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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; recensioni</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>Spòsati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura  di Costanza Miriano</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Costanza Miriano è nata 41 anni fa a Perugia e vive a Roma. Sposa e mamma di quattro esseri che sarebbe ottimistico e incauto definire bambini, due di razza maschile e due femminile, un tempo era laureata in lettere classiche, ma attualmente studia le tabelline. Aspirante casalinga, attualmente è giornalista alla RAI,  tg3 nazionale. E’ cattolica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px; font-weight: normal;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//171881_1703695885164_1621002443_1630595_2126186_o11.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7195" title="171881_1703695885164_1621002443_1630595_2126186_o1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//171881_1703695885164_1621002443_1630595_2126186_o11.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>Costanza Miriano è nata 41 anni fa a Perugia e vive a Roma.</span></h1>
<div>
<p style="text-align: justify;">Sposa e mamma di quattro esseri che sarebbe ottimistico e incauto definire bambini, due di razza maschile e due femminile, un tempo era laureata in lettere classiche, ma attualmente studia le tabelline.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspirante casalinga, attualmente è giornalista alla RAI,  tg3 nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ cattolica fervente, e, convinta che in cielo si vada solo per raccomandazione, cerca sempre dei canali preferenziali per arrivare al Capo Supremo. Trova che la messa e il rosario siano quelli che funzionano meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è molto altro da aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. Costanza Miriano, Spòsati e sii sottomessa.  Spòsati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura, Vallecchi Editore, Firenze 2011, pp. 252 € 12,</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Costanza Miriano</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1231.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7197" title="images-12" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1231.jpeg" alt="" width="78" height="127" /></a>L’uomo ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo. La donna si lamenta, e vorrebbe che lui le dicesse quanto è brava, eroica e meravigliosa: lui, ammesso che sia rimasto nella stanza ad ascoltare, cercherà una soluzione rapida al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Sposare un uomo, che appartiene irrimediabilmente a un’altra razza, e vivere con lui, è un’impresa. Ma è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania. In questa raccolta di lettere originali ed esilaranti Costanza Miriano scrive di amore, matrimonio e famiglia in uno stile inedito: se fosse per lei produrrebbe delle encicliche, ma siccome non è il Papa mescola i padri della Chiesa e lo smalto Chanel, la teologia e Il grande Lebowski, sostenendo con ferrea convinzione la dottrina cristiana del matrimonio senza perdere d’occhio l’ultima borsa di Dior. D’altra parte, come scriveva Chesterton, «non c’è niente di più eccitante dell’ortodossia».</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro si può acquistare anche sul sito della Vallecchi. <a href="http://www.vallecchi.it/sho_main.aspx?t=5&amp;id=2415&amp;cat=3624&amp;az=390166&amp;codice=FVVWFLFR">Clicca qui.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Per acquistarlo su Amazon <a onclick="return mugicPopWin(this,event);" href="http://www.amazon.it/gp/product/8884272149/ref=s9_simh_gw_p14_d0_g14_i1?pf_rd_m=A11IL2PNWYJU7H&amp;pf_rd_s=center-1&amp;pf_rd_r=0WPXR6Z5SF923BR7NHYB&amp;pf_rd_t=101&amp;pf_rd_p=214853307&amp;pf_rd_i=426865031">clicca qui </a>  o su IBS <a href="http://www.ibs.it/code/9788884272140/miriano-costanza/sposati-sii-sottomessa.html">clicca qui</a></p>
<h1 style="text-align: justify;"><em><br />
</em></h1>
</div>
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		<title>Il contesto storico in cui è fiorito il genio di Antoni Gaudí. Tessitore di pietre  e costruttore di futuro di Silvia Guidi</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 06:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Un Atlante che trasporta sulle spalle il mondo del suo tempo, e soprattutto il tempo del suo mondo, con la noncuranza di un bambino che se lo mette in tasca&#8221;; così Ricard Torrents ha definito Antoni Gaudí, l&#8217;artista che viveva solo, accampato nel suo studio all&#8217;interno del cantiere della Sagrada Família, ricco esclusivamente del suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-952.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6965" title="images-9" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-952.jpeg" alt="" width="110" height="111" /></a>&#8220;Un Atlante che trasporta sulle spalle il mondo del suo tempo, e soprattutto il tempo del suo mondo, con la noncuranza di un bambino che se lo mette in tasca&#8221;; così Ricard Torrents ha definito Antoni Gaudí, l&#8217;artista che viveva solo, accampato nel suo studio all&#8217;interno del cantiere della Sagrada Família, ricco esclusivamente del suo genio e di quella fede semplice che &#8211; come assicura la provocazione perennemente inattuale del Discorso della montagna (Matteo, 5, 3-10) &#8211; permette di vedere Dio ed ereditare la Terra.<span id="more-6964"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occasione per parlare del contesto in cui è fiorito il genio dell&#8217;artista catalano è stata offerta dalla sessione accademica &#8220;L&#8217;epoca di Gaudí in Catalogna e in Italia&#8221; &#8211; strettamente connessa alla mostra &#8220;Gaudí e la Sagrada Família: Arte, Scienza e Spiritualità&#8221; allestita presso il Braccio di Carlo Magno in Vaticano &#8211; che si è tenuta mercoledì scorso all&#8217;Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, e ha visto la partecipazione del presidente della Società Verdaguer Ricard Torrents e del direttore del nostro giornale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-852.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6966" title="images-8" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-852.jpeg" alt="" width="93" height="112" /></a>La conferenza è stata introdotta da Antoni Matabosch, presidente onorario della Fondazione Joan Maragall, dopo i saluti della padrona di casa, l&#8217;ambasciatrice Maria María Jesús Figa López-Palo e del cardinale arcivescovo di Barcellona, Lluís Martínez Sistach; tra il pubblico erano presenti l&#8217;arcivescovo Ignacio Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e monsignor Luis Ladaria, arcivescovo segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura e l&#8217;opera di Gaudí sono per Torrents l&#8217;incarnazione vivente &#8211; e l&#8217;aggettivo non è scelto a caso, a 85 anni dalla morte dell&#8217;artista &#8211; del celebre motto di sant&#8217;Ignazio di Loyola citato anche in Iperione di Friedrich Hölderlin, Non coerceri maximo contineri minimo, divinum est.</p>
<p style="text-align: justify;">La Bellezza in Gaudí, ha spiegato Torrents nel suo intervento, si comunica intera e indivisa nella grande opera come nel particolare più minuscolo; simile alle geometrie dei frattali, ogni frammento contiene al suo interno una complessità sorprendente. All&#8217;interno della Sagrada Família &#8211; che lo stesso artista catalano aveva definito &#8220;una foresta di pietra&#8221; &#8211; le colonne, alla base, nascono dalla fusione di più poligoni, per avvicinarsi sempre più alla sezione rotonda salendo verso l&#8217;alto, fino a connettersi ai bulbi dei capitelli in un intreccio di strutture che sembrano appartenere più alla botanica che all&#8217;architettura; per sottolineare questo aspetto, Torrents ha fatto appello all&#8217;etimologia del catalano bastir, costuire, analogo al tedesco besten (cucire insieme, intrecciare corteccia e fibre vegetali). Da un analogo intreccio di amicizie e rapporti di mutua stima &#8211; come quello che legò per tutta la vita Gaudí e il capitano di industria Eusebi Güell &#8211; era nata l&#8217;idea stessa di costruire un tempio espiatorio a Barcellona, lanciata dal libraio Josep Maria Bocabella, fondatore della Asociación Espiritual de Devotos de san José di ritorno da un viaggio in Vaticano, nel 1872. Confraternita che forse non avrebbe raggiunto i 600mila affiliati &#8211; in quella che il reporter Edmondo de Amicis, sulle pagine del quotidiano fiorentino &#8220;La Nazione&#8221; descrive come &#8220;la città meno spagnola della Spagna&#8221;, talmente industrializzata da assomigliare più a Manchester che a Madrid &#8211; se l&#8217;8 dicembre di due anni prima Papa Pio IX non avesse proclamato san Giuseppe patrono della Chiesa universale. Il tessuto vivente della Chiesa, allora come oggi, è la linfa di cui si nutrono gli steli di pietra del basilica catalana, un cantiere aperto in cui, progettando le torri mancanti, si lavora anche alla difficile ricucitura dello strappo tra fede e modernità aperto dal positivismo di fine Ottocento.</p>
<p>http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#3</p>
<p>(©L&#8217;Osservatore Romano 16 dicembre 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Come la teologa bavarese von Kirschbaum valorizzò la donna di Cristiana Dobner</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 13:13:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Charlotte sapeva pensare   E l&#8217;autodidatta smise di essere musa per diventare persona Dalla donna musa alla donna che pensa da sé e produce da sé in autonomia, il cammino storico è stato lungo e lento. Charlotte von Kirschbaum si colloca, storicamente, su questo percorso con peculiarità proprie e ambiguità che rendono interessante la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Charlotte sapeva pensare</p>
<p style="text-align: center;">  E l&#8217;autodidatta smise di essere musa per diventare persona</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q05a-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6903" title="Charlotte.jpg" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q05a-1-300x255.jpg" alt="" width="300" height="255" /></a>Dalla donna musa alla donna che pensa da sé e produce da sé in autonomia, il cammino storico è stato lungo e lento. Charlotte von Kirschbaum si colloca, storicamente, su questo percorso con peculiarità proprie e ambiguità che rendono interessante la sua discutibile figura di pensatrice e di donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Di stirpe aristocratica e militaresca &#8211; il padre è generale &#8211; Charlotte, nata nel 1899 in Baviera, frequenta un liceo femminile che, se le offre una cultura elevata per gli standard del tempo, tuttavia già la inquadra in una mentalità che escludeva per la donna l&#8217;accesso all&#8217;università.<span id="more-6902"></span> Dopo la morte prematura del padre, Charlotte frequenta un corso per infermiere presso la Croce Rossa e la sua strada personale nella vita sembra così delinearsi: però l&#8217;incontro con il teologo e parroco Georg Merz, grande amico di Karl Barth, apre un nuovo scenario. Lo studio della teologia entra negli interessi della giovane donna, che vi si applica con passione e curiositas, mentre nasce l&#8217;amore fra lei e Karl Barth, sposato e padre di cinque figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Strali moralistici sono piovuti in abbondanza su questa relazione, che conosce molte sfaccettature intellettuali, ma provoca anche molto dolore nella moglie e nei figli di Karl Barth per la sua ambiguità quotidiana, perché Charlotte, in veste di segretaria e collaboratrice ma in realtà come amante, fin dal 1929 risiede nella stessa casa della famiglia Barth e ne condivide la vita. Dolore e tensione non potevano mancare, in una lettera Barth scrisse: &#8220;Con il reciproco &#8220;comprender-si&#8221; è incominciata per noi la sventura (o meglio: si è mostrata in esso). Ora, a nostra salvezza in ciò deve anche mostrarsi che noi ci comprendiamo davvero&#8221;. Il ruolo di Charlotte è variegato: segretaria, consulente teologica e collaboratrice, &#8220;badilante intellettuale&#8221; nella creazione del famoso Zettelkasten, l&#8217;imponente schedario, indispensabile per la ricerca e la composizione delle opere barthiane; ma è ben difficile discernere quanto si deve a lei nelle pagine della poderosa Dogmatik. L&#8217;autore la definì &#8220;in ogni senso indispensabile e fedele collaboratrice&#8221; e afferma che &#8220;all&#8217;origine e allo sviluppo dell&#8217;opera ella prese parte in maniera tanto smisurata&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo dopo l&#8217;esilio svizzero, durante il nazismo e la conclusione della seconda guerra mondiale, Charlotte esce dallo sfondo e si stacca dal suo ruolo di donna musa a servizio di un intellettuale, per acquisire una dimensione personale, propria e femminile. Guarda caso, proprio riflettendo, teologicamente e biblicamente, sulla donna. Non che le fossero temi estranei fino ad allora, ma l&#8217;ottica con cui li affrontò divenne diversa. Le quattro relazioni e un articolo, oggi raccolti sotto il titolo La donna vera (Cantalupa, Effatà, 2011, pagine 176, euro 11,50), rappresentano quindi il pensiero, finalmente autonomo, di una teologa non accademica ma formatasi attraverso un rigoroso studio personale e la frequentazione del teologo Barth.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di partenza della riflessione di Charlotte è la Bibbia, ma nell&#8217;ottica di una teologa e non di un&#8217;esegeta, accettando stimoli scientifici e confessionali diversi, poggiando lo sguardo su Simone de Beauvoir, Gertrud von Le Fort e Martin Buber.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua dottrina sulla donna parte dall&#8217;interpretazione dell&#8217;immagine di Dio come relazione io-tu, mentre la relazione fra uomo e donna viene intesa analogamente come relazione fra persona umana e Dio. L&#8217;incontro con Cristo, però, motiva l&#8217;idea della subordinazione della donna &#8220;ovvero quella di un ordine in cui la persona umana (uomo e donna) è sottomessa a Dio&#8221;, come si sottolinea chiaramente nell&#8217;attenta prefazione. Charlotte von Kirschbaum passa da un ordine sociale strutturato gerarchicamente a uno simbolico, mantenendo la classica suddivisione dei ruoli maschili e femminili.</p>
<p style="text-align: justify;">Tematiche che allora ancora non si discutevano corrono sotto la sua penna: il servizio di predicazione della donna, la riflessione su questioni etico-sociali legate alla professionalità della donna. Nell&#8217;interpretazione dei passi biblici si scorge in filigrana l&#8217;esperienza stessa dell&#8217;autrice che la porta a una sua teologia dei generi. Si intersecano così teologia e biografia femminile, in un frangente storico in cui la donna stava per uscire allo scoperto, ma ancora non era apparsa del tutto sulla scena teologica e intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mareike e Michael Hartmann, nella loro presentazione, ritengono l&#8217;opera della von Kirschbaum &#8220;un testo estremamente ambizioso, teologicamente fondato, seppure con qualche debolezza nelle esegesi bibliche, e, almeno nella sua impostazione, anche emancipato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Un desiderio di valorizzazione innerva tutti i cinque pezzi raccolti ma offre anche il fianco a tante debolezze di pensiero e di raffronto con la realtà. L&#8217;opera, se letta all&#8217;interno di quei prodromi che si stavano manifestando, offre una testimonianza di apertura, di tentativo di scrollarsi di dosso una veste troppo stretta e fa conoscere una donna che, negli ultimi undici anni della sua vita, afflitta dall&#8217;Alzheimer, visse in uno stato confusionale, prima di lasciare la storia nel 1975.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#5">http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#5</a></p>
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		<title>Una lettura del &#8220;Gesù di Nazaret&#8221; di Benedetto XVI di Gianni Ambrosio</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 08:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo quasi integralmente la relazione tenuta dal vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio in occasione dell&#8217;incontro di presentazione del libro Gesù di Nazaret. Dall&#8217;ingresso a Gerusalemme fino alla resurrezione svoltosi all&#8217;università di Parma nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa della Libreria Editrice Vaticana che sta portando il lavoro di Joseph Ratzinger &#8211; Benedetto XVI negli atenei italiani, incontro di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pubblichiamo quasi integralmente la relazione tenuta dal vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio in occasione dell&#8217;incontro di presentazione del libro Gesù di Nazaret. Dall&#8217;ingresso a Gerusalemme fino alla resurrezione svoltosi all&#8217;università di Parma nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa della Libreria Editrice Vaticana che sta portando il lavoro di Joseph Ratzinger &#8211; Benedetto XVI negli atenei italiani, incontro di cui abbiamo dato conto nell&#8217;edizione di ieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1177.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6894" title="images-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1177.jpeg" alt="" width="84" height="137" /></a> Ci si avvicina a un&#8217;opera d&#8217;arte con passi successivi. Il primo passo &#8211; penso alla cattedrale di Parma, al bassorilievo della Deposizione di Antelami &#8211; consiste in uno sguardo generale per cogliere la bellezza e l&#8217;armonia dell&#8217;insieme. Il secondo passo sarà l&#8217;approfondimento. Vorrei dire l&#8217;&#8221;ascolto&#8221;, perché l&#8217;opera d&#8217;arte ha una &#8220;voce&#8221;. L&#8217;ascolto non solo intende andare più in profondità, ma desidera anche sentire il &#8220;respiro&#8221;, captare il &#8220;suono&#8221;, cogliere il &#8220;senso&#8221; dell&#8217;opera. Così mi sono posto di fronte al libro Gesù di Nazaret di Benedetto XVI: è come un&#8217;opera d&#8217;arte cui avvicinarsi poco alla volta, guardando e ascoltando. Sono i due passi che, ovviamente, si intrecciano, anche se, per chiarezza espositiva, cercherò di tenerli distinti.<span id="more-6893"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Manifestando fin d&#8217;ora il desiderio di arrivare a parlare con l&#8217;autore attraverso il suo scritto, comunicare con lui per mezzo delle parole che egli ha scritto e della riflessione che ha attuato. E soprattutto con il desiderio di comunicare con Colui che è al centro della ricerca del nostro autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q04a.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6895" title="Noli_me_tangere.jpg" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q04a-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Partiamo dal sottotitolo della seconda parte del Gesù di Nazaret: Dall&#8217;ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione. Si tratta dunque dell&#8217;ultima settimana della vita di Gesù, una settimana scandita in nove capitoli che partono dalla purificazione del tempio per arrivare all&#8217;ultimo capitolo riguardante la risurrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il grande affresco che sta davanti a noi, questo è il percorso che Benedetto XVI compie seguendo il cammino stesso di Gesù come viene raccontato dai vangeli: dall&#8217;ingresso di Gesù in Gerusalemme, accolto dalla folla festante, alla solitudine nell&#8217;orto degli ulivi, dal processo fino alla sua morte in croce e alla sua risurrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottolineo, sono alcuni aspetti di questo affresco-riflessione-meditazione di Papa Benedetto XVI. Il rovesciamento del sogno messianico-politico di Israele è espresso con parole profonde e emozionanti: &#8220;Gesù non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti ai margini della propria vita e ai margini della società. Egli mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell&#8217;amore&#8221; (p. 34). Emerge una profonda partecipazione orante di Benedetto XVI quando descrive l&#8217;animo di Gesù nel Getsèmani: Gesù &#8220;ha sperimentato l&#8217;ultima solitudine, tutta la tribolazione dell&#8217;essere uomo. Qui l&#8217;abisso del peccato e di tutto il male gli è penetrato nel più profondo dell&#8217;anima. Qui è stato toccato dallo sconvolgimento della morte imminente. Qui il traditore lo ha baciato. Qui tutti i discepoli lo hanno lasciato. Qui Egli ha lottato anche per me&#8221; (p. 169).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q04b.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6896" title="caravaggio incredulità.JPG" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//280q04b-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anche se solo accennata, mi è parsa interessante la missione delle donne rispetto al vangelo di Gesù e alla forma concreta della vita ecclesiale. Scrive: &#8220;Come già sotto la croce &#8211; a prescindere da Giovanni &#8211; si erano ritrovate soltanto donne, così era a loro destinato anche il primo incontro con il Risorto. La Chiesa, nella sua struttura giuridica, è fondata su Pietro e gli Undici, ma nella forma concreta della vita ecclesiale sono sempre di nuovo le donne ad aprire la porta al Signore, ad accompagnarlo fin sotto la croce e a poterlo così incontrare anche quale Risorto&#8221; (p. 292).</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente l&#8217;impegno del Papa teologo si esprime in modo del tutto particolare nel capitolo 9, intitolato &#8220;La risurrezione di Gesù dalla morte&#8221;. Traspare qui, anche nel linguaggio, tutto lo stupore già sperimentato dai discepoli, dai testimoni della risurrezione, &#8220;sopraffatti dalla realtà&#8221;. Ma da questa realtà sperimentata, essi sono indotti ad attestare &#8220;con un coraggio assolutamente nuovo&#8221; che &#8220;Cristo è veramente risorto&#8221;. &#8220;Di fatto &#8211; argomenta il Papa &#8211; l&#8217;annuncio apostolico col suo entusiasmo e con la sua audacia è impensabile senza un contatto reale dei testimoni con il fenomeno totalmente nuovo e inaspettato che li toccava dall&#8217;esterno e consisteva nel manifestarsi e nel parlare del Cristo risorto. Solo un avvenimento reale di una qualità radicalmente nuova era in grado di rendere possibile l&#8217;annuncio apostolico, che non è spiegabile con speculazioni o esperienze interiori, mistiche&#8221; (p. 305). D&#8217;altronde &#8220;la risurrezione di Gesù (&#8230;) è una sorta di &#8220;mutazione decisiva&#8221; (&#8230;) un salto di qualità. Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini&#8221; (p. 272).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;insistenza di Benedetto XVI su questo asserto centrale nella tradizione di tutte le Chiese è ben comprensibile: &#8220;La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti&#8221; (p. 269).</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo questo primo momento con il &#8220;modo sommesso&#8221; dell&#8217;agire di Dio: &#8220;è proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell&#8217;umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all&#8217;umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di &#8220;vedere&#8221;. E tuttavia &#8211; non è forse proprio questo lo stile divino? Non sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà, donare e suscitare amore&#8221; (p. 306). Anche per questo agire di Dio &#8220;in modo sommesso&#8221;, occorre essere disponibili all&#8217;ascolto. Lo stesso Benedetto XVI si è messo in ascolto, alla ricerca del &#8220;Gesù reale&#8221;: questa ricerca-ascolto avviene al culmine della sua vita di credente, di teologo, di pastore, quando è stato scelto quale vescovo di Roma. Non possiamo dimenticare ciò che egli disse nel suo primo messaggio ai cardinali elettori: &#8220;il Signore mi ha voluto suo Vicario, mi ha voluto &#8220;pietra&#8221; su cui tutti possano poggiare con sicurezza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito un Papa non scrive e non pubblica libri durante il suo pontificato. Quando Giovanni Paolo II presentò Varcare la soglia della speranza &#8211; il suo primo libro scritto durante il pontificato, nel 1994 &#8211; ne parlai in termini positivi con un eminente teologo. Egli mi rispose, piuttosto freddo: &#8220;risulta troppo difficile precisare il grado di magistero in un intervento pontificio così inusuale&#8221;. L&#8217;osservazione del teologo poteva anche essere pertinente, ma fu un grande merito di Giovanni Paolo II esporre non con i toni alti del Magistero, neppure con il linguaggio argomentato del teologo, ma nella forma colloquiale, di domanda e risposta, in stile semplice e immediato, la sua esperienza di uomo di fede e il suo insegnamento di maestro. Così, dopo i libri pubblicati da Giovanni Paolo II, questa forma di comunicazione non è più del tutto inusuale. Anzi, credo che possa essere considerata una forma interessante in cui troviamo insieme il maestro con il linguaggio dell&#8217;insegnamento, l&#8217;annunciatore con il linguaggio dell&#8217;annuncio e della testimonianza, l&#8217;amico e compagno di viaggio con il linguaggio della confidenza e dell&#8217;accompagnamento spirituale e culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aspetto dell&#8217;ascolto che desidero sottolineare è proprio questo. Il Papa afferma di essere alla ricerca del volto del Signore e vuole approfondire questa ricerca insieme ai suoi lettori. Ma tiene conto di una grande difficoltà: la distanza, forse quasi la separazione, tra il &#8220;Gesù storico&#8221; e il &#8220;Cristo della fede&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Da molto tempo i vangeli vengono sottoposti allo stesso trattamento cui sono sottoposti dagli storici i testi antichi. Questo avviene dal punto di vista della metodologia che individua i processi storici attraverso cui i vangeli si sono formati, con le varie tappe della formazione del testo. Ma la distanza diventa separazione quando la metodologia diventa invadente e pervasiva, soprattutto quanto fa da supporto a un preciso pregiudizio: il Cristo della fede ha favorito l&#8217;immagine di Gesù trasmessa dai vangeli. Più radicalmente: il Cristo della fede ha creato il Gesù dei vangeli.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta di Benedetto XVI a questa diffusa tendenza non consiste nel rifiuto del metodo storico-critico. Anzi, il metodo è accolto, perché per la fede biblica è fondamentale il riferimento agli eventi storici reali. E la fede cristiana continua e approfondisce questo riferimento agli eventi storici: il fatto storico è un riferimento decisivo per la fede cristiana. Se venisse eliminata dal Credo l&#8217;affermazione et incarnatus est, la fede cristiana diventerebbe un&#8217;altra cosa. Ma: &#8220;il &#8220;Gesù storico&#8221; che, come appare nella corrente principale dell&#8217;esegesi critica sulla base dei suoi presupposti ermeneutici, è troppo insignificante nel suo contenuto (&#8230;), è troppo ambientato nel passato&#8221; (p. 8-9). Alla fin fine, il metodo storico-critico, se assolutizzato, attua una vivisezione del testo evangelico, il suo spezzettamento, fino a perdere l&#8217;insieme: per cui la comprensione sfugge. È inoltre da considerare indebito il passaggio dalla metodologia (il vangelo è assunto come sono assunti altri testi antichi) all&#8217;affermazione pregiudiziale (il vangelo è solo un testo antico, è nient&#8217;altro che un testo antico).</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prima volta un Papa usa il metodo storico-critico nella lettura dei vangeli. Ma se lo accoglie e lo fa proprio confrontandosi con la sfida che viene dal ricorso a questo metodo, ne fa vedere, in actu exercito, i limiti. Benedetto XVI tiene conto della ragione storica &#8220;responsabilmente&#8221;, in quanto &#8220;è necessariamente contenuta in questa stessa fede&#8221; (p. 9). Ma la ragione storica risulta troppo ristretta: occorre allora &#8220;coniugare tra loro le due ermeneutiche&#8221;, quella che proviene dalla ragione storica e quella che si fonda sulla fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta davvero interessante &#8220;ascoltare&#8221; quest&#8217;opera d&#8217;arte, cogliendone l&#8217;intenzione orientatrice, il dinamismo creativo, l&#8217;argomentazione pacata, per tornare poi ad ammirare ancora una volta l&#8217;insieme. &#8220;Spero che mi sia stato dato di avvicinarmi alla figura del nostro Signore in un modo che possa essere utile a tutti i lettori che vogliono incontrare Gesù e credergli&#8221;: sono le parole con cui Benedetto XVI conclude la premessa (p. 9). Sono certo che la speranza del Papa non andrà delusa: la sua riflessione rende vivo il volto del Signore e attuali le sue parole. Accompagnati da Benedetto XVI, possiamo incontrare Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne e accogliere la Vita che si è fatta disponibile all&#8217;uomo (cfr. Giovanni, 1, 1-4). Didascalia: Caravaggio, &#8220;Incredulità di Tommaso&#8221; (1600-1601, particolare) Didascalia: Beato Angelico, &#8220;Noli me tangere&#8221; (1438-1440)</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/index.html">http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/index.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> (©L&#8217;Osservatore Romano 4 dicembre 2011)</p>
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		<title>Vincenzo Gioberti letto da Giorgio Rumi. L&#8217;Unità d&#8217;Italia e gli affrettapopoli di Arturo Colombo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 17:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 5 ottobre si è svolto a Milano, presso la fondazione Ambrosianeum, il convegno &#8220;Giorgio Rumi storico dell&#8217;Italia unita&#8221;, organizzato nel centocinquantesimo anniversario dell&#8217;Unità e a cinque anni dalla morte dello storico milanese. Uno dei partecipanti &#8211; intervenuto insieme a Enrico Decleva, Ernesto Galli della Loggia, Marco Garzonio e Sergio Romano &#8211; ha sintetizzato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//230q05a-11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6373" title="230q05a-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//230q05a-11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 5 ottobre si è svolto a Milano, presso la fondazione Ambrosianeum, il convegno &#8220;Giorgio Rumi storico dell&#8217;Italia unita&#8221;, organizzato nel centocinquantesimo anniversario dell&#8217;Unità e a cinque anni dalla morte dello storico milanese. Uno dei partecipanti &#8211; intervenuto insieme a Enrico Decleva, Ernesto Galli della Loggia, Marco Garzonio e Sergio Romano &#8211; ha sintetizzato la sua relazione per il nostro giornale.</p>
<p style="text-align: justify;"> Rivisitare la proposta politica di Vincenzo Gioberti &#8220;ritrovandone le motivazioni di fondo e mettendone in evidenza le evoluzioni temporali nell&#8217;equilibrio delle forze via via presenti&#8221; è questo lo scopo del Gioberti di Giorgio Rumi (Bologna, Il Mulino, 1999).<span id="more-6371"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il disegno che accompagna il Primato morale e civile degli italiani (1843) si può accettare, discutere, o respingere. Ma la lezione di metodo, che Rumi ci offre, riguarda il rigore con cui rilegge Gioberti, insistendo su punti-chiave, troppo spesso dimenticati o riproposti in modo non corretto. Certo, Gioberti sostiene che &#8220;la si</p>
<p style="text-align: justify;">ngolarità del caso italiano sta nello speciale rapporto col Papato&#8221;; ma è altrettanto vero che il presupposto da cui parte Gioberti &#8211; ci spiega Rumi &#8211; è &#8220;l&#8217;esistenza delle Nazioni&#8221;. Nazioni al plurale, perché la natura e la storia hanno prodotto realtà diverse nella nostra penisola. C&#8217;è la Lombardia, col suo particolarismo; il Piemonte, spesso sedotto dal &#8220;richiamo alla nefasta influenza francese&#8221;; Venezia, memore della sua antica grandezza; Roma e Firenze, ossia &#8220;l&#8217;area cosiddetta etrusco-pelasgica, asse portante dell&#8217;indipendenza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;obbiettivo per Gioberti è inequivocabile: fare l&#8217;Italia &#8220;una, forte, potente, devota a Dio, rispettata e ammirata dai popoli&#8221;. Ma, aggiunge Gioberti, &#8220;non si può essere perfetto italiano, senza essere cattolico&#8221;. Da qui l&#8217;esigenza fondamentale: il Papa è destinato a essere il &#8220;presidente naturale e perpetuo della confederazione dei principi e dei popoli italiani&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Non basta: ha ragione Rumi di ricordarci che per Gioberti la Francia costituisce &#8220;una minaccia perenne&#8221;, al cui confronto l&#8217;Austria rimane &#8220;più estranea e defilata&#8221;. Anzi, anche &#8220;il mondo tedesco&#8221; rappresenta &#8211; sono le parole di Rumi &#8211; &#8220;l&#8217;altra ganascia della tenaglia che stringe l&#8217;Italia&#8221;. Per liberarsene, occorre unirsi, diventare nazione, realizzare &#8220;un&#8217;alleanza stabile e perpetua dei vari principi&#8221; e porre il Pontefice come &#8220;nucleo di gravitazione dell&#8217;intero sistema, culturale e politico&#8221;, così da renderlo &#8211; sono le parole conclusive del Primato &#8211; &#8220;arbitro paterno e pacificatore dell&#8217;Europa, institutore e incivilitore del mondo, padre spirituale del genere umano&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avvenimenti andranno altrimenti; ma Gioberti ha capacità, che Rumi evidenzia bene, mostrando come, pur rimanendo &#8220;religione e patria i fondamenti del pensiero politico giobertiano&#8221;, a un certo momento occorre puntare su Casa Savoia e il Piemonte. Così &#8211; precisa Rumi &#8211; la teoria e la pratica di una mediazione del Piemonte sabaudo e liberale sono centrali nell&#8217;esperienza di governo: un&#8217;esperienza molto breve, da metà dicembre 1848 al 21 febbraio del 1849.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi Gioberti si ritira dalla politica; riflette su quanto è accaduto; contesta &#8220;le false dottrine&#8221;, sia dei &#8220;conservatori&#8221;, sia dei &#8220;democratici&#8221;. E nasce l&#8217;altro grande testo, Del rinnovamento civile d&#8217;Italia (1851) che Rumi definisce frutto di &#8220;un ripensamento&#8221; del tragico biennio 1848-1849, quando &#8211; l&#8217;immagine ardita è di Gioberti &#8211; &#8220;gli affrettapopoli sono [stati] poco meno dannosi dei ritardapopoli&#8221;; ossia ha avuto responsabilità e colpe gravi chi reclamava soluzioni precipitate, come chi voleva un impossibile status quo. Spiega con acutezza Rumi: &#8220;Il realismo giobertiano, che nel Primato cercava di recuperare all&#8217;avvenire d&#8217;Italia ogni eredità del passato suscettibile di funzione redentrice, diventa nel Rinnovamento saggezza gradualista&#8221;. Infatti, se il risorgimento ha avuto un doppio esito negativo, identificato in Novara e Roma, un rinnovamento significa, per Gioberti, indicare &#8220;una strada tutta diversa da percorrere&#8221;, per &#8220;rigenerare&#8221; le grandi masse, educarle, elevarle sul piano economico e morale, spingerle verso la democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorreva, però, respingere ogni miope municipalismo, non separare mai Genova da Torino, Venezia da Milano, Bologna da Roma, Napoli da Palermo, secondo &#8220;il tenace italo centrismo&#8221; di Gioberti, come lo chiama Rumi, deciso a tenere quali perni essenziali la Roma del &#8220;monarcato ecclesiastico&#8221;, cioè &#8220;polo spirituale e culturale&#8221; e il Piemonte &#8220;retto a scettro laicale&#8221;, con Torino polo politico e statale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima osservazione. Sul numero 5 del 2001 di &#8220;Liberal&#8221; (una testata a lui cara), Rumi tornerà con un saggio dal titolo abbastanza singolare: La biblioteca delle libertà: Vincenzo Gioberti&#8221;. Non è un contributo solo storiografico, ma un intervento non privo di polemica nei confronti degli equivoci, dei malintesi e di quelli che Rumi definisce ostacoli concettuali, che impedivano &#8211; secondo le sue parole &#8211; &#8220;il cammino del federalismo in Italia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, se dal 1861 era prevalsa &#8211; sottolinea Rumi &#8211; &#8220;la scelta centralistico-prefettizia&#8221;, così forte da resistere col fascismo, e poi con l&#8217;avvento della repubblica e del sistema democratico, questo spiega la fine toccata a Gioberti e al suo progetto politico. Ossia &#8211; spiega ancora Rumi &#8211; quel suo federalismo, &#8220;spesso ricordato per l&#8217;ipotesi di presidenza papale&#8221; e caduto &#8220;per l&#8217;impossibilità pontificia di guidare una crociata di liberazione nazionale contro la cattolicissima Austria&#8221;, ha finito per essere frettolosamente &#8220;consegnato al magazzino delle cose morte delle dottrine politiche italiane&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E invece nel progetto giobertiano &#8220;c&#8217;era almeno l&#8217;intuizione di una incancellabile bipolarità tra Nord e Sud&#8221;, che Cavour avrebbe cercato di risolvere, ma di cui rimangono ferite tuttora aperte. E &#8220;il prezzo fu la cancellazione del millenario equilibrio degli Stati italiani, con nuove tensioni e impensabili problemi per le generazioni a venire&#8221;.</p>
<p>(©L&#8217;Osservatore Romano 6 ottobre 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le lacrime commuovono l&#8217;amico degli uomini di Manuel Nin</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 07:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Le liturgie cristiane di oriente e occidente celebrano il 20 luglio la festa del profeta Elia il tesbita. Quella bizantina lo presenta come ilgrande intercessore per il popolo, pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontàkion dedicato al profeta di 33 strofe, dialogo &#8211; in alcuni momenti, quasi una lotta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//165q01a.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5672" title="Vita del profeta Elia, Yabrud, Siria, XVIII secolo" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//165q01a-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Le liturgie cristiane di oriente e occidente celebrano il 20 luglio la festa del profeta Elia il tesbita. Quella bizantina lo presenta come ilgrande intercessore per il popolo, pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontàkion dedicato al profeta di 33 strofe, dialogo &#8211; in alcuni momenti, quasi una lotta &#8211; tra la misericordia e la magnanimità di Dio e lo zelo e l&#8217;ira di Elia. &#8220;Dio, il solo amico degli uomini&#8221; è il ritornello che lo scandisce.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima strofa del testo lo riassume tutto: &#8220;Vedendo le molte trasgressioni degli uomini e il grande amore di Dio per loro, Elia fu sconvolto dall&#8217;ira e al Pietoso rivolse parole senza pietà: Fa&#8217; sentire la tua collera a quanti ora ti offendono, giudice giusto! Ma non poté indurre in alcun modo la misericordia del Buono a punire quelli che lo offendevano, perché sempre attende il ravvedimento di tutti, il solo amico degli uomini&#8221;. Di fronte alla pazienza di Dio, il profeta decide di agire per conto proprio.<span id="more-5671"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Toccanti sono le espressioni del profeta: &#8220;Vedendo il profeta tutta la terra nell&#8217;empietà e l&#8217;Altissimo che sopportava e non si adirava, si infuriò e dichiarò: Agirò io d&#8217;autorità e punirò quelli che ti offendono; essi non si danno pensiero della tua grande pazienza, Padre misericordioso! Ora farò io da giudice per conto del Creatore. Ma mi preoccupa la divina indulgenza: per commuovere l&#8217;amico degli uomini bastano poche lacrime! Fermerò la sua pietà rafforzando la decisione con un giuramento&#8221;. Romano sottolinea questo quasi scontro tra lo zelo di Elia e la magnanimità di Dio: &#8220;Se vedrò sgorgare pentimento e lacrime, non potrò non elargire agli uomini la mia pietà, io, il solo amico degli uomini&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dilemma di Dio tra misericordia e giustizia lo porta a far sperimentare anche al profeta la fame e la sete del popolo punito: &#8220;Gli abitanti della terra deperivano gemendo e tendendo le mani al misericordioso. E Lui era in preda a un dilemma: desideroso di aprire il suo cuore a coloro che lo invocavano e di cedere alla pietà, ma provando vergogna per il profeta e per il giuramento da lui fatto&#8221;. Romano mette in luce come Elia vince la fame e la sete a cui Dio stesso lo sottopone, perché lo zelo e l&#8217;ira verso il popolo diventano per lui quasi un nutrimento: &#8220;Il tesbita era gonfio d&#8217;ira contro i suoi simili, e come pietra insensibile sopportava la fame, perché in luogo del cibo si nutriva del suo fermo proposito&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene poi uno dei momenti più forti dello scontro tra Dio e il profeta: &#8220;Dio disse a Elia: La tua grande devozione per me, non deve provocare in te verso gli uomini un sentimento cattivo. Io onoro la tua amicizia e non annullo il tuo decreto, ma non riesco a sostenere il pianto e l&#8217;angoscia di tutti gli uomini che ho creato! Ed Elia rispose al Signore: Preferisco morire di fame, o Santissimo! Se solo riuscirò a punire gli empi, sarà per me un gran sollievo; perciò non avere pietà di me, ma soltanto stermina gli empi sulla terra&#8221;. L&#8217;incontro del profeta con la vedova di Sarepta, donna pagana con un figlio, lo muove alla misericordia: &#8220;Nei confronti di tutti gli altri sono stato insensibile, ma nei confronti di costei mi trasformerò: abituerò la mia natura a rallegrarsi delle opere di misericordia&#8221;. Con immagini molto belle, Romano presenta la morte del figlio della vedova come una pedagogia di Dio stesso per portare Elia alla compassione verso il suo popolo: &#8220;Io credo, o Salvatore, disse Elia, che la morte di questo ragazzo sia un espediente della tua saggezza per costringermi alla misericordia. Così quando io ti chiederò: Risuscita il figlio della vedova che è morto, tu subito risponderai: Abbi pietà del mio figlio Israele&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta di Dio al profeta diventa un annuncio della sua misericordia: &#8220;Il Misericordioso rispose a Elia: Ora presta orecchio alle mie parole: io soffro e voglio adoperarmi perché la punizione finisca, perché sono misericordioso. Da padre io mi piego ai torrenti di lacrime, voglio che i peccatori si salvino. E adesso profeta ascoltami, voglio che tu sappia bene che tutti gli uomini hanno la garanzia della mia compassione&#8221;. E Romano, con l&#8217;immagine di un accordo, descrive la fine dello scontro tra Dio e il profeta e della punizione del popolo: &#8220;Dio disse a Elia: Ti propongo un accordo. Tu sei stato turbato soltanto dalle lacrime di una vedova, io invece per tutti gli uomini. Ed Elia disse: Sia fatta la tua volontà! Elargisci la pioggia e dona al morto la vita. Poiché tu, o Dio, sei vita, risurrezione e redenzione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine Dio, quasi stanco dello zelo di Elia, decide di prenderlo con sé, senza farlo passare per la morte, e di incarnarsi: &#8220;Dio disse a Elia: Lascia, amico mio, la dimora degli uomini, e scenderò io facendomi uomo nella mia misericordia; io che sono dal cielo, starò insieme ai peccatori e li libererò dalle loro colpe; scendo io che so prendere sulle mie spalle la pecora smarrita&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La conclusione è un parallelo tra il profeta e Cristo stesso: &#8220;Elia fu sollevato su un carro di fuoco, mentre il Cristo fu innalzato fra le nuvole e le potestà; quello dall&#8217;alto mandò il mantello a Eliseo, mentre Cristo mandò ai suoi apostoli il santo Paraclito che tutti noi abbiamo ricevuto col battesimo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">(©L&#8217;Osservatore Romano 20 luglio 2011)</p>
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		<title>L&#8217;istruzione in Sardegna 1720-1848 &#8211; di Angelino Tedde</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 09:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fabio Prùneri, L&#8217;istruzione in Sardegna 1820-1848, il Mulino, Bologna 2011 pp. 352 L&#8217;autore del saggio non è nuovo alla trattazione di tematiche sulla storia dell&#8217;istruzione in Italia e in Sardegna, ma è la prima volta che affronta un discorso sull&#8217;istruzione nell&#8217;isola di così ampio respiro. Al grande impegno vi arriva preparato sia dalla buona formazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fabio Prùneri, <em>L&#8217;istruzione in Sardegna 1820-1848,</em> il Mulino, Bologna 2011<br />
pp. 352</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-130.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5624" title="Unknown-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-130.jpeg" alt="" width="69" height="109" /></a>L&#8217;autore del saggio non è nuovo alla trattazione di tematiche sulla storia dell&#8217;istruzione in Italia e in Sardegna, ma è la prima volta che affronta un discorso sull&#8217;istruzione nell&#8217;isola di così ampio respiro. Al grande impegno vi arriva preparato sia dalla buona formazione  ricevuta dal suo maestro Luciano Pazzaglia sia dai componenenti della stessa scuola, in primis Luciano Caimi e Angelo Bianchi. Si vedano in proposito i suoi interventi nella rivista &#8216;Annali di storia dell&#8217;educazione e delle istituzioni scolastiche&#8217;, edita dall&#8217;editrice La Scuola di Brescia e diretta dallo stesso Pazzaglia.<span id="more-5618"></span> A monte di questo lavoro bisogna considerare in particolare le monografie: F. Prùneri,  <em>La politica scolastica del Partito Comunista in Italia dalle origini al 1955,</em> La scuola, Brescia 1999; ID., <em>Oltre l’alfabeto. L’istruzione popolare dall’Unità d’Italia all’età giolittiana: il caso di Brescia, V</em>ita e pensiero, Milano 2006 e sulla Sardegna ID., (a cura di ) <em>Il cerchio e l’ellisse. Centralismo e autonomia nella storia della scuola tra XIX e XX sec</em>., Carocci, Roma 2005 e l&#8217;altra curatela con F. Sani  <em>L’educazione nel Mediterraneo nordoccidentale. La Sardegna e la Toscana in età moderna,</em> Vita e Pensiero, Milano 2008.   A queste monografie e curatele sono da aggiungere i contributi in inglese  sulla scuola in Italia, Sardegna compresa, nelle annuali partecipazioni ai convegni internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Allenato da queste esperienze  di studio e ricerca e dai risultati menzionati, il giovane accademico, professore associato di storia dell&#8217;educazione presso la Facoltà di Lettere e  Filosofia dell&#8217;Università degli Studi di Sassari, utilizzando una vasta mole di documenti inediti giacenti presso l&#8217;Archivio di Stato di Torino e di Cagliari e con lo sguardo a quanto la  letteratura sarda ha prodotto sulla storia dell&#8217;istruzione in Sardegna, ha affrontato a tutto campo le vicende sulla scuola popolare e sulla scuola media inferiore e superiore, meglio definita boginiana, del periodo sabaudo, vale a dire da quando i sovrani piemontesi, divenuti re di Sardegna (1720), imposero gradualmente l&#8217;uso dell&#8217;italiano come lingua veicolare nelle scuole (al posto del castigliano in uso da secoli) e come lingua generalista nella burocrazia e nella vita pubblica accanto al sardo utilizzato precedentemente come lingua parlata dalla popolazione e spesso usata anche negli atti pubblici insieme al catalano, al castigliano . Si vedano in proposito le delibere della Repubblica e Città di Sassari nel corso del Cinquecento e una lunga serie di atti notarili ed ecclesiastici fino al 1848. In quest&#8217;opera, tuttavia, l&#8217;autore affronta in 5 ampi capitoli: la Sardegna scolastica all&#8217;avvento dei Savoia; la riforma boginiana;  &#8217;un regno di esemplari cristiani, fedeli sudditi ed utili membri della società civile&#8217;; la scuola normale di Carlo felice,per &#8216;rialzare le deplorevoli condizioni intellettuali, per educarli alla consapevolezza dei diritti e alla coscienza dei doveri&#8217;; &#8216;promuovere con  ogni possibile mezzo la pubblica istruzione (&#8230;) siccome base primaria ella felicità di ogni popolo.&#8217;</p>
<p style="text-align: justify;">Fabio Prùneri con particolare maestria affronta, inserendola nella società sarda del tempo, la storia delle politiche scolastiche sabaude come base per un avvicinamento della Sardegna non solo alla scuola piemontese, ma anche a quella europea. Il governo di S. M. il re di Sardegna cerca in tutti i modi di prendere sotto tutela l&#8217;istruzione, dall&#8217;alfabatizzazione all&#8217;Università, fino ad allora appannaggio degli ordini gesuitico e scolopico nei numerosi collegi e istituti, sparsi nell&#8217;isola e che avevano garantito in modo esemplare, tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento la formazione della classe dirigente. Dopo la peste del 1652-58, che aveva falcidiato senza misericordia (castigo de Diòs) maestri e scolari. Le istituzioni scolastiche avevano ripreso a funzionare fossilizzandosi in rituali pedagogici e didattici assai lontani da quanto andava muovendosi in Europa con la diffusione del verbo illuministico, diffuso solo nelle élites dell&#8217;isola, passata indenne dalla bufera napoleonica e, si può dire, arenatasi nell&#8217;ancien régime fino al 1848. In un certo senso il cauto riformismo dei Savoia e un gruppo di vescovi piemontesi, di teologi e giuristi legati a grosse personalità del Lombardo Veneto, come il Cherubini, quali il teologo educatore Antonio Manunta, il teologo Maurizio Serra, autore del manuale per le scuole normali, il magistrato Stanislao Caboni, autore del catechismo agrario, e numerosi altri, tra cui il gesuita, predicatore e pacificatore di faide, doglianese Giovanni Battista Vassallo e numerosi altri intellettuali, sulla scia delle politiche dei Savoia, (non è il caso di accennare qui alla riforma universitaria, illustrata ampiamente da egregi studi, in primis da quelli di Mattone e Sanna), promossero non solo l&#8217;innovazione degli studi e la diffusione della lingua italiana, inserendo così la Sardegna nel contesto del rinnovamento pedagogico e scientifico europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore accenna così alle  &#8221;scolette&#8221; parrocchiali primosettecentesche  promosse presso i parroci dai vescovi (Lomellini e Delbecchi in primis) per la prima alfabetizzazione, all&#8217;inserimento dell&#8217;italiano nella prima delle sette classi medie boginiane, alle resistenze dei due ordini scolastici religiosi, ma anche alla costante insistenza dei sovrani e del suo apparato nel rinnovamento degli studi e della società sarda. Sia pure con qualche licenza e testimonianze diaristiche del primo e del secondo ottocento (Spano e Manno), l&#8217;autore quasi c&#8217;introduce nel mondo della scuola e della sua autoritaria e punitiva pedagogia in contrapposizione alla Metodica del Cherubini non sempre accolta con entusiasmo dai precettori sardi, viceparroci e membri religiosi e soltanto in minor numero laici. L&#8217;accentramento pedagogico e didattico della politica sabauda lascia, purtroppo, ai primi abbozzi di Comunità, non ancora Comuni come avverrà nel 1848, l&#8217;onere dei costi e quindi la precarietà del funzionamento della scuola normale, decisamente chiamata elementare da un decreto di Carlo Alberto del 1841.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore ci introduce con una certa piacevolezza, direi quasi  con un sottile umorismo ed empatia, in questa rivoluzionaria opera di rinnovamento degli studi dell&#8217;epoca sabauda in Sardegna, particolarmente della fondazione della scuola elementare nell&#8217;isola, dell&#8217;aggiornamento delle scuole medie inferiori e superiori ante litteram. Grazie alle sue competenze non solo storiche, ma pedagogico-didattiche, dopo aver parlato del sistema scolastico, ci introduce nelle classi e ci fa assistere alla severa somministrazione delle punizioni agli alunni e alla noiosa ripetizione di regole in versi latini e a tutto l&#8217;armamentario didattico dell&#8217;epoca.  Sempre il nostro rimarca lo scopo prefissato dai Savoia per la &#8220;felicità&#8221; dei sudditi e dalla Chiesa, vista l&#8217;alleanza fra trono ed altare, per l&#8217;educazione dei buoni cristiani. Si aggiunga a tutto ciò lo scopo di elevare l&#8217;istruzione non solo scolastica delle classi contadine e pastorali e di quelle artigiane tra le quali favorire anche la crescita dei giovinetti di buona indole e di buon talento da inviare agli studi universitari. Grazie alla diffusione della Metodica del Cherubini curare altresì la preparazione didattica dei maestri elementari. Infine, tematica preminente, accentrare gli orientamenti ed indirizzi didattici e pedagogici non secondo i precedenti  orientamenti degli ordini religiosi, ma secondo le direttive dello Stato, in termini più chiari, tendere a fare dell&#8217;istruzione lo strumento per la formazione dei sudditi, quasi le prime mosse, per dopo il 1848, alla istituzione, con la Casati, di pubbliche scuole controllate dallo Stato che però, fino al 1911, lascerà ai neonati comuni gli oneri del funzionamento della stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opera colma una grossa lacuna storiografica sulla società e l&#8217;istruzione in Sardegna che, precedenti parziali tentativi (Sotgiu, Spano-Nivola) avevano tentato invano di coprire e, a nostro avviso, ben si gemella con l&#8217;opera di  A. Mattone , P. Sanna, <em>Settecento sardo e cultura europea. Lumi, società, istituzioni nella crisi dell&#8217;antico regime</em>,Francoageli, Milano 2007.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Memorie di vita di Giovanni Farre di Nulvi, raccolte da Paolo Merella</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 04:52:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovanni Farre, Memorie di vita, raccolte da Paolo Merella, Tas, Sassari 2011 pp.100 &#160; Ho letto con curiosità quest’avvincente memoria di vita del novantenne Giovanni Farre, nato a Nulvi nel 1919 e tuttora vivente anche se in precarie condizioni di salute. Si tratta di un racconto semplice e lineare dei momenti più importanti e cruciali della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovanni Farre, <em>Memorie di vita, raccolte da Paolo Merella,</em> Tas, Sassari 2011 pp.100</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_5612" class="wp-caption alignleft" style="width: 133px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-102.jpeg"><img class="size-full wp-image-5612" title="Unknown-10" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-102.jpeg" alt="" width="123" height="139" /></a><p class="wp-caption-text">Parrocchiale di Nulvi</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ho letto con curiosità quest’avvincente memoria di vita del novantenne Giovanni Farre, nato a Nulvi nel 1919 e tuttora vivente anche se in precarie condizioni di salute. Si tratta di un racconto semplice e lineare dei momenti più importanti e cruciali della vita di un uomo che ha dovuto affrontare anche le peripezie della seconda guerra mondiale (1940-1945). Non si tratta di un uomo qualunque che si lascia travolgere dagli avvenimenti, ma di un uomo che cerca di lottare e di superare i momenti peggiori, sorretto sempre dalla fede e da una eccezionale capacità di adattamento.<span id="more-5610"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nei momenti più drammatici si adatterà, per sopravvivere, a cibarsi di sassolini, di cera di steariche, di impasto di ghiande tolto dal truogolo di un maiale. Nella disperazione della lontananza dagli affetti familiari non rigetterà nemmeno il tenero sentimento che per un certo periodo lo legherà ad una donna di cui conserverà sempre il ricordo sublimato nella fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur nella disperazione sa che il valore più grande è la famiglia e la sua terra e così ha il coraggio di un distacco che sfuma come il fumo che sbuffa dal comignolo del treno che lo porterà in patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue memorie, scritte all’età di 90 anni, non gli permettono di situare con precisione storica gli avvenimenti che lo travolgono tra il 1940 e il 1945, durante la guerra e successivamente nel periodo restante della sua vita, per adattarsi nel migliore dei modi al periodo di pace sia nel lavoro vario ed assiduo sia nella formazione di una famiglia che può ben dirsi numerosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questa memoria di vita dovesse avere un titolo potrebbe essere quello della storia di un uomo che ha saputo vivere con dignità in pace e in guerra, nella fame e nell’abbondanza, nelle prove e nella normalità. Ottimista, attivissimo, rispettoso verso tutti, solidale e soprattutto uomo di fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste memorie di vita di un uomo esemplare meritano certamente di essere pubblicate e consegnate ai figli e ai pronipoti, ai parenti e a tanti amici e a chi vorrà leggerle sia nelle biblioteche sia sul web perché anch’esse fanno parte della “nuova storia” elaborata dai noti storici degli “Annales” fin dal 1929.</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo, per concessione dei figli che hanno curato la pubblicazione delle Memorie, uno dei più significativi capitoli del volumetto.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">VI</p>
<p style="text-align: center;">CAMPO DI DISCIPLINA</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il numero di riconoscimento lo avevamo già avuto tutti quanti, quando eravamo stati fatti prigionieri ed io, come già detto, avevo il 35322 ben marchiato sul colletto della mia divisa di carcerato, ma ora non si trattava più di essere solo esclusivamente un numero, la musica era cambiata e la mia condizione era diventata nel giro di poche ore drammatica. Le nostre vere sofferenze, mie e degli altri internati nel campo, stavano per cominciare, non eravamo più come prima prigionieri, si fa per dire a piede libero, adesso eravamo rinchiusi in un vero campo di disciplina, quasi simile a un campo di concentramento. Quella sarebbe stata per tutti un’esperienza indimenticabile, che avrebbe segnato in maniera indelebile le nostre vite e tanti di noi non sarebbero più tornati alle loro famiglie e alle loro case. Sento ancora un brivido al ricordo di quel periodo, ma allora, come adesso, ho sempre confidato nell’aiuto di Dio, nella forza dei miei principi e nella mia strenua lotta per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La prigionia, come detto, era molto dura ed estenuante, il cibo era scarsissimo e di pessima qualità e consisteva solitamente in qualche patata, una crosta di pane e una porzione di acqua maleodorante. Ogni giorno dovevo inventarmi un espediente per avere un po’ più di cibo, a volte riuscivo a scambiare le mie sigarette con delle patate, altre volte facevo il giocoliere e riuscivo a farmi dare delle patate, che lanciavo in aria per poi riprenderle al volo con la bocca. La sera, poi, ci riunivamo nella baracca, tutti intorno ad una vecchia stufa a legna a scaldarci e far cucinare le patate da me racimolate durante la giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel campo era molto importante, direi anzi decisivo per la sopravvivenza, conoscere almeno un mestiere, perché i tedeschi non ne volevano sapere di gente che non faceva nulla. Quasi ogni giorno arrivava un ufficiale nella nostra baracca, alla ricerca di qualche prigioniero che sapesse sbrigare un particolare lavoro. Una volta avevano bisogno di un sarto, allora io ho alzato subito la mano e mi sono offerto, nonostante sapessi appena tenere un ago in mano. Quella volta mi è andata bene, c’era da rammendare una divisa e delle camicie, ed io cercando di ricordare come cuciva mia madre, quando la sera ci sedevamo tutti attorno al braciere e lei, con maestria, riusciva a sistemare i nostri vecchi e usati capi di abbigliamento, sono riuscito a cavarmela bene, ricevendo in cambio una porzione doppia di cibo. Un’altra volta avevano bisogno di un muratore ed io, come sempre, ho subito alzato la mano. Così, ogni volta che c’era bisogno di qualcuno, io mi proponevo subito e mi ingegnavo per fare tutto quello che mi chiedevano di fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno è venuto un soldato per cercare un calzolaio, immediatamente ho alzato la mano, ma il soldato, sospettando che lo volessi fregare, mi ha picchiato gridandomi che lui non credeva che io sapessi fare anche quel mestiere. Con le poche parole di tedesco che sapevo, l’ho implorato che mi facesse provare e se non ci fossi riuscito, poteva anche uccidermi. Il lavoro consisteva nella riparazione di un paio di stivali che appartenevano a un alto ufficiale tedesco, che teneva tantissimo alle sue calzature, questi stivali erano ridotti in pessime condizioni, tanto che il capo calzolaio del campo non se la sentiva di fare lui la riparazione e temeva una severa punizione da parte dell’ufficiale. Allora mi sono seduto al banchetto, ringraziando il Signore che mi aveva spinto, tanto tempo prima, a imparare quel mestiere da mio padrino. Effettivamente gli stivali erano proprio in condizioni disperate, ma io non mi sono perso d’animo, ho chiesto che mi facessero avere il materiale necessario e mi sono messo all’opera, sotto lo sguardo attento del soldato, che aspettava con ansia un mio errore per saltarmi addosso. Avrò detto non so quante “Ave Maria” durante la riparazione, ma alla fine il lavoro era riuscito alla perfezione e gli stivali erano ritornati come nuovi. Il capo calzolaio non stava in se dalla gioia e, dopo aver cacciato in malo modo il soldato, ammonendolo che non si permettesse più di picchiarmi, ha ottenuto dall’ufficiale di tenermi con lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mestiere di calzolaio era molto ricercato, perché le scarpe scarseggiavano e chi ne possedeva un paio, sapeva bene che difficilmente avrebbe potuto averne un altro, pertanto era di vitale importanza che ci fosse qualcuno che sapesse riparare quel prezioso bene. Il lavoro era tanto e a me andava bene così, finché avevano bisogno della mia opera, ero al sicuro. Ogni giorno vedevo morire dei prigionieri, chi per stenti, chi per deperimento, chi per una qualche malattia, ma io continuavo ad andare avanti, con la sola forza della mia fede e della mia volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno alla settimana mi mandavano in un paesino vicino al campo di prigionia a fare diversi lavoretti, che consistevano prevalentemente in opere murarie e riparazioni di calzature. In particolare, andavo a lavorare in una grande cascina nella quale allevavano dei maiali. Avevo sempre molta fame e guardavo con ingordigia il cibo destinato agli animali, così con la scusa di andare fuori a orinare, mi avvicinavo con cautela al truogolo e mi mettevo a mangiare l’impasto di ghiande insieme ai maiali. Un giorno, però, mentre ero intento a sbaffare l’impasto mi hanno scoperto, la guardia era una persona molto anziana e non tanto cattiva, dallo spavento mi tremavano le gambe e non riuscivo a parlare, allora il soldato, nel vedermi in quelle condizioni, mi ha detto di non farlo più, che per questa volta non avrebbe riferito il mio comportamento ai superiori, ma guai se avessi osato farlo un’altra volta, mi avrebbe consegnato al plotone di esecuzione per fucilarmi. Contento di avermela cavata a buon mercato ho ringraziato e promesso di non ripetere più quel comportamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente del paesino iniziava a volermi bene, venivo accolto con benevolenza nelle loro case, ero sempre disponibile a fare qualunque lavoro e loro hanno iniziato a chiamarmi “Gospo Ivan”, a me piaceva che mi chiamassero così e, piano piano, ho iniziato a capirli e a parlare la loro lingua. Rispetto agli altri prigionieri, che pativano la fame e il freddo, stavo un po’ meglio, il cibo era sempre scarso, ma sempre meglio di quello che ci passavano al campo. Io, comunque, avevo ugualmente sempre fame, quindi, quando potevo andavo in cerca di cibo, per me e per i miei compagni di sventura, da dividere insieme la sera quando ritornavo al campo. Un giorno mentre riparavo un pollaio, ho visto una gallina per terra che sembrava morta, dopo essermi guardato intorno, visto che nessuno mi spiava, l’ho sollevata e le ho tirato subito il collo per maggior sicurezza. Dopo averla nascosta sotto il mio logoro pastrano, ho ripreso a lavorare. Scesa la sera, giunto il momento di ritornare al campo, il padrone del pollaio stava per chiamare la guardia che mi avrebbe dovuto riaccompagnare, quando si è accorto che dal mio pastrano spuntavano alcune piume. Al suo ordine ho subito aperto il cappotto, lasciando intravedere la gallina morta. Ero certo che mi avrebbe denunciato alla guardia e che la mia ora era giunta, questa volta mi avrebbero fucilato! E invece no, mi ha chiesto perché lo avevo fatto ed io candidamente gli ho risposto che avevo sempre fame e che, inoltre, dovevo pensare anche ai miei compagni che stavano peggio di me. Impietosito dal mio racconto, mi ha detto che era meglio non mangiare quella gallina, che forse era malata, e in cambio mi ha dato una gallina già cotta avvolta in grande tovagliolo, alcune focacce di pane e delle patate. Dopo ha chiamato la guardia per riportarmi al campo e gli ha detto che la roba che avevo era un suo regalo e che non si azzardasse a toccarla. Al mio rientro nella baracca ho chiamato tutti gli altri prigionieri e gli ho mostrato tutto quel ben di Dio, la fame era tale che abbiamo sbafato tutto in pochi minuti. Quella notte, dopo lungo tempo, tutti siamo andati a dormire a pancia piena.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben presto, però, è finita la cuccagna, il paesino era stato evacuato e, pertanto, non ho più avuto possibilità di uscire dal campo. La mia fame cresceva giorno dopo giorno, a volte mi sembrava di impazzire, il mio stomaco vuoto borbottava in continuazione, così per riempirlo con qualcosa ho iniziato a ingoiare dei sassolini, che sceglievo fra i più lisci e privi di asperità, che deglutivo lentamente lasciando che si posassero nello stomaco, dandomi la sensazione di una certa sazietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Col tempo anche questo espediente cominciava a non bastare, le porzioni di cibo erano sempre più scarse e prive di qualsiasi sostanza, continuavo a deperire a vista d’occhio e pensavo che se non fossi riuscito a ingurgitare una qualche cosa, che placasse la fame, sarei morto. Un giorno, mentre ero nella cappella del campo di prigionia per eseguire alcuni lavori di restauro, il mio sguardo è caduto sul contenitore delle candele votive, subito mi è venuto un lampo di genio, così mi sono guardato attorno e senza indugiare ho preso tre candele che, dopo essermi fatto il Segno della Croce e chiesto perdono alla Madonna, ho trangugiato come fosse cibo di sovrani. Le candele erano molto migliori dei sassolini, era più facile inghiottirle e avevano un sapore accettabile, per renderle più appetitose le impastavo con acqua e buccia di patate. Purtroppo, anche questo doveva finire, un giorno il prete che celebrava la messa nel campo di prigionia, preoccupato dal fatto che il numero delle candele andava via via diminuendo, senza peraltro trovare i mozziconi delle stesse nel foro in cui erano infilate, ha iniziato a insospettirsi e si è messo a spiarmi. Così mentre ero intento a prendere la mia porzione quotidiana di candele, mi ha colto con le mani nel sacco. Mi ha guardato con occhi di fuoco e mi ha detto che prima gli uomini, poi Dio mi avrebbero punito per il mio gesto. Allora mi sono inginocchiato ai suoi piedi e gli ho detto che non temevo la punizione del Signore, perché tutti i giorni lo veneravo e pregavo per la salute e la pace di tutti, quello che mi preoccupava era la mia sorte terrena, non per me, che ero più che mai stanco di quella, si fa per dire, vita, ma per la mia famiglia, per mia moglie e per mio figlio, che era appena un bambino, che avrebbero sofferto se io non fossi più tornato nella mia terra. Le mie semplici e accorate parole, sono riuscite a colpire il cuore del sacerdote, che mi ha perdonato, assicurandomi che non mi avrebbe denunciato ma, una volta terminati i lavori, non sarei più dovuto ritornare in chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">I giorni sembravano non aver mai fine, i nostri carcerieri erano sempre più severi e ci controllavano costantemente, inoltre ci costringevano a raderci la barba tutti i giorni, però non ci davano gli strumenti per rasarci, quindi bisognava ingegnarsi. Per mia fortuna ero riuscito a trovare una vecchia lametta da barba, tutta arrugginita e quasi senza filo, meglio di niente comunque, per non farmela portare via dovevo tenerla nascosta sotto il letto e avevo sempre il terrore che potessero trovarmela. Questa, come tutte le altre, era una delle tante angherie che ho dovuto sopportare, senza potermi lamentare, perché in questo caso avrei subito ulteriori punizioni rischiando, inoltre, un allungo del periodo di detenzione. L’ultimo giorno, poi, doveva dimostrarsi il peggiore di tutti, ero arrivato a un punto tale di sfinimento che il mio peso era ben al di sotto di 40 chili, al punto tale che svenivo in continuazione, ma nonostante questo mi hanno costretto, a furia di bastonate sulla schiena, a raccogliere la ghiaia da terra per metterla in un secchio poi, appena finito di riempirlo, dovevo svuotarlo e dopo continuare a riempirlo, per poi di nuovo svuotarlo, così di seguito fino all’infinito. In quel momento ho pensato che non avrei potuto farcela e che si stava avvicinando la mia ora, quando, fra uno svenimento e l’altro, ho avuto come una visione e mi è apparsa la Madonna, identica, nell’aspetto, alla statua esposta nella chiesa di Nulvi, mi ha guardato con amore e poi mi ha detto queste parole: “Stai tranquillo che ti salvi”. Allora, quasi per miracolo, mi sono ritornate le forze e la voglia di reagire, così ho ripreso a riempire e svuotare il secchio e mentre lavoravo, mi rivolgevo alla Madonna dicendole: “Madonnina mia aiutami tu”, fino a quando il mio sorvegliante mi ha detto che poteva bastare. Da quel giorno la Madonna mi è sempre stata vicina e non mi ha più abbandonato.</p>
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		<title>Fermezza e diplomazia di Pio XII nelle carte della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari  di Vincente Càrcel Ortì</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 14:42:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cardinale Pacelli e la seconda Repubblica spagnola Dai documenti inediti la conferma dei difficili rapporti tra Chiesa e Governo nel corso degli anni Trenta Nel primo decennio del pontificato di Pio XI, la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari (Aes) si occupò di alcune provvisioni di diocesi spagnole e di altre questioni. Fu però a partire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il cardinale Pacelli e la seconda Repubblica spagnola</p>
<p style="text-align: justify;">Dai documenti inediti la conferma dei difficili rapporti tra Chiesa e Governo nel corso degli anni Trenta</p>
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<div id="attachment_5530" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//132q05bIn.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5530" title="4.jpg" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//132q05bIn-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il cardinale E. Pacelli</p></div>
<p>Nel primo decennio del pontificato di Pio XI, la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari (Aes) si occupò di alcune provvisioni di diocesi spagnole e di altre questioni. Fu però a partire dal 1931 che questo dicastero dovette riunirsi regolarmente per esaminare la complessa situazione della Chiesa in Spagna dopo la proclamazione della Repubblica e poi durante la guerra civile, finita il 15 aprile 1939.<span id="more-5529"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tale attività è stata ampiamente analizzata e documentata da Roberto Regoli, della Pontificia Università Gregoriana, in uno studio presentato al congresso internazionale promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche &#8211; tenutosi nella Città del Vaticano dal 26 al 28 febbraio 2009 &#8211; nel volume La sollecitudine ecclesiale di Pio XI a cura di Cosimo Semeraro (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pp. 183-229). Gli interventi elaborati per le congregazioni plenarie furono in generale molto voluminosi e vennero suddivisi in due parti: la prima comprendeva la relazione e la seconda il sommario, pieno di documenti, generalmente dispacci della Nunziatura di Madrid e altri testi che permettevano ai cardinali di studiare la questione e di redigere i corrispondenti voti scritti, che si conservano rilegati insieme al rispettivo intervento in Aes, Rapporti delle Sessioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i voti dei cardinali sono interessanti, ma alcuni rivestono un&#8217;importanza particolare per l&#8217;autorevolezza di chi li emise, per esempio il cardinale Pietro Gasparri che, malgrado non fosse più segretario di Stato, nell&#8217;esporre il tema dava prova della sua straordinaria esperienza e competenza, rafforzate da una prodigiosa memoria storica sul modo di procedere della Santa Sede in situazioni simili a quella spagnola.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo insieme di voti si distinguono però quelli del cardinale Eugenio Pacelli per la sua duplice funzione di segretario di Stato e di prefetto della suddetta Congregazione. Di solito interveniva per ultimo, dopo aver ascoltato gli altri cardinali, e i suoi testi autografi riassumevano la questione fondamentale, riprendendo le opinioni già espresse e completandole con contributi originali, innovativi, molto particolareggiati e autorevoli, in quanto Pacelli disponeva di maggiori informazioni su ogni tema e inoltre aveva alle spalle molti anni di esperienza diplomatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo i suoi voti sono una fonte inedita per approfondire la conoscenza della movimentata storia spagnola degli anni Trenta, in quanto Pacelli intervenne in tutte le plenarie tenutesi dal 1931 al 1938. Cinque di esse ebbero luogo nel 1931. La prima, il 23 aprile, per dibattere il tema del riconoscimento della Repubblica proclamata pochi giorni prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Pacelli lesse il seguente voto: &#8220;Intorno alla questione della attuale situazione religiosa nella Spagna sembra che debbano considerarsi tre punti: 1) Il primo punto è l&#8217;attitudine da tenersi dalla S. Sede di fronte al Governo Provvisorio della Repubblica spagnola. Gli E.mi hanno già indicato i criteri che devono ispirare l&#8217;azione della Santa Sede di fronte al Governo di fatto, sebbene sia nell&#8217;origine illegittimo. 2) A questi criteri mi sembra quindi che debba anche praticamente ispirarsi la condotta della S. Sede. Alla nota dell&#8217;Ambasciatore si potrà rispondere accusando ricevimento, ringraziando della comunicazione ed aggiungendo forse anche che la S. Sede è disposta ad assecondare il Governo provvisorio nell&#8217;opera del mantenimento dell&#8217;ordine, nella fiducia che anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici, massime in una nazione in cui la quasi totalità della popolazione professa la religione cattolica. Simile istruzione converrebbe dare al Nunzio e per di lui mezzo ai Vescovi. Non eventuali eccessivi entusiasmi né passi comuni; ma rispetto dell&#8217;autorità costituita e richiamo al dovere di assecondarla per il mantenimento dell&#8217;ordine. Già qualche vescovo, ad es. il Vescovo di Barcellona ha fatto qualche cosa di simile, come risulta dalla circolare al Clero pubblicata dalla Vanguardia.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Questione del Patronato. Il diritto di Patronato è evidentemente caduto. Appena è necessario di pensarlo. Basta ricordare l&#8217;allocuzione di Benedetto XV. Inoltre il diritto di presentazione è di stretta interpretazione (can. 1471) e quindi si considera come concesso alla persona. Praticamente mi sembrerebbe che si potesse procedere in modo analogo a quello che fu seguito in Germania oppure dopo la rivoluzione. Per ora &#8211; ed in ogni caso e prima delle Cortes Costituenti &#8211; i Vescovi si contentino di provvedere ai benefici di loro libera collazione e riservati alla S. Sede. Quanto alle parrocchie, per le quali il Re aveva il diritto di nomina, si potrebbe interinalmente provvedere per mezzo di concorsi parrocchiali. Quindi delle due l&#8217;una, o il Governo va alla separazione dello Stato dalla Chiesa, ed allora tutto cade da sé ed entra il diritto comune. Ora il Governo vuole venire a trattative ed eventualmente ad un Concordato ed allora si potranno proporgli i sistemi addottati nei Concordati moderni, i quali escludono diritto di nomina o di presentazione (salvo il caso di patronati fondati su legittimo titolo canonico), ma ammettere, ad esempio, l&#8217;interrogazione al Governo per conoscere se vi sono difficoltà di ordine politico&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda plenaria si celebrò il 1? giugno per studiare la situazione religiosa, dopo un mese e mezzo di regime repubblicano.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la sintesi fatta da monsignor Giuseppe Pizzardo, il cardinale Pacelli: &#8220;Si associa completamente alle sapienti osservazioni e risoluzioni proposte dagli Em.mi Padri. Non tedierà quindi gli Em.mi col ripeterle, tanto più che l&#8217;ora è già tarda. Crede tuttavia necessario di aggiungere, riferendosi a qualche critica fatta per le insufficienti informazioni date dal Nunzio, aver egli fatto sapere che attendeva una favorevole occasione per inviare le sue relazioni alla S. Sede. D&#8217;altra parte non si potevano attendere i detti rapporti per radunare la Congregazione, perché l&#8217;E.mo Segura insisteva di avere al più presto le richieste istruzioni. Interesserà forse agli Em.mi di conoscere alcune notizie avute ieri dal Vescovo di Vitoria giunto testé da Roma. La &#8220;Spagna cattolica&#8221; è pur troppo un mito. Il Vescovo diceva che nelle provincie basche il popolo nella grande maggioranza è attaccatissimo alla religione; ed è perciò che ivi gli elementi sovversivi non hanno ardito di incendiare e saccheggiare chiese e conventi. Ma nelle altre regioni non è così. Cattiva è la situazione, specialmente in Andalusia, ove il popolo non ha fede: ed anche nella Castiglia e nell&#8217;Estremadura è poco buona. Quanto ad una restaurazione monarchica, il sullodato Vescovo la ritiene per ora impossibile e assai poco probabile anche per l&#8217;avvenire; anche nella sua diocesi, in cui la popolazione è, come si è detto, attaccatissima alla religione, essa però non si interessa affatto alla monarchia, salvo eccezioni. Il Vescovo ha detto pure che non vi è nulla di buono da sperare dal Governo attuale. Nel Gabinetto vi sono tre soli candidati cattolici: l&#8217;Alcalá Zamora, il Maura (del resto discolo figlio del defunto celebre uomo politico conservatore) e il Ministro della Gobernación; ma si dice che probabilmente saranno messi fuori del Ministero. Gli altri sono tutti atei e nemici della Chiesa &#8211; Vi è anche da sperare poco di buono dalle future elezioni, sempre secondo il Vescovo di Vitoria, giacché non vi sarà nessuna libertà, ma saranno fatte colla violenza &#8211; Si prepara dal Governo la espulsione degli Ordine delle Congregazioni religiose, e a tal scopo si provocano petizioni degli Ayuntamientos o Municipi, affinché il Governo possa qui dire che è stata voluta dal popolo &#8211; L&#8217;Ecc.mo spiega anche come accade la partenza dell&#8217;E.mo Segura, secondo la relazione fattagli dallo stesso E.mo. Si attende però di conoscere quella che invierà il Nunzio. L&#8217;E.mo è ritenuto come un santo; propone quindi che la S. Sede lo lasci libero di tentare di tornare in diocesi &#8211; Quanto al Vescovo di Vitoria, egli ha narrato che il Governatore, nel comunicargli l&#8217;ordine di espulsione, gli disse che la sua assenza sarebbe stata breve; egli attende quindi una comunicazione del Governo. Ma verrà? Come egli ha riferito, tutta la diocesi, assai buona, è dalla sua parte, eccetto pochi socialisti e comunisti (&#8230;)&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza Plenaria si tenne il 3 settembre per analizzare la complessa situazione creata dal cardinale primate Pedro Segura. La quarta si celebrò il 15 dello stesso mese per completare quella precedente e giungere a una decisione definitiva, che fu di consigliare al cardinale di dimettersi per il bene della Chiesa. In queste due plenarie si evidenziarono le forti tensioni esistenti fra il cardinale primate e il nunzio. La Santa Sede era disposta a togliere a Segura la giurisdizione nominando un amministratore apostolico sede plena di Toledo, lasciandogli semplicemente il titolo di arcivescovo. Ma il Governo esigeva le dimissioni del primate e lo faceva con sempre maggiore insistenza e con minacce intollerabili. Perciò la plenaria fu rinviata al 15 settembre e in essa si decise di mandare una nota all&#8217;ambasciata di Spagna precisando l&#8217;atteggiamento della Santa Sede di fronte al &#8220;caso Segura&#8221;, che si poté risolvere solo quando lo stesso porporato presentò liberamente le dimissioni, subito accettate dal Papa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;acta corrispondente leggiamo che Pacelli: &#8220;Aderisce alle osservazioni fatte dagli Em.mi Padri ed in particolar modo alla proposta dell&#8217;E.mo Cerretti d&#8217;inviare all&#8217;Ambasciatore di Spagna una Nota per fissare l&#8217;attitudine della Santa Sede. In detta Nota dovrebbe dimostrarsi come sia del tutto infondata la sorpresa e la disillusione del Governo. Infatti il telegramma cifrato del 25 agosto non parlava affatto di deposizione o destituzione del cardinale Segura dalla sede arcivescovile di Toledo, ma diceva soltanto con frase generica che la Santa Sede era &#8220;disposta a prendere analoghi provvedimenti quanto al Governo dell&#8217;arcidiocesi&#8221;. Inoltre questa stessa concessione era fatta a condizione che &#8220;il Governo desse serie garanzie che la Costituzione fosse modificata in termini conciliabili coi diritti essenziali della religione e della Chiesa&#8221;. Che anzi la S. Sede è andata ancora più innanzi, giacché, malgrado la mancanza di tali garanzie, e quindi di tale condizione, si è dichiarata disposta a proceder subito alla nomina di un Amministratore Apostolico ad nutum Sanctae Sedis, con obbligo per il Cardinale di astenersi senz&#8217;altro da ogni atto o apparenza di governo diocesano. Non è quindi una burla, come si è espresso il Governo, e la S. Sede deve quindi protestare altamente contro questa insinuazione. La nomina di un Amministratore Apostolico sede plena è provvedimento gravissimo, che si prende assai raramente anche per l&#8217;ultimo Vescovo, e non è mai per breve durata. La S. Sede, facendo ciò per un arcivescovo e cardinale, fa cosa assai straordinaria e grave. La domanda di rimozione pura e semplice è inaccettabile. Nessun Governo, anche fra quelli che hanno colla S. Sede relazioni normali oserebbe di avanzare simile domanda. Forse si potrebbe dire in fine della Nota che, dopo le tristi cose avvenute, sembra alla S. Sede di essere nel diritto e nel dovere di veder quale piega prendono le cose, prima di dare un passo avanti. L&#8217;Em.mo cita l&#8217;esempio del Card. Ledóchowski. Sospettato durante il Kulturkampf, egli ebbe (24.11.1873) dal Governo Prussiano l&#8217;ordine di rinunziare alla sua arcidiocesi di Gnesen e Posen; avendo egli respinto tale pretensione, nella notte del 3.2.1874 fu arrestato e internato nella prigione di Ostrovo e il 15 aprile fu deposto dal Tribunale prussiano per gli affari ecclesiastici. Ora, sebbene si trattasse del potentissimo Impero Germanico e del Cancelliere di ferro, la S. Sede non solo non ratificò tale deposizione, ma anzi, mentre egli era ancora in carcere fu elevato da Pio IX alla S. Porpora (13.2.1874). Nel 1876 fu liberato dal carcere ed espulso dalla Prussia, egli venne a Roma, ove fu ricevuto con tutti gli onori e continuò ad amministrare la sua diocesi, malgrado le nuove condanne inflittegli per ciò dal Governo (9.2 e 26.5.1877; 7.11 1878), così sotto il pontificato di Pio IX come sotto quello di Leone XIII, e fu soltanto nel 1886 che, per le difficoltà di tale governo diocesano e per i danni che la diocesi ne risentiva, che egli diede spontaneamente la sua rinunzia all&#8217;arcivescovato di Gnesen e Posen.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;È stato ben detto dagli E.mi che solo una rinunzia spontanea dell&#8217;E.mo Segura potrebbe ammettersi, ma non suggerita dalla S. Sede. Così fece già S. Gregorio Nazianzeno, il quale rinunziò spontaneamente alla Sede di Costantinopoli, dicendo col Profeta: &#8220;Si propter me commota est ista tempestas, dejicite me in mare, ut vos jactari desinatis&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Occorre poi che i Vescovi facciano qualche dimostrazione ed elevino la loro voce contro gli attentati commessi ai danni della Chiesa. A ciò può dare formale occasione la prossima Conferenza degli Arcivescovi, cui si riferisce il telegramma di Mons. Nunzio Nº. 233, e la quale potrà trattare anche i punti indicati dal Card. Segura nella sua recente lettera&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La quinta plenaria, celebrata il 12 novembre, esaminò la proposta di nominare ambasciatore presso la Santa Sede Luis de Zulueta, che fu respinto, perché, a giudizio unanime dei cardinali, non riuniva le condizioni richieste in quel momento per tale incarico. Sarà però accettato nel maggio del 1936.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ultimo tema richiamò l&#8217;attenzione dei cardinali, che si opposero alla sua nomina perché sarebbe stato umiliante per la Santa Sede accettare un ambasciatore al quale era stato formalmente negato il placet e la cui situazione personale si era ulteriormente aggravata dopo il discorso pronunciato nelle Cortes alla fine di agosto, discorso in cui aveva apertamente criticato la Chiesa, chiudendosi da solo la porta che gli avrebbe permesso di accedere all&#8217;ambasciata. Pacelli suggerì pertanto che al momento la risposta più prudente fosse di chiedere al Governo di non insistere ulteriormente su un candidato che era già stato dichiarato non gradito e di proporne un altro più accettabile. Solo dopo la risposta del Governo si sarebbe potuto decidere come agire in futuro e solo allora si sarebbe potuto valutare se era opportuno che a Madrid restasse il nunzio o un semplice incaricato d&#8217;affari.</p>
<p style="text-align: justify;">I voti emessi dai cardinali in questa ultima plenaria furono particolarmente estesi, ma il voto di Pacelli sintetizzò i pareri favorevoli e quelli contrari a ognuna delle ipotesi che furono fatte sui diversi temi trattati, in quanto alcuni porporati erano fautori di una linea più dura ed energica di fronte alle pretese sempre più intollerabili del Governo, mentre altri preferivano che si negoziasse fin dove possibile. I primi chiedevano che il nunzio venisse richiamato, come gesto forte che avrebbe colpito l&#8217;opinione pubblica; i secondi erano favorevoli a continuare le relazioni diplomatiche, pur non facendosi grandi illusioni su eventuali risultati favorevoli alle esigenze della Santa Sede.</p>
<p style="text-align: justify;">Dinanzi alle proposte di alcuni cardinali che chiedevano il richiamo del nunzio perché ritenevano inefficace la sua azione, Pacelli sostenne l&#8217;opposto e monsignor Pizzardo, segretario della Congregazione, lasciò scritto nell&#8217;acta corrispondente: &#8220;Per ciò che riguarda la questione generale, gli E.mi hanno già largamente e sapientemente esposti gli argomenti pro e contra. Il Card. Pacelli è per il mantenimento delle relazioni medesime. Egli anzi non sarebbe almeno per ora per il richiamo del Nunzio, il quale ha mostrato recentemente di voler prendere una attitudine più energica. Una volta chiamato o richiamato, sarà ben più difficile di mandarne un altro, anche perché l&#8217;accreditare un nuovo Nunzio sembra che aumenterebbe nel momento attuale ancor maggiormente gli inconvenienti segnalati dagli E.mi. D&#8217;altra parte, sembra utile la persona del Nunzio, sia per impedire mali maggiori nell&#8217;avvenire per opera del Governo, sia per la direzione ed il consiglio così necessari per l&#8217;Episcopato e per i cattolici, mentre un semplice incaricato d&#8217;affari non avrebbe la stessa autorità. L&#8217;ammirazione e lo scandalo, che la persona del Nunzio potrebbe suscitare dopo le inique leggi già votate e l&#8217;attitudine del Governo, sembra che sarebbero tolti colle già avvenute manifestazioni della S. Sede e soprattutto colla progettata Lettera Enciclica, la quale non potrebbe lasciare più alcun dubbio sulle vedute della S. Sede&#8221;. Per questo motivo, il nunzio Tedeschini rimase a Madrid fino al giugno del 1936, quando tornò a Roma dopo essere stato creato cardinale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 14 maggio 1934 e il 4 marzo 1935 la plenaria si riunì nuovamente per esaminare la proposta di modus vivendi con la Repubblica, che non si concretizzò a causa del mancato conseguimento di un&#8217;intesa fra le parti. Pio XI decise di sospendere il complesso negoziato perché il Governo non offriva le garanzie richieste dalla Santa Sede.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">(©L&#8217;Osservatore Romano 9 giugno 2011)</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;istruzione in Sardegna 1720-1848   di Fabio Prùneri</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 14:52:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[II primo censimento della popolazione italiana, nel 1861, registrava, fra le molte differenze che marcavano i caratteri del nord e sud della penisola, la vistosa discrepanza tra le diverse regioni in ordine al grado di alfabetizzazione. La Sardegna non è stata oggetto di ricerche approfondite in merito a questo aspetto della sua storia. È prevalsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-129.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5272" title="Unknown-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-129.jpeg" alt="" width="69" height="109" /></a>II primo censimento della popolazione italiana, nel 1861, registrava, fra le molte differenze che marcavano i caratteri del nord e sud della penisola, la vistosa discrepanza tra le diverse regioni in ordine al grado di alfabetizzazione. La Sardegna non è stata oggetto di ricerche approfondite in merito a questo aspetto della sua storia. È prevalsa la semplificazione, comune peraltro a tutto il centro e sud Italia, che risolveva la questione entro le dicotomie istruzione/analfabetismo, scrittura/oralità. Tali dualità finivano per tradursi, poi, in connotati morali descritti dal binomio civile/barbaro. Questa ricerca, grazie a sondaggi condotti negli archivi comunali, diocesani e di Stato, mira a mettere in luce la complessità del contesto entro cui svilupparono le intelligenze, si articolarono i gruppi, si educarono i ceti popolari e si riprodussero le leadership in Sardegna dal 1720 al 1848.<span id="more-5271"></span></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_5273" class="wp-caption alignleft" style="width: 90px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-216.jpeg"><img class="size-full wp-image-5273" title="Unknown-2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-216.jpeg" alt="" width="80" height="80" /></a><p class="wp-caption-text">Fabio Prùneri</p></div>
<p style="text-align: justify;">I mutamenti e le permanenze culturali, documentati da molteplici fonti (archivistiche, epistolari, legislative) edite e, soprattutto, inedite, manifestano la stretta attinenza del processo di scolarizzazione alle vicende politiche e sociali, nella convinzione che molti dei problemi ancora irrisolti nell&#8217;isola abbiano origine dalla storia delle sue istituzioni educative.</p>
<p style="text-align: justify;">In attesa di ultimarne la lettura, per un&#8217;ampia recensione, riportiamo la presentazione del saggio di Fabio Prùneri, edito dall&#8217;Editrice il Mulino, per dare quanto prima la notizia editoriale di quest&#8217;importante studio sull&#8217;istruzione e sulla società sarda dell&#8217;epoca sabauda, meritevole di collocarsi accanto ai classici della storia sarda, dalla lettura avvincente e sicuramente degno dei più ambiti riconoscimenti da parte delle maggiori istituzioni culturali dell&#8217;Isola. (A. T.)</p>
<p style="text-align: justify;">Fabio Pruneri, L&#8217;istruzione in Sardegna 1720-1848, il Mulino, Bologna 2011,</p>
<p style="text-align: justify;">pp. 352 €. 27, 00.</p>
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