri-pugilatori” è una “baggianata” che offende l’intelligenza di noi Sardi, dato che in nessun luogo e in nessun tempo i guerrieri hanno fatto la guerra coi “guantoni da pugili”. Il bronzetto di Dorgali che aveva dato lo spunto a questa baggianata non è quello di un “guerriero-pugilatore”, bensì è quello di un “cuoiaio” che muove sul capo un cuoio che ha lavorato, come giustamente aveva scritto l’acuto e autorevole archeologo Doro Levi.
  3. La ricostruzione che è stata fatta di recente di un “guerriero-pugilatore”, che avrebbe sul capo lo scudo per parare i pugni dell’avversario – ricostruzione che fa bella mostra di sé nel Museo e in tutte le raffigurazioni pubblicitarie – è un’altra “baggianata”, questa costruttiva: lo scudo posto sopra il capo, come una specie di “parapioggia”, risulta adesso fatto col cemento armato, fornito della relativa “struttura metallica”: ma – obietto io – non sono tutte le statue dei guerrieri di Monti Prama fatte esclusivamente di pietra arenaria, la quale mai avrebbe consentito quella specie di parapioggia?

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di Costanza Miriano

Ore 19 e 02. Calcolando che la strada è rallentata dai lavori, basta uno in doppia fila che faccia scendere la nonna finta invalida e posso contare ancora in un’ora e diciotto minuti prima che gli ospiti arrivino. Devo solo: preparare la cena, tutta tranne la carne – quella l’ho già bruciata (ho dovuto mettere la muta alla Barbie surfista nel momento decisivo, e secondo me lei era un po’ ingrassata) – apparecchiare (ho solo sei forchette uguali, ma pare che la tavola spaiata faccia molto degagee), correggere due dettati e riascoltare storia, fornire a quattro figli quattro travestimenti da ragazzi a modo, possibilmente della taglia giusta o con una ragionevole approssimazione, più alcune rapide formalità tipo demolire il fortino costruito sul divano con le insegne delle femmine (“io mi lamento per principio” e “vietato ai maschi”), nascondere con poche abili mosse orsi dentro a ripostigli e furetti sotto i letti.

Poi dovrei anche truccarmi e cambiarmi, metterò la vestaglietta nera effetto snellente, si sa che tutti i “ma come cucini bene” del mondo non varranno mai un “ti trovo dimagrita”. Intanto la crisi isterica di un figlio per il compito in classe di domani è in pieno svolgimento, quindi anche lì siamo avanti col ruolino di marcia, non ci dovrebbe volere ancora molto. Le due femmine discutono se sia la signora Nesbitt a dover preparare il tè o no. Non so chi sia la signora Nesbitt, ma fino a che la rissa non sfocia nel sangue la cosa non mi riguarda (e anche in quel caso mi riguarda solo se è molto, il sangue). Un altro figlio è a tennis, ma può tornare da solo, se chiudiamo un occhio sul fatto che diluvia, e che la Madre Diligente che incarna i miei sensi di colpa mi sta intimando di andarlo a prendere in macchina, o almeno con un ombrello. Do un pugno alla Madre Diligente, indosso il mio pratico sandalo da pioggia (sostengo da sempre che se piove o nevica è meglio essere più nudi possibile, la pelle umana si asciuga prima della lana) e vado a messa, ché stamattina l’ho persa. Raggiungo la chiesa in trentacinque secondi netti, e scopro che oggi c’è il sacerdote coreano, quello a cui hanno asportato il sistema nervoso. Potrebbe volerci più del previsto e in più non capirò una parola. Prego Nostra Signora dell’Accelerazione. Per la prima volta nella giornata Pollyanna, il mio alter ego, incaricata di trovare un lato positivo in tutto quello che succede al mondo, vacilla. Sembra anche lei dubitare che io possa farcela stavolta, ma le do una gomitata, e le indico il nostro Principale, quello che sta lì sulla croce. Anche per lui a un certo punto sembrava che le cose avessero preso una brutta piega, ma meglio di così, poi, non sarebbe potuta finire. Quindi le ricordo una delle regole base della vita: quando tutto si sta complicando, quando sei in ritardo clamoroso o in difficoltà anche molto seria, e non sai da che parte cominciare, lascia stare tutto e vai alla messa.

 Comincia così il mio Obbedire è meglio, Le regole della Compagnia dell’agnello (Sonzogno). La giornalista di Grazia che mi ha intervistata mi ha detto che sembra la versione cattolica di “Ma come fa a far tutto”, il libro da cui hanno tratto il film con Sarah Jessica Parker, in cui la supermanager mamma alle due di notte prende a martellate i dolcetti comprati per la festa scolastica dei figli, per farli sembrare fatti in casa. “Tu – mi ha fatto notare la collega – in una analoga situazione di panico che ti metti a fare? Vai alla messa?”

Non so se volesse essere un complimento, ma io l’ho preso così. Il mio obiettivo era scrivere una specie di diario che raccontasse l’epica dell’ordinario, l’eroismo di entrare nel vagone della metro stracolmo, di continuare a sorridere alla collega logorroica, la grandezza di correggere i compiti con la testa che ciondola dal sonno e la forza di stare – questo è il verbo chiave, stare, consistere – al proprio posto di combattimento, senza cedere di un centimetro (a dire la verità io a volte cedo rovinosamente, e di qualche metro, ma l’importante poi è rimettersi in piedi).

Obbedire è meglio del sacrificio, dice il libro di Samuele (grazie a Roberto Dal Bosco che me lo ha suggerito, il titolo). Noi a volte cerchiamo grandi cose, grandi imprese da compiere, e magari ci piacerebbe essere capaci di offrire grandi sacrifici, ma tutto quello che ci viene chiesto, invece, è stare al nostro posto, sfuggire alla tentazione, che è quella principale per l’uomo contemporaneo, di immaginare sempre un’altra vita altrove, un’altra vita in cui abbiamo un’altra moglie (o marito), un altro lavoro, altro tutto. A volte è un eroismo piccolo e semplice, questa fedeltà alla nostra chiamata. A volte è un eroismo vero e proprio, ed è quello che mi hanno insegnato i tanti amici che io considero la mia Compagnia dell’agnello, che esistono davvero, e sono amici nella comunione dei santi, amici che avevo da prima e altri che mi ha regalato questa avventura dello scrivere. C’è quella con il figlio malato, c’è quella col marito depresso, chi ha problemi economici, chi è malato, chi è solo e continua lo stesso a tirare fuori qualcosa di buono da dare a tutti. Sono amici che incontro ogni volta che posso o che riesco a volte a vedere poco, pochissimo, amici con cui ci si incrocia in stazioni e aeroporti, oppure con cui si sta al telefono nel cuore della notte, perché avere qualcuno che ti faccia compagnia è fondamentale per resistere, non per niente Gesù ha fondato la Chiesa.

Al Salone del Libro di Torino 10.5.2014

Al Salone del Libro di Torino 10.5.2014

L’obiettivo è essere agnelli, cioè assomigliare all’Agnello, anche perché, parliamoci chiaro, se non ci fosse Lui, l’Agnello, che ci ama pazzamente, obbedire non avrebbe nessun senso. Noi non siamo masochisti, ma obbediamo perché ci fidiamo di qualcuno più che di noi stessi.

A differenza dell’uomo contemporaneo, che si sente totalmente autodeterminable, e che quindi ritiene parole come obbedienza e sottomissione turpiloquio, il cristiano sa che da solo non è capace di far nulla, e che non fidarsi di sé è qualcosa che salva, che ti fa essere più felice, che alla fine è quella l’unica cosa che ci interessa.

Non fidarsi di sé significa che a volte è necessario chiudere le proprie emozioni in cantina, o meglio, in acquario ben sigillato, col silicone, e andare avanti, con un fedele ostinato lavoro minuto per minuto. Non fidarsi di sé significa ascoltare un’altra voce che non sia la nostra. Certo, questa voce va scelta bene. E se uno deve scegliere, è bene puntare alto, no?

https://costanzamiriano.com/2014/05/13/obbedire-e-meglio-le-regola-della-compagnia-dellagnello/#more-11084 per provare a spiegare che roba è questo libro ed evitare che qualcuno lo acquisti sconsideratamente.

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https://www.angelinotedde.com/2014/05/10801/feed/ 0
Il romanzo “Porta di speranza” di Maria Cristina Manca a cura di Angelino Tedde https://www.angelinotedde.com/2014/05/10796/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/10796/#comments Mon, 12 May 2014 12:13:43 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10796 Maria Cristina Manca, Porta di speranza, Grafica del Parteolla, Dolianova (Ca), 2012 pp. 116  €.12

Speranza Ben poco sappiamo dell’autrice Maria Cristina Manca al di fuori di quanto è scritto nella retrocopertina del libro.
Ideatrice e fondatrice della Casa Editrice Abbà in cui ha pubblicato man mano i suoi lavori: I.La via stretta che conduce al Cielo,II. Alzati e rivestiti di luce, III. Santi e preghiere, breve raccolta (di profili) di santi beati e servi di Dio,IV. Possa tu avere molta gioia, ricerca di versetti biblici e spirituali sulla gioia.
Da quest’esperienza emerge chiaramente una delle tante storie di Sardegna che contava numerosi piccoli editori, spinti più dalla passione per le opere da pubblicare che per far denaro. Ci voleva l’insipienza politica di qualche presidente della Regione Sarda, per farli fuori tutti, negando i contributi e favorendo i grossi editori che se indubbiamente diffondono i libri, per tanti versi si dimenticano degli autori non remunerandoli, spesso facendo pagare loro le pubblicazioni e incassando i guadagni per crescere.
A Cristina Manca va indubbiamente il plauso per questa iniziativa che per tanti versi ci accomuna. Siamo stati anche noi piccoli ideatori e piccoli editori a favore di parecchi colleghi universitari e non e possiamo capire le ansie e le fatiche della scrittrice.

Del resto noi come tantissimi altri, attraverso il blog, continuiamo a mandare avanti libri, studi e contributi vari di numerosissimi autori. I libri come i blog ti danno delle evidenti soddisfazioni. Quale ad esempio il numero dei lettori, ma anche il consistente numero dei visitatori quotidiani
Dal contenuto dei titoli delle opere pubblicate dalla scrittrice  emerge subito la tematica trattata che è quella dello spiritualismo cristiano che non solo abbraccia la conoscenza dei principi e della pratica della fede, ma quell’itinerario dell’anima verso Dio che è la mistica.

L’ambizione di Maria Cristina Manca è proprio quella di scavare nelle forti contraddizioni che agitano l’anima umana contemporanea, la stessa vita umana, la quotidianità del vivere e condurre tutto verso la porta della speranza umana e trascendente.
L’autrice non ha scritto un trattato mistico, né un saggio spirituale o la biografia di  santi, ma un breve romanzo la cui lettura è avvincente, la cui scrittura è gradevole e la cui trama è quel filo d’oro che conduce i protagonisti ad affrontare la vita e nelle piccole e grandi tragedie dell’anima a varcare una soglia, che è la soglia della porta della speranza.
Non ci si trova di fronte ad uno strumentale movimentato romanzo giallo come si usa di frequente fare dagli scrittori di gialli più o meno improvvisati o alla ricerca di descrivere la fenomenologia degli eventi personali o delle saghe familiari, ma di fronte ad una delicatissima scrittrice che percorre le vie dell’anima, quasi chiedendo il permesso di entrare negli eventi lieti o tristi di una famiglia e dei singoli protagonisti. Le soluzioni alle difficoltà del vivere, con gli eventi favorevoli o contrari, le si trovano in fondo all’anima: la saggezza umana e quella cristiana.
L’autrice, dotata di particolare perspicacia introspettiva, sicuramente attinta alle fonti di qualche grande maestra spirituale, scava con maestria nei misteri dell’anima dei protagonisti che finiscono per risolvere nella speranza cristiana i loro conflitti e problemi.
In questa breve recensione sarebbe fuori luogo riassumere le peripezie dei protagonisti dello “speciale” romanzo, occorre leggerlo per intero.

]]> https://www.angelinotedde.com/2014/05/10796/feed/ 0 Qoélet boltadu dae s’Italianu in Sardu dae Maria Sale capp. 4 e 5 https://www.angelinotedde.com/2014/05/10790/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/10790/#comments Mon, 12 May 2014 08:30:24 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10790 Maria Sale cuitat lezera e galana a boltare dae s’italianu a su sardu logudoresu custu liberu de sa Bibbia de 12 cabitulos. A leggere Qoélet in limba sarda est de aberu unu grande gosu e tzertos cuntzetos parent naschidos in sardu:Sos bisos benint da-e sos pensamentos, /e-i su discussu ‘e tontu da-e sa  ciarra.” Bellu puru custu chi paret unu diciuMezus piseddu poveru ma abistu, /che une re chi siat betzu e macu”. Maria Sale poi connoschet meda sa limba e guasi guasi bi leat gustu a bi giogare.(A.d.s.N.)

Qoèlet - Capitolo 4  pastedGraphic.pdf

La società

Maria Sale

Maria Sale

[1]Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli. [2]Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; [3]ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.

[4]Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[5]Lo stolto incrocia le braccia
e divora la sua carne.
[6]Meglio una manciata con riposo
che due manciate con fatica.

[7]Inoltre ho considerato un’altra vanità sotto il sole: [8]uno è solo, senza eredi, non ha un figlio, non un fratello. Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è sazio di ricchezza: «Per chi mi affatico e mi privo dei beni?». Anche questo è vanità e un cattivo affannarsi.

[9]Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. [10]Infatti, se vengono a cadere, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. [11]Inoltre, se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo come fa a riscaldarsi? [12]Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre capi non si rompe tanto presto.

[13]Meglio un ragazzo povero ma accorto,
che un re vecchio e stolto
che non sa ascoltare i consigli.

[14]Il ragazzo infatti può uscir di prigione ed esser proclamato re, anche se, mentre quegli regnava, è nato povero. [15]Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole, stare con quel ragazzo, il secondo, cioè l’usurpatore.[16]Era una folla immensa quella di cui egli era alla testa. Ma coloro che verranno dopo non avranno da rallegrarsi di lui. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[17]Bada ai tuoi passi, quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male.

Qoèlet - Capitolo 5  pastedGraphic_1.pdf

[1]Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poichè

[2]Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni
e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.

[3]Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo, perché egli non ama gli stolti: adempi quello che hai promesso. [4]E’ meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli. [5]Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e non dire davanti al messaggero che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga il lavoro delle tue mani. [6]Poiché dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole. Abbi dunque il timor di Dio.

[7]Se vedi nella provincia il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta: [8]l’interesse del paese in ogni cosa è un re che si occupa dei campi.

Qoélet cabidulu 4

Sa sotziedade

Maria Sale

Maria Sale

Sa tirannìa fat’a car’a sole
m’apo cunsideradu tota puru.
Ecco s’isgramu de sos sutamissos
chi no tenen a  chie los consolet;
a s’ala ‘e sos tirannos b’at viulentzia,
mentres chi a issos niunu los consolat.
Tando, apo  proclamadu pius cuntentos
sos mortos chi oramai sunt passados,
de sos bios chi  ancora sun in vida.
Ma pius cuntentu, de ambos duos, este chie
no est naschìdu e  no at bidu mai,
su malu fagher  fatu  sut’a sole.
Apo osservadu chi donzi faina,
paris cun sa fadiga in issa posta,
imbidia contr’a s’ateru est solu.
Est tota vanidade custa puru
e pessighire est solu su ‘entu.
Ingaitzat  sos bratzos  s’iscabàdu
e si ròtzigat poi sa peta sua.
Mezus una manada ma  cun pasu
che duas ma ‘etadas cun impodda.
E vanidade noa apo connotu:
si unu est  chen’eredes et est solu,
ca no tenet ne fizos e ne frade;
però no sessat mai ‘e tribagliare,
ne mai atatu est s’oju ‘e richesa;
pro chie est chi s’affannat e si brivat?
E custa est vanidade e malu fagher.
Mezus esser in duos che unu solu,
ca mezus lis resessit sa faina.
E si pro casu ruen issos s’agiuant.
Iscuru invece a chie est sempre solu,
si ruet, ca non tenet agiutoriu.
E poi, cando duos dormint umpare,
s’afianzant a pare e istant in caldu,
ma unu cand’est solu chie l’iscaldit?
E  si ‘enint assaltiàdos  parant fronte,
e-i sa fune a tres cabos  at aguantu.
Mezus piseddu poveru ma abistu,
che une re chi siat betzu e macu,
e chi consizos no cheret intender.
Su piseddu ‘e prejone nd’essit fora
e podet finz’a re issu arrivire,
mancari poveritu siat naschìdu.
E apo ‘idu  zentes a trumadas,
andende totu  infatu a su piseddu,
a su segundu, ch’est  apropriadore.
Fit una protzessione manna meda
sa ch’infatu teniat su piseddu,
ma no ten’esser gai sos de apoi.
E fintzas custu gia est vanidade
e ponner fatu est solu a su ‘entu.
Mira sos passos tuos, in domo ‘e Deu.
Sizire pro iscultare at pius valore
de un’oferta fata chentza cabu,
chena cumprender ch’est a fagher male.

Qoélet cabidulu 5
No epes presse mai in su faeddare,
né cun su coro tou de fronte a Deus,
ca Deus est in chelu e tue in terra,
e sas peraulas tuas no siant iscassas.
Sos bisos benint da-e sos pensamentos,
e-i su discussu ‘e tontu da-e sa  ciarra.
Si prommitis a Deu, teneli fide,
ca no li piaghet sa zent’iscabada,
e tando tue mantene sa prommissa.
Si no podes mantenner no prommitas.
No fetes faeddadas chi t’ingulpent ,
e no nelzes  apoi chi no l’ischias,
pro chi  faeddu tou a Deus no airet,
e no nde lampet totu su chi as fatu.
Ca ‘enit  da-e  sos bisos delusione,
epas, duncas, timore sempr’a  Deu.
Si poveru e oprimidu as in bighinu,
e-i sa rejone giusta ‘ides cuizada,
no nde tenzas de custu meraviza,
ca subr’a chie at podere atere b’at,
e subr’a issos, ateros ancora .
Su ch’interessat est a tenner re
chi contivizet  bene su terrinu.

 
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“Nostra Sennora de su Regnu” di Ardara, rievocazione poetica di Stefano Tedde https://www.angelinotedde.com/2014/05/nostra-sennora-de-su-regnu-di-ardara-rievocazione-poetica-di-stefano-tedde/ https://www.angelinotedde.com/2014/05/nostra-sennora-de-su-regnu-di-ardara-rievocazione-poetica-di-stefano-tedde/#comments Fri, 09 May 2014 17:12:11 +0000 https://www.angelinotedde.com/?p=10785 ArdaraI fiori lilla dei siliquastri ai lati del viale si confondono con i colori sgargianti delle bandiere in processione, addossate forse le une alle altre, mentre procedono quasi zoppicando al suono di trombe e grancassa. È la banda musicale, che –da quando sono nato- vedo ogni anno dare solennità alla festa della Vergine. E i suoni secchi e martellanti delle mannaie dei venditori di torrone sembrano quasi dare il tempo cadenzato ai festeggiamenti. Oh, festa di maggio, quanto ti aspettavano gli ardaresi, quando, tutti contadini, cavalcavano nell’Ottocento puddedros e caddos e scendevano nelle corse e nei palii lungo la strada che passava davanti alla basilica. Già chi sezis esalta subra ogni gerarchia…

Assistidenos Maria de su Regnu Intitulada!
E i bambini, tra i più poveri, andavano in giro per gli antichi sentieri rurali e raggiungevano i grandi caseggiati dei prinzipales per chiedere latte e yogurt “pro Nostra Sennora”. Dai racconti che mi fecero emergono le figure di “carriolanti” e pellegrini che trascorrevano i tre giorni della festa a Coroneddis, appena oltre l’abitato, e giunti da tanti paesi (vicini e lontani), onoravano con la loro fede semplice e profonda la Madonna di Ardara.
Custa idda trionfante siat de sos inimigos…
Suspendide sos castigos chi at meritadu bastante!
10247277_714006928645016_2144820009111182348_nCome ti aspettavano gli storpi e gli accattoni, assisi sul sagrato, pronti ad allungare la mano a chiedere un soldo in cambio di qualche santo stampato o di una candela. Come ti aspettavo io da bambino, quando i primi ambulanti montavano le tende dei giocattoli o gli hombres del comitato tendevano tra una casa e l’altra i fili delle bandierine di carta, fazzoletti di ogni colore pronti a dare allegria al primo graffiare del vento. E il profumo delle noccioline americane, del torrone, dei mostaccioli rinsecchiti, della vernice fresca data ad ogni casa prima di quei fatidici tre giorni; pèperu, festa manna e festighedda. Le giostre poi, chi le potrà mai dimenticare? L’emozione di alzarsi in volo, la musica assordante, la frenesia infantile, le luci che baluginavano nello splendore della campagna sarda, verde e in fiore come una sposa pronta per le nozze. Poi si ritornava alla quotidianità, alla scuola, alle poesie ancora da mandare giù a memoria (nessuno osava studiare in quei tre giorni), e nelle strade, cariche di rifiuti, rimanevano solo quelle mitiche figure di “imbreagones”, avvinazzati cronici, infelici come prima che cominciasse la festa, o forse morti per la troppa felicità delle bevute. E ancora per poco il verde avrebbe accompagnato i giorni, pronto al viraggio cromatico che preannuncia l’estate…
Assistidenos Maria de su Regnu intitulada!

Stefano A. Tedde.

(nella foto b/n: La festa di Ardara nel 1951. “Sa bessida de sa missa bida dae

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