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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; toponomastica</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>Orosei= di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 14:57:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Orosei (Oroséi) (paese della Baronia in provincia di Nùoro). Il toponimo esiste anche negli agri di Bosa, Calangianus e Talana e trova corrispondenza con gli altri toponimi Orosái (2: Birori, Pozzomaggiore), Orosè (Austis), Oroso (Bortigali), Orrosassò (Tonara); Orossolò e Oróssi (Fonni), Orrosile (Bultei), Orrossili e Arroséi (Baunei), Orosutho (Ollolai), Orusèi (Suelli, VGS), Rosalè (Orune), Arcu [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2139.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7109" title="images-21" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2139.jpeg" alt="" width="133" height="83" /></a>Orosei (Oroséi) (paese della Baronia in provincia di Nùoro). Il toponimo esiste anche negli agri di Bosa, Calangianus e Talana e trova corrispondenza con gli altri toponimi Orosái (2: Birori, Pozzomaggiore), Orosè (Austis), Oroso (Bortigali), Orrosassò (Tonara); Orossolò e Oróssi (Fonni), Orrosile (Bultei), Orrossili e Arroséi (Baunei), Orosutho (Ollolai), Orusèi (Suelli, VGS), Rosalè (Orune), Arcu Rosadulu (Villasalto), Rosè (Porto Torres), Roséi (2: Pozzomaggiore, Tramatza) (accento, suffissi e suffissoidi sardiani o protosardi).<span id="more-7108"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La matrice sardiana del toponimo Orosei è confermata appieno dal suffisso -ínu dell&#8217;etnico Oroseínu, proprio come in Alaínu, Buddusoínu, Lanuseínu, Torpeínu, Trieddínu, Urzuleínu, ecc. (M. Pittau, Ulisse e Nausica in Sardegna, Nùoro 1994, pag. 215).</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso dico che tutti questi toponimi possono essere confrontati &#8211; non derivati &#8211; col lat. rosa «rosa» (prestito forestiero come indica già la -s- intervocalica non rotacizzata; Ernout A. &#8211; Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, IV édit., IV tirage, Paris 1985) e quindi probabilmente “fitonimo mediterraneo”. Invece l&#8217;appellativo sardo rosa, orrosa, orrossa, arrosa «rosa» può derivare dal corrispondente latino, ragion per cui possiamo interpretare che il fitonimo esistesse già in Sardegna, nella lingua sardiana o protosarda, prima che ve lo portassero i Romani (M. Pittau, La Lingua Sardiana o dei Protosardi, Cagliari 2001 (Libreria Koinè Sassari).</p>
<p style="text-align: justify;">Nei documenti medioevali Orosei è citato parecchie volte, data l&#8217;importanza che aveva il suo porto fluviale, e viene citato con le seguenti forme: Uruse, Urise, Orise (certamente con l&#8217;accento sulla vocale finale), Orisei, Urusey (SSls 150, CHS num. 18; GG 485; CREST XXV 22). È citato numerose volte fra i villaggi della diocesi di Galtellì che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (P. Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV &#8211; Sardinia, Città del Vaticano [Roma] 1945) e così pure nella Chorographia Sardiniae di G. F. Fara (anni 1580-1589).*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.pittau.it/">http://www.pittau.it/</a></p>
<p style="text-align: justify;"> * Estratto dall’opera di M. Pittau, <em>I toponimi della Sardegna – Significato e origine, II Sardegna centrale,</em> EDES, Editrice Democratica Sarda, Sassari 2011.</p>
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		<title>Turris Libisonis di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 06:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Turris Libisonis (odierno Porto Torres) &#8211; Il primo componente del toponimo è chiaramente l&#8217;appellativo lat. turris «torre», ma molto probabilmente costituisce la traduzione di un precedente vocabolo nurache, nuraghe. Col che intendo sostenere che è molto probabile che il centro abitato derivasse la sua denominazione da un nuraghe che costituiva l’«edificio cerimoniale, religioso-comunitario» della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images125.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7004" title="images" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images125.jpeg" alt="" width="123" height="124" /></a>Turris Libisonis (odierno Porto Torres) &#8211; Il primo componente del toponimo è chiaramente l&#8217;appellativo lat. turris «torre», ma molto probabilmente costituisce la traduzione di un precedente vocabolo nurache, nuraghe. Col che intendo sostenere che è molto probabile che il centro abitato derivasse la sua denominazione da un nuraghe che costituiva l’«edificio cerimoniale, religioso-comunitario» della sua popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">È del tutto irrilevante il fatto che di questo nuraghe sembra che attualmente non esista alcuna traccia, dato che purtroppo per lungo tempo in tutta l&#8217;Isola molti nuraghi sono stati distrutti da privati cittadini per usarne il materiale litico per la costruzione delle loro abitazioni (vedi Torralba). D&#8217;altronde in quest’ordine di cose non è privo di significato il fatto che l&#8217;odierno Porto Torres è tutto circondato di nuraghi e di tombe nuragiche.- Si deve dunque con buona verosimiglianza pensare ad una fondazione del centro abitato da parte degli antichi Protosardi o Nuragici. Non si può infatti accettare l&#8217;idea che essi non potessero avere interesse al sito. Questo era caratterizzato dall&#8217;estuario del riu Mannu, che ne costituiva il sicuro porto naturale, situato di fronte ad un golfo pescoso ed inoltre aperto ai contatti con le terre della Corsica, dell&#8217;Iberia, della Gallia e della Liguria e soprattutto situato di fronte alla &#8220;rotta fluviale dello stagno e dell&#8217;ambra&#8221;, che portava questi minerali nel Mediterraneo dalle regioni del Mare del Nord e del Baltico attraverso i fiumi Senna e Rodano (StSN § 58).<span id="more-7003"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro componente Libisonis si rivela come propriamente sardiano o nuragico, sia per il suffisso -on-, sia per la sua corrispondenza con la città della Bitinia Libyssa, nell&#8217;Asia Minore, cioè nella regione di origine dei Nuragici (cfr. Sardegna, Sardara, Serdiana).</p>
<p style="text-align: justify;">Le più antiche citazioni di Turris Libisonis vanno dall&#8217;età del primo impero sino alla sua fine e precisamente si trovano in Plinio (Nat. Hist, III 85), in Tolomeo (III 3, 5), nell&#8217;«Itinerario di Antonino» (83, 5), nella Tabula Peutingheriana, nella Descriptio orbis Romani di Giorgio Ciprio (ediz. Gelzer, pag. 3), nell&#8217;Anonimo Ravennate, in Guidone e in Leone il Sapiente (Patrologia Graeca, CVII c. 344). Però Turris o Turres è documentato anche da numerose pietre miliarie, che lo citano come punto terminale della principale strada romana che andava da Caralis a Turris appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa 15 anni fa è stata rinvenuta a Porto Torres, nell’Atrio Metropoli della basilica di San Gavino, un’iscrizione latino-cristiana, la quale è molto importante sia per la sua valenza epigrafico-linguistica sia perché è una delle più antiche testimonianze epigrafiche dell’esitenza di cristiani in Sardegna. Il testo dell’iscrizione è il seguente: B[D]M. M ATERE / AVXILIVM PEREGRI / NORVM SAEPE QVEM / CENSVIT VVLGVS / IPSI QVOQVE POPVLO HV / MANA VITA LVCENDO / TRIBVIT INTRIPIDE VT OM / NES PRO PROLES HABERET / EXITIVM NEC TIMVIT / SED VICIT IN OMNIA CHRIS / CVI LVX ERIT PERENNI / CIRCVLO FVLCENS / QVEM MATRVM AVT IN / OPVM DECERNERAT IPSE PA / RENTEM. VNDE DVLCI / CONPARI IVGALIS TALIA FATVR / VIXIT ANNIS LXX M III / D XV / QVI RECESSIT X KAL / MAI. Che traduco «Di buona memoria. M(arco) Ater E(quite) (fu) quello che il popolo spesso giudicò (essere) l’aiuto dei forestieri. A questo stesso popolo lucendo durante la vita terrena distribuì con larghezza come se avesse tutti come (sua) prole. Né temette la morte, ma vinse tutte le prove in Cris(to), al quale sarà luce fulgente con perenne corona. (Fu) quello che lo stesso (Cristo) aveva decretato (che fosse) padre delle madri (vedove) o degli indigenti. Perciò la consorte tali cose dice per il dolce compagno. Visse anni 70 mesi 3 giorni 15. Il quale morì il 22 aprile». [I primi illustratori dell’iscrizione hanno invece interpretato che il defunto fosse una donna Matera, sorvolando però sul fatto che un nome femminile come questo non esiste nella antroponimia romana e soprattutto che i pronomi QVI e QVEM sono al maschile e non al femminile!. E neppure la data dell’iscrizione, che è stata prospettata per la fine del secolo IV d. C. (ossia per l’epoca di Teodosio il Grande) mi sembra che si possa accettare; a mio avviso si deve pensare a parecchi decenni dopo, cioè soltanto quando il cristianesimo sia era imposto in tutto l’Occidente e a Porto Torres si era affermato il culto dei martiri Gavino, Proto e Gianuario].- Turres o Torres è citato in numerosi documenti medioevali, dato che era diventato la capitale del Giudicato di Torres o del Logudoro e della relativa diocesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cornus di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 15:39:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Antica città, di cui esistono i resti nell’agro di Cuglieri nei pressi de s‘Archittu e di Santa Caterina di Pittinuri. Il Movers (Die Phönikier, II 2, 578) presenta Cornus come un toponimo punico, ma noi non accettiamo questa opinione del pur illustre studioso. Ciò perché, in linea generale, siamo fortemente contrari alla “feniciomania” di troppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6930" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//cornus1.jpg"><img class="size-full wp-image-6930" title="cornus1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//cornus1.jpg" alt="" width="250" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Cornus</p></div>
<p style="text-align: justify;">Antica città, di cui esistono i resti nell’agro di Cuglieri nei pressi de s‘Archittu e di Santa Caterina di Pittinuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Movers (Die Phönikier, II 2, 578) presenta Cornus come un toponimo punico, ma noi non accettiamo questa opinione del pur illustre studioso. Ciò perché, in linea generale, siamo fortemente contrari alla “feniciomania” di troppi studiosi moderni di storia antica della Sardegna, poi perché, essendo l’antica città situata in una zona che registra una delle più alte concentrazioni di nuraghi di tutta l’Isola e nel suo stesso sito rimangono ancora i resti di tre nuraghi, Ameddosu Crastachesu e Muradissa, siamo dell’avviso che, con molto maggiore probabilità e verosimiglianza, il centro abitato in origine fosse nuragico o propriamente sardo e nient’affatto punico. <span id="more-6929"></span>Ciò diciamo senza negare che durante la dominazione dei Cartaginesi in Sardegna la città di Cornus possa aver assunto il carattere misto di città sardo-punica. Però è un fatto che, dalle stesse notizie dell’anno 215 a. C. tramandateci da Livio (XXIII 40) circa la ribellione dei Sardi comandati da Ampsicora, che proprio a Cornus aveva la sua capitale, si constata chiaramente che la città era propriamente sarda e nient’affatto cartaginese (cfr. anche Eutropio, XIII 1). Secondo noi invece il toponimo Cornus non è altro che l’appellativo latino cornus «corno», che interpretiamo poter essere la “traduzione” di un precedente toponimo sardiano o nuragico. Questo potrebbe essere quel misterioso nome di città Sanaphar (vedi), il cui vescovo – ormai comunemente riconosciuto come quello di Cornus – partecipò, con altri vescovi sardi, al concilio di Cartagine del 484 d. C. Nel vocabolo latino, a nostro avviso, si deve privilegiare il significato che esso pure aveva di «prominenza»; e ciò in maniera del tutto congruente sia col piccolo altipiano in cui la città era situata sia col colle di Corchinas in cui c’era la sua acropoli o cittadella. E pure per il corrispondente toponimo sardiano o nuragico Sanaphar forse si può supporre il significato di «corni, prominenze» (al plurale; vedi LCS II cap. III).-</p>
<p style="text-align: justify;">È noto che dell’appellativo lat. cornus,-i, oltre che la forma della II declinazione, esisteva ed era perfino più frequente quella della IV declinazione cornu,-us. Quest’ultima forma risulta che è stata effettivamente adoperata con riferimento all’antica città rispetto al suo piccolo altipiano detto Campu ‘e Corra, che, derivando chiaramente dal plurale cornua (IV declinazione), è da interpretarsi come «Campo delle Prominenze» [nella lingua sarda esiste infatti l’appellativo corra (sing.) «corna» (plur.) e nel monte Ortobene di Nùoro esiste il toponimo Corra Chérvina «corna di cervo» riferito ad alcune cime rocciose (ONT 51, DILS)]. Una conferma della marca plurale del toponimo potrebbe venire dalla forma in cui compare in Tolomeo (III 3, 7) Kórnos e nell’«Itinerario di Antonino» (84, 1) Cornos, da interpretarsi come accusativo plurale della forma della II declinazione e col significato ancora di «Prominenze».-</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò detto, adesso siamo anche in grado di interpretare con esattezza l’iscrizione di un cippo, che è stato trovato di recente nel sito di Oratiddo, a 4 chilometri da Cornus, nella strada di epoca romana che andava a Bosa: M CORNU / PRO . C, che noi svolgiamo in M(UNICIPIUM) CORNU / PRO . C(IVITATE) e traduciamo «Il Municipio di Cornu / a favore della comunità». Ed interpretiamo che questo abbia effettuato qualche opera di interesse pubblico in quella zona, come il selciato della strada, un muraglione di sostegno, un ponte, oppure abbia ripulito e protetto con una costruzione in muratura una sorgente vicina o infine vi abbia fatto passare l’acquedotto della città, quello di cui ha trovato tracce sicure nel sito della città l’archeologo Antonio Taramelli (Notizie degli Scavi, 1918, pag. 307). E tutto ciò senza alcuna necessità di interpretare CORNU come vocabolo abbreviato. (Invece i primi illustratori dell’iscrizione hanno interpretato che il cippo fosse un miliario stradale, nel quale CORNU sarebbe stato l’abbreviazione del gentilizio lat. Cornuficius, non considerando che in una iscrizione indirizzata al pubblico non si abbrevia mai un gentilizio che vi compaia una sola volta ed inoltre incappando in gravi difficoltà ermeneutiche per la mancanza del nome di un imperatore).-</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">S’Archittu: il porto di Cornus</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(Cuglieri, OR) &#8211; Poco a sud di Santa Caterina di Pittinuri (vedi), è una parete rocciosa bucata alla base da un grosso foro, a forma di un piccolo arco o ponticello, attraverso cui passa il mare. Il toponimo significa letteralmente «il piccolo arco, l’archetto» (CS 34).-</p>
<p style="text-align: justify;">Il sito è citato come Architum da Giovanni Francesco Fara, nella Chorographia Sardiniae (94.25), il quale sensatamente vi pone il Korakódes limén citato da Tolomeo (III 3, 2) «e cioè – ha scritto Emidio De Felice (CS 73) &#8211; letteralmente &#8220;Porto a forma di becco di corvo&#8221;, che potrebbe corrispondere, per la posizione e per la forma, all&#8217;insenatura a sud di S. Caterina di Pittinuri delimitata da Punta di Cagaragas e da Punta Torre su Puttu». Per il vero il De Felice fa riferimento ad una forma errata dell’ultimo toponimo, che invece all’inizio del Novecento suonava ancora Caragodas, Caragoras e Cagarogas (A. Taramelli, Notizie degli Scavi, 1918, 302 segg.). Ebbene Caragodas è chiaramente lo svolgimento regolare dell’antico toponimo Korakódes. A nostro avviso i dubbi espressi dallo stesso De Felice su questo suo accostamento &#8211; anticipato però dal moderno commentatore di Tolomeo Karl Müller &#8211; debbono cadere di fronte non solo alla esatta forma del toponimo odierno, ma anche a questa importante circostanza: Cornus doveva avere il suo porto nelle immediate vicinanze della città e non lontano, a Cala su Pallosu o a Cala Saline, come hanno scritto alcuni storici recenti, siti che distano circa 10 chilometri da Cornus (vedi).</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde la questione sull’esatta ubicazione del porto di Cornus è stata decisa in maniera definitiva da un comunicato divulgato dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Oristano e pubblicato nel quotidiano L&#8217;Unione Sarda dell&#8217;11 giugno 1998, il quale riassume i risultati conseguiti da una loro squadra di sommozzatori: «Abbiamo accertato che in prossimità dell&#8217;arco di roccia esistente (S&#8217;Archittu) si trova un corridoio scavato nel fondale del mare a dieci metri di profondità; abbiamo scoperto un canale navigabile scavato nel fondale roccioso che permetteva l&#8217;accesso al porto, dal mare aperto, dei tanti natanti in arrivo ed in partenza; abbiamo scoperto le tracce di una banchina d&#8217;ormeggio con regolare piano rialzato per le operazioni di carico e di scarico di merci e passeggeri; abbiamo scoperto un punto d&#8217;attracco, in corrispondenza del quale, in superficie, si trovano due rudimentali bitte per l&#8217;ormeggio con una sezione di un metro e la distanza fra di loro di dieci metri, scavate nel calcare; abbiamo scoperto svariati reperti archeologici quali cocci, anfore, vasellame di ogni genere che fanno desumere come il porto nel passato fosse intensamente frequentato da traffico mercantile» (vedi LCS II, cap. XII). (Estratto da M. Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama, Sassari 2009, II edizione ampliata e migliorata).</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
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		<title>I toponimi della Sardegna di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 16:07:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pure la recente comparsa della mia opera «I Toponimi della Sardegna – Significato e origine» (Sassari 2011, ediz. EDES), nelle cui 1103 pagine ho analizzato circa 21 mila toponimi, ha dato l’occasione ad Alberto G. Areddu (che comunemente si firma Illiricheddu) di attaccarmi a testa bassa come un toro delle corride spagnole. Egli lo fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6445" class="wp-caption alignleft" style="width: 115px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1226.jpeg"><img class="size-full wp-image-6445" title="images-12" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1226.jpeg" alt="" width="105" height="75" /></a><p class="wp-caption-text">Massimo Pittau</p></div>
<p style="text-align: justify;">Pure la recente comparsa della mia opera «I Toponimi della Sardegna – Significato e origine» (Sassari 2011, ediz. EDES), nelle cui 1103 pagine ho analizzato circa 21 mila toponimi, ha dato l’occasione ad Alberto G. Areddu (che comunemente si firma Illiricheddu) di attaccarmi a testa bassa come un toro delle corride spagnole. Egli lo fa spesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6444"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Io ho conosciuto l’Areddu una quindicina di anni fa e mi ricordo di averlo sempre accolto con cordialità e perfino con simpatia; sentimenti che mi sembrava che egli mi ricambiasse. Invece in questi ultimi anni egli non ha mai lasciato perdere alcuna occasione per attaccarmi, come si faceva nelle giostre medioevali con la “testa del saracino”. E questo è avvenuto da quando egli si è convinto che sia io la causa principale delle sue disgrazie culturali. Ma questo non è affatto vero:</p>
<p style="text-align: justify;">1) Io non ho alcuna colpa del mancato conseguimento da parte dell’Areddu di un posto di “ricercatore” nella Facoltà di Lettere di Sassari, dato che io non facevo parte della commissione e addirittura ero ormai fuori ruolo e in pensione.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Io non alcuna colpa del fatto che nessun linguista di professione ha accettato e nemmeno preso in semplice considerazione la sua tesi fondamentale della connessione del protosardo con l’illirico o albanese.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Io non ho alcuna colpa del fatto che egli trova difficoltà a far pubblicare dagli editori e dai direttori di riviste le sue opere e i suoi scritti.</p>
<p style="text-align: justify;">4) Mi sembra di aver compreso che egli ce l’abbia a morte con me per la ragione che io non lo cito mai nei miei scritti. Ma come posso citare un autore che mette in Albania «Sofia», la capitale della Bulgaria? che sostiene perfino che in origine Sardò/Sardinia significava «la palude nera, la palude putrida»?</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedo vivamente scusa ai miei lettori per questa mia odierna precisazione, ma l’ho fatta semplicemente perché non sembri, col mio silenzio, che io non sia in grado – se lo volessi – di rispondere ai continui attacchi di questo personaggio. D’altronde di recente io l’ho bloccato sulla sua stupefacente tesi che l’antroponimo Efesiu, che compare in una iscrizione etrusca del III/II secolo avanti Cristo, sia di origine bizantina&#8230;.</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
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		<title>OROTELLI = CHRYSOPOLIS  di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 08:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[discipline scientifiche]]></category>
		<category><![CDATA[toponomastica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Orotelli [pronunzia locale e della zona Orot(t)eddi] (villaggio della provincia di Nùoro). L’abitante Orot(t)eddesu. Una delle più antiche documentazioni di questo villaggio si trova nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado (CSMB 177), dove si parla di un certo Petru de Zori de Ortelli. Molto antica, e precisamente del 1139, è anche l’altra citazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_6338" class="wp-caption alignleft" style="width: 139px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1161.jpeg"><img class="size-full wp-image-6338" title="images-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1161.jpeg" alt="" width="129" height="97" /></a><p class="wp-caption-text">Orotelli (Nu)</p></div>
<p>Orotelli [pronunzia locale e della zona Orot(t)eddi] (villaggio della provincia di Nùoro). L’abitante Orot(t)eddesu.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle più antiche documentazioni di questo villaggio si trova nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado (CSMB 177), dove si parla di un certo Petru de Zori de Ortelli. Molto antica, e precisamente del 1139, è anche l’altra citazione di un certo Ugone vescovo di Ortilli, il quale donò al monastero di San Salvatore di Camaldoli la chiesa di San Pietro in Ollin con tutte le sue pertinenze (Codex Diplomaticus Sardiniae, I 213/1, 215/2). In questo documento Ortilli è chiaramente una forma errata, forse per supercorrezione, di Ortelli e San Pietro in Ollin è l&#8217;odierno San Pietro di Oddini, che è proprio nell’agro di Orotelli(-Orani).<span id="more-6337"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, dico che è molto probabile che Orotelli/Oroteddi derivi, con una anaptissi, da un gentilizio lat. *Ortellius (al vocativo) (cfr. Ortelius; RNG). Di recente sono arrivato alla conclusione che in Sardegna si conservano ancora, come antroponimi e come toponimi, numerosi gentilizi o cognomina latini in caso vocativo, caso che con gli antroponimi era, per un motivo ovvio, quello più frequente: un individuo viene più spesso “vocato” o “chiamato” che non “nominato” o “citato”. Però – come ho sostenuto un’altra volta &#8211; Orotelli potrebbe anche essere in caso genitivo, derivando da una locuzione lat. (villa) Ortelli «(tenuta) di Ortellio».</p>
<p style="text-align: justify;">Ortellius sarà stato uno dei latifondisti romani che in Sardegna avevano ampi possedimenti, nei quali producevano grandi quantità di grano, che mandavano sistematicamente a Roma, per nutrire la famelica folla della capitale dell’Impero e i numerosi reparti del suo grande esercito. Ortellius avrà avuto i suoi possedimenti nella piana di Ottana, la quale fino alla metà del secolo scorso era famosa per la grande quantità di ottimo grano che produceva. Però, molto probabilmente per sfuggire in estate al caldo eccessivo e anche al pericolo della malaria imperante nella piana di Ottana, Ortellius – oppure il suo liberto amministratore &#8211; avrà preferito vivere non ad Ottana, bensì ad Orotelli, cioè nella villa o fattoria che da lui avrà preso il nome. Esattamente come si intravede che facesse pure un altro latifondista romano che aveva anche lui possedimenti nella piana di Ottana, Oranus, il quale preferiva vivere nella villa o fattoria che prese il nome di Orane od Orani.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte è anche probabile che Ortellius avesse terreni pure nella vicina piana di Benetutti, come suggerisce il toponimo Norteddi di Bono, che si potrebbe interpretare come derivato dalla locuzione locativa in Orteddi, in Norteddi. Non solo, ma, considerato che nell’agro di Lula esiste un altro toponimo Orteddi e nell’agro di Urzulei un altro Oroteddi, siamo anche spinti ad interpretare che il latifondista Ortellius avesse pure interessi nell’estrazione dei minerali di piombo argentifero di Lula e di rame di Urzulei-Baunei. Sarà stato dunque un grosso latifondista e capitalista, il quale, come capitava spesso allora, molto probabilmente continuava a vivere a Roma o in Italia, venendo saltuariamente in Sardegna e curando i suoi interessi agrari e minerari per mezzo dei suoi liberti appositamente mandati nell’Isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Che Oroteddi derivi da un originario *Orteddi probabilmente è confermato dal toponimo del suo agro Arteddane, il quale sarebbe da intendersi come *Orteddane «Orotellese», derivato da un originario *Ortellane (anch’esso al vocativo).</p>
<p style="text-align: justify;">Noi sappiamo che Ottana in epoca medioevale era il capoluogo di una diocesi, però quasi certamente, almeno nel periodo estivo, anche il vescovo di Ottana era solito risiedere a Orotelli (cfr. Codex Diplomaticus Sardiniae, I 193/2), sempre per sfuggire al caldo estivo e al pericolo della malaria. E in questo modo e per questa ragione si spiegano i due toponimi di Orotelli: Píscapu «Vescovo» (probabilmente dal greco bizant. Epískopos) e Campu ‘e Preíderos «Campo dei Preti» (dal lat. praebyter per presbyter; DILS). Inoltre, proprio alla presenza, anche saltuaria, del Vescovo ad Orotelli si deve la costruzione della sua bella chiesa di San Giovanni, che è del XII secolo ed è precedente alla cattedrale di San Nicola di Ottana.</p>
<p style="text-align: justify;">Che Orotelli fosse la sede almeno temporanea del vescovo di Ottana è dimostrato anche dal fatto che il villaggio non viene mai citato dalle Rationes Decimarum Italiae &#8211; Sardinia del secolo XIV; proprio come queste fanno con i capoluoghi delle altre diocesi. Il che ci fa supporre che, mentre le decime delle parrocchie di ciascuna diocesi andavano alla curia romana, quelle del capoluogo rimanevano alla relativa curia vescovile.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lungo tempo circola ad Orotelli e nei dintorni una differente spiegazione del toponimo Orotelli: esso deriverebbe da una frase lat. Auri tellus «Terra d’oro». Si tratta però di una “paretimologia” o “etimologia popolare”, che si deve respingere con decisione: infatti, ai sensi delle norme della fonetica storica della lingua sarda – ormai da tempo conosciute alla perfezione – da una frase lat. Auri tellus sarebbe derivato un toponimo sardo *Arideddus, non Oroteddi. Sul piano semantico poi si aggiunge la grande difficoltà che non avrebbe nessuna ragion d’essere il riferimento all’oro sia per Orotelli che per il suo territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte è curioso constatare che la paretimologia di Orotelli = «Terra d’oro» molto probabilmente è stata fatta anche in epoca bizantina, con riferimento però, non alla lingua latina, bensì a quella greca. Gli scrittori bizantini Giorgio Ciprio (Descriptio, 682) e Leone il Saggio (Episc. Orient. Not.), infatti, parlano del capoluogo di una diocesi sarda, che chiamano Chrysópolis, cioè «Città d’oro». A lungo questo capoluogo di diocesi è rimasto del tutto sconosciuto e soltanto di recente esso è stato identificato “forse” con Forum Traiani (Fordongianus), ma senza neppure un’ombra di prove e di dimostrazione. A mio giudizio invece Chrysópolis «Città d’oro» non è altro che una paretimologia dell’originario Ortelli, erroneamente interpretato come «Terra o città d’oro». Ad arrivare a questa paretimologia i Bizantini saranno stati spinti dal fatto che certamente alla loro epoca il lat. aurum «oro» veniva ormai pronunziato *orum, con una mutazione fonetica che nella lingua latina aveva cominciato a manifestarsi già in epoca classica: cauda/coda, caudex/codex, caulis/colis, caupo/copo, caurus/corus, claudus/clodus, faux/fox, plaustrum/plostrum, plautus/plotus, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questa mia ricostruzione etimologica è esatta – e a me sembra almeno molto verosimile – se ne deve concludere che Chrysópolis di Giorgio Ciprio e di Leone il Saggio costituisca la più antica citazione non soltanto del centro abitato di Orotelli, ma anche della diocesi di Ottana.*</p>
<p style="text-align: justify;">Estratto dall’opera di Massimo Pittau, I Toponimi della Sardegna – Significato e origine, Sassari 2011, Edes, Edizioni Democratiche Sarde.</p>
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		<title>Prefazione ai toponimi  della Sardegna centrale &#8211;  di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 15:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>
		<category><![CDATA[toponomastica]]></category>

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		<description><![CDATA[Massimo Pittau, I toponimi della Sardegna, II Sardegna Centrale, Edes, Sassari &#160; Prefazione Da alcuni decenni è in atto in Sardegna una chiara e forte presa di coscienza di natura politica e culturale, messa in atto dai Sardi col preciso intento di recuperare e affermare la loro identità regionale ed anche nazionale. È una prova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Massimo Pittau, <em>I toponimi della Sardegna, II Sardegna Centrale</em>, Edes, Sassari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Prefazione</p>
<div id="attachment_6084" class="wp-caption alignleft" style="width: 106px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown57.jpeg"><img class="size-full wp-image-6084" title="Unknown" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown57.jpeg" alt="" width="96" height="104" /></a><p class="wp-caption-text">Prof. Massimo Pittau</p></div>
<p style="text-align: justify;">Da alcuni decenni è in atto in Sardegna una chiara e forte presa di coscienza di natura politica e culturale, messa in atto dai Sardi col preciso intento di recuperare e affermare la loro identità regionale ed anche nazionale. È una prova certa e chiara di questo importante evento il fatto che in Sardegna negli ultimi decenni si è avuta una produzione bibliografica a carattere regionale – storica, linguistica, artistica, etnografica – che non trova riscontro equivalente in nessun’altra regione italiana.<span id="more-6082"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questa presa di coscienza della loro identità etnica da parte dei Sardi si esprime in principale modo nel tentativo di recuperare tutti gli aspetti della loro etnia e in primo luogo nel tentativo di recuperare e di salvaguardare la lingua sarda e di rilanciarla nell’uso pratico e pure in quello ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale recupero e rilancio della lingua sarda ovviamente non è da tralasciare il ricchissimo patrimonio toponimico dell’Isola, ossia i numerosissimi nomi di luogo dell’intero suo territorio. E tanto più doverosa e urgente si presenta la necessità di recuperare e di salvaguardare questo patrimonio toponimico della Sardegna, in quanto da una parte esso risulta spesso ampiamente travisato e deformato dalle trascrizioni errate delle carte geografiche e corografiche esistenti (con in testa quelle del pur molto benemerito Istituto Geografico Militare, I.G.M.), dall’altra esso sta per cadere completamente dalla coscienza linguistica dei Sardi, anche per il fatto che la campagna è andata sempre più spopolandosi, dato che, ad esempio, perfino i pastori vanno in campagna soltanto una volta al giorno per mungere le pecore, ma poi rientrano immediatamente nei loro paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si comprende facilmente che la scomparsa o anche il travisamento del patrimonio toponimico di un territorio si porta dietro anche la scomparsa dei numerosi elementi o fattori che caratterizzano o hanno caratterizzato la vita della sua popolazione, le sue usanze pastorali ed agricole, il nome delle piante e degli animali ivi esistenti, i fattori geomorfici e quelli idrologici del territorio, i ricordi vicini o lontani della sua storia o della sua cronaca. Senza alcun dubbio la scomparsa anche di una parte del patrimonio toponimico di un dato territorio si trascina dietro pure tanta parte della memoria storica dei suoi abitanti, dato che tutti i toponimi sono sempre carichi di risvolti storici, poiché hanno una loro precisa origine, o latina o bizantina o toscana o catalana o spagnola o italiana, o addirittura una loro origine prelatina o protosarda.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Come premessa tengo ad indicare quelle che sono state le esatte operazioni che ho effettuato per comporre la presente opera: I) la più ampia raccolta di toponimi, effettuata con tutte le possibili fonti, scritte ed orali; II) la verifica della esatta pronunzia di ciascun toponimo e la sua esatta trascrizione grafica; III) la ricerca e la indicazione del suo significato; IV) la indicazione, più o meno sicura, della sua etimologia od origine storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle prime due operazioni della raccolta e della verifica dei toponimi sono stato aiutato da miei allievi e da numerosi amici, che cito più avanti e che io sento il dovere e pure il piacere di ringraziare pubblicamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine preciso che questo primo volume della presente opera è dedicato alla toponimia della Sardegna centrale, quella che va dal golfo di Bosa a quello di Orosei, da Ozieri a Desulo e quella che linguisticamente è caratterizzata dalla varietà logudorese della lingua sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Questioni di Metodo</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le varie sezioni della linguistica quella più aleatoria o rischiosa e quindi quella più difficile ed incerta è indubbiamente l’onomastica, nei suoi due rami della antroponomastica e della toponomastica. Ciò è la diretta conseguenza del fatto che, mentre comunemente il glottologo o linguista lavora su due coordinate, quella fonetica e quella semantica, cioè sui suoni fonici che costituiscono il “significante” di un vocabolo e sull’idea o sull’immagine che costituisce il suo “significato”, nell’onomastica egli spesso è costretto a lavorare sulla sola coordinata fonetica, cioè soltanto sui suoni fonici. Molti antroponimi e toponimi infatti col passare del tempo hanno perduto il loro “significato” originario, hanno cioè cessato di essere “trasparenti” nel loro significato rispetto alla coscienza dei parlanti e sono pertanto diventati “opachi”. Ricorrendo ad un&#8217;immagine, si può affermare che, mentre per l&#8217;etimologia dei comuni appellativi la glottologia cammina con due gambe, quella fonetica e quella semantica, cioè con due serie di fatti e quindi di prove, per l&#8217;etimologia degli antroponimi e dei toponimi sovente essa cammina con una sola gamba, quella fonetica soltanto. Ed è proprio questo il motivo essenziale che rende spesso assai difficile e soprattutto molto incerta e aleatoria la ricerca etimologica del linguista intorno agli antroponimi ed ai toponimi.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa aleatorietà della onomastica e in particolare della toponomastica, già da me messa in luce e sottolineata in miei scritti precedenti, aggiungo oggi un’altra circostanza, la quale in effetti la mette in un piano di dubbio radicale: spesso noi linguisti abbiamo a disposizione differenti versioni di uno stesso toponimo, offerteci dalla tradizione scritta e dalla tradizione orale. Ovviamente tra queste differenti versioni di un toponimo noi linguisti siamo soliti optare per quella che si presenta come la più chiara o la più verosimile e soprattutto quella “comprensibile”. Questo è un fatto certo e questa è una esigenza razionale alla quale noi linguisti non possiamo non adeguarci: però dobbiamo pure avere la consapevolezza che in effetti esiste il pericolo che la nostra scelta venga indirizzata ad una versione del toponimo che è semplicemente il frutto di una “paretimologia”, ossia di una “etimologia popolare”. In effetti la versione esatta del toponimo potrebbe essere proprio una di quelle che noi invece abbiamo respinto e scartato. Ed è del tutto chiaro e certo che questa è una difficoltà od un pericolo della nostra analisi linguistica che non può essere mai e del tutto evitato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non bastando questo rischio, se ne aggiunge un altro per la nostra ricerca quando facciamo riferimento ad antroponimi e toponimi antichi, pervenutici attraverso la tradizione scritta: chi ci assicura che la trascrizione di un antico antroponimo o toponimo, soprattutto se è un hapax legomenon, cioè se risulta documentato una sola volta, sia realmente esatta e non sia anch’essa il frutto di una paretimologia fatta o recepita dall’autore della trascrizione? E se si tratta di antichi antroponimi e toponimi trascritti da vari amanuensi, chi ci assicura che un certo amanuense li abbia trascritti bene dall’amanuense precedente?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine è importante precisare che molto spesso si riesce ad afferrare bene l’esatto significato letterale di un certo toponimo, ma non se ne comprende esattamente la vera origine storica, dato che questa è ormai del tutto scomparsa, caduta totalmente dalla coscienza dei parlanti: Bantzicheddu ‘e Santa Tzigliana (Bitti) significa chiaramente «piccola culla di Santa Giuliana», ma questo toponimo a quale fatto leggendario o storico o di cronaca o geomorfico fa esatto riferimento? Mont’ ‘e s’appettitu (Bitti) «monte dell’appetito», Nodos de massaja (Bitti) «dossi di/della massaia»; Abbas de zoza (Bolotana) «acque del giovedì»; Ena &#8216;e sámbene (Bolotana) «zona umida del sangue»; Mura ‘e isprene (Bortigali) «catasta di pietre della milza»; Ischina ‘e su re (Dorgali) «schiena o crinale del re»; Putzu &#8216;e Judeos (Ghilarza) «pozzo dei Giudei»; Cuba-fusos (Nùoro) «Nascondi-fusi»; Funtana ‘e istruminzu (S. Lussurgiu) «fontana dell’aborto»; Pala ‘e frearzu (S. Lussurgiu) «costa di febbraio», Mont’ ‘e martu (Scano M.) «monte di marzo», ecc. ecc., quali mai eventi storici o fatti di cronaca oppure leggendari nascondono in sé questi toponimi?</p>
<p style="text-align: justify;">Concludendo questo punto si può dunque affermare che la toponomastica è come un “campo minato”, nel quale finiscono col saltare per aria non solamente i soliti dilettanti, ma anche i linguisti di professione, perfino quelli più capaci, più esperti e più prudenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi linguisti dobbiamo pure riconoscerlo francamente: talvolta o forse spesso le nostre ricostruzioni etimologiche di toponimi non sono altro che altrettanti “romanzi”, in massima parte fantasiosi e solamente in parte sostanziati di fatti reali. Eppure ci piace scriverli questi “romanzi”, proprio per la loro effettiva natura di “romanzi” da noi inventati e narrati.</p>
<p style="text-align: justify;">E probabilmente proprio per questo motivo si spiega la circostanza che, nonostante la “aleatorietà radicale” della toponomastica, nonostante il suo essere un “campo minato” perfino per i linguisti più capaci ed esperti, essa è di fatto il campo più comunemente frequentato dai dilettanti, nel quale essi si sbizzarriscono in modo incontrollato, con risultati che ovviamente sono soltanto “dilettanti o dilettevoli” appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna aveva cominciato il pur benemerito canonico Giovanni Spano a pubblicare il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1873), che è un’opera completamente fallita, del tutto priva di valore scientifico, per la quale Max Leopold Wagner aveva coniato il vocabolo feniciomania per condannare la mania del canonico di vedere dappertutto toponimi di origine fenicia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il suo esempio non è rimasto senza imitatori: soprattutto in questi ultimi anni sono comparsi fascicoli, libri e perfino libroni pubblicati con l’intento di intepretare il patrimonio toponimico, parziale o anche generale della Sardegna, ma si tratta di opere quasi totalmente prive di valore scientifico. Esse molto spesso non servono neppure sul semplice piano documentario, in quanto la trascrizione dei toponimi spesso viene travisata e rovinata proprio dalle supposte “etimologie” dei rispettivi autori. Di recente è stato pure pubblicato da un Autore arabo un intero volume che riporterebbe i numerosi toponimi sardi che sarebbero di origine araba…. Al contraRio, a mio fermo giudizio, in Sardegna non esiste nessun toponimo di origine araba, neppure Arbatax è arabo, come ho dimostrato a suo luogo e da tempo. In Sardegna esistono di certo alcuni toponimi di indiretta origine araba, ossia arrivati in Sardegna per il tramite della lingua catalana o di quella spagnola, ma, in quanto tali, non possono assolutamente essere considerati e chiamati “arabismi”.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo alle proposte di etimologia di toponimi che io presento in questo mio libro ed anche a quelle che ho presentato in miei scritti precedenti, ritengo opportuno fare un’altra breve, ma &#8211; almeno così mi sembra &#8211; importante premessa di carattere metodologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella lingua italiana &#8211; e credo anche in altre lingue di cultura &#8211; il verbo &#8220;dimostrare&#8221; significa «presentare argomentazioni a favore di una tesi, che costringono l&#8217;ascoltatore (o il lettore) a dare il suo assenso».</p>
<p style="text-align: justify;">Il &#8220;dimostrare&#8221;, il “dimostrare costrittivo o cogente”, più caratteristico e più significativo è quello che effettua il matematico: l&#8217;ascoltatore o il lettore, se è sano di mente e se è in buona fede, è costretto a dare il suo assenso ad una tesi prospettata da un matematico, se le ragioni che la sostengono sono realmente fondate e regolarmente connesse fra loro a catena. Orbene, è del tutto certo che il &#8220;dimostrare alla maniera matematica&#8221;, cioè more geometrico, il “dimostrare cogente” non esiste per nulla nel modo di operare del linguista, sia che egli lavori secondo la prospettiva sincronica o contemporanea, sia che lavori secondo la prospettiva diacronica o storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste il &#8220;dimostrare cogente&#8221; anche nel campo di quelle scienze della natura, che sono la fisica e la chimica: in queste è possibile il &#8220;dimostrare cogente&#8221; in virtù dell&#8217;«esperimento», quello che &#8220;ripete&#8221;, in condizioni artefatte ed inoltre volutamente significative, un certo fenomeno fisico o chimico tutte le volte che lo scienziato vuole ed inoltre lo ripete in condizioni ideali di semplicità per gli elementi studiati e di univocità per i risultati che egli vuole ottenere e conoscere. Senonché neppure questo &#8220;dimostrare cogente&#8221; della fisica e della chimica è possibile nel campo della linguistica, soprattutto di quella buttata nella direzione diacronica o storica. Il linguista storico o glottologo infatti non è assolutamente in grado di far &#8220;ripetere&#8221; o di richiamare un certo fenomeno linguistico che risulti documentato per il passato, né può pertanto sottoporlo ad &#8220;esperimento&#8221;. Il passato è passato per sempre e non può essere richiamato o ripetuto in alcun modo e da nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Se tutto questo è vero, noi linguisti ci dobbiamo convincere che nel campo della linguistica storica o glottologia non esiste affatto il &#8220;dimostrare cogente&#8221;, non esiste cioè la &#8220;dimostrazione&#8221; vera e propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente nulla di allarmante e nulla di mortificante c&#8217;è nella constatazione che nel campo della linguistica storica il vero e proprio &#8220;dimostrare&#8221; non esiste; perché questa medesima situazione si determina anche nel campo della storia (da intendersi qui come &#8220;storiografia&#8221;) in generale ed in tutte le discipline storiche in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, se il linguista storico non presenta mai &#8220;dimostrazioni cogenti&#8221;, che cosa fa quando prospetta etimologie, cioè &#8220;storie di vocaboli&#8221;, che pure egli ritiene fornite dei caratteri della scientificità? Io ritengo che egli prospetti tesi che non hanno mai il carattere e il valore della &#8220;certezza&#8221;, mentre hanno solamente il carattere e il valore della &#8220;probabilità&#8221; o della &#8220;verosimiglianza&#8221;, della maggiore o minore probabilità o verosimiglianza. In realtà dunque il glottologo non &#8220;dimostra&#8221; mai, mentre si limita a prospettare tesi che sono più o meno probabili o più o meno verosimili. (E da questo mio fermo convincimento deriva il fatto che in tutti i miei scritti di linguistica storica io faccio largo uso dell’avverbio “probabilmente”).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo implica in maniera necessaria che l&#8217;operare del glottologo sia caratterizzato da una sostanziale nota di &#8220;incertezza&#8221; o di &#8220;aleatorietà&#8221; generale, nella quale il fare obiezioni e il sollevare dei dubbi è una operazione molto e perfino troppo facile; e spesso le obiezioni possono essere anche molto numerose e pure molto consistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente non saranno queste considerazioni metodologiche &#8211; che sono certamente pessimistiche &#8211; a indurre i glottologi a non tentare più etimologie degli antroponimi e dei toponimi e neppure io personalmente ci rinunzio oggi né ci rinunzierò nel futuro. Tutti continueremo a prospettare etimologie di antroponimi e di toponimi, pur sapendo che a loro favore vale solamente la nota della maggiore o minore “probabibilità” o “verosimiglianza”.</p>
<p style="text-align: justify;">A queste nostre etimologie più o meno probabili o verosimili, a mio giudizio, non si debbono tanto contrapporre difficoltà od obiezioni, quanto si debbono contrapporre altre etimologie, le quali abbiano la dote di essere più verosimili e più probabili di quelle rifiutate. Se una certa mia etimologia sembra poco verosimile ad un mio collega, ai fini stessi del progresso della nostra disciplina, prospetti lui una etimologia più verosimile della mia e sarò io il primo a rinunziare alla mia e ad accettare la sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Si deve infatti considerare che tutte le scienze, compresa la nostra, progrediscono non tanto con le &#8220;obiezioni&#8221;, quanto con le &#8220;proposte&#8221;, con le proposte anche aleatorie. Il progresso delle scienze &#8211; di tutte le scienze – è infatti possibile solamente a condizione che &#8220;si rischi&#8221;. E si ha l&#8217;obbligo di rischiare e non soltanto in linguistica storica, ma anche in una qualsiasi altra disciplina o scienza. Il progresso in tutte le scienze, di qualsiasi carattere e tipo &#8211; &#8220;esatte&#8221;, naturalistiche, filologiche, storiche, ecc. &#8211; è proprio il risultato del rischio che ha corso uno scienziato, anzi dei rischi che hanno corso in generale tutti gli scienziati. I loro errori, effetto del loro rischiare, in realtà sono dappertutto il prezzo che si paga al progresso delle scienze, di una qualsiasi delle scienze. Si noti che questo principio è entrato anche nella saggezza popolare, la quale ricorda che «Chi non risica non rosica».</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scienziati che non rischiano mai nel loro sentenziare non sono propriamente &#8220;scienziati&#8221;, ma sono semplicemente &#8220;ripetitori&#8221; delle scoperte altrui. Io ho già avuto modo di scrivere che anche in linguistica «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata di un linguista &#8211; che alla fine potrebbe anche risultare errata &#8211; potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».</p>
<p style="text-align: justify;">Per ovviare in una certa misura al carattere di “aleatorietà” e di “incertezza” radicale che sta al fondo della nostra disciplina, a me sembra che al linguista si imponga un preciso “dovere”, che si caratterizza anche come un suo preciso “interesse”: egli deve ritornare spesso sui suoi passi, cioè sulle sue tesi precedenti, al fine di riesaminarle e sottoporle a nuovi controlli, anche con la prospettiva di mutarle radicalmente. Nella mia ormai lunga attività di linguista cultore prevalentemente di onomastica (antropo- e toponomastica) (mi ci dedico ormai da oltre 60 anni e ritengo di essere un primatista in questo campo!) io sono ritornato spesso nei miei passi ed ho finito col cambiare non poche mie etimologie di toponimi e di antroponimi.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione un linguista deve operare con questo metodo di “autocontrollo” e di “autocorrezione” delle sue tesi, nel caso che venga o sia venuta meno la dialettica da parte di colleghi (proprio come è capitato quasi totalmente nel campo della ricerca linguistica in Sardegna in questi ultimi decenni….).</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Nella ricerca toponomastica, in linea generale, si deve affermare che il linguista ha il dovere e pure l’interesse a tentare di riportare un toponimo “non trasparente” od “opaco”, cioè di oscura formazione ed origine, in primo e principale modo al fattore botanico, ossia a quell’elemento predominante e anche relativamente fisso in un dato territorio, che sono le piante. E, in via specifica, cioè rispetto alla nostra Sardegna, una volta che il linguista abbia accertato che non pochi fitonimi o nomi di piante non sono di origine latina né bizantina, né toscana, né catalana, né spagnola né italiana e invece trovano riscontro e connessione – senza però derivarne &#8211; con fitonimi appartenenti al cosiddetto “sostrato mediterraneo”, prelatino e pregreco e quindi preindoeuropeo, egli può con tutta tranquillità ritenere e sostenere che quei fitonimi sardi sono pur’essi “mediterranei”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò implica una importante conseguenza: che tali fitonimi possano ritenersi appartenere alla lingua che in Sardegna parlavano i Presardiani, ossia gli scavatori delle domos de Janas, che erano precedenti e differenti dai Sardiani, costruttori, invece, delle “tombe di gigante”.</p>
<p style="text-align: justify;">In virtù di un tale ragionamento, con notevole soddisfazione rendo noto che, con gli studi sulla toponimia della Sardegna, che mando avanti sin dai miei primi passi di cultore di linguistica sarda (finora ho raccolto e studiato circa 25 mila toponimi sardi) ritengo di aver conseguito un importante risultato: aver distinto, nel sostrato toponimico prelatino o preromano della Sardegna, sia un filone “sardiano” di matrice od origine indoeuropea (si vedano nel mio «Dizionario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico» i vocaboli attoa, bárdula, bardeju, bíttulu, bodda, bráinu, cacarru, crispesu, duri, élimu, fraría, ghélia, golléi, láccana, lattaredda, lembréchinu, logoddana, melamida, meulla, méurra, néppide, orroli, rúvulu, sòrgono, sorgonare, tevele, thúrgalu, thulungrone, tumu, úlumu, thoba, tzolla ed inoltre ta-, te-, ti-, tu-), sia un filone “presardiano” di matrice od origine mediterranea (si vedano numerosi fitonimi o nomi di piante).</p>
<p style="text-align: justify;">In altri termini, nei relitti linguistici prelatini della Sardegna io distinguo da un lato un “sostrato sardiano indoeuropeo”, dall’altro un “presostrato presardiano mediterraneo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel quadro di questo stesso argomento preciso che anche nel presente studio io chiamo i Protosardi pure “Sardiani” e procedo in questo modo per due differenti motivi: I) perché intendo ricordare e sottolineare che i Protosardi provenivano dalla Lidia, subregione dell’Asia Minore, dalla cui capitale Sardis è derivata la denominazione dei Sardi e della Sardegna (e infatti i Greci chiamavano Sardianói sia gli abitanti di Sardis e dell’intera Lidia, sia gli abitanti della Sardegna); II) perché questa denominazione mi consente di distinguere bene da una parte la «lingua sarda», che è di sicura matrice od origine latina, dall’altra la «lingua sardiana», che era appunto quella dei Protosardi/Sardiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Debbo infine segnalare che rispetto ai toponimi sardi che già dalla loro “struttura” dimostrano di essere preromani e prelatini, di recente è stato effettuato un impegnato esperimento di “analisi strutturale”, con lo studio del susseguirsi delle vocali, delle consonanti e delle sillabe in siffatti toponimi. Il tentativo di effettuare questa “analisi strutturale” andava fatto ed è pur sempre meritorio averlo fatto; però i suoi risultati ultimi sono stati molto deludenti. Fra l’altro non è stata raggiunta ed indicata nessuna “connessione comparativa” con altre lingue e nessuna “derivazione etimologica”. E tutto ciò è avvenuto non certo per errore di analisi e di metodo, ma per il fatto che quei toponimi prelatini da un lato hanno subito una forte usura col passare del tempo, dall’altro hanno di certo subito l’influsso o l’impatto della “struttura fonetica” della lingua latina, dall’altro infine lo stesso toponimo prelatino risulta spesso avere forme differenti non solo in differenti località dell’Isola, ma anche nella medesima località.</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
<p style="text-align: justify;">www.pitta.it</p>
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		<title>L&#8217;etimologia del nome della città etrusca di Populonia di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 19:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Populonia era una ragguardevole città etrusca, la quale traeva la sua importanza dalla lavorazione del ferro, che proveniva dalla antistante isola d’Elba. È cosa nota che proprio le scorie della lavorazione del ferro, accumulate col tempo nel sito dell’antico cimitero, ora di San Cerbone, hanno salvato per noi moderni i resti di importanti monumenti funerari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-420.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5658" title="Unknown-4" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-420.jpeg" alt="" width="124" height="82" /></a>Populonia era una ragguardevole città etrusca, la quale traeva la sua importanza dalla lavorazione del ferro, che proveniva dalla antistante isola d’Elba. È cosa nota che proprio le scorie della lavorazione del ferro, accumulate col tempo nel sito dell’antico cimitero, ora di San Cerbone, hanno salvato per noi moderni i resti di importanti monumenti funerari etruschi.</p>
<p>Già nella sua veste latina il nome di Populonia denunzia la sua origine etrusca, col suffisso –onia, che è uguale a quello dell’altra città etrusca Vetulonia e degli appellativo latino etrusco aegrimonia, caerimonia.<span id="more-5657"></span></p>
<p>Nella sua veste propriamente etrusca il nome della città compare come leggenda di numerose monete rinvenute in diverse località, secondo le seguenti forme: PUPLUNA (NU N.15, 22), PUP[LUNA] (NU N.24), PUFLUNA (NU N.30), FUFLUNA (NU N.31) (TLE 357, 358, 378, 409, 459, 789).</p>
<p>Circa la sua etimologia, Populonia finora è stata interpretata come &#8220;città consacrata a FUFLUNS = Bacco&#8221;, invece a me sembra che sia molto meglio interpretarla come &#8220;città consacrata a Giunone Populonia&#8221; (Iunio Populonia; vedi Macrobio, Sat. 3, 11, 6; Arnobio, 3, 31), protettrice contro i saccheggi (lat. populatio «saccheggio» da populus «gioventù in armi», che molto probabilmente deriva proprio dall’etrusco). Populonia infatti era l&#8217;unica grande città etrusca situata sulla riva del mare e per questa circostanza era continuamente esposta alle incursioni dei pirati. Inoltre c’è da ricordare che la dea Giunone era una dea propriamente etrusca e si chiamava UNI. È pure verosimile che uno dei santuari che, secondo Strabone, esistevano nell’acropoli di Populonia e precisamente quello grande ritrovato e scavato di recente nella sella tra i due poggi del Castello e del Molino, fosse dedicato appunto a Giunone.**</p>
<p>Massimo Pittau</p>
<p>www.pittau.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>**Studio che verrà pubblicato nella rivista fiorentina «Microstoria».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chiaramonti, il sito e il nome di Mauro Maxia</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 07:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[toponomastica]]></category>

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		<description><![CDATA[  L&#8217;abitato di Chiaramonti[1] occupa un elevato terrazzo calcareo che domina tutta la valle interna dell&#8217;Anglona. Ai margini dell&#8217;altura emergono tracce di insediamenti che risalgono al Neolitico e all&#8217;età nuragica. Sepolture ipogee sono conosciute sia sul versante settentrionale sia su quello meridionale[2]. Un nuraghe, vicino ai resti dell&#8217;antica chiesa di S. Caterina, occupa il ciglio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//sany0140.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1130" title="sany0140" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//sany0140.jpg" alt="sany0140" width="278" height="240" /></a>L&#8217;abitato di Chiaramonti[1] occupa un elevato terrazzo calcareo che domina tutta la valle interna dell&#8217;Anglona. Ai margini dell&#8217;altura emergono tracce di insediamenti  che risalgono al Neolitico e all&#8217;età nuragica. Sepolture ipogee sono conosciute sia sul versante settentrionale sia su quello meridionale[2]. Un nuraghe, vicino ai resti dell&#8217;antica chiesa di S. Caterina, occupa il ciglio della scarpata che precipita verso la fonte detta Su Tùlchis[3]. La strada che dalla distesa di Paùles risale verso il pianoro di S. Caterina e S. Giuliano presenta dei caratteri che consentono di assegnarne la realizzazione all&#8217;età romana[4].<span id="more-450"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La parte più antica dell&#8217;insediamento medievale occupa il pendio meridionale del pianoro sul quale sorgono i resti del castello doriano che, di fatto, si riducono ad un moncone di torre poi riutilizzato come campanile dell&#8217;antica parrocchiale di S. Matteo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il reticolo urbano di questo antico rione presenta i caratteri tipici dell&#8217;abitato medievale. Significativa è la sua denominazione, Carrùzu longu[5], che prende nome dalla più importante fra le vie che portavano al castello. Il primo termine di questo toponimo deriva dal genovese carruggio &#8220;via di città&#8221;[6] e rievoca in modo piuttosto evidente la signoria dei Doria. Ugualmente significativo è il titolo dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, al cui culto era dedicata l&#8217;omonima chiesa gentilizia dei Doria a Genova. Un agiotoponimo segnala la perduta chiesa di S. Luigi[7], l&#8217;unica che sorgesse nel rione di Carrùzu Longu. Il monumento, l&#8217;unico a recare questo titolo in Anglona, era diroccato durante gli anni Trenta[8]; in seguito venne demolito e il suo materiale riutilizzato per la costruzione di vicine abitazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull&#8217;origine del castello le fonti storiche tacciono e il parere degli studiosi non è univoco. Una lontana eco, ma non documentata, ne farebbe risalire la fondazione ai Malaspina[9]. Le prime citazioni, però, sono relativamente tarde e sono riferite ad una presenza consolidata da parte dei Doria.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia genovese dovette tenere in grande considerazione la posizione strategica del castello e probabilmente incentivò la creazione del nuovo abitato. La medesima denominazione del borgo, infatti, sul finire del Trecento acquisì un prestigio tale da prevalere quasi sulla denominazione della stessa Anglona. Tale aspetto rende probabile una dipendenza diretta di questa regione non più da Castelgenovese (Castelsardo) ma dal nuovo borgo chiaramontese. Di ciò è un chiaro indizio nel fatto che questa incontrada elesse insieme al villaggio di Chiaramonti  un unico rappresentante, distinto da quello di Castelgenovese e della regione marittima di Coghinas, per la firma dell&#8217;atto di pace del 1388. Un altro indizio della preminenza del borgo chiaramontese sull&#8217;incontrada anglonese è rappresentato dal fatto che esso era retto da un podestà; una carica, questa, che depone a favore dell&#8217;esistenza di un&#8217;istituzione comunale, della quale però non si è conservata alcuna testimonianza esplicita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il borgo fu fondato con la funzione di caposaldo dell&#8217;Anglona interna. Ciò è efficacemente dimostrato dal titolo di castrum et civitas claramontana &#8220;castello e città di Chiaramonti&#8221;. L&#8217;antica parrocchiale era definita a sua volta ecclesia episcopalis S. Mattei, facendo sorgere interrogativi sulle sue presunte prerogative di cattedrale[10]. Tale circostanza poteva essere relativa al fatto che nell&#8217;area sottoposta a Chiaramonti era ubicata la sede episcopale di Bisarcio, della quale forse in quel periodo si progettava la traslazione.</p>
<p style="text-align: justify;">É probabile che il borgo formatosi al piede del maniero si sia sviluppato a detrimento di due villaggi che erano ubicati, rispettivamente, nell&#8217;area compresa fra le chiese di S. Caterina, S. Giuliano e S. Michele[11] e nell&#8217;altra descritta dagli agiotoponimi  S. Matteo, S. Pietro[12] e S. Vincenzo[13], più comunemente nota come s&#8217;Elva nana[14]. Successivamente il borgo si ingrandì accogliendo i superstiti di Orria Pitzinna dopo che costoro avevano abbandonato in un primo tempo il loro villaggio e in seguito il sito denominato Bidda nòa. Esso raggiunse ben presto l&#8217;apice della sua importanza, tanto che nell&#8217;atto di pace del 1388 il toponimo Çaramonte è associato con quello dell&#8217;Anglona[15], diventandone alternativo.</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile che la fortezza sia stata edificata a seguito dell&#8217;ampliamento dei possedimenti doriani verso il Monteacuto, un evento che si realizzò dopo l&#8217;estinzione dell&#8217;istituzione giudicale logudorese. Si dovrà ritenere comunque che la formazione del nuovo abitato sia avvenuta non prima della metà del Trecento, in quanto il toponimo non compare in alcun documento di tale periodo mentre esso è attestato per la prima volta nel 1388[16] e in seguito in alcune delle note iniziali del codice quattrocentesco di S. Pietro di Sorres[17]. Anche le altre attestazioni sono tutte riferibili alla seconda metà del XIV secolo[18].</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;origine dell&#8217;abitato si dovrà dunque ad una dinamica di attrazione esercitata dalla struttura militare rappresentata dal castello[19] e da un presumibile sistema di fortificazioni. In proposito, nella toponimia del centro storico si rileva la denominazione Muru Pianèdda che nel secondo termine evoca l&#8217;omonimo rione di Castelsardo. Esso è relativo all&#8217;orlo occidentale della sella che congiunge l&#8217;eminenza del castello con l&#8217;avvallamento attraversato dalla lunga via del Carmelo. Anche in questo caso, il termine Pianèdda trae la sua motivazione dai caratteri geomorfici del luogo, il quale ricorda da vicino l&#8217;insellatura della Pianédda castellanese. Il primo membro del toponimo invece fa riferimento ad un muro che localmente nessuno ricorda a memoria d&#8217;uomo. Potrebbe trattarsi di un indizio relativo ad un&#8217;eventuale cinta muraria.</p>
<p style="text-align: justify;">La denominazione Codìna Rasa, cui si è accennato, significa letteralmente &#8220;roccia spianata e spoglia&#8221;[20] e si attaglia perfettamente ai caratteri fisici della scabra altura. In questa ampia distesa, dominante e facilmente difendibile, Guglielmo III di Narbona, che il 15 febbraio del 1412 verosimilmente vi era accampato col suo esercito, concesse in feudo il villaggio di Monti a Pietro de Fenu, cittadino sassarese originario di quel centro del Monteacuto[21].</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro interessante toponimo urbano è Sa Nièra &#8220;la ghiacciaia&#8221;[22]. Esso è relativo ad una spelonca che in antico veniva utilizzata per l&#8217;immagazzinamento e il compattamento della neve, operazione che consentiva di disporre di scorte di ghiaccio fino ad estate inoltrata[23].</p>
<p style="text-align: justify;">Appena fuori dell&#8217;abitato si rileva il toponimo Bulvàris[24] &#8220;recinti per bovini&#8221;, che segnala la presenza in questo sito dei recinti dove venivano custoditi i bovini del villaggio, secondo un&#8217;antica consuetudine documentata nei secoli precedenti al Trecento[25]. Del toponimo si è appresa localmente la pronunciabuivvàriu sanu[26], che probabilmente è da ricostruire in Buivvàri Usànu, il cui secondo elemento rappresenta una variante aferetica dell&#8217;aggettivo (b)osànu ‘bosano, di Bosa&#8217; che, come è noto, è anche il nome sardo del vento di libeccio; vento che, appunto, soffia da sud-ovest, cioè dalla stessa direzione che corrisponde a quella della località dove si trovavano gli antichi recinti.</p>
<p style="text-align: justify;">La grafia più antica, Çaramonte va interpretata come una variante grafica rispetto all&#8217;attuale pronunciaTzaramonte che è in atto sin dall&#8217;origine, come dimostrano sia la suddetta forma con la cediglia sia la grafia Saramonte, a sua volta attestata agli inizi del Quattrocento[27] ed è confermata in documenti della prima metà del Seicento[28].</p>
<p style="text-align: justify;">Fra le forme successive la grafia Çiaramonte[29], che risale al 1412, appare un compromesso fra la forma sarda Tzaramònte e quella sassarese Ciaramònti, che verosimilmente doveva essere già vitale. Le forme Claramontis e Claramonte rappresentano invece dei cultismi, probabilmente insorti per l&#8217;influsso esercitato da gentilizi iberici o italiani, dai quali è scaturita verosimilmente la denominazione ufficiale attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima attestazione cartografica del toponimo è relativamente tarda. Essa risale probabilmente al 1639 e riporta la forma spagnola Claramonte[30]. Più interessanti risultano l&#8217;Atlante di Giovanni Oliva (1638), in cui è riportata la grafia ataramonte, che riecheggia la forma autoctona, e la carta della Sardegna di Domenico Colonbino (1720), in cui risulta la grafia Csaramonte[31].</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attuale denominazione ufficiale appare fuorviante rispetto all&#8217;origine autoctona del toponimo che ha una struttura bimembre, essendo esso costituito dai due distinti elementi tzàra e monte. Un caso analogo è rappresentato dal toponimo Orgomònte (Orani)[32], nel quale si distingue il radicaleorg-[33] unito, come si suppone nel presente caso, al secondo elemento monte &#8220;monte&#8221;. Un celebre esempio di oronimo bimembre diglossico è rappresentato dal Mongibello, denominazione popolare del vulcano Etna, nella quale concorrono un primo elemento neolatino mon-, che è un&#8217;apocope dimonte, e un secondo elemento gibello, derivato dall&#8217;arabo gebel &#8220;monte&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché il significato del secondo termine del toponimo in questione è evidente, l&#8217;analisi etimologica va condotta in riferimento al primo elemento. In molti ritengono che il toponimo derivi da un&#8217;originaria forma claru de monte &#8220;punto panoramico del monte&#8221;. E in effetti sotto il profilo geomorfico una tale relazione non può assolutamente passare inosservata, poiché il sito dove venne fondato il castello occupa proprio il punto dominante e panoramico del colle sul quale si è sviluppato in seguito l&#8217;abitato. Tuttavia, rispetto a tale supposta forma originaria, sul piano fonetico si oppone vistosamente l&#8217;esitoçara-, sara-, tara-, tzara- del primo elemento che risulta attestato già dalle forme originarie. Il sardo antico clàru nell&#8217;area dialettale logudorese settentrionale dà regolarmente l&#8217;esito ciàru, giàru, jàru. Ora, poiché si deve ritenere che tali esiti siano insorti fin dagli ultimi due secoli del medioevo, si deve supporre che le grafie più antiche del toponimo avrebbero dovuto corrispondere a Ciaramònte[34], *Giaramònte. Le grafie documentate, al contrario, lasciano credere che si tratti di esiti formatisi o nella latinità oppure in ambito paleosardo. Ciò discende dal fatto che la pronuncia del fonema th nel Logudoro era ancora tale nel periodo in cui furono promulgati gli Statuti di Sassari, mentre nel Cinquecento nel dominio linguistico logudorese settentrionale il medesimo fonema si era ormai evoluto in t. In tal senso apparirebbe significativa la citata grafia Ataramonte attestata nell&#8217;Atlantedell&#8217;Oliva. Ma pretendere un esito cl- &gt; th- (ç-, tz-, s-, t-) appare del tutto contrario alle norme della fonetica storica del logudorese, le quali per il suddetto esito presuppongono gr. th-, lat. ci-, ti-, ital.c&#8217;, spagn. ch- o forme fortemente indiziate di origine paleosarda[35].</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento di cui si discute sembra poversi ricondurre al noto fitonimo tzàra, a(u)tzàra, aussàra&#8221;smilace, clematide&#8221;[36], che è di probabile origine paleosarda[37], dal quale sono derivati il toponimoAtzàra e successivamente l&#8217;omonimo cognome[38]. Il fatto che l&#8217;area di diffusione di questo fitonimo sia attualmente ristretta al dominio campidanese e che nel Logudoro oggi la clematide sia nota col termine bidighìnzu[39] non preclude una precedente diffusione del sostantivo (at)tzàra anche nel Nord dell&#8217;isola. Ciò perché il termine bidighìnzu, che è di origine latina[40], ha sostituito la precedente denominazione paleosarda in tutto il Settentrione dell&#8217;isola e nella stessa Barbagia, estendendo il proprio influsso fino ad Oristano[41]. Nella medesima area di bidighìnzu è attestato il fitonimo di probabile origine paleosarda tét(t)i &#8220;smilace&#8221; che con le varianti campidanesi tintiòni, tintiòi arriva a coprire anche la parte meridionale dell&#8217;isola[42]. Ora, se si considera che per la smilace si dispone di un&#8217;unica denominazione per l&#8217;intera Sardegna, si può accettare che anche (at)tzàra fosse l&#8217;unica denominazione paleosarda per indicare la clematide. E in effetti, escludendo per ovvi motivi l&#8217;area abitata, nella macchia mediterranea che caratterizza il territorio di Chiaramonti la clematide è presente in modo notevole. Va osservato anche un particolare piuttosto significativo: nell&#8217;area a insediamento sparso denominata Sassu Jòsso[43] la vitalba (Clematis vitalba L.), i cui resistenti sarmenti sono utilizzati per legare le fascine di lentischio, è conosciuta non con la denominazione di bidighìnzu, bensì con quella di tétti-tétti[44]. Se ne deduce che, almeno in questa area, così come accade tuttora per il campidanese, le denominazioni della smilace e della clematide tendono ad essere confuse. Quantunque questa zona sia piuttosto limitata e non possa fare testo, il particolare non può passare inosservato. La proposta che si può avanzare su questo specifico aspetto consiste dunque nell&#8217;ipotizzare che in origine tét(t)i e (at)tzàra valessero, rispettivamente, &#8220;smilace&#8221; e &#8220;clematide&#8221; per l&#8217;intero territorio sardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//sany0141.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1131" title="sany0141" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//sany0141.jpg" alt="sany0141" width="240" height="254" /></a>Il toponimo Tzaramònte sembrerebbe dunque indicare che in questa altura in origine abbondava latzàra &#8220;clematide&#8221;, per cui il suo significato originario poteva corrispondere verosimilmente a quello di &#8220;monte della clematide&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è accennato prima ai toponimi diglossici, cioè a quelle denominazioni che inglobano degli elementi provenienti da due lingue diverse. Essi hanno origine spesso in situazioni di trapasso linguistico, in quei particolari frangenti storici nei quali si ha la sovrapposizione di un nuovo codice linguistico rispetto ad un altro[45]. Nel caso della forma sarda Tzaramònte non si può ignorare la possibilità che il primo membro del toponimo abbia una relazione col libio-punico zarata/zarai[46]. In particolare non sembra insensato l&#8217;accostamento con il berbero àzar, attestato già in antico da Tolomeo nel toponimo Azar òros &#8220;monte roccia&#8221;[47]. In tal senso appare suggestivo il confronto con l&#8217;oronimoMonte Zara (Monastir), nel quale il significato di &#8220;monte (della) rupe&#8221; trova un&#8217;esemplare corrispondenza nei caratteri geomorfici dell&#8217;altura che esso denomina.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché il citato vocabolo libico è sicuramente attestato in siti della Sardegna meridionale che conobbero il dominio punico[48], l&#8217;esempio può essere esteso anche al caso di Chiaramonti. É ormai scientificamente acquisito che i Punici ebbero in Anglona una delle loro più significative aree di influenza materiale e culturale. Ciò è ampiamente documentato da una serie di stele funerarie e da altri reperti ritrovati in vari siti sia costieri sia dell&#8217;entroterra[49] che giustificherebbero l&#8217;azione di tale influsso anche nell&#8217;odierno territorio di Chiaramonti.</p>
<p style="text-align: justify;">Se nel caso del citato Monte Zara (pron. tzàra) la posizione del termine romanzo è determinata dalla struttura della lingua sarda, nulla vieta che l&#8217;oronimo Tzaramonte sia derivato direttamente dalle strutture sintattiche del latino (*tzara mons) o del greco (àzar oros). In entrambe le lingue infatti il termine &#8220;monte&#8221; viene posposto. In tal caso il toponimo in questione avrebbe un originario significato di &#8220;monte della rupe&#8221; rispetto al quale il contesto geomorfico della località mostra una aderenza di esemplare valore probatorio. A nessuno può sfuggire che il toponimo Tzaramonte designa infatti una altissima rupe che si segnala per il suo inconfondibile profilo da molti chilometri di distanza. Sotto questo profilo appaiono interessanti gli oronimi Monte Saralói (Bitti), Taccu Tara (Sadali) e Monte Taratta (Tresnuraghes, che, similmente al toponimo in questione, mostrano di essere costruiti con la medesima radice tzar-, sar-, tar- del toponimo in questione.<br />
[1] Le prime attestazioni del nome del villaggio sono documentate nelle seguenti fonti: CSPS = Codice di San Pietro di Sorres. Testo logudorese del XV secolo, a cura di A. Sanna, Cagliari, 1956, n. 8:Caramonte; n. 35: Zaramonte; n. 269: Saramonte; CDS = Tola P., Codex Diplomaticus Sardinae, &#8220;Historiae Patriae Monumenta&#8221;, X, II vol., Torino 1861-68,  vol. I, doc. CL, p. 837; vol. II, doc. XII, p. 46:Çaramonte; II, doc. XV: Çiaramonte; Claramunt. CS, p. 176: Claramontis.
</p>
<p style="text-align: justify;">[2] Relativamente al versante settentrionale una domu de janas, contenente il corredo funebre, è venuta alla luce alcuni anni fa nella località sa Tedàja; per il versante meridionale si conosce una necropoli a domus, in gran parte compromessa da interventi arbitrari, che prende il nome di Sos Furrighèsos.</p>
<p style="text-align: justify;">[3] Cfr. IGM = Istituto Geografico Militare, Carta d&#8217;Italia, scala 1:25.00, f. 180 II N.O: &#8220;f.na su Tuschisi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] Per questi toponimi si rimanda a un prossimo articolo in cui si parlerà del villaggio di Ostiano de Monte.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] NLAC  = MAXIA M., I nomi di luogo dell&#8217;Anglona e della Bassa Valle del Coghinas, Ozieri 1994, p. 121.</p>
<p style="text-align: justify;">[6] DES = M. L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, I, Heidelberg 1960; II, I Heidelberg 1962; III, Indici delle voci e delle forme dialettali compilati da Raffaele G. Urciolo, Heidelberg 1964, vol. I, p. 309.</p>
<p style="text-align: justify;">[7] Devo questa ed altre notizie al sig. Gesuino Montesu, prodigo informatore scomparso nel frattempo, alla cui memoria rivolgo i miei sentimenti di riconoscenza e un affettuoso ricordo.</p>
<p style="text-align: justify;">[8] Notizia fornita dal sig. Nicolino Accorrà, memoria storica della comunità chiaramontese, scomparso nel frattempo.</p>
<p style="text-align: justify;">[9] Cfr. Meloni G., Casteldoria. Processo per una resa, in &#8220;Archivio Storico Sardo&#8221;, Cagliari, 1986, vol. XXXV, p. 101.</p>
<p style="text-align: justify;">[10] Virdis A., Porte sante in Logudoro, in Archivio Storico di Sassari, anno XII, Sassari 1986, pp. 204-205.</p>
<p style="text-align: justify;">[11] NLAC, p. 378: &#8220;Santa Caderìna&#8221;; p. 386: &#8220;Santu &#8220;Igliànu&#8221;; p. 388: &#8220;Santu Miàle&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">[12] NLAC, p. 388: &#8220;Santu Matteu&#8221;; p. 390: &#8220;Santu Pedru&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">[13] Il toponimo &#8220;S. Vincenzo&#8221; non è censito nel catasto, nel quale va individuato in corrispondenza del f. 2, mapp. 20; esso è attestato localmente nella forma Santu Pitzènte; la notizia è stata riferita dal sig. Domenico Accorrà, che possiede un appezzamento nella contigua località di Elva Nana.</p>
<p style="text-align: justify;">[14] NLAC, p. 162.</p>
<p style="text-align: justify;">[15] CDS, t. I, parte II, sec. XIV, doc. CL, p. 837. L&#8217;atto fu sottoscritto da Nicolò de Vare, che fu nominato procuratore generale, dal podestà Joanne Pisquella e dai notabili Mariano Sanna, Raymundo Siloca, Furadu Furcha, Leonardo Dardar (si intenda &#8220;d&#8217;Ardara&#8221;), Comita Manunça, Guantino Murgia, Andrea Squintu, Gantino Capra, Petru de Iscanu, Joanne Mudadu, Nicolao Churchulleo, Arçoco Pinna, Leonardo de Muru, Petru Claru, Petrone de Villa, Petru de Yana, Comitacu de Are, Gantino de Mela, Leonardo de Campu, Furadu Falche, Petru Murgia, Georgio de Lacon, Elia de Çori, Christofolo Usay, Nicolao Pinna, Joanne Seda, Nicolao de Cerchido, Comita de Serra, Çaru de Puçolu e Petru Falche.</p>
<p style="text-align: justify;">[16] CDS, I, parte II, doc. CL, ibidem.</p>
<p style="text-align: justify;">[17] CSPS, n. 8.</p>
<p style="text-align: justify;">[18] A.C.A. = Archivo de la Corona de Aragón, Barcellona, Cancillerìa, registro 1020, f. 151; reg. 1022, ff. 35-42.</p>
<p style="text-align: justify;">[19] Cfr. Casula F. C., &#8220;Castelli e fortezze&#8221;, in Atlante della Sardegna, a cura di R. Pracchi e A. Terrosu Asole con la direzione cartografica di M. Riccardi, Roma 1980, fasc. II, pp. 109-113.</p>
<p style="text-align: justify;">[20] DES, vol. I, p. 392: &#8220;kòte&#8221;; II 338.</p>
<p style="text-align: justify;">[21] CDS, II, doc. XII, p. 46.</p>
<p style="text-align: justify;">[22] DES, vol. II, p. 169.</p>
<p style="text-align: justify;">[23] Un identico toponimo è attestato anche a Nulvi.</p>
<p style="text-align: justify;">[24] Mappa catastale del Comune di Chiaramonti, foglio 19, mapp.109; cfr. NLAC, p. 104.</p>
<p style="text-align: justify;">[25] Cfr. Statuti Sassaresi, I, cap. 106; Carta de Logu de Arborea, n. 179.</p>
<p style="text-align: justify;">[26] La notizia è stata acquisita personalmente presso il sig. Giovanni Tedde.</p>
<p style="text-align: justify;">[27] CSP, nn. 35, 269.</p>
<p style="text-align: justify;">[28] Archivio Parrocchiale di Sedini, Quinque Libri del villaggio di Spelungas, ff. 33, 34.</p>
<p style="text-align: justify;">[29] CDS, vol. II, doc. XV, p. 52.</p>
<p style="text-align: justify;">[30] Piloni L., Le carte geografiche della Sardegna, Cagliari, 1974.</p>
<p style="text-align: justify;">[31] Piloni L. cit., tavv. XXXVI, XVII, LV.</p>
<p style="text-align: justify;">[32] NLS = Paulis G., I nomi di luogo della Sardegna, I, Roma, 1986, p. 224.</p>
<p style="text-align: justify;">[33] LS = M. L. Wagner, La lingua sarda. Storia spirito e forma, Berna 1954, pp. 289-291.</p>
<p style="text-align: justify;">[34] La grafia Ciaramonte, in effetti, è attestata nell&#8217;ACCA = Archivio del Capitolo della Cattedrale di Ampurias, Castelsardo, Vol. 1, f. 10, l. 18 ma si tratta di una forma catalana da leggere Siaramonte; cfr. DA = Mauro Maxia, La diocesi di Ampurias. Studio storico-onomastico sull&#8217;insediamento umano medioevale, Chiarella, Sassari, 1997, p. 225.</p>
<p style="text-align: justify;">[35] Sul  medesimo argomento cfr. FSS = Wagner M. L., Fonetica storica del sardo, Introduzione traduzione e appendice di Giulio Paulis, Cagliari, 1984 , pp. 179 segg.; 536 segg.</p>
<p style="text-align: justify;">[36] NPS = Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna. Etimologia storia tradizioni, Roma 1992, pp. 182-183.</p>
<p style="text-align: justify;">[37] DES I 153.</p>
<p style="text-align: justify;">[38] CSSO = Pittau M.,  I cognomi della Sardegna. Significato e origine di 5.000 cognomi, Roma, 1992, p. 16. Il cognome Atzara non va confuso con Azara e con le varianti di quest&#8217;ultimo Asara, Dasara, Sara che sono di origine corsa e hanno alla base il toponimo Sara, che è una forma popolare di Serra di Scopamene, comune della Corsica meridionale vicino alle Bocche di Bonifacio.</p>
<p style="text-align: justify;">[39] DES II 579-580; NPS, pp. 181-182.</p>
<p style="text-align: justify;">[40] DES II 579-580.</p>
<p style="text-align: justify;">[41] Ibidem.</p>
<p style="text-align: justify;">[42] DES II 480; NPS, pp. 220-221.</p>
<p style="text-align: justify;">[43] IGM, f. 180 II NE.</p>
<p style="text-align: justify;">[44] Questa variante conferma la bontà dell&#8217;intuizione di Giulio Paulis, in NPS, p. 221, sulla probabile origine onomatopeica di questo fitonimo.</p>
<p style="text-align: justify;">[45] LS, p. 287.</p>
<p style="text-align: justify;">[46] Paulis G., Osservazioni toponomastiche sul sostrato preromano della Sardegna, Atti del 1° Convegno di studi &#8220;Un millennio di relazioni fra la Sardegna e i Paesi del Mediterraneo&#8221;, Selargius-cagliari 1985, pp. 20-21; NLS, p. XXVII.</p>
<p style="text-align: justify;">[47] Tolomeo, IV, 5.</p>
<p style="text-align: justify;">[48] Paulis G., Osservazioni toponomastiche sul sostrato preromano della Sardegna, cit., ivi.</p>
<p style="text-align: justify;">[49] Barreca F., Insediamenti punici in Sardegna, in Atlante della Sardegna cit., pp. 88-90.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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<p style="text-align: justify;"> </p>
</div>
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