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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; psicologia</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>“Anthropos &amp; Iatria” XI, 2 , 2007,  pp. 8 -18 &#8211;  di Silvana Fasce</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 12:15:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[La teoria del sogno nel pensiero medico di età ellenistico-romana  Nei testi letterari della Grecia arcaica, il sogno è trattato come una realtà oggettiva, un’immagine che tra­smette un messaggio su cui regolare la condotta. Tuttavia, a partire dall’epica di Omero e poi regolarmente nella tradizione onirologica successiva, vulgata e scientifica, si ricono­sce una conti­nuità fra  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><br />
</strong>La teoria del sogno nel pensiero medico di età ellenistico-romana</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-421.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5740" title="Unknown-4" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-421.jpeg" alt="" width="124" height="124" /></a> Nei testi letterari della Grecia arcaica, il sogno è trattato come una realtà oggettiva, un’immagine che tra­smette un messaggio su cui regolare la condotta. Tuttavia, a partire dall’epica di Omero e poi regolarmente nella tradizione onirologica successiva, vulgata e scientifica, si ricono­sce una conti­nuità fra  le preoccupa­zioni della veglia e il contenuto del sogno.<span id="more-5730"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ne deriva una distinzione, che è poi una elementare ed intuitiva classificazione, una distin­zione in termini di opposizione fra i sogni comuni, che sono la maggioranza, legati all’esperienza diurna del sognante<a title="" href="#_edn1">[i]</a>, vani e fallaci in quanto inducono in errore, comunque non significativi, e i sogni chiari nell’immagine o nel conte­nuto verbale, che offrono informazioni sugli eventi. La distin­zione, tuttavia, è labile e rimanda alla sostan­ziale ambiguità del fenomeno inopinato e inat­teso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella grande stagione della filosofia ellenica, entro cui si colloca il pensiero del <em>Corpus Hippocrati­cum</em>, il fenomeno onirico viene studiato con un approccio razionale e diventa oggetto di analisi scientifica<a title="" href="#_edn2">[ii]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria del sogno, nella cultura intellettuale dell’antichità, si svolge lungo due direttrici, che si mantengono indi­pendenti e parallele, senza alcuna effettiva possibilità d’incontro: da un lato, l’indagine sulla natura, sul modo di prodursi e sul valore dell’attività onirica, secondo un’impostazione naturalistica e fisiologica, a par­tire dalla concezione atomistica per giungere ai saggi dedicati da Aristotele al tema specifico; dall’altro lato, l’attribuzione del sogno premonitore al dominio della mantica o divinazione<a title="" href="#_edn3">[iii]</a>, sogno così sottratto alla sfera della religione popolare ed  ancorato all’area della filosofia. Su questo punto, sul sogno profetico, la dottrina medica antica, che pure nega il carattere divino delle vi­sioni notturne, si esprimerà sempre con molta cautela e, talora, con esitazione<a title="" href="#_edn4">[iv]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per lungo tempo, in questo senso, faranno testo gli scritti aristotelici di psicologia ­­- psicolo­gia intesa  nell’accezione antica di scienza delle funzioni psico-fisiologiche &#8211; soprattutto il <em>De anima</em> e gli opuscoli rac­colti sotto il titolo di <em>Parva Naturalia</em>, in partico­lare, “Il sonno e la veglia”, “I so­gni” e “La divinazione nel sonno”, scritti conside­rati dalla scienza medica ellenistica e dal sapere filosofico un punto di arrivo imprescin­di­bile nella spiegazione scientifica del sogno<a title="" href="#_edn5">[v]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Colpivano, tuttavia, perché risultavano tesi tangenziali, alcune affermazioni conte­nute nell’<em>Eudemo</em> platoniz­zante del primo Aristotele e nell’altra sua opera giovanile, ormai lon­tana dal platoni­smo, <em>Sulla filosofia</em>: tali afferma­zioni attribuivano all’anima che si trova in stato di relativa separazione dal corpo, come nel sonno, prerogative profetiche. So­prattutto l’<em>Eudemo</em>, opera che fu sempre molto apprezzata, letta direttamente da Cice­rone e molto nota ancora in età imperiale, suggeriva vari spunti di problematicità circa la natura dell’esperienza onirica, nonostante l’analisi rigorosa condotta da Aristo­tele in fase ma­tura ne negasse ferma­mente il carattere divino<a title="" href="#_edn6">[vi]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul finire del IV sec. a.. C., nella prima età ellenistica, due scuole antitetiche, l’Epicureismo e lo Stoicismo, affrontano l’argomento del sogno seguendo il binario trac­ciato dall’impostazione clas­sica.</p>
<p style="text-align: justify;">In una prospettiva materialistica e in un clima di radicale rinnovamento del pen­siero filoso­fico e scientifico classico, Epicuro riprende l’antica teoria atomistica del sonno e dei sogni, secondo la quale le visioni not­turne hanno sempre carattere esogeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzi tutto, il sonno si produce in seguito ad un ricambio incessante di atomi, nel senso che la pressione esercitata sul corpo dall’aria circostante provoca una fuoriuscita di atomi di anima, che, in parte, vengono imme­diatamente reintegrati attraverso la respira­zione: in caso contrario, ci sarebbe la morte. Secondo questa spiegazione, durante il sonno escono dal corpo atomi di anima in nu­mero maggiore di quello degli atomi che vi rientrano; ciò significa una fuga di atomi da­gli or­gani di senso, che comporta una conseguente riduzione della respirazione, dell’attività percettiva, del movimento e del calore.</p>
<p style="text-align: justify;">Epicuro, però, affina la teoria del sonno prevedendo, oltre alla perdita di atomi di anima, an­che un particolare feno­meno di dislocazione intracorporea degli stessi atomi dovuta alla loro ecces­siva concentrazione o alla loro dispersione, o perché vengono sospinti verso l’esterno o per­ché si ritraggono nel profondo: «nel sonno il na­scondiglio dell’anima è più profondo» (Lucrezio IV 959).</p>
<p style="text-align: justify;">Integrato nelle inevitabili lacune, il pensiero di Epicuro sarà ampiamente illustrato da Lucre­zio nel IV libro del <em>De rerum natura</em>. Nella prima metà del I sec. a. C., Lucre­zio, portavoce in poesia e in lingua latina dell’insegnamento del Giardino, la scuola di Epicuro, espone nei mede­simi termini, e con grande enfasi, la teoria epicurea del sonno, insistendo particolarmente sull’assenza temporanea dell’attività della sensa­zione che si determina in stato di sonno: <em>sensus abit alte</em>, «la sensibilità si rifugia in fondo all’essere» (Lucrezio IV  949) af­ferma il poeta, riprendendo la metafora della profon­dità, metafora ripresa alla lettera anche da Galeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un atomismo intriso di linguaggio immaginifico e di spiegazioni analogiche, impe­gnato a co­struire una teo­ria integralmente naturalistica e meccanicistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la fisica epicurea, le immagini del sogno, come le immagini mentali, <em>eidola</em> o <em>simula­cra</em>, proven­gono dall’esterno, e sono di natura assolutamente  materiale. Dalla superficie de­gli oggetti e dei corpi si stac­cano in continuazione imma­gini o <em>eidola </em>sottilissimi, molto più sottili di quelli della vista, impalpa­bili come mem­brane o tessuti dalla trama trasparente. I corpuscoli onirici affollano l’aria e ne assimi­lano le proprietà, aggregandosi fra loro, per poi entrare attraverso i pori, immer­gersi e sprofondare all’interno del corpo del dor­miente, urtando e stimolando l’anima, per risalire verso l’esterno senza smuovere gli organi di senso, che, asso­piti, riposano, «mentre la memo­ria è inerte e illanguidita dal sonno» (Lucrezio IV 765 ).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel sonno, dunque, i sensi tacciono spenti come paralizzati, ma l’anima, anch’essa di na­tura tenue e mobilis­sima, riesce a cogliere i simulacri più lievi, senza tuttavia po­tere decidere sulla corrispondenza col vero delle apparizioni. Mancano, infatti, i dati dei sensi per esprimere un giudi­zio. E si sa che la sensazione, secondo Epicuro, è il crite­rio della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora i sogni, se come le percezioni della veglia hanno provenienza esterna, compor­tano sem­pre un conte­nuto informativo manifesto, legato ai corpi e al quadro ogget­tivo da cui gli atomi onirici sono emanati. La cinetica e le qualità degli <em>eidola</em> dipen­dono, inoltre, dalle condizioni esterne in cui essi si trovano a transitare, velo­cis­simi naturalmente, veloci &#8211; dice Epicuro &#8211; di una velocità “inconcepibile”, come quella de­gli atomi di pensiero, velocità con cui le immagini si succe­dono, si incontrano e si fon­dono, in un vicendevole scambio corpuscolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sentenza di Epicuro stabilisce una logica conseguenza:</p>
<p style="text-align: justify;">«non è proprio dei sogni avere natura divina né proprietà divinatoria, poiché la loro natura dipende dall’incontro di imma­gini (<em>eidola</em>) » (SV 24 Arrighetti<sup>2</sup>).</p>
<p style="text-align: justify;">Come già l’atomismo di Democrito, in teoria, non escludeva che <em>eidola</em> divini o de­moni raggiun­gessero eccezio­nalmente i dormienti, così Epicuro non si pronuncia sul fatto che alcuni simula­cri possano staccarsi dagli dei; anche in questo caso, comunque, l’immagine onirica, di ori­gine esogena, resterebbe un’immagine materiale e non sfuggi­rebbe al casualismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto di pensiero, l’esperienza onirica è di carattere principalmente visivo e le vi­sioni notturne sono icone che non comportano mai tratti simbolici esclusivi, anzi, il contenuto del sogno rispecchia essenzial­mente lo schema e i desideri della veglia, convo­gliati nel contatto degli <em>eidola </em>con<em> </em>l’anima. La scena del sogno non richiede di es­sere interpretata se non dal sognatore, il ricevente casuale di un messaggio emesso da un flusso di immagini filtrate dall’esterno nel vivo e mobile aggregato materiale che è l’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, Epicuro si preoccupava più del turbamento lasciato dai sogni che del loro conte­nuto<a title="" href="#_edn7">[vii]</a>. Per questo, trattava la questione particolarmente nell’ambito dell’etica, «rifiutando in blocco la divina­zione», dice Dio­gene Laerzio (X 135 = 15 Arrighetti<sup>2</sup>.).</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione di Epicuro è netta:</p>
<p style="text-align: justify;">«La divinazione non ha alcuna consistenza reale; se anche l’avesse, bisogna pensare che gli eventi da essa pre­detti non sono in nostro potere» (15 Arrighetti<sup>2</sup>).</p>
<p style="text-align: justify;">Una simile affermazione troncava il dibattito sulla pregnanza profetica del sogno, tanto che  un commenta­tore antico spiega come gli Epicurei liquidassero l’argomento:</p>
<p style="text-align: justify;">«epicurea è la dottrina che distrugge la divinazione &#8230; poiché gli Epicurei di­cono “quel che deve avve­nire avverrà”» (212 Arri­ghetti<sup>2</sup>).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella cultura antica, Epicuro rappresenta senza dubbio la voce più decisa contro la credu­lità nei sogni premoni­tori.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre di Epicuro era un’indovina. Bambino, ci informano le fonti, Epicuro accompa­gnava la madre chia­mata a dare interpretazioni di prodigi e di sogni enigma­tici. Adulto, lontano da casa e in difficoltà economi­che, scrive una lettera indirizzata alla madre, per ringraziarla del de­naro che gli ha inviato, anzi per pregarla di non fare al­tri sacrifici, dal momento che già il padre in mi­sura sufficiente ha pensato a lui; piutto­sto, prega i genitori «state vicini l’uno all’altro» (Diogene di Enoanda, fr. 126 Smith).</p>
<p style="text-align: justify;">La lettera alla madre<a title="" href="#_edn8">[viii]</a>, un documento importante di vita privata, si apre con questo pensiero:</p>
<p style="text-align: justify;">«&#8230; non ti turbare se mi vedi in sogno, perché le immagini delle persone assenti nel sogno ci gettano nel più grande ti­more, ma, quando sono presenti, le stesse persone non ci turbano affatto &#8230; Per questo dun­que, o ma­dre, fatti animo. Nulla di male infatti ti annunciano le mie apparizioni in so­gno» (Diogene di Enoanda, fr. 125 Smith).</p>
<p style="text-align: justify;">Diametralmente opposta alla teoria epicurea, l’interpretazione del sogno fornita da­gli Stoici coin­cide con la difesa della divinazione filosofica nel suo complesso, e si svolge essenzialmente su un piano speculativo e logico.</p>
<p style="text-align: justify;">Coevo alla scuola di Epicuro, il movimento dello Stoicismo ne condivide l’istanza mate­riali­sta, tuttavia con orientamenti ed esiti originalissimi e, per molti aspetti, di eccezionale rilievo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel quadro di un materialismo monistico e panteistico, in cui  na­tura e divinità sono un tutto unico, o meglio, l’una è l’aspetto dell’altra, il sogno si confi­gura come una forma di profezia naturale, una capacità posseduta dall’anima, anima corporea, certo, ma sostanzialmente partecipe del logos divino, del seme della razionalità insita nella materia, in quanto mate­ria vivificata, dotata di vita e di qua­lità.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dagli inizi, con Zenone di Cizio, la Stoa asserisce il carattere divino dell’anima, e quindi la possibilità della predizione nel sonno, razionalmente giustificata attraverso la concezione stoica della<em> pronoia</em> (la Provvi­denza), intesa come finalismo universale, e del Fato inteso quale serie irreversi­bile o “catena delle cause”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel grande organismo che è l’universo, la materia è veicolo del divino in senso determini­stico e finali­stico, vale a dire, la divinità è Provvidenza razionale e  imma­nente:</p>
<p style="text-align: justify;">«La divinità nella sua infinita provvidenza riguardo alle vicende umane,  fra gli altri aiuti delle arti e delle scienze ha concesso anche i sogni come una spe­cie di oracolo naturale, un conforto speciale» (Tertul­liano, <em>De anima</em>, 46, 11 = SVF II 1196).</p>
<p style="text-align: justify;">La Provvidenza è l’abbraccio nell’ordine prestabilito, naturale e necessario, di tutte le cose, le cose che sono avvenute e che avverranno, in eterno ripetersi ciclico: «le cose che avvengono  avven­gono e quelle che avver­ranno  avverranno»  ripeteva il pensatore stoico.</p>
<p style="text-align: justify;">La sentenza epicurea sopra citata <strong>«</strong>quel che deve avvenire avverrà<strong>»</strong>, tesa a  demo­lire l’interesse per la predi­zione, in quanto l’uomo non risponde del corso degli eventi, dagli Stoici viene ribaltata per esprimere una posizione che si colloca agli antipodi: la fondatezza del messag­gio onirico riposa, infatti, sulla catena di cause che lega gli eventi, cause di cui l’uomo coglie indizi caratteristici, sulla traccia dei quali può prevedere il futuro, per il suo bene.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eterno conflitto fra Stoici ed Epicurei oppone due visioni del mondo e del sogno formaliz­zate entro schemi lo­gici, che pongono primariamente il nodo del criterio della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella semiotica greca, infatti, il sogno costituisce un particolare tipo di segno, as­sunto come base per un procedi­mento di inferenza, per passare dalla conoscenza delle cose manifeste alla compren­sione di quelle oscure<a title="" href="#_edn9">[ix]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla linea dell’antica tradizione di pensiero empirista, in cui si collocano tanto la prima filoso­fia greca quanto la medicina, il sogno può essere uno spiraglio su ciò che non appare, un sin­tomo da cui risalire alla malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un altro versante, la logica stoica dimostra la legittimità della divinazione sulla base del sillo­gismo ipote­tico, da Crisippo reso canonico e secoli dopo ripreso e  valoriz­zato da Galeno<a title="" href="#_edn10">[x]</a>. Os­serva Cicerone:</p>
<p style="text-align: justify;">«Gli Stoici quando vogliono sbrigarsela più in fretta, saltano subito alle conclusioni con questa for­mula: “se gli dei esi­stono, esiste la divinazione; ma gli dei esistono, dunque esiste la divinazione”» (<em>De divina­tione</em>, II 41).</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di uno schema implicativo del tipo <em>se p, allora q</em> («se gli dei esistono, esiste la divina­zione»), dove al po­sto di “se” posso mettere “poiché” («poiché esistono gli dei, esiste la divina­zione »).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo modello formale, attestato già nelle tavolette divinatorie della Mesopota­mia del III mil­lennio a.C. e nei trattati di medicina assiro-babilonesi, nell’area della medicina ippocratica serve ad inqua­drare i sintomi come effetti da cui inferire la causa<a title="" href="#_edn11">[xi]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel II sec. a. C., Panezio, giudicato dagli antichi il <em>princeps</em>, il più eminente degli Stoici (Cice­rone, <em>De divina­tione</em>,<em> </em>I 6), dubita della divinazione come priva di evidenza oggettiva  e non attribui­sce ai sogni va­lenza profetica. In uno sforzo  immane di ammodernamento delle antiche teorie stoiche, Panezio pone al cen­tro della sua dot­trina l’individuo in quanto singolo, dotato di dinami­che predisposizioni, fon­dando così quello che sarà il con­cetto occidentale di “persona”.</p>
<p style="text-align: justify;">Confermato il principio del provvidenzialismo divino, ma negata l’eterna e ciclica ricor­renza degli accadi­menti, quindi non preordinati a ripetersi, ma sostanzialmente “unici” in un tempo lineare e progressivo, il so­gno non è più un segno in rapporto necessa­rio con gli eventi<a title="" href="#_edn12">[xii]</a>, resta solo una vivida e ricca esperienza del so­gnante.</p>
<p style="text-align: justify;">L’onirologia filosofica degli Stoici, che si interessa della particolare classe dei sogni premoni­tori, anche se non affronta la psicofisiologia del sogno, non trascura tuttavia i sogni co­muni, legati al vissuto personale, sia in chiave psicologica sia in prospettiva etica. Affermava Ze­none:</p>
<p style="text-align: justify;">«A ciascuno è possibile accorgersi dei propri progressi morali a partire dai sogni, controllando se perso­nalmente non gli avviene di vedere in sogno che egli si compiace di qualcosa di disonesto o approva o commette qualche azione inde­gna o mostruosa. Come in un fon­dale marino, calmo e trasparente, nel sogno la facoltà rap­presentativa e passionale dell’anima riluce, rasserenata dalla ragione» (Plu­tarco, <em>De profectu in virtute</em>, 82 F = SVF I 234).</p>
<p style="text-align: justify;">Il fondale marino limpido e trasparente, a cui è assimilata la visione onirica, è meta­fora stoica della dimen­sione intima.</p>
<p style="text-align: justify;">Panezio soggiorna quindici anni a Roma. I contatti con l’aristocrazia intellettuale del tempo, la frequenta­zione assidua e familiare di Scipione Emiliano e dello storico greco Polibio, l’insegnamento regolare di scuola con discepoli greci e romani, spiegano l’enorme impronta illumini­stica lasciata dal filosofo nella cul­tura romana<a title="" href="#_edn13">[xiii]</a>. Non c’è scrit­tore o poeta latino dell’età repubbli­cana e imperiale che, pur impiegando ampia­mente la finzione letteraria del sogno, mostri di credere ai sogni e, al riguardo, non si dichiari scettico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nem­meno il successore di Panezio, Posidonio, il più insigne assertore della divinazione, tra­smise la fede nei sogni di­vini a quei Ro­mani colti del I sec. a.C. che furono suoi discepoli o se­guaci. Emblematico è il caso di  Cice­rone, suo allievo a Rodi, non disposto ad accordare fiducia ai presunti sogni divini, Cice­rone autore del <em>De divinatione</em> e del <em>Somnium Scipionis</em>, testi base dell’onirocritica di ogni tempo: <em>omnium somniorum una ratio est</em>, «la spiegazione di tutti i sogni è una sola» afferma Cicerone, cioè quella fornita da Aristotele<a title="" href="#_edn14">[xiv]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, fra quelle degli intellettuali, le voci critiche di poeti e letterati, più an­cora che quelle dei filo­sofi e degli uomini di scienza, emergeranno vigorose, <em>ex contra­rio</em>, nel panorama so­ciale e culturale del I e del II sec. d. C., caratterizzato da una dif­fusa ripresa di dottrine stoiche e neopita­goriche, misticheggianti, ol­tre che da culti miste­rici e sincretismi vari di matrice orientale, portatori di messaggi personali salvi­fici e di rivela­zioni profetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria del sogno che si delinea negli scritti di medicina nel corso di cinque secoli, dal III sec. a.C. al II sec. d. C., presuppone la teoria di Aristotele. Al sogno interpre­tato in prospettiva psicolo­gica e fisiologica, valoriz­zato come dato diagnostico, si inte­ressa la medicina di Alessandria, attenta, come tutte le scuole dell’età elleni­stica, alla specializzazione del linguaggio scientifico e agli schemi concet­tuali e logici attinti dalla filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella prima metà del III sec. a. C., il grande anatomico Erofilo di Calcedone imposta un’eziologia del sogno, che rinvia alla classica distinzione fra cause endogene e cause esogene, ma, in aggiunta, conia la categoria della classe mista o composita (che gli de­riva dal concetto di strut­tura anatomica, <em>res composita</em>), raccor­dando elementi della tradizione ippocratica con punti della dottrina aristotelica, epicurea ed empirica.</p>
<p style="text-align: justify;">La suddivi­sone tripartita distingue, in primo luogo, le visioni oniriche inviate dagli dei e per­ciò di origine eso­gena; in se­condo luogo, i sogni definiti <em>physiko</em>i, naturali, vale a dire fisiologici e somatici, di ori­gine endo­gena; in terzo luogo, i sogni “dalla struttura composita” o “misti”, acciden­tali e spontanei, di natura endo­gena ed esogena ad un tempo, in cui il desiderio dell’anima si incontra con la natura propria, esteriore, dell’immagine, rielaborandola nell’adempimento del desiderio. Erofilo porta l’esempio del sogno erotico, in cui la disposi­zione organica si aggancia all’immagine della persona amata<a title="" href="#_edn15">[xv]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Coerentemente con il pensiero ippocratico, Erofilo non assegna il primo tipo di sogni, quello inviato dagli dei e profe­tico, alle competenze del medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta ormai consolidata, in età ellenistico-romana, anche a livello di cultura media e divulga­tiva, l’opinione se­condo cui alcuni sogni, certamente non tutti, offrono dati utili per la dia­gnosi del medico. Lo con­ferma an­che Cicerone, che rifiuta le credenze sui sogni, data la loro incontrolla­bilità, ma rispetta le opi­nioni dei me­dici:</p>
<p style="text-align: justify;">«I medici comprendono, in base a certi sintomi, l’approssimarsi e l’aggravarsi di una malattia; di­cono an­che che alcuni tipi di sogni possono fornire delle indicazioni sullo stato di salute» (<em>De divinatione,</em> II 142).</p>
<p style="text-align: justify;">Come le irregolarità del sonno, le singolarità dei sogni costituiscono segnali premoni­tori di ma­lattia non trascura­bili, “segni di tempesta futura, anzi prossima a scatenarsi in noi stessi” scri­verà, all’inizio del II sec. d. C., Plutarco, adottando una meta­fora della previsione meteorologica (<em>De tuenda sanitate</em>, 129 A-B).</p>
<p style="text-align: justify;">È opinione corrente, ormai, che i sogni possono denunziare fenomeni patolo­gici, come l’ispessimento degli umori e disturbi della funzione respirato­ria; che i sogni sono in stretto rap­porto col tipo di alimentazione; che l’equilibrio fisiologico rimanda all’equilibrio psicologico ed etico<a title="" href="#_edn16">[xvi]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Pressappoco contemporaneo, il medico eclettico Rufo di Efeso, il più grande medico della Roma imperiale dopo Galeno, mentre illustra, nell’ambito del procedi­mento diagnostico, il metodo dell’interrogazione del paziente, consiglia di inda­gare anche sui suoi sogni, molte volte ricchi di indizi (<em>Quaestiones medicinales, </em>“Do­mande del medico al malato”, 5, 28, p. 7 Gärtner).</p>
<p style="text-align: justify;">Si osserva che la teoria del sogno diagnostico discende direttamente dalla tradi­zione ippocra­tica, integrata attra­verso Aristotele e attualizzata attraverso l’intensa atti­vità di commento alle opere di Ippocrate, esercizio regolarmente praticato dai me­dici nella scuola di Alessandria e poi a Roma, ancora nei primi secoli dell’Impero. Natural­mente, il IV libro del <em>De diaeta</em> del <em>Corpus Hippocrati­cum</em>, dedicato interamente al tema del sogno,  rappresenta il testo guida, che fornisce un modello interpretativo del fenomeno onirico basato sul principio dell’analogia, con un conse­guente as­setto logico-formale del  linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel secolo definito del Medioplatonismo, il moraleggiante Plutarco e il medico Ga­leno illu­strano la psicolo­gia platonica come una psicologia dell’equilibrio fra anima e corpo, e integrano la medicina ippocra­tica degli umori nell’apparato dimostrativo aristote­lico. Non è abbastanza chiaro il debito di lettura e di studi che Ga­leno ha verso Plu­tarco, ma senza dubbio entrambi suggeri­scono il modello di intellettuale che questa età di platonismo aristotelizzante concepisce ed ac­clama. Si tratta di un intellettuale all’apparenza eclettico, in re­altà profondamente critico e selettivo, che riconosce la provvi­denzialità divina, mentre esibisce un orienta­mento di pensiero antidogma­tico e antispeculativo<a title="" href="#_edn17">[xvii]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può affermare che, nel II sec. d. C., proprio sul terreno fertile dell’antidogmatismo si incon­trano gli intellet­tuali, quando discutono circa il primato della medicina o della filosofia, quando giungono a teorizzare l’ideale di un sapere complessivo, quando recupe­rano aspetti dell’epicureismo e dello stoicismo pur dichiaran­dosi  antiepicurei ed an­tistoici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella ricca letteratura sul sogno del II sec. d. C., si segnala per il suo carattere sistematico la trat­tazione di Ga­leno, che riassume in un quadro sintetico l’onirologia classica<a title="" href="#_edn18">[xviii]</a>, semplificata e adat­tata in chiave eclettica per il medico del suo tempo, soprattutto, resa originalmente compati­bile con il resoconto di esperienze oniri­che autobiografiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <em>corpus </em>galenico, lo scritto compendiario <em>De historia philosophica</em> ricorda brevemente la posi­zione degli antichi sui sogni, in un primo capi­tolo, <em>De divinatione</em>, relativamente ai sogni ispi­rati, rientranti nella cosid­detta divinazione naturale, nel secondo capitolo, <em>Quomodo fiant somnia</em> (“Come si producono i sogni”), relativa­mente all’ eziologia del feno­meno onirico (XIX 320 Kühn). Si può così vedere che la trattazione di Galeno inquadrava il problema del sogno, distinguendo netta­mente l’ambito della divinazione da quello dell’indagine scientifica, senza tentare alcun collega­mento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un opuscolo intitolato <em>De dignotione ex insomniis</em>, “La diagnosi dai sogni”, è probabilmente un estratto (ad uso scolastico o esclusivo dei medici) di un’intera sezione o di passi di una più va­sta opera galenica dal titolo “Sulla dieta dei sani”. Quest’ultima opera, a noi non pervenuta, do­veva trattare del so­gno in modo sistema­tico ed organico, poiché lo stesso Galeno nel “Commento alle Epidemie” la cita e ad essa rimanda<a title="" href="#_edn19">[xix]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel<em> De dignotione ex insomniis</em>, in aderenza al pensiero ippocratico, l’autore tratta del sogno sotto il profilo diagnostico, dichia­rando in apertura: <em>insomnium vero corporis</em> <em>affectionem nobis indicat</em>, «il sogno indica una disposizione del corpo». Per dimostrare la tesi, che risale ad Ippo­crate, se­condo la quale il sogno segnala la <em>diathesis</em>, una disposizione organica, Galeno riporta alcuni esempi di visioni oniriche, dove l’evidenza dell’analogia vuole provare il rapporto diretto che inter­corre fra le immagini del sogno e la condizione fisica del sognante:</p>
<p style="text-align: justify;"><em> <span class="Apple-style-span" style="font-style: normal;">«se uno vede in sogno un incendio, è gravato dalla bile gialla; se sogna fumo o caligine o tenebre fitte è gravato dalla bile nera, la pioggia poi indica un eccesso di umidità, neve, giaccio e grandine il flegma freddo» (<em>De</em> <em>digno­tione  ex insom­niis</em>, VI 832  Kühn).</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Effetto di un meccanismo biologico, il sogno è valutato come sintomo, che, secondo la semeio­tica ippocra­tica, segnala il difetto, l’eccesso, le qualità degli umori. Diversi stati fisiologici si esprimono nel sogno attra­verso immagini adeguate e perfettamente corrispondenti, che l’anima elabora, perché resta attiva nel sonno. E’ come  dire che le immagini del sogno organizzano il linguag­gio del corpo, che il medico impara a deci­frare:</p>
<p style="text-align: justify;">«Durante il sonno, a quanto pare, l’anima penetrando nel profondo del corpo, completamente sepa­rata dalle sensa­zioni che vengono dall’esterno, prende coscienza delle condizioni dell’organismo e dagli og­getti dei suoi desi­deri, come se fossero presenti, forma  le immagini» (<em>De</em> <em>digno­tione  ex insomniis</em>, VI 832  Kühn)<a title="" href="#_edn20">[xx]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;">Galeno, in questo opuscolo, tuttavia, è impegnato non tanto ad illustrare i principi della teo­ria ippocratica del so­gno, quanto a delimitarla e ad integrarla con le altre teorie elaborate dalla scienza medica alessandrina. In­fatti, con un brusco passaggio, avverte:</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">«nel sogno l’anima elabora le immagini non solo in base alle disposizioni del corpo» (<em>De</em> <em>digno­tione  ex insomniis</em>, VI 832  Kühn).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;">E così, passa ad enunciare la teoria del sogno, che da Aristotele, attraverso Epicuro, gli Stoici ed Erofilo, giunge al suo tempo. Alcuni sogni dipendono da cause fisiologiche e questi interes­sano il medico; altri sogni hanno un’origine psicofisiologica, poiché l’anima nelle immagini che forma rispecchia le occupazioni del giorno o prolunga i pensieri dominanti della veglia; altri sogni, infine, ammette Galeno con qualche esita­zione (<em>concedimus</em>), sono sogni premonitori, pro­dotti da una facoltà intrinseca dell’anima. Per il medico, però, è molto difficile distinguere questi particolari sogni dagli altri:</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">«poiché infine ammettiamo che alcuni sogni possano essere predittivi, come distinguerli da quelli soma­tici, non è facile dire» ((<em>De</em> <em>digno­tione  ex insomniis</em>, VI 832  Kühn).</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria enunciata si pone sulla linea di Aristotele e di Erofilo, anche se la categoria del so­gno profe­tico suggeri­sce vari spunti di problematicità circa la natura dell’esperienza onirica, dato il si­stema di pensiero scienti­fico e razionalistico di Galeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Galeno, molte volte e in diversi contesti delle sue opere riferisce esperienze personali di so­gni in fun­zione auto­biografica. Il ripetersi del medesimo sogno e la chiarezza dell’immagine ne garanti­scono la veridicità, come vuole l’oniromantica popolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Indirizzato da un sogno ricorrente e lucido, il padre di Galeno aveva avviato il figlio sedi­cenne agli studi impegna­tivi della medicina; istruito da due sogni chiari, Galeno aveva praticato con successo un intervento chirurgico all’arteria della mano; avvertito dal dio Asclepio in sogno, Galeno aveva chiesto e ottenuto dall’imperatore Marco Aurelio di non seguirlo nella campagna con­tro i Marcomanni; in altri sogni, il dio Ascle­pio, direttamente o con segni chiari, aveva dispen­sato consigli e indicazioni terapeutiche, con esiti sem­pre positivi. Lo stesso Galeno si riteneva al servizio di Asclepio, che lo aveva guarito da un’ulcera potenzial­mente mortale<a title="" href="#_edn21">[xxi]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">È un quadro di aiuti speciali, di direttive precise, di interventi solleciti, di guarigioni  miraco­lose tramite so­gni. Probabilmente, Galeno proponeva queste sue esperienze oniriche come conferme di sue intuizioni o di suoi interventi felici in casi che erano apparsi disperati.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine che abbiamo di Galeno si basa essenzialmente sul ritratto intellettuale che egli trac­cia di se stesso in quelle che possiamo definire memorie autobiografiche e bio-bibliografiche, ricche di aneddoti perso­nali e di riferimenti ai costumi sociali del suo tempo<a title="" href="#_edn22">[xxii]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel II sec. d. C., l’età detta della Neosofistica, in cui la retorica investe il linguaggio della comuni­cazione scienti­fica e la cultura raggiunge una dimensione comunicativa e pubblica di grande spettacolarità, un intellet­tuale di alto profilo come Galeno, cercato e ammirato dagli am­bienti élitari e di corte, è anche un bril­lante conferenziere, uno scrittore attento alle tendenze retori­che in voga, un fine conoscitore dell’orizzonte di at­tese del suo largo pubblico di uditori e del pub­blico più ristretto dei lettori<a title="" href="#_edn23">[xxiii]</a>. In una certa misura, in Galeno, il sogno autobiografico risponde ad una convenzione letteraria, secondo cui un sogno predice la vocazione, la car­riera professionale, il destino individuale<a title="" href="#_edn24">[xxiv]</a>. D’altra parte, ancora a livello letterario, l’intervento di Ascle­pio che sempre si intravede nello sfondo dei sogni evocati da Galeno equivale ad una forma di legittimazione e di autenticazione della sua autorità in campo medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma  Galeno credeva ai sogni di ispirazione divina?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso II sec. d. C., età detta anche del Medioplatonismo, la teoria del sogno incontra uno straordina­rio interesse presso la cultura filosofica, poiché si intreccia con grandi questioni, come è quella del criterio della verità, dell’immortalità dell’anima, della premonizione, del demoni­smo, della li­bertà. Contemporanea­mente, il tema del sogno ricorre in prospettiva medicale, non solo nelle opere di carattere scientifico, ma, spesso, nel qua­dro di problematiche morali, cen­trate sulla relazione, al tempo molto dibattuta, fra medi­cina e filoso­fia. Galeno aspirava ad essere medico e  filosofo ad un tempo, anzi, come diceva l’imperatore Marco Aurelio che lo stimava al punto da nominarlo medico personale e dei figli, Galeno era «il primo dei medici, l’unico dei filo­sofi»<a title="" href="#_edn25">[xxv]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel breve trattato <em>De propriis placitis</em>, “Sulle proprie opinioni”, il cosiddetto testamento filoso­fico di Ga­leno, com­posto negli ultimi anni della sua vita, dopo il 199 d. C., l’autore puntua­lizza le sue posizioni e smenti­sce opinioni che gli venivano erroneamente attribuite<a title="" href="#_edn26">[xxvi]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Galeno, che si proclama scettico per metodo e agnostico circa alcune questioni di filosofia specu­lativa<a title="" href="#_edn27">[xxvii]</a>, come la conoscenza certa, la generazione del mondo, l’essenza e la natura del divino, la sostanza e l’’immortalità dell’anima, asserisce la sua piena fiducia nella provvidenza divina, che manifesta la sua benevo­lenza all’uomo attraverso i sogni, i prodigi e l’astrologia. Mentre con una consapevolezza quasi sof­ferta e un inusitato atteggiamento di ripiego su se stesso, Galeno su molte questioni si esprime con formule emblematiche: «rinuncio a conoscere», «non ne so di più», «non ho capito», sul carattere divino del sogno profe­tico non mostra incertezza, anzi, se gli antichi Stoici dimostravano, per via logica, la natura divina del sogno dall’esistenza degli dei (<em>si dei sunt, divina­tio est</em>), Galeno assume il medesimo schema implicativo nell’ordine inverso, dimostrando l’esistenza degli dei dall’esistenza «di sogni e divinazioni»<a title="" href="#_edn28">[xxviii]</a>. Ciò non meravi­glia, quando si pensi a molti scienziati e pensatori del suo tempo, primo fra tutti, per analogia di atteggia­mento intellet­tuale, il grande Tolomeo, teorico dell’astrologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella teoria galenica del sogno il medico e il filosofo non si oppongono, ma coesistono l’uno complemen­tare dell’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato un sistema in cui la natura è intesa come una sostanza continua, dotata di facoltà auto­nome, divina nel senso che è provvidenzialmente ordinata al di là di ogni trascendenza, l’intervento del sogno come quello di Asclepio avvengono entro i limiti imposti dalla natura e non postulano il soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ordine razionale del mondo testimonia la provvidenza e il potere della natura, che coo­pera con l’uomo e lo soc­corre anche con sogni e vaticini, sempre, tuttavia, restando nel dominio delle scelte possibili e degli eventi naturali<a title="" href="#_edn29">[xxix]</a>:</p>
<p style="text-align: justify;">«Ci sono alcuni corpi talmente malconformati &#8211; scrive con ironia Galeno &#8211; sui quali nemmeno Ascle­pio po­trebbe interve­nire» (<em>De sanitate tuenda</em>, VI 63 Kühn).</p>
<p style="text-align: justify;">La valenza divinatoria del sogno si colloca sulla linea della mantica filosofica classica e non ha nulla di reli­gioso:</p>
<p style="text-align: justify;">«Neppure dio può intervenire su ciò che è impossi­bile per natura, poiché dio sceglie il meglio nell’ordine del possi­bile»<em> </em>(<em>De usu partium</em>, XI 14,  III 906<em>  </em>Kühn).</p>
<div style="text-align: justify;">
<p><strong> Note</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;">Riprendo alcuni dei punti della relazione “Il sogno dagli Stoici a Galeno” presentata al Congresso Nazio­nale SOPSI, Roma, 21-25 febbraio 2006 “Terapia Psichiatrica. Un problema di libertà”, Seminario tema­tico.</span></p>
<p> [i]  Sono emblematici, a questo proposito, due sogni dell’<em>Odissea</em>, prospettati come frutto delle ansie e delle preoccupa­zioni di Penelope: Penelope sogna la sorella che la rassicura circa il viaggio intrapreso dal figlio Telemaco (IV 787-841) e ancora Penelope sogna l’aquila che piomba dal cielo sulle oche del suo cortile e le uccide (XIX 535-569). In Omero sembra essere presente anche la nozione secondo cui il sogno, talora, è pro­dotto da uno stimolo sensoriale esterno, acu­stico o visivo, come dimostra lo psicanalista Franco Maiullari in un contributo molto fine e originale a proposito del so­gno di Reso (<em>Iliade</em>, X 513-540): Maiullari 2006, pp. 88-90. Il concetto per cui esiste una catena psichica che unisce il  sogno alla veglia torna regolarmente nella letteratura antica: si ricorda, a titolo d’esempio,  il famoso sogno di Artabano in  Erodoto (<em>Storie</em>, 7, 12-19). Naturalmente, per l’uomo antico ciò non implica che questo tipo di visione onirica non abbia va­lore predit­tivo. La bibliografia sull’argomento è sterminata: qui non si prende in considerazione il sogno dal punto di vista oniromantico, cioè delle interpretazioni, né dal punto di vista del “sogno raccontato”. Vengono richia­mati solo alcuni contributi significativi sulla teoria del sogno svolta nell’ambito della cultura medica dell’età ellenistica e ro­mana. Per un inquadramento sono utilissimi Kessels 1978; Lieshout 1980; Brillante 1986; Guido­rizzi 1988 a; Oberhel­man 1993.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[ii]</a> Cfr. Bonuzzi 1975; Oberhelman 1987; Guidorizzi 1988 b; Roccatagliata 2006.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[iii]</a> Sogno proiettato verso il futuro piuttosto che verso il passato, come vorrebbe la psicoanalisi: Mancia 1998, p. 26.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[iv]</a> Bonuzzi 2006, p. 36: «Si deve riconoscere che nella sensibilità comune, dal tempo di Asclepio al corrente terzo Millen­nio, l’interesse magico per i sogni non è mai venuto del tutto meno. E nel contempo si deve pren­dere atto che an­che gli approcci critici si sono intrecciati fra loro con alterne fortune lungo la storia della psicologia medica e della neurofisio­logia».</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[v]</a> Schofield 1978; Wiesner 1978; Cambiano &#8211; Repici 1988. Cfr. Ghiozzi  2004, p. 14, n. 30: «L’approfondimento della concezione della psi­che aristotelica è un contributo sempre operante nell’ambito del <em>Body-mind problem</em> contempora­neo in quanto la distin­zione tra la definizione di anima e di corpo non implica &#8230; la separabi­lità reale nel singolo corpo finché è in vita». <strong></strong></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[vi]</a> Quintiliani 2002. I seguaci di Aristotele si occuparono sistematicamente degli aspetti psicofisiologici del sonno e del sogno, tra questi, nel III sec. a. C., Stratone di Lampsaco il primo, per così dire, psicofisiologico della storia, ritiene che il sonno dipenda dal ritirarsi in se stesso del processo delle sensazioni, quasi una deafferen­tazione sensoriale (Mancia 1987, p. 5).</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[vii]</a> Cfr. Cambiano  1980, p. 447. Per la dottrina di Epicuro sul sogno è importante il passo della <em>Epistula ad Herodotum</em>, 49-52 Arri­ghetti<sup>2</sup>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[viii]</a> Grilli, 1950, p. 424. Cfr. Smith 1993, pp. 555-558. La lettera di Epicuro alla madre è riportata nell’iscrizione dell’epicureo Diogene di Enoanda (II sec. d. C.).</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[ix]</a> Fasce 2006.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[x]</a> Galeno, <em>Institutio logica</em>, 8, 3-13; 32, 11-17.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xi]</a> Diogene Laerzio VII 71.Cfr. Manetti G., 1987, pp. 9-20. Sulla sillogistica ipotetica negli Stoici Repici 1977, pp. 131-132.<em></em></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xii]</a> Vimercati 2004, p. 242.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xiii]</a> Significativo è il fatto che Cicerone, nel 45 a. C., progettando di scrivere il <em>De divinatione </em>e il <em>De natura deorum</em>, scrive ad Attico, chiedendogli di inviargli una epitome del <em>Peri pronoias </em>di Panezio (<em>Ad Atticum</em>, XIII 8).</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xiv]</a> Cicerone, <em>De divinatione</em>, II 136 e in particolare la spiegazione (II 140): «i resti di ciò che abbiamo pensato o fatto da svegli». Anche nel <em>Somnium Scipionis</em> è evocata una analoga spiegazione fisiologica del sogno di Scipione, senza tutta­via esclu­derne la funzione divinatoria nella narrazione.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xv]</a> Diels, <em>Doxographi Graeci</em>, p. 416 e p. 640;  Schrijvers  1977; Pigeaud 1988; von Staden 1989.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xvi]</a> Nel medesimo opuscolo <em>De tuenda sanitate</em>, Plutarco accenna all’ispessimento degli umori o a disturbi del respiro come cause di  sogni incon­sueti e perciò premonitori di malattia: il pensiero è di matrice platonica, poiché nella <em>Repub­blica </em>(571d6-572b1) si so­stiene che l’essere liberi da bisogni e sazietà evita sogni mo­struosi e incubi. Anche le passioni, in­fatti, sono considerate sintomo di anomalie corporee e non come conse­guenza.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xvii]</a> Donini 1992, pp. 3500-3501.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xviii]</a> Del Corno 1978.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xix]</a> L’opuscolo <em>Peri tes enypnion diagnoseos</em>, <em>De dignotione ex insomniis</em> (VI 832-835 Kühn), è stato edito, illustrato nella tradizione manoscritta e commentato da Guidorizzi 1973. Un passo del<em> In Hipppocratis epide­miarum librum primum commentarius </em>, “Commento al I libro delle Epidemie di Ippocrate”<em> </em>(XVIIa 214 K.), coincide in molti punti con l’opuscolo sul sogno, ma alcuni esempi di sogni riportati nell’uno sono assenti  nell’altro e viceversa. Anche un’opera del <em>corpus </em>galenico<em>, In Hipppocratis librum de humoribus</em>  c<em>ommenta­rius</em>, “Commento al libro Sugli umori di Ippo­crate” (XVI 219 K.), presenta mote consonanze, ma l’opera è un falso rinascimentale (Guidorizzi 1973, p. 96).<em></em></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xx]</a> La dottrina di Galeno è sulla linea dell’ippocratico <em>De diaeta </em>(IV 86), in cui si sostiene che durante il sonno l’anima diventa più percettiva, in quanto non più al servizio del corpo, che giace addormentato e privo di sensazioni.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxi]</a> Nell’ordine: Galeno, <em>De libris propriis</em> XIX 59 K.; <em>De methodo medendi </em>X 609 K.; <em>De humoribus</em>, XVI 222 K.; <em>De libris propriis</em>, XIX 19.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxii]</a> Boudon 2000.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxiii]</a> Manetti  D. 2000.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxiv]</a> Il motivo del sogno autobiografico, ispiratore della carriera del sognante è un topos letterario. Ne offre un esempio Luciano di Samosata, che nel  163 d.C. scrive una composizione sofistica intitolata “Il sogno ovvero la vita di Luciano”.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxv]</a> Galeno, <em>De praecognitione</em>, 11, 8, p. 128 CMG V 8,1. Cfr. Vegetti<strong> </strong>1994, pp. 1672-1717, Desideri 2000, p. 23.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxvi]</a> Cfr. la presentazione e l’ottima analisi di Perilli 2003 oltre all’importante commento di Nutton 1999.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxvii]</a> Manzoni 2001, pp. 30-31.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ednref">[xxviii]</a> Perilli 2003, p. 75.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ednref">[xxix]</a> Boudon 1988, p. 333, ma si segnala l’intero contributo dell’autrice. <strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">BONUZZI 1975: L. Bonuzzi, <em>About the Origins of the Scientific Study of Sleep and Dreaming</em>, in <em>Experi­mental study of hu­man sleep: Methodological Problems</em>, ed. by Drs. G.C.Lairy and P. Salzarulo, Elsevier Scientific Publishing Com­pany, Amsterdam 1975, pp. 187-203.</p>
<p style="text-align: justify;">BONUZZI 2006: L. Bonuzzi, <em>L’epistemologia del sogno da Asclepio ad Aristotele</em>, in “Verona Me­dica” 41, 1, 2006, pp. 33-37.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">BOUDON 1988: V. Boudon, <em>Galien et le sacré</em>, in “Bulletin de l’Association Budé” 47, 1988, pp. 327-337.</p>
<p style="text-align: justify;">BOUDON 2000: V. Boudon, <em>Galien par lui même. Les écrits bio-bibliographiques (</em>De ordine libro­rum suo­rum<em> et </em>De<em> </em>libris proriis<em>), </em>in <em>Studi su Galeno. </em><em>Scienza, filosofia, retorica e filologia</em>,  a cura di D. Manetti, “Atti del Seminario, Fi­renze 13 novembre 1998, Università degli Studi, Firenze 2000, pp. 119-133.</p>
<p style="text-align: justify;">BRILLANTE 1986: C. Brillante, <em>Il sogno nella riflessione dei prsocratici</em>. in “Materiali e discus­sioni per l’analisi dei testi classici” 16, 1986, pp. 9-53.</p>
<p style="text-align: justify;">CAMBIANO 1980: G. Cambiano, <em>Democrito e i sogni</em>, in <em>Democrito e l’Atomismo antico</em>, “Atti del Conve­gno Internazio­nale, Catania 18-21 aprile 1979” a cura di F. Romano, Università degli Studi, Catania 1980, pp. 437-450.</p>
<p style="text-align: justify;">CAMBIANO &#8211; REPICI 1988: G. Cambiano &#8211; L. Repici, <em>Aristotele e i sogni</em>, in GUIDORIZZI 1988 a, pp.121-135.</p>
<p style="text-align: justify;">DEL CORNO 1978: D. Del Corno, <em>I sogni e la loro interpretazione nell’età dell’impero</em>, in ANRW II 16.2, Ber­lin-New York 1978, pp. 1605-1618.</p>
<p style="text-align: justify;">DESIDERI 2000: P. Desideri, <em>Galeno come intellettuale</em>, in <em>Studi su Galeno. Scienza, filosofia, reto­rica e filolo­gia</em>,  a cura di D. Manetti, “Atti del Seminario, Firenze 13 novembre 1998, Università degli Studi, Firenze 2000, pp. 13-29.</p>
<p style="text-align: justify;">DONINI 1992: P.L. Donini, <em>Galeno e la filosofia</em>, in ANRW II 36.5, Berlin-New York 1993, pp. 3484-3504.</p>
<p style="text-align: justify;">FASCE 2006: S. Fasce, <em>Il sogno dagli Stoici a Galeno</em>, in “Giornale Italiano di Psicopatologia” 12, feb­braio 2006 Supple­mento (XI Congresso Nazionale SOPSI, Roma, 21-25 febbraio 2006: “Tera­pia Psichiatrica. Un problema di li­bertà”, Abstract Book, Seminario tematico) p. 105.</p>
<p style="text-align: justify;">GHIOZZI  2004 : M.M.A. Ghiozzi, <em>La psiche aristotelica. Appunti di uno psichiatra</em>, prefazione di E. Pa­vesi, Pacini Editore, Pisa 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">GRILLI 1950: A. Grilli, <em>I frammenti dell’epicureo Diogene di Enoanda</em>, in <em>Studi di filosofia Greca</em>, a cura di V.E. Al­fieri &#8211; M. Untersteiner, Editori Laterza, Bari 1950, pp. 345-435.</p>
<p style="text-align: justify;">GUIDORIZZI 1973: G. Guidorizzi, <em>L’opuscolo di Galeno “De Dignotione ex insomniis”</em>, in Accade­mia Nazio­nale dei Lincei, Edizione Nazionale dei Classici Greci e Latini “Bollettino del Comi­tato” 21, 1973, pp. 81-105.</p>
<p style="text-align: justify;">GUIDORIZZI 1988 a: <em>Il sogno in Grecia</em>, a cura di G. Guidorizzi, Editori Laterza, Roma-Bari 1988.</p>
<p style="text-align: justify;">GUIDORIZZI 1988 b: G. Guidorizzi,<em> Sogno, diagnosi, guarigione</em>, in Guidorizzi 1988 a, pp. 87-102.</p>
<p style="text-align: justify;">KESSELS 1969: A.H.M. Kessels, <em>Ancient System of Dream-Clasification</em>, in “Mnemosyne” 22, 1969, pp. 389-424.</p>
<p style="text-align: justify;">MAIULLARI 2006: F. Maiullari,<em> Il trick, il sogno e la terapia</em>, in “Studi Italiani di Filologia Clas­sica” 99, 2006, pp. 59-101.</p>
<p style="text-align: justify;">MANCIA 1987: M. Mancia, <em>Il sogno come religione della mente</em>, Editori Laterza, Roma-Bari 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">MANCIA 1998: M. Mancia, <em>Breve storia del sogno</em>, prefazione di D. Del Corno, Marsilio, Vene­zia 1998.</p>
<p style="text-align: justify;">MANETTI D. 2000: <em>Galeno tra autodefinizione e  ricezione</em>, in <em>Studi su Galeno. Scienza, filosofia, reto­rica e filolo­gia</em>, a cura di D. Manetti, “Atti del Seminario, Firenze 13 novembre 1998, Università degli Studi, Firenze 2000, pp. 7-12.</p>
<p style="text-align: justify;">MANETTI G. 1987: G. Manetti, <em>Le teorie del segno nell’antichità classica</em>, Bompiani, Milano 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">MANZONI 2001: T. <a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/manzoni.htm">Manzoni</a>, <em>Il cervello secondo Galeno</em>, Il Lavoro Edi­toriale, Ancona 2001.</p>
<p style="text-align: justify;">NUTTON 1999: <em>Galeni De propriis placitis. </em><em>Galen, On my own opinions</em>, ed. transl. and comm. by V. Nut­ton, Akademie Verlag, Berlin 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">OBERHELMAN 1987: S.M. Oberhelman, <em>The Diagnostic Dream in Ancient Medical Theory and Prac­tice</em>, in “Bulle­tin of the History of Medicine” 61, 1987, pp. 47-60.</p>
<p style="text-align: justify;">OBERHELMAN 1993: S.M. Oberhelman, <em>Dreams in Graeco-Roman Medicine</em>, in ANRW II 37.1, Berlin-New-York 1993, pp. 121-156.</p>
<p style="text-align: justify;">PERILLI 2003: L. Perilli, <em>Note critico-testuali alla nuova edizione del cosiddetto “Testamento filoso­fico” di Ga­leno</em>, in Acca­demia dei Lincei “Bollettino dei Classici” 24, 2003, pp. 69-86.</p>
<p style="text-align: justify;">PIGEAUD 1988: J. Pigeaud, <em>Il sogno erotico nell’antichità greco-romana: l’oneirogmòs</em>, in GUIDORIZZI 1988 a, pp. 137-146 (= <em>Le rêve érotique dans l’antiquité greco-romaine &#8230;</em>, in “Littérature, médicine, societé” 3, 1982, pp. 10-23).</p>
<p style="text-align: justify;">QUINTILANI 2002: A. Quintiliani, <em>La teoria del sogno in Aristotele</em>: Studi di Storia della Filoso­fia, Mag­gio 2002 http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/storiafil/quintiliani-3htm</p>
<p style="text-align: justify;">REPICI 1977: L. Repici, <em>La logica di Teofrasto</em>. <em>Studio critico e raccolta dei frammenti e delle testimo­nianze</em>, Il Mu­lino, Bolo­gna 1977.</p>
<p style="text-align: justify;">ROCCATAGLIATA 2006: G. Roccatagliata, <em>La teoria della mente. Incontro tra filosofia e neuro­scienze</em>, Borla, Roma 2006, cap. I: “Il cervello, l’anima e il sogno”.</p>
<p style="text-align: justify;">SCHOFIELD 1978:  M. Schofield, <em>Aristotle on the Imagination</em>, in <em>Aristotle on mind and the senses</em>, Proceed­ings of the Sev­enth Symposium Aristotelicum, ed. by G.E.R. Lloyd and G.E.L. Owen, Cambridge Univer­sity Press, Cambridge 1978, pp. 105-140.</p>
<p style="text-align: justify;">SCHRIJVERS 1977: P.H. Schrijvers, <em>La classification des rêves selon Hérophile</em>, in “Mnemo­syne” 30, 1977, pp. 13-27.</p>
<p style="text-align: justify;">SMITH 1993 : <em>Diogenes of Oinoanda. The Epicurean Inscription</em>, Edited with Introduction, Transla­tion, and Notes by M.F. Smith, Bibliopolis, Napoli 1993.</p>
<p style="text-align: justify;">VON STADEN 1989: H. Von Staden, <em>Herophilus,“The Art of Medicine in Early Alexandria”</em>, ed. trans. and essay by H. von Staden, Cambridge University Press, Cambridge 1989.</p>
<p style="text-align: justify;">VEGETTI 1994: M. Vegetti, <em>L’immagine del medico e lo statuto epistemologico della medicina in Ga­leno</em>, in <em> </em>ANRW II 37.2, Berlin-New York 1994, pp. 1672-1717.</p>
<p style="text-align: justify;">VIMERCATI 2004: E. Vimercati, <em>Il Mediostoicismo di Panezio</em>, Vita e Pensiero, Milano 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">WIESNER 1978: J. Wiesner, <em>The unity of the treatise De somno and the physiological explanation of sleep in Aristo­tle</em>, in <em>Aristotle on mind and the senses</em>, Proceedings of the Seventh Symposium Aristoteli­cum, ed. by G.E.R. Lloyd and G.E.L. Owen, Cambridge University Press, Cambridge 1978.   pp.241-280</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
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		<title>Il suicidio fra gli anziani di Angelo Mauro</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 16:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione Il suicidio è tema di numerosissimi lavori. La letteratura esistente, a riguardo,è prolifera ed ampia,anche se di certo l&#8217;interesse maturato per il suicidio dell&#8217;anziano, a giudicare, perlomeno dalla quantità dei lavori, è sicuramente minore di quello rivolto ad altri gruppi di età. Gli studi sulle condotte suicidarie, però, non sono giunti ancora ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Introduzione</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-417.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5418" title="Unknown-4" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-417.jpeg" alt="" width="112" height="112" /></a>Il suicidio è tema di numerosissimi lavori. La letteratura esistente, a riguardo,è prolifera ed ampia,anche se di certo l&#8217;interesse maturato per il suicidio dell&#8217;anziano, a giudicare, perlomeno dalla quantità dei lavori, è sicuramente minore di quello rivolto ad altri gruppi di età.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi sulle condotte suicidarie, però, non sono giunti ancora ad una adeguata sistematizzazione e conclusione, né per quanto riguarda il comportamento suicidario negli adulti e negli adolescenti, né tantomeno per l&#8217;anziano. Le variabili implicate nelle condotte suicidarie, infatti, sono numerose e complesse, sia quelle causali del fenomeno, sia quelle che riguardano la sua prevenzione e trattamento.<span id="more-5415"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli anziani detengono purtroppo un triste primato, il suicidio, infatti, è molto più frequente in questo gruppo di età. Il problema acquista proporzioni rilevanti, in quanto si stima che, nell&#8217;anno 2000, in Italia, ci saranno 14 milioni di persone oltre i sessantacinque anni. Il suicidio nell&#8217;anziano, quindi, è destinato ad aumentare nei prossimi anni, nel nostro paese, senza che si abbiano le necessarie conoscenze, strutture e preparazione per arginare il fenomeno. Il presente lavoro vuole essere, quindi, spunto di riflessione e discussione sul comportamento suicidario nell&#8217;anziano, sia per l&#8217;attualità di questo fenomeno, destinato ad incrementarsi, sia per il minore interesse che verso questo gruppo di età si è avuto a riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si inizierà individuando delle differenze all&#8217;interno della categoria dei comportamenti autolesivi, in quanto requisito essenziale per orientarsi nello studio di questo fenomeno. Il primo capitolo proseguirà con l&#8217;indagine dei</p>
<p style="text-align: justify;">significati religiosi, sociali e psicologici del suicidio nell&#8217;anziano, per terminare con i contributi psicodinamici.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;epidemioloogia delle condotte suicidarie nel&#8217;anziano, la rilevanza della sottostima del fenomeno e le caratteristiche del suicidio in tarda età, costituiscono la seconda parte di questo lavoro. In questa parte sono riportati gli ultimi dati disponibili, per quanto riguarda l&#8217;incidenza suicidaria negli anziani, vi sono riportate le varie fonti da cui si attingono e i loro pregi e difetti. La sottostima del fenomeno riguarda la non completa attendibilità delle fonti ufficiali dei tassi suicidari, dimostrata da alcuni lavori e particolarmente presente negli anziani. Le caratteristiche del comportamento suicidario negli anziani tratta dei mezzi usati per attuare il suicidio, dell&#8217;intenzionalità e di altre peculiarità che lo distinguono da quello di altri gruppi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella terza parte si è cercato di individuare, tramite la letteratura esistente le variabili maggiormente associate al comportamento suicidario nell&#8217;anziano. L&#8217;individuazione di queste variabili permette, da una parte, di evitare le difficoltà di integrazione teorica fra le varie prospettive e, dall&#8217;altra, di considerare più fattori, contenuti prima isolatamente nei diversi approcci teorici.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguirà la valutazione del rischio suicidario che comprende la conduzione dei colloqui, gli elementi da considerare e i test e i questionari che si possono usare per effettuarla.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione e trattamento costituiscono l&#8217;ultima parte del lavoro, in cui si cerca di definirla concettualmente, di dare suggerimenti e di riportare e analizzare i lavori effettuati in questo ambito.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta terminate le analisi e le argomentazioni, approfondite in parte, vista la gran mole degli scritti, spero di aver compiuto un lavoro che possa destare, o perlomeno sollevare discussioni e attenzioni sul problema del suicidio negli anziani. Le cause, infatti, di questa  enorme incidenza del fenomeno sono dovute, forse anche, a mio parere, alla nostra disattenzione verso questa fascia d&#8217;età, che al contrario avrebbe bisogno di maggiore comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">CAPITOLO I</p>
<p style="text-align: justify;">Caratteristiche generali</p>
<p style="text-align: justify;">1,1 Definizione del suicidio</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;analisi dei comportamenti autolesivi, ci conduce ad individuare delle differenze, all&#8217;interno di questa categoria di fenomeni. Esistono, infatti, dei comportamenti autolesivi, che non conducono alla morte,nonostante la serietà di intenti e anche delle azioni che simulano un&#8217;intenzionalità suicida.</p>
<p style="text-align: justify;">I comportamenti autolesivi possono essere, quindi, suddivisi in suicidi, suicidi mancati e parasuicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le caratteristiche del suicidio sono l&#8217;intenzionalità di darsi la morte e la riuscita del suo intento. La distinzione tra suicidio mancato e parasuicidio, è stata  introdotta da Kreitman e Philip, infatti una loro distinzione prima non era attuata e venivano raggruppati sotto la definizione di tentati suicidi entrambi i termini.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio mancato assume le caratteristiche proprie della intenzionalità del suicidio anche se non si ha come conseguenza la morte, in quanto intervengono degli eventi fuori dalla consapevolezza e dal controllo del soggetto che la impediscono,come per esempio, l&#8217;intervento di altre persone .</p>
<p style="text-align: justify;">Il parasuicidio, invece, diventa sinonimo di una richiesta d&#8217;aiuto, rivolta  all&#8217;ambiente  sociale del parasuicida, affinché intervengano delle condizioni a lui pù favorevoli, senza che, però, si abbia intenzionalità di uccidersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le distinzioni fatte tra suicidio, suicidio mancato e parasuicidio,sono concettualmente perfette. Purtroppo, considerando la realtà pratica, queste distinzioni si rendono  incerte e difficili. Infatti, non possiamo dire con  certezza che, un individuo, che si getta in mare e viene salvato da terzi, avesse  intenzione di darsi la morte, o che sia, invece, un parasuicida. D&#8217;altra parte, anche in alcuni tipi di morte è difficilissimo individuare l&#8217;intenzionalità suicida, come, per esempio, casi di overdose. Si è cercato, allora, di identificare dei criteri che consentono migliori  definizioni, che sono, secondo Weisman e Worden: intenzionalità dell&#8217;atto, esecuzione materiale e possibilità di intervento esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;intenzionalità dell&#8217;atto è la variabile più significativa, ma questa, è essa stessa difficilmente quantificabile e varia, quindi, a seconda dell&#8217;operatore che la esamina e dalla sua esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;esecuzione materiale dell&#8217;atto e la possibilità di intervento esterno, a loro volta, possono esserci utili. Infatti, una precipitazione da un&#8217;altezza considerevole, in un luogo isolato, indica  una serietà di intenti suicidari, mentre, un taglio di polsi, in presenza di altre persone, che potrebbero  intervenire ci indirizza verso un parasuicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l&#8217;uso di questi criteri, comunque, frequentemente, non è possibile riuscire a fare delle distinzioni tra suicidi mancati e parasuicidi,  e fra suicidi e alcuni tipi di morte. La stessa  intenzionalità dell&#8217;atto suicidario è frequentemente ambivalente, che attuano comportamenti autolesivi,spesso, vogliono sia morire che vivere. La distinzione, poi, tra suicidio mancato e parasuicidio è, da un punto di vista operativo, molto limitata. Infatti, i dati a disposizione mostrano come non esistano tentati suicidi che si possano considerare solo richieste d&#8217;aiuto, ma solo che alcuni tentati suicidio possano essere considerati prevalentemente comunicativi, meritando, così, sempre attenzione per un intervento adeguato e non misconoscendo l&#8217;intenzionalità suicida, che potrebbe portare a cocenti delusioni.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, la definizione del gesto autolesivo, è di estrema importanza, in quanto costituisce la base da cui partire per studiare il fenomeno. Infatti la comunicazione tra studiosi del campo, sulle ricerche sperimentali e sulle considerazioni cliniche, è essa stessa minata nelle sue fondamenta, in  quanto, si  rischia di non parlare dello stesso fenomeno, rendendo i paragoni inefficaci.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficoltà a identificare e definire il comportamento suicidario, è immediatamente visibile dalla stima del  fenomeno dalle fonti ufficiali in Italia. I dati sul suicidio nel nostro paese, vengono forniti dall&#8217;ISTAT, il quale divulga due tipi di dati: le statistiche sanitarie e le statistiche giudiziarie penali. Le due fonti, differiscono tra loro per i caratteri presi in considerazione e per i criteri di classificazione, divulgando, così, cifre diverse sui suicidi e i tentativi di suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante le difficoltà e i limiti delle definizioni del comportamento suicidario, la classificazione di suicidi, parasuicidi e suicidi mancati, è utilissima, in quanto ci consente di associare maggiormente alcune variabili ad altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentato suicidio, per esempio, negli adolescenti è molto frequente, per poi diventare la sua incidenza bassissima negli anziani e aumentare di gran lunga il suicidio. Nella realtà operativa questo si traduce nella possibilità di orientare,nella  maniera migliore, le nostre scelte, rendendo le, se pur incerte, definizioni di suicidio, suicidio mancato e parasuicidio utilissime.</p>
<p style="text-align: justify;">1.2 Il suicidio in differenti societa&#8217; e prospettive</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;argomento suicidio, sia in passato che ai giorni nostri, è tema di difficilissima discussione, proprio per la sua natura. Il suicidio, infatti, non può essere considerato alla stessa stregua di patologie come la depressione, in quanto, considerarlo come un sintomo, non porterebbe assolutamente a niente. Gli interventi possono essere attuati preventivamente, quando possibile, o al massimo dopo un tentativo di suicidio e bisogna, quindi, intervenire nei suoi antecedenti, che sia un fenomeno razionale o patologico e poi, ancora, un&#8217;altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio, infatti, non può essere considerato solo “patologico” o solo razionale, le sue cause non possono essere univoche e sempre uguali, ma, a seconda delle società, delle situazioni e degli individui, da cui viene attuato, acquista significati differenti. I tentativi di collocarlo all&#8217;interno di un solo orientamento, come, per esempio quello sociale, falliscono puntualmente. La multidimensionalità del fenomeno e la sua varietà di significati, è immediatamente visibile se indaghiamo il suicidio in diverse società e secondo differenti orientamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio nell&#8217;anziano, per esempio, nelle società di nomadi e cacciatori, era approvato (SIMONS L. H., 1970).</p>
<p style="text-align: justify;">In queste società, l&#8217;abilità fisica, la forza e la destrezza, sia fisica che psicologica, che come sappiamo, a livello cognitivo, subisce una flessione nell&#8217;anziano, era di fondamentale importanza per sopravvivere. Il suicidio in tarda età, probabilmente, si configurava come una scelta dovuta a contingenze di sopravvivenza, che trovavano nella diminuzione delle abilità dell&#8217;anziano, una sua giustificazione. L&#8217;approvazione e lo sguardo di ammirazione del gruppo per questo atto, costituivano il rinforzo sociale che facilitava l&#8217;atto suicidario. Trascuratezza e abbandono, quando il suicidio non veniva perpetrato,lo indicavano come una delle vie per uscire da una situazione insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify;">In alcune società, come quelle degli indiani Crow, l&#8217;atto suicidario si velava con comportamenti che denotavano coraggio e disprezzo del pericolo. Gli anziani Crow si vestivano e si ornavano accuratamente prima di andare in battaglia, spesso soli, contro i loro nemici, e qua, cercavano di morire onoramente in combattimento, preferendo ottenere la morte in guerra che di vecchiaia.</p>
<p style="text-align: justify;">A loro volta, gli Stoici e gli Epicurei, (OSGOOD NANCY, 1992), nell&#8217;antica Grecia, non condannavano il suicidio, specialmente quand&#8217;era attuato dagli anziani, per sfuggire alle sofferenze e malattie della vecchiaia. La scelta della propria morte era vista come espressione di libertà e di dignità umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo greco Platone, poi, considerava sbagliato il suicidio, in quanto andava contro la volontà degli dei, ma lo giustificava quando veniva attuato per sfuggire alla vecchiaia e ai suoi dolori. Platone, quindi, considerava la vecchiaia e le sue perdite, cose difficili da accettare e, giustificando il suicidio negli anziani, dava all&#8217;atto suicidario in tarda età, significato di una scelta razionale e fuga da un problema: la vecchiaia.</p>
<p style="text-align: justify;">La tradizione giudaico-cristiana (RACHELS R. 1973), invece, condannava il suicidio in quanto, si configura in un atto, che contrasta contro la logica e i precetti morali di questa tradizione. La vita, per i giudei-cristiani, è un dono di Dio, il quale , solo Lui, ha la facoltà di darla e di toglierla. L&#8217;atto del suicida è comportamento che va contro la volontà stessa di Dio, oltraggiandolo e mostrandogli ingratitudine. La sofferenza e i dolori della vita, in questa tradizione, acquistano significato. La sofferenza è un momento di espiazione, unica via per purificarsi e raggiungere Dio e togliersi la vita e sfuggire dalla sofferenza è atto codardo e vile. La vecchiaia e le sue sofferenze, in questa logica, acquistano notevole significato e il suicidio viene attaccato in quanto, da una parte, toglie a Dio la possibilità di prendere e dare la vita, e dall&#8217;altra come sconfitta e perdita della possibilità di raggiungerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio, seguendo questa prima indagine storica, acquista significati religiosi, sociali e morali.</p>
<p style="text-align: justify;">In contrasto a queste prime prospettive, andarono sviluppandosi dei modelli di comprensione del suicidio, che evitavano le considerazioni di ordine morale e  religioso, per indagare il suicidio nei suoi antecedenti e fattori causali.</p>
<p style="text-align: justify;">La visione medica del suicidio, per esempio, lo vedeva causato prevalentemente da dei fenomeni psicopatologici. Ricordiamo la testimonianza di Esquirol che sosteneva che il suicidio era causato dalla follia e di Kraeplein che individuava negli stati misti affettivi la causa di alcuni suicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Andarono, poi, sviluppandosi, le teorizzazioni di natura psicodinamica come quelle di Freud e di Melaine Klein, che però meritano un approfondimento a parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancano in passato neanche i lavori di natura sociologica come quello di Emile Durkheim che pubblicò la sua opera nel 1897. Elaborando i dati a sua disposizione, mostrò, che il suicidio aumenta con l&#8217;età, in funzione del sesso, status civile ed altre caratteristiche sociali, individuando tre tipi di suicidi: anomico, altruistico ed egoistico.</p>
<p style="text-align: justify;">La vedovanza, per esempio, nell&#8217;anziano, è frequentemente associata al suicidio, può essere, infatti, causa di suicidio anomico od egoistico. La perdita di un compagno con cui si è vissuti 40 anni, può provocare difficoltà ed disorientamento nella struttura interazionale di  un individuo per il termine di patterns di comportamento abituali che ora vengono a mancare, provocando suicidio anomico. Il matrimonio, d&#8217;altra parte, ha una funzione socializzante e la vedovanza, infatti, può essere causa di suicidio egoistico, specialmente tra i maschi che tendono di più a isolarsi socialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle società di nomadi e cacciatori, il suicidio altruistico negli anziani era frequente,infatti, tra gli Sciti (ALVAREZ A., 1972), gli anziani si seppellivano vivi, quando le malattie e la perdita di abilità li rendevano di peso alla comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni ‘40, prende corpo, grazie ai contributi di Watzlawic, Paolo Alto, Jackson ed altri, la prospettiva sistemica. Il disagio psichico è inquadrato nelle interazioni tra l&#8217;individuo e l&#8217; ambiente. Il suicidio nell&#8217;anziano, però, in questa prospettiva, non ha ricevuto adeguata attenzione, infatti, i lavori in questo campo, interessano principalmente l&#8217;età adolescenziale. Il suicidio, comunque, è visto come comunicazione, espressione di un disagio che culmina nell&#8217; atto suicidario. La tarda età (MALAGOLI TOGLIATTI M., TELFNER U., 1991), necessita a causa dei cambiamenti di ruolo, rispetto alla società, ai propri figli e verso se stessi, di un nuovo equilibrio del sistema che, se inadeguato, sfocia nel comportamento suicidario. La prospettiva sistemica, rende chiari, quindi, certi tipi di suicidi e le loro dinamiche, anche se queste, sono le stesse che intervengono in altri disturbi mentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le diverse prospettive analizzate di ordine morale e sociale, ci aiutano, quindi, a comprendere il fenomeno, ma, neanche quelle di ordine psicologico e religioso paiono inadeguate. Il suicidio nell&#8217;anziano, infatti, come abbiamo visto, non può essere considerato solo da un punto di vista patologico. Esso, è a volte, una scelta razionale, un calcolo tra costi e benefici, altre volte ancora, invece, il gruppo sociale lo favorisce, come nelle società di nomadi e cacciatori. Il significato del suicidio nell&#8217;anziano, quindi, è vario e multicausale, non può non interessarci, allora, la sua modalità di lettura, che deve essere aperta e orientata a un integrazione, per quanto possibile, dei diversi approcci.</p>
<p style="text-align: justify;">1.3 Psicodinamica del suicidio nell&#8217; anziano</p>
<p style="text-align: justify;">Le teorizzazioni di natura psicodinamica sul suicidio, sono feconde e di lunga data.  Infatti, già lo stesso Freud aveva tratto alcune considerazioni sul suicidio. Il padre della psicoanalisi, nonostante non avesse trattato con un opera specifica questo fenomeno, fece delle considerazioni che ancora oggi si mostrano attualissime (FREUD SIGMUND, 1974). Freud vedeva il suicidio come un fenomeno di natura prevalentemente depressiva e, infatti, nell&#8217;anziano, assume caratteri depressivi e introversivi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atto suicidario nell&#8217; anziano è, quindi, molto raramente una modalità di protesta contro l&#8217;ambiente, l&#8217;aggressività è rivolta contro l&#8217;interno, al fine di eliminare le difficoltà ad accettare le perdite e i cambiamenti che la vecchiaia comporta. Sono molte le perdite con cui deve fare i conti: perdita del partner, del ruolo sociale, menopausa, cambiamenti di residenza e così via. La dinamica che conduce all&#8217;atto suicidario, sembra essere, secondo Freud, una tendenza distuttiva che si rivolge contro il  soggetto stesso. Nella melanconia, l&#8217;io del soggetto, sostiene Freud, è scisso in due parti, una che valuta l&#8217;altra in maniera critica. Il soggetto una volta perduto l&#8217;oggetto d&#8217;amore ha utilizzato la sua libido senza meta per compiere un&#8217;identificazione con l&#8217;oggetto perduto, da qui le due istanze dell&#8217;io, di cui una criticante. L&#8217;aggressività che il soggetto usava contro l&#8217;oggetto, si mostra  nella distruttività che una parte dell&#8217;io rivolge all&#8217;altra. Il soggetto rivolge, quindi, verso se stesso l&#8217;aggressività che era rivolta prima  contro l&#8217;esterno, attuando così, l&#8217;atto suicidario. Freud, vedeva quindi, nel suicidio, un omicidio mancato e Stengel affermò addiritura che non ci può essere suicidio, senza che prima, non si abbia desiderato la morte di un altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche Melaine Klein, sosteneva che l&#8217;atto suicidario è l&#8217;incapacità di tollerare le perdite e  le separazioni ed è tipicamente connesso a dinamiche depressive, sostenendo però, diverse modalità e dinamiche inconsce che portavano all&#8217;atto suicidario. Il mondo interno, secondo la Klein, è costruito da relazioni con oggetti e anche per lei, il suicidio, è un attacco contro un oggetto interno, affermando però, che la distruzione di questo oggetto era attuata sia per distruggere questo che per preservare gli oggetti buoni. Nel nosto primo sviluppo, infatti,  nella nostra mente  avviene  una  scissione  tra  oggetti  buoni e cattivi che assumono significato rispettivamente nella concessione o negazione del seno materno e nella proiezione della propria  aggressività sugli oggetti cattivi. Gli oggetti buoni a loro volta,  vengono introiettati e la scissione, serve quindi, per preservarli dagli oggetti cattivi e non sentirsi divorato e distrutto da questi. Questa fase , si chiama schizoparanoide ed è seguita dalla fase depressiva, in cui l&#8217;oggetto viene visto nella sua totalità. La madre, quindi, è vista allo stesso tempo sia buona che cattiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella fase depressiva, altre due dinamiche acquistano prevalenza: l&#8217;introiezione e gli atti riparativi. Il soggetto, infatti, si accorge, che è egli stesso a odiare e a voler distruggere la madre e introietta, quindi, la parte buona per compensare questo senso di perdita e abbandono da parte dell&#8217;oggetto derivato dai sensi di colpa per la sua aggressività rivoltale prima. D&#8217;altro canto, anche, gli atti riparativi sono indirizzati a rimediare alle aggressioni contro gli oggetti buoni. Se questi tentativi di preservare gli oggetti buoni non raggiungono il risultato, può esserci la  tendenza a distruggere gli oggetti cattivi con l&#8217;atto autolesivo che il suicida compie per preservare gli oggetti buoni. Queste dinamiche,  tipicamente depressive, sono frequentissime nell&#8217;anziano e lo conducono a estraniarsi dal mondo esterno chiudendosi e isolandosi  sempre di più, per poi arrivare alla condotta suicidaria che simboleggia la ricongiunzione definitiva con gli oggetti buoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste considerazioni, tralasciando le diverse dinamiche inconsce che conducono all&#8217;atto suicidario, secondo Freud e Klein, i due autori si trovano d&#8217;accordo non solo sul fatto che il suicidio sia un atto aggressivo contro un oggetto interno, ma  anche, sul fatto che, esista negli individui suicidi un incapacità a tollerare le perdite e le  separazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, l&#8217;atto del suicida è un modo di  ricongiunzione di un unione perduta. L&#8217;oceanica onnipotenza, vissuta col narcisismo primario vuole essere rivissuta da alcuni  soggetti suicidi. Il narcisismo fonda le sue adeguatezza, secondo Kohut, su dei processi di introiezione e distacco dalla figura materna che se non adeguatamente risolti provocano incapacità ad accettare la perdita e la separazione. In tal modo, questo autore sostiene che proprio nell&#8217;età avanzata alcuni soggetti esperiscano una ferita narcisistica intollerabile a causa delle continue perdite che quest&#8217;età  comporta e fantasticando una riunione col grembo materno, si diano la morte col suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento risulta di primaria importanza nella psicodinamica del suicidio nell&#8217;anziano: il corpo. Nell&#8217;età adulta, infatti, il proprio corpo viene trasceso e la propria unità psicofisica si contrappone al mondo esterno. I profondi mutamenti fisici dell&#8217;età avanzata mettono in primo piano il vissuto corporeo. L&#8217;unità io-mondo viene dissolta in  quanto la presenza del corpo si fa più pregnante e si impone con tutti i suoi cambiamenti. Alla contrapposizione io da una parte, e mondo dall&#8217;altra, segue quella di io e corpo. Il disinvestimento libidico attuato dall&#8217;anziano fa si che concentri l&#8217;attenzione su se  stesso. Il corpo si fa, così, veicolo simbolico del disagio dell&#8217;anziano e il meccanismo proiettivo così frequente in tarda età, investe il corpo. Sentimenti negativi e disagi vengono così proiettati sul corpo, il quale facendosene carico, ne diventa la causa. La soluzione alla propria sofferenza consiste, allora,  nella distruzione del corpo stesso, che l&#8217;anziano attua col suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">CAPITOLO II</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio in numeri</p>
<p style="text-align: justify;">2.1 Epidemiologia</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;epidemiologia delle condotte suicidarie, si costituisce come  irrinunciabile per la comprensione del fenomeno. I dati statistici ci consentono, infatti, di scomporre ulteriormente il comportamento  suicidario, diversificandolo in base all&#8217;età, al sesso ed altre  caratteristiche. Questi dati devono essere comunque usati con molta cautela, in quanto, ci potrebbero condurre fuori pista. Infatti, per esempio,l&#8217;associazione tra sesso maschile e suicidio in tarda età, non indica una diretta relazione causale tra sesso biologico e suicidio, ma una lettura attenta ci conduce ad analizzare altre caratteristiche sociali e culturali, legate al sesso maschile, che probabilmente, lo rendono più a rischio di suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, i dati sulle condotte suicidarie, vengono forniti dall&#8217;ISTAT. L&#8217;Istituto statistico italiano pubblica due tipi di dati sul suicidio: le statistiche sanitarie e le statistiche giudiziarie penali. Le statistiche sanitarie derivano dai dati dei certificati medici di morte. Queste, purtroppo, vengono pubblicate solitamente con notevole ritardo, infatti, gli ultimi disponibili al 15 gennaio 1996, risalgono al 1991. Le statistiche sanitarie, però, a differenza di quelle giudiziarie differenziano i soggetti oltre i 65 anni in classi d&#8217;età. Queste suddivisioni ci consentono ulteriori precisazioni, in quanto i suicidi, dai 65 ai 90 anni, variano notevolmente a seconda dell&#8217;età considerata e in base all&#8217;associazione di questa al sesso. D&#8217;altra parte, le statistiche giudiziarie penali, che derivano dalle  indagini della Polizia e dell&#8217;Arma dei Carabinieri, sono largamente  sottostimanti (TANSELLA M., 1988), ma vengono pubblicate con notevole celerità, infatti, gli  ultimi dati disponibili al 15 gennaio 1996, risalgono al 1994.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tabelle  che seguono, quindi, visti i vantaggi dell&#8217;uno e dell&#8217;altro tipo di dati, conterranno entrambe le fonti. Prenderemo in considerazione, per gli anni che vanno dall&#8217;1981 al 1991 (tab. da pag17. a pag.19), le statistiche sanitarie, mentre, per  gli anni &#8217;92, &#8217;93 e &#8217;94 (tab. da pag.20 a pag.25), useremo quelle giudiziarie, in quanto quelle  sanitarie non disponibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tasso di suicidi in Italia nella popolazione ultrasessantacinquenne  nell&#8217;1991 era di 18.6/100000 ab., mentre, nella popolazione globale,  risultava di 7.7/100000. Il comportamento suicidario, quindi, nella popolazione anziana, è nettamente superiore rispetto alla popolazione globale, raggiungendo un rapporto con questa di quasi 3:1. L&#8217;incidenza del comportamento autolesivo pende decisamente  a favore dei maschi  che hanno un tasso di suicidi in rapporto alle femmine intorno a 3:1. Rispetto al totale dei suicidi, la popolazione ultrasessantacinquenne ne ha compiuto 1/3, nonostante sia  globalmente intorno al 14% (RAVIZZA, TORTA, 1988), del totale della popolazione. Considerando la popolazione ultrasessantacinquenne divisa in fasce d&#8217;età nella tabella&#8230;, vediamo che il suicidio nel totale, aumenta  progressivamente sino alla fascia 80-84, per poi subire una leggera  flessione nelle fasce maggiori di 85 anni. L&#8217; incidenza maggiore,  invece, si ha per le femmine nella fascia che va da 70 a 79, mentre  nei maschi aumenta progressivamente con l&#8217; et‡. Le statistiche  giudiziarie penali, d&#8217; alto canto, indicano un rapporto di suicidi per la  popolazione ultrasessantacinquenne rispetto al totale della  popolazione negli anni 92, 93, 94, di 3:1. Il rapporto maschi/femmine,  rimane in questa fonte, negli stessi anni 92,93,94, di 3:1. L&#8217;incidenza  del comportamento suicidario negli ultrasessantacinquenni  considerando le statistiche giudiziarie penali nell 1994 risulta di  14.17/100000 ab.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;enorme incidenza del fenomeno, non pare interessare solamente l&#8217;Italia, infatti, il tasso di suicidi negli anziani è altissimo in quasi tutti i paesi del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli U.S.A., per esempio (DE LEO D., ORMSMERK S. C. R., 1991), sul totale dei suicidi, gli ultrasessantacinquenni ne compiono 1/4.</p>
<p style="text-align: justify;">In Ungheria (tab. da pag.26 a pag.27), il tasso di suicidi nei maschi nel 1985 nelle fasce 65-69;  70-74; 75-79; 80-84 e maggiori di  85 era rispettivamente di 95.6;  145.7; 173.5; 236.1; 302.1/100000 ab., raggiungendo, quindi,  proporzioni agghiaccianti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aumento, poi, della frequenza del comportamento suicidario negli anziani, è oggetto di ipotesi  contrastanti (Mc INTOSCH J. L., 1992), infatti, alcuni sostengono una sua diminuzione e un  aumento solo nelle fasce più giovani, mentre, altri autori sostengono un suo incremento (GARRISON C. Z., 1992). L&#8217;aumento pare interessare, secondo questi  autori, sopratutto gli anziani maschi, ma anche le donne, segno questo forse, dei cambiamenti culturali della donna negli ultimi  decenni. Infatti, la donna, nella società contemporanea, aspira a fare  carriera nel lavoro e a guadagnare posizioni di potere, livellando i suoi valori a quelli dell&#8217;uomo, acquistando, così, sia i vantaggi che gli svantaggi. In Italia, l&#8217;aumento dei tassi suicidari negli anziani, pare essere un dato già acquisito e sembra interessi le fascie d&#8217;età più estreme (maggiori di 80), nonostante siano quelle già più a rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25,26, 27</p>
<p style="text-align: justify;">2.2 Sottostima del suicidio</p>
<p style="text-align: justify;">I dati sui suicidi forniti dalle fonti ufficiali, nonostante attendibili, non devono essere comunque considerati come infallibili e indicanti  l&#8217;incidenza reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio, infatti, si presenta a volte in maniera inusuale, difficile a riconoscersi. Le &#8220;erosioni suicidarie&#8221; degli anziani, rientrano, per esempio, in questi casi. L&#8217;anziano, infatti, spesso si rifiuta di alimentarsi o non accetta le se pur necessarie cure lasciandosi così morire. Le erosioni suicidarie, costituiscono dei  suicidi mascherati, che non vengono contemplati dalle statistiche ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti ufficiali, risentono anche, della indeterminatezza e difficoltà a definire il comportamento suicidario, infatti anche alcune morti strane ed inusuali potrebbero essere considerati come suicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">La disapprovazione morale, d&#8217;altra parte, associata al comportamento suicidario potrebbe portare a evitare di rendere noto il suicidio di  qualche conoscente o familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La sottostima del comportamento  suicidario è, infatti, confermata da alcuni lavori, che tra l&#8217; altro non  riguardano solamente gli anziani. Il suicidio a Padova (DE LEO D., BANON D., et al., 1988), per esempio, in uno studio del 1986 subiva una sottostima del 40% circa e Klark e Firmingan, nel &#8217;78, in Irlanda, trovarono un&#8217;incidenza della sottostima che rasentava il 50%.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">2.3 Caratteristiche del comportamento suicidario nell&#8217; anziano</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio nell&#8217;anziano assume con certezza caratteristiche raramente manipolative e comunicative in contrasto netto con gli adolescenti, nei quali, questa forma di suicidio è molto frequente. Il gesto autolesivo acquista quindi significato di protesta contro la propria persona e i propri difetti e non contro quelli dell&#8217;ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;intenzionalità di darsi la morte è, poi, molto più pronunciata di quella dei giovani e degli adulti, infatti, quando l&#8217;anziano prova a suicidarsi, molto raramente sbaglia. L&#8217;anziano, infatti, raramente attua dei tentativi di suicidio ed il rapporto di questi con i suicidi, che nella popolazione globale è di 15:1, è nell&#8217;anziano di 4:1. L&#8217;intenzionalità pronunciata di darsi la morte è ancora più evidente quando si considera il fatto che la maggior parte dei tentativi di  suicidio sono dei suicidi mancati e la probabilità (GARDNER E. A., et al., 1964), di commettere un suicidio, dopo un suicidio mancato, è di circa 20 volte più alta di quella della popolazione globale. Gli scarsi intenti comunicativi e manipolativi vegono ulteriormente confermati da Robins, il quale sostiene che, l&#8217;anziano (ROBINS E., MURPHY G. E., 1959), difficilmente lascia delle note scritte e che  quando le lascia le rivolge ai familiari e molto difficilmente contro l&#8217;ambiente sociale o di rimprovero ad esso. Il suicidio in tarda età, poi, viene compiuto prevalentemente in solitudine, difficilmente in presenza di altre persone e in luoghi in cui queste possano intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte i risultati degli interventi sugli anziani che tentano il suicidio si mostrano in genere molto utili, nonostante la  decisa intenzionalità degli atti suicidari in contrasto, invece, ai giovani e agli adulti, nei quali la determinazione a darsi la morte è minore.</p>
<p style="text-align: justify;">I metodi utilizzati dagli anziani suicidi riflettono la serietà degli intenti e  sono: impiccagione, annegamento, precipitazione, armi da fuoco e  avvelenamento. Miller riporta che, in Arizona (MILLER M., 1978), l&#8217;85% degli anziani si suicida usando armi da fuoco e che un quarto di questi ha acquistato  l&#8217;arma il mese precedente il suicidio. Lindesay J. in un suo studio trova che l&#8217;impiccagione (LINDESAY J., 1986), l&#8217;avvelenamento e l&#8217;annegamento, sono usati nell&#8217;85% dei suicidi in tarda età. In Italia, nel 1990 e 1991 i metodi più frequenti utilizzati dagli anziani suicidi sono per i maschi l&#8217;impiccagione  e la precipitazione, mentre per le femmine viene prima la precipitazione e poi l&#8217;impiccagione. Le modalità di esecuzione più frequenti dell&#8217;atto suicidario riportate dalle statistiche sanitarie nel 1990 e nel 1991 vengono confermate nel 1994 dalle statistiche giudiziarie penali per entrambi i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">CAPITOLO III</p>
<p style="text-align: justify;">Etiologia e valutazione del rischio suicidario</p>
<p style="text-align: justify;">3.1 Fattori di rischio</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;enorme incidenza delle condotte suicidarie in tarda età ottenute dai precedenti rilevamenti epidemiologici, necessita assolutamente di soluzioni. L&#8217;età elevata, infatti,incide tantissimo sui tassi suicidari e nonostante la condotta suicidaria costituisca la nona o la decima causa di morte tra gli anziani nei paesi occidentali, mentre tra gli adolescenti costituisce la seconda o terza causa di morte, gli anziani hanno i più alti tassi suicidari. L&#8217;individuazione, però, dei fattori causali del suicidio è molto problematica, in quanto questi sono molteplici e a seconda dell&#8217;ottica con cui consideriamo il suicidio, cambiano notevolmente. Freud sosteneva, per esempio, che era  l&#8217;aggressività contro un oggetto interno a provocare il suicidio, Durkeim che erano cause sociali. Le difficoltà di integrazione teorica  fra le varie prospettive e le molteplici variabili da considerare, ha condotto ad individuare delle associazioni fra il suicidio e determinati fenomeni come, per esempio, la depressione e il lutto, denominati fattori di rischio. L&#8217;individuazione dei fattori di rischio ha condotto, per un verso, a mettere da parte le difficoltà di integrazione teorica, dall&#8217;altra di considerare più variabili, contenute prima isolatamente nelle diverse prospettive. I fattori di rischio, non devono essere visti isolati nella loro azione, infatti, nella maggior parte delle volte, interagiscono tra di loro. E&#8217; noto, per esempio, il rischio altissimo di suicidio, che corrono gli anziani-depressi-alcolisti. 	Purtroppo, una  certa quantità di suicidi non  viene evitata in quanto è difficile individuare tutte le variabili in gioco e la stessa presenza di più fattori di rischio, molte volte non è predittiva. Il suicidio, poi, a volte, può essere previsto, ma il momento preciso in cui verrà attuato la maggior parte delle volte non lo è. D&#8217;altra parte gli stessi interventi preventivi e anche quelli psicologici e terapeutici sugli individui, che hanno tentato il suicidio, sono molto limitati.</p>
<p style="text-align: justify;">I fattori di rischio, comunque, nonostante le limitazioni, ci consentono di tracciare dei profili delle persone che potrebbero suicidarsi, rendendosi molto utili nell&#8217;attività di prevenzione e terapia. I fattori di rischio considerati sono nell&#8217;ordine:</p>
<p style="text-align: justify;">- perdite</p>
<p style="text-align: justify;">- pensionamento</p>
<p style="text-align: justify;">- fattori biologici</p>
<p style="text-align: justify;">- fattori genetici</p>
<p style="text-align: justify;">- malattie fisiche</p>
<p style="text-align: justify;">- alcolismo</p>
<p style="text-align: justify;">- sindromi cerebrali organiche</p>
<p style="text-align: justify;">- depressione</p>
<p style="text-align: justify;">- situazione socio-economica</p>
<p style="text-align: justify;">- cultura e valori</p>
<p style="text-align: justify;">- isolamento sociale</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione socio-economica e la cultura e i valori differiscono dagli altri fattori di rischio in quanto la loro associazione al comportamento suicidario è meno diretta di quella degli altri fattori; in secondo luogo l&#8217;attività preventiva su questi fattori comprende degli interventi globali di vasta portata, all&#8217;interno della società in cui vengono effettuati.</p>
<p style="text-align: justify;">3.2 Perdite</p>
<p style="text-align: justify;">Le perdite sono sicuramente nell&#8217;anziano una delle cause di suicidio,per le sofferenze che provocano, intendendo per perdita, non solamente la morte, ma anche il rifiuto e la separazione. Il divorzio, per esempio (BUSSE E.W., PFEIFFER E.,1969), nel gruppo di età 75-79, aumenta notevolmente il rischio suicidario. Il matrimonio al contrario, ha un effetto immunizzante, specialmente se associato a interessi e a impegni sociali. La morte del partner è sicuramente la perdita che più suscita sofferenza e disperazione, ma non bisogna sottovalutare neanche la perdita di altre persone care. La perdita di altri signicativi, infatti, come parenti e amici stretti, con cui l&#8217;anziano aveva rapporti di confidenza e intimità può essere, infatti, altrettanto pericolosa e incentivante il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Carney e collaboratori, nel1994, trovarono che gli anziani subiscono, più dei giovani, la perdita di persone significative. I dati di Carney mostrarono che la perdita dello sposo, in individui anziani, nella metà dei casi studiati, era associata al suicidio. Il rischio suicidario negli anziani è elevatissimo i primi giorni della morte della persona cara e rimane notevolmente alto per tutto l&#8217;anno successivo. Il lutto è anche causa di difficoltà concomitanti, che possono aumentare il rischio suicidario. La vedovanza (BROMBERG S., CASSEL C.H., 1983), per esempio, è causa, nel 20% degli anziani, di una sindrome depressiva nel primo anno della morte del partner, aumentando, così il rischio suicidario. La morte del partner può generare anche delle crisi d&#8217;identità, infatti, si è sottoposti, delle volte, a dei cambiamenti di ruolo. L&#8217;anziano, infatti, può trovarsi spaesato per quei compiti che il partner assolveva e di cui, adesso, si dovrà occupare lui. La vedovanza è seguita, poi, da dei disturbi psicosomatici e da un maggior rischio di malattie fisiche e di morte in generale. Il rischio suicidario aumenta se il partner è deceduto di morte violenta e anche se la relazione precedente con questo era ambivalente. Alcuni autori sostengono anche che la fede in una vita ultraterrena aumenta il rischio suicidario, in quanto si può fantasticare una ricongiunzione con la persona deceduta. Il gesto autolesivo può essere facilitato da tutte quelle circostanze che ricordano il defunto, come compleanni, anniversari di morte, fotografie ed altri oggetti. I maschi, dopo un lutto, sono più a rischio suicidario delle femmine essi hanno meno capacità adattive e di cambiamento e tendono ad isolarsi socialmente e ad avere meno interessi.</p>
<p style="text-align: justify;">3.3 Pensionamento</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritiro dal lavoro rappresenta molto spesso simbolicamente un confine oltre il quale c&#8217;è decadimento ed inutilità. Gli anziani maschi hanno maggiormente sentimenti di inutilità e soffrono più delle femmine questo cambiamento. Il rischio di suicidio pare aumenti e si mantenga su livelli notevolmente alti per i cinque anni dopo il pensionamento (SOLOMON K.,1981). Il pensionamento potrebbe essere causa indiretta di un decadimento della situazione economica, Sainsbury (SAINSBURY P.,1963), però, dimostrò che accorgimenti economici rivolti agli anziani, che andavano in pensione, non interferivano sui tassi suicidari. Il pensionamento, quindi, sembra avere caratteristiche proprie che aumentano il rischio suicidario. Innanzittutto l&#8217;anziano deve fare i conti con l&#8217;organizzazione della propria vita e del proprio tempo, infatti, le giornate prima occupate dal lavoro e dai suoi impegni, diventano improvvisamente vuote. Il pensionamento, poi, rappresenta un momento particolarmente a rischio per coloro i quali le relazioni sociali e gli interessi derivavano esclusivamente dal lavoro. Infatti, è noto che molte persone al di fuori del lavoro non hanno una vita privata ed altri interessi. I maschi sicuramente, in questo senso, sono maggiormente colpiti, in quanto in genere le donne, mantengono relazioni ed interessi anche al di fuori del lavoro. La cultura delle società occidentali, come vedremo meglio dopo, esalta i valori della produttività e del rendimento e il pensionamento, configurandosi all&#8217;altra estremità di questi valori, acquista significati negativi. Il ruolo dei maschi, infatti, all&#8217;interno della società vuole che siano più produttivi e attivi delle donne e il ritiro dal lavoro li rende, quindi, maggiormente a rischio in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">3.4 Fattori biologici</p>
<p style="text-align: justify;">Le variabili biologiche, che si è cercato di individuare per una comprensione del comportamento suicidario derivano dagli studi sulla depressione. Le ricerche condotte evidenziano che esiste una correlazione tra determinati parametri biologici e il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione, come sappiamo, è correlata molto frequentemente al suicidio nell&#8217;anziano e sembra che ci sia una particolare forma di questa sindrome, che sia più associata al gesto autolesivo. L&#8217;acido 5-idrossindolacetico è un metabolita della serotonina, il quale a sua volta, è un neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale. La depressione è correlata a bassi livelli di serotonina, anche se, i meccanismi non sono ancora completamente chiari. Il comportamento suicidario pare sia molto più frequente nelle forme di depressione con bassi livelli di 5-IIA (ASBERG M., TRASKMAN L.,1976). In particolare, le condotte suicidarie più violente sembrano appartenere a queste forme di depressione, con bassi livelli di 5-IIA. Il rischio di suicidio, nei soggetti con bassi livelli di 5-IIA, dopo che hanno commesso un tentativo di suicidio, sembra notevolmente più elevato. D&#8217;altra parte ci sono studi che indicano bassi livelli di 5-IIA in soggetti suicidi, che però non avevano una sindrome depressiva. Il dosaggio del 5-IIA, dovrebbe essere quindi preventivo nei confronti dei suicidi, purtroppo ci sono delle limitazioni alla sua applicazione pratica. Esso necessita, infatti, dell&#8217;ospedalizzazione ed è anche soggetto a frequenti errori, in quanto, molti individui erano indicati ad alto rischio suicidario , in base alle rilevazioni di 5-IIA , senza esserlo.</p>
<p style="text-align: justify;">3.5 Fattori genetici</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso comune vuole che le influenze ereditarie si manifestino in modo visibile e diretto. I caratteri ereditari si manifestano, invece, come predisposizione che a contatto con l&#8217;ambiente, potranno fare la loro comparsa oppure no, come per esempio il diabete.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche sulle influenze genetiche sul comportamento suicidario propendono per una sua qualche incidenza e sono effettuate su gemelli dizigoti, monozigoti e in particolari culture. Segal N.L. rilevò una percentuale di suicidi dell&#8217;11% in gemelli monozigoti (ROY A., SEGAL N.L.,1991), mentre in gemelli dizigoti, la percentuale era dell&#8217;1,8%. Shulsiner, nel 1979, mostrò che la concordanza dei suicidi tra figli, che avevano commesso il suicidio e i genitori biologici, era del 4,5 %. Il suicidio, invece, nei genitori di figli adottivi, che avevano commesso il gesto autolesivo, non era presente. Il 50% dei soggetti suicidi, d&#8217;altro canto, non aveva nessuna patologia mentale, rendendo più probabile, quindi, una qualche influenza genetica sul suicidio. Una cultura, che è stata oggetto di particolare interesse, è stata quella degli Amish, che si insediarono nel sud-est della Pennsylvania circa trecento anni fa. Gli Amish hanno una bassissima incidenza di suicidi, probabilmente per le caratteristiche culturali di questa comunit‡. Sussex e collaboratori trovarono (EGELAND J.A., SUSSEX J.N.,1985), in un lungo periodo di osservazione (1880- 1980), in assenza di fattori di rischio, ventisei suicidi. Il 73% dei suicidi era spiegato considerando, solo, quattro genealogie familiari, suggerendo quindi, anche perchè in assenza di fattori di rischio, influenze genetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche effettuate, quindi, riferiscono una qualche ereditarietà sul comportamento suicidario e questa predisposizione al gesto autolesivo può trovare terreno fertile in tarda età. L&#8217;età avanzata, come  già detto, infatti, è un età di grande cambiamento e l&#8217;anziano è sottoposto a molteplici lutti e a una flessione delle proprie abilità e capacità.</p>
<p style="text-align: justify;">3.6 Malattie fisiche</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio è correlato strettamente con le malattie fisiche, specialmente in tarda età L&#8217;anziano, infatti, a causa del processo d&#8217;invecchiamento è sottoposto frequentemente a malattie organiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Dorpat rilevò che la malattia fisica è correlata col suicidio nell&#8217;anziano, nel 70% dei casi e Sainsbury, invece, riporta una percentuale del 35%. Problemi fisici erano presenti in uno studio del 1994 di Carney e collaboratori, nel 94% di casi di anziani suicidi. Frieson, nel 1991 riporta che circa la metà degli anziani, che avevano tentato il suicidio, soffrivano di malattie fisiche croniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Le malattie fisiche, che sembrano incidere maggiormente sul comportamento suicidario nell&#8217;anziano, sembrano essere quelle di tipo cronico, che limitano l&#8217;indipendenza e l&#8217;autonomia, come l&#8217;insufficienza renale e i disturbi cardiaci. Le malattie croniche, infatti, spesso necessitano di assistenza continua da parte di altre persone, limitando così l&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza e provocando in queste situazioni una sofferenza  molto pronunciata. L&#8217;identità, poi, viene spesso lesa, infatti, individui, che prima erano in piena efficienza fisica, sono limitati a causa delle malattie, subendo anche bruschi cambiamenti dello stile di vita, come dieta e orari.</p>
<p style="text-align: justify;">La malattia fisica, poi,nell&#8217;anziano si presenta frequentemente associata a una sindrome depressiva. La depressione può essere reattiva alla malattia e alle sofferenze e perdite dell&#8217;indipendenza, che questa suscita.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte vi sono dei quadri clinici, come tumori al pancreas o al cervello, che sono causa di severe manifestazioni depressive. Alcune malattie fisiche, infatti, provocano depressione alterando l&#8217;organismo e i meccanismi connessi a questa sindrome.L&#8217;associazione di malattie fisiche e depressione nell&#8217;anziano, quindi, è un&#8217;associazione ad altissimo rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">3.7 Alcolismo</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;alcolismo, negli ultimi dieci anni (DIEKSTRA, HAWTON, 1987), ha avuto un notevole incremento e rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio di suicidio nell&#8217;anziano.</p>
<p style="text-align: justify;">La percentuale dei suicidi negli alcolisti è molto più alta di quella della popolazione generale e, dal 2% al 10% degli individui sopra i sessanta anni, sono alcolisti (NANCY O. 1992). Gli anziani alcolisti, d&#8217;altra parte, hanno cinque volte in più la probabilità di commettere suicidio degli anziani non alcolisti. Bisogna comunque premettere che esistono delle differenze tra i vari anziani alcolisti, infatti, questi possono essere suddivisi in più tipi.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi a considerarsi sono gli alcolisti di lunga data, i quali hanno iniziato l&#8217;abuso di alcol da giovani e non hanno mai smesso; si calcola che questi costituiscano un terzo di tutti gli alcolisti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro tipo di alcolisti, sono coloro i quali avevano iniziato l&#8217;abuso da giovani e poi interrotto e, una volta divenuti anziani, hanno ripreso l&#8217;abuso di alcol.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima forma di alcolismo è attuata da coloro che fanno abuso di questa sostanza per la prima volta nella vecchiaia e, anche questi, costituivano un terzo di tutti gli alcolisti.</p>
<p style="text-align: justify;">I fattori che conducono alla dipendenza dall&#8217;alcol sono molteplici e, mentre la prima forma di alcolismo, ha sicuramente cause più remote, nelle ultime due forme, la tarda età pare essere l&#8217;evento precipitante. L&#8217;abuso di alcol, infatti, può essere un tentativo di autocura contro le sofferenze e le perdite dell&#8217;età avanzata, come l&#8217;isolamento sociale e il pensionamento. Il lutto, a cui l&#8217;anziano pare essere sottoposto molto frequentemente, potrebbe essere un evento che facilita l&#8217;abuso di alcol al fine di arginare la sofferenza. Robin, a riguardo, trovò che circa la metà di alcolisti suicidi aveva subito la perdita di una relazione  significativa nell&#8217;ultimo anno di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abuso di alcol è frequentemente associato a delle malattie fisiche e i suoi effetti vengono usati per dare temporaneo sollievo alle sofferenze di queste. L&#8217;effetto deleterio dell&#8217;alcol è poi maggiore nel corpo dell&#8217;anziano, in quanto il processo d&#8217;invecchiamento produce dei cambiamenti, che lo rendono più vulnerabile agli effetti negativi dovuti all&#8217;abuso di questa sostanza. La diminuzione della percentuale di massa adiposa nell&#8217;anziano, infatti, facilita l&#8217;intossicazione da alcol e l&#8217;anziano alcolista ha più possibilità di avere un cancro allo stomaco, all&#8217;esofago ed effetti deleteri al cuore, alla circolazione ed altri disturbi ancora. Il suicidio, negli stati di intossicazione da alcol, può presentarsi facilmente, in quanto intervengono fenomeni di alterazioni dello stato di coscienza con varie manifestazioni motorie e psichiche. L&#8217;alcol ha, anche, effetti negativi sul sistema nervoso centrale, infatti può essere causa di sindromi, come quella di Korsakof, alterazioni del sonno e delle performance mentali.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217; abuso di alcol, d&#8217;altra parte, produce, in interazione con i farmaci, conseguenze molto pericolose, infatti, i farmaci, essendo comunemente usati dagli anziani per curare vari disturbi fisici, una loro associazione con l&#8217;alcol è, quindi, molto frequente. L&#8217;abuso di alcol porta, poi, all&#8217;instaurarsi di un circolo vizioso, in cui abbiamo alcol, seguenti malattie fisiche e incremento dell&#8217; uso di alcol, aumentando, così, il rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione, d&#8217;altro canto, è una patologia mentale, che troviamo associata, molto spesso, all&#8217;alcolismo. Gli individui, infatti, che abusano di alcol, soffrono, il 35% di una sindrome depressiva e, i depressi hanno cinque volte più probabilità di essere alcolisti, della popolazione generale. Gli anziani che soffrono di depressione, infatti, usano l&#8217;alcol per indurre uno stato di rilassamento e di euforia, dando temporaneo sollievo alle sofferenze della depressione. L&#8217;abuso di alcol, d&#8217;altra parte, produce dei cambiamenti nell&#8217;organismo, che conducono alla depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;interazione alcolismo-depressione nell&#8217;anziano aumenta, così considerevolmente il rischio suicidario. Gli stessi effetti euforici e disinibenti, per concludere, dopo l&#8217;abuso di alcol, possono facilitare il passaggio all&#8217;atto suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">3.8 Sindromi cerebrali organiche</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio è abbastanza frequente anche negli anziani che hanno delle sindromi cerebrali organiche (POKORNEY A.D., 1964). Le sindromi demenziali, infatti, specialmente all&#8217;inizio della loro evoluzione, sono accompagnate da una sintomatologia depressiva, che può scatenare l&#8217;atto suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La demenza senile malinconica e la demenza senile delirante o paranoidea, per esempio, all&#8217;inizio della loro insorgenza mostrano una sintomatologia depressiva marcata, che col progressivo strutturarsi della sindrome demenziale, lascia spazio a quei sintomi più caratteristici delle sindromi cerebrali organiche. L&#8217;instaurarsi di una sintomatologia depressiva, all&#8217;inizio dell&#8217;insorgenza di una sindrome demenziale pone dei problemi diagnostici, che possono inficiare l&#8217;intervento terapeutico, poichè la sindrome demenziale senile e quella depressiva possono essere facilmente confuse (RABINS P.V.,1984).</p>
<p style="text-align: justify;">La diagnosi di demenza senile, infatti, ha una prognosi sfavorevole, nonostante in alcuni casi in cui si presenta con episodi acuti o subacuti e con un buon trattamento farmacologico si possa avere una remissione parziale dei sintomi.</p>
<p style="text-align: justify;">La diagnosi, invece, di una sindrome depressiva ha in genere una prognosi favorevole, nella quale però, se non si interviene tempestivamente e nella maniera adeguata, si può avere un ulteriore aggravamento, aumentando, così il rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La diagnosi differenziale è più complessa e difficile, se deve essere effettuata tra pseudodemenza, che è una particolare forma di depressione, e demenza senile. La pseudodemenza, infatti, presenta alterazioni della memoria, dell&#8217;orientamento e delle funzioni intel- lettuali, che fanno maggiormente pensare ad una sindrome cerebrale organica.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;evoluzione della demenza, però, è lenta e progressiva e presenta più deficit cognitivi della pseudodemenza, la quale, al contrario, ha un esordio veloce e rapido.</p>
<p style="text-align: justify;">3.9 Depressione</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione è la patologia mentale con la più alta incidenza di comportamento suicidario nell&#8217;anziano.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori, che dimostrano una correlazione tra depressione nell&#8217;anziano e suicidio, sono molti. Barraclough riporta una percentuale di depressi suicidi dell&#8217;82% (BARRACLOUGH B.M.,1971), mentre Robins  del 62% (ROBINS E.,1981). Isometsa, nell&#8217;aprile del 1994, riporta una percentuale di anziani depressi suicidi del 50%. Il disturbo depressivo si manifestò nell&#8217;83% dei casi, in associazione a disturbi fisici e molto frequentemente con complicazioni psicotiche. Carney , nel 1994, riporta una percentuale di sintomi depressivi in anziani suicidi, del 54%, i quali, nel 14% dei casi, erano associati ad alcolismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sindrome depressiva può essere fatta risalire a delle cause endogene, organiche, psicogene ed endoreattive.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione endogena pare essere associata ad una ipoattività delle sinapsi noradrenergiche e serotoninergiche, a dei cambiamenti del sistema endocrino e in particolare, per quanto riguarda la psicosi maniaco-depressiva, ad una trasmissione genetica. L&#8217;esordio della psicosi maniaco-depressiva, si colloca prima della senescenza e tende a ripresentarsi , però anche in tarda età La depressione endogena monopolare ha un&#8217;età di insorgenza media intorno ai quarant&#8217;anni, ma non è raro, un suo esordio anche in età avanzata.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione può avere cause anche organiche e può essere provocata da malattie come tumori al pancreas, al cervello, infezioni virali, ipertensione ed altre ancora. Il morbo di Parkinson, molto frequente in età avanzata, è associato spesso a disturbi depressivi. Le caratteristiche di questa malattia, come una diminuzione dei livelli di dopamina e serotonina, fanno sì che, i soggetti colpiti da essa, sviluppino una sindrome depressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Le modificazioni nell&#8217;organismo, a causa dell&#8217;invecchiamento, come quelle neuroendocrine e neurotrasmettitoriali, fanno in modo che l&#8217;anziano abbia una ridotta capacità di reagire ad eventi stressanti, predisponendolo a dei disturbi depressivi. Le depressioni endoreattive, le quali scaturiscono da una reazione ad eventi psichici e somatici, sono molto frequenti nell&#8217;anziano e influenzano, una volta avviate, l&#8217;organismo e i suoi dispositivi anatomo fisiologici assumendo le caratteristiche di profondità e sofferenza delle depressioni endogene e sganciandosi da elementi situazionali e ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">I principali fattori eziologici psicosociali della depressione nell&#8217;anziano sono: la perdita del supporto sociale, trasferimenti ed istituzionalizzazione, pensionamento e lutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sostegno sociale, infatti, oltre ad avere un effetto positivo generale sul benessere psicofisico ha anche la funzione, in situazioni di stress, di limitare le conseguenze negative di questo. Elton, nel1983, analizzando un gruppo di anziani alcolizzati, che erano andati in pensione, mostrò che questi avevano reti sociali molto pù ristrette degli anziani, non alcolisti, pensionati.</p>
<p style="text-align: justify;">I trasferimenti in case di cura o in altra dimora, costituiscono frequentemente un altra causa di depressione nell&#8217;anziano, a causa dei cambiamenti pratici, come lo spazio a disposizione e le abitudini di vita e provocando spesso, perdita di contatti sociali ed emozionali. Il pensionamento e il lutto, abbiamo già visto, che sono entrambi frequentemente causa di depressione, per la sofferenza e i sentimenti negativi che suscitano.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le distorsioni cognitive sono causa di depressione, Beck, infatti, trovò che gli individui, che sviluppano sintomi depressivi, si pongono di fronte alla realtà con un set cognitivo improprio e negativo riguardo al mondo, alla propria persona e al futuro. Gli individui che hanno questa distorsione cognitiva considerano se stessi impotenti di fronte agli ostacoli del mondo esterno e senza alcuna speranza di esercitarvi il controllo. Questo schema cognitivo negativo (Hopelessness) è strettamente associato al suicidio, tanto che, il rilevamento della sua intensità è un buon preditore del comportamento suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La sintomatologia della depressione nell&#8217;anziano presenta alcune caratteristiche che si discostano dai sintomi depressivi dell&#8217;età adulta. La depressione è, spesso, mascherata da fenomeni neurovegetativi, come disturbi gastrointestinali e genito-urinari. I sintomi somatici sono accompagnati da sintomi psichici come ansia e tensione e l&#8217;umore depressivo, a volte, sembra passare in secondo piano. Il sonno negli anziani depressi è disturbato e spesso si ha un risveglio molto precoce con difficoltà ad addormentarsi; inoltre, si ha più raramente ipersonnia e si hanno, anche, lamentele ipocondriache, perdita degli interessi e della libido, sensi di colpa e ideazioni suicidarie frequentissime. Il rallentamento ideo-associativo-motorio, comunque, è frequente e l&#8217;agitazione intesa come espressione motoria è più frequente nelle femmine che nei maschi. I sintomi precedenti possono associarsi, anche, a disturbi ossessivo-compulsivi, depersonalizzazione e derealizzazione che tendono a scomparire con un miglioramento della sintomatologia depressiva ed infine possono presentarsi, anche, idee a sfondo paranoideo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio, nelle depressioni endogene, si manifesta più frequentemente dopo molto tempo dal primo episodio di malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle forme bipolari, il viraggio timico è un momento particolarmente a rishio di suicidio, in quanto, si passa da uno stato di rallentamento ideo-associativo-motorio all&#8217;eccitamento maniacale, con conseguente rimozione dell&#8217;inibizione motoria; pare non esistano differenze di frequenze di suicidi tra depressi unipolari, bipolari 1 e bipolari 2, in quanto, gli studi fatti riportano dati contrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio, invece, nelle depressioni reattive ed endoreattive si manifesta più frequentemente a ridosso dell&#8217;episodio scatenante la sindrome.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suicidio è pù frequente nelle depressioni ansiose e agitate, infatti, il gesto diventa impulsivo ed improvviso, come spesso accade nella melanconia involutiva. Roose, poi, riporta che i depressi psicotici hanno cinque volte pù probabilità di commettere suicidio dei depressi non psicotici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio di suicidio in individui depressi aumenta con i seguenti fattori: isolamento sociale e difficoltà interpersonali, esposizione a stressors psicosociali, storia di perdite significative in età infantile e adolescenziale e negli individui, il cui disturbo depressivo ha avuto un esordio precoce.</p>
<p style="text-align: justify;">La sindrome depressiva, per concludere, è la variabile che più incide nel gesto autolesivo nell&#8217;anziano e quindi deve essere particolare oggetto di interesse e studio, per una prevenzione delle condotte suicidarie, purtroppo, infatti, è sottostimata negli anziani e in genere non riceve  adeguati trattamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">3.10 Situazione  socioeconomica</p>
<p style="text-align: justify;">Le condizioni socioeconomiche, sono degli indicatori della qualità che non possono essere sottovalutati, infatti, incidono a tutti i livelli di essa. 	Il 5° rapporto sugli anziani in Italia del 1995 mostra come vi sia una diminuzione della situazione economica globale degli anziani nel nostro paese. La situazione, poi, è più preoccupante quando guardiamo le condizioni socioeconomiche degli anziani del sud. Infatti, nonostante i livelli medi della situazione economica degli discostino poco da quelli nazionali, gli anziani del sud spesso mantengono economicamente le famiglie dei figli, a causa dell&#8217;enorme disoccupazione presente nel mezzogiorno. I più alti tassi suicidari, presenti nelle regioni del nord Italia, non possono essere indicanti che la situazione socioeconomica non ha peso sul suicidio nell&#8217;anziano. Infatti, il minor tasso suicidario potrebbe essere dovuto tranquillamente a parecchie altre caratteristiche sociali, come una migliore integrazione e ruolo positivo all&#8217;interno della famiglia, da parte degli anziani del sud, rispetto a quelli del nord, ed altri variabili ancora. Il contrario, però, non può essere affermato, infatti, che la situazione socioeconomica incida sui tassi suicidari degli anziani, è dimostrato da molti lavori.</p>
<p style="text-align: justify;">Sainsbury trovò che, negli anziani delle categorie socioeconomiche più elevate, i tassi suicidari tendevano a  decrescere con l&#8217;aumentare dell&#8217;età Gli anziani, invece, che appartenevano alle categorie socioeconomiche più basse, tendevano ad avere tassi suicidari pù elevati, con l&#8217;aumentare dell&#8217;età In uno studio di Robins, i dati indicarono che gli individui che appartenevano a categorie socioeconomiche più basse, una volta andati in pensione, erano soggetti ad un aumento sensibile dei tassi suicidari.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli individui che appartengono a categorie socioeconomiche più basse, infatti, una volta ritiratisi dal lavoro, hanno in genere una diminuzione del livello economico. Carenti situazioni economiche, infatti, incidono indirettamente, su tutta la qualità della vita. La qualità dell&#8217;abitazione e i suoi servizi, se l&#8217;anziano non può usufruire di adeguate risorse economiche, sono scadenti. I servizi ricreativi e culturali, per essere frequentati, come pure ricevere adeguate cure sanitarie, necessitano di risorse economiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Una situazione economica inadeguata, quindi, porta l&#8217;anziano ad avere meno interessi e minore qualità di vita, aumentando così il rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">3.11 Cultura e valori</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura e i valori di ciascuna società svolgono sicuramente un ruolo nel favorire o decrementare i tassi suicidari. I differenti indici di suicidi tra le varie società, che a volte sono notevolmente significativi, lo dimostrano. L&#8217;atteggiamento culturale che un paese ha verso gli anziani svolge, infatti, un ruolo indiretto, influenzando la qualità della loro vita e il loro atteggiamento verso di essa. Una cultura, che è stata oggetto di particolare interesse da parte di studiosi in questo senso e di cui abbiamo già parlato in precedenza, è la comunità degli Amish.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Amish hanno forti tradizioni religiose e forte attaccamento alla famiglia. Gli anziani, nella comunità Amish, sono rispettati e onorati e occupano posizioni di prestigio e di potere. I tassi suicidari tra gli anziani Amish sono bassissimi e questo può essere spiegato dall&#8217;atteggiamento verso di loro e dalle altre caratteristiche culturali di questa comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le differenze, nella cultura e nei valori, per esempio, possono spiegare i diversi indici suicidari tra i bianchi e i neri, nella società statunitense. I bianchi, infatti, negli U.S.A., si suicidano più frequentemente dei neri, con un calo di differenza, negli ultimi anni, segno forse, dell&#8217;uniformarsi dei valori e della cultura tra le due etnie. 	Le società occidentali non hanno un atteggiamento positivo nei confronti degli anziani. Gli anziani, infatti, sono visti come non produttivi e decadenti, vengono isolati socialmente e subiscono l&#8217;influenza di notevoli stereotipi, che ledono la loro autostima, provocando sentimenti di inutilità e disperazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stereotipi sugli anziani sono molti e la maggior parte negativi. Gli stereotipi sono credenze generalizzate irrazionali e prive in genere di fondamento. L&#8217;anziano, infatti, è visto nella nostra cultura come un individuo, le cui capacità fisiche, intellettuali, interessi sociali e sessuali sono andati perduti. Lo stereotipo dell&#8217;anziano vuole, infatti, un vecchio che non si ricorda cosa faceva un attimo prima, che ha difficoltà ad apprendere e ha pochi o nessun interesse. Le credenze sugli anziani, però, sono frammentarie  e prive di fondamenti scientifici. Non si vuole, qui, dimostrare che l&#8217;anziano non subisca delle perdite nelle sue abilità, ma si vuole riferire un ridimensionamento di queste perdite, confermate da una miriade di ricerche. Il deficit imputato alle abilità cognitive dell&#8217;anziano, si riferisce alla velocità dei processi cognitivi e non alla sua qualità Le ricerche sulla produttività dell&#8217;anziano dimostrano come si abbia in tarda età una diminuzione della velocità e della quantità del lavoro svolto, compensato, però, da una migliore precisione e qualità di questo. Gli interessi sessuali, poi, possono essere presenti anche in persone in tarda età, sia negli uomini che nelle donne. Le ricerche svolte sugli anziani, poi, risentono di forti limitazioni metodologiche, infatti, i campioni esaminati, non sono nella maggior parte dei casi, omogenei. Gli individui differiscono, per l&#8217;istruzione, classe socioeconomica ed altre variabili di difficile controllo. In sostanza, le ricerche confermano che c&#8217;è un decadimento, ma anche che ci sono tanti tipi di anziani, tra i quali molti, sono in piena efficienza fisica ed intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">I meccanismi, d&#8217;altra parte, che maggiormente perpetuano gli stereotipi sugli anziani, sono la letteratura e i media.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immagine dell&#8217;anziano tramandata da poeti e prosatori descrive il vecchio come solo, disperato, ammalato e la sua vita come priva di significati e di gioie. Già nell&#8217;antichità, infatti, i Greci cantavano le lodi della giovinezza e i dolori della vecchiaia. Nel rinascimento, il Macchiavelli nella Mandragola, tramanda una figura del vecchio come stolto e demente. Il Goldoni, nei Rusteghi, nel settecento, ironizza la figura dell&#8217;anziano, offendendola  e ridicolizzandola nella morale.</p>
<p style="text-align: justify;">I media, d&#8217;altro canto, non parlano quasi mai degli anziani e quando lo fanno, ne parlano nella maniera sbagliata. Ci sono due tipi di vecchi che i media descrivono, il vecchio buono e il vecchio cattivo. Il vecchio cattivo viene abbandonato da tutti e ripudiato, il vecchio buono, d&#8217;altra parte, non dà fastidio a nessuno, è simpatico ed è una figura positiva, che, però, sparisce immediatamente quando diventa d&#8217;intralcio.</p>
<p style="text-align: justify;">I media non parlano quasi mai, poi, del suicidio nell&#8217;anziano, nonostante la sua frequenza sia elevatissima. I media parlano del suicidio negli adolescenti e, se questo è giustificato dal fatto che, nella fascia 15-24, è in incremento, questo non giustifica che non si parli del suicidio dell&#8217;anziano, per la memoria storica e i potenziali insegnamenti, che vanno perduti.</p>
<p style="text-align: justify;">Solomon mostrò come gli stereotipi sugli anziani provocano in loro sentimenti depressivi e di inutilità. Le persone che stanno intorno agli anziani, infatti, hanno delle aspettative su di loro, dettate dagli stereotipi, questo le porta a non considerare i bisogni dell&#8217;anziano stesso e questi, non vedendo che i loro bisogni e azioni non vengono presi in considerazione dall&#8217;ambiente, sviluppano sentimenti d&#8217;impotenza e depressione. Gli anziani, argomenta Solomon, diventano i capri espiatori dei mali che affliggono la società presente e sono accusati di essere non produttivi ed inattivi e l&#8217;accetazione di questi stereotipi, provoca sentimenti di vergogna e di inutilità.</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura dell&#8217;ageismo delle società occidentali non può non essere, quindi, presa in considerazione, in quanto interferisce negativamente nella qualità di vita degli anziani, incidendo sicuramente in modo negativo sui tassi suicidari.</p>
<p style="text-align: justify;">3.12 Isolamento sociale</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro importante preditore del comportamento suicidario nell&#8217;anziano, risulta essere l&#8217;isolamento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;isolamento sociale, non solo in numerosi casi è causa diretta di gesti suicidari, ma è causa di numerose difficoltà concomitanti, che aumentano il rischio suicidario. Barraclough evidenziò l&#8217;associazione fra isolamento sociale e suicidio nell&#8217;anziano (BARRACLOUGH B.M.,1971). Il 50% degli anziani suicidi, che prese in esame, vivevano permanentemente soli. Sainsbury mostrò come l&#8217;isolamento sociale, che nella maggior parte dei casi, era seguente alla morte del coniuge, era anche nel suo lavoro frequente causa di suicidio (SAINSBURY P.,1963). Anche Carney riportò numerosi casi di anziani suicidi che erano isolati socialmente (CARNEY S.S.,1994).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;isolamento degli anziani nella nostra cultura sembra dipendere anche in larga parte dalla struttura del sistema sociale. L&#8217;anziano, infatti, raramente ha occasione di stringere contatti e relazioni sociali, al di fuori della sua abituale cerchia. Le strutture esistenti, poi, di integrazione sociale, sono veramente poche e spesso difficili da raggiungere per molti anziani. L&#8217;isolamento sociale sembra essere più frequente nei maschi che nelle femmine. Le donne, infatti, mantengono più solide e frequenti relazioni interpersonali, che durante la vita lavorativa, si discostano anche dall&#8217;ambiente di lavoro. Gli uomini, invece, sembrano far dipendere i contatti interpersonali dall&#8217;ambiente di lavoro e dal coniuge e, una volta che vengono a mancare questi due punti fermi, si ritrovano isolati socialmente. L&#8217;essere soli e con poche possibilità di stabilire rapporti interpersonali, si carica, così di significati negativi. La solitudine viene vissuta con colpa e responsabilità personale e si hanno così pericolosi cali di autostima, che possono portare l&#8217;anziano a decidere di suicidarsi. L&#8217;isolamento sociale è, poi, causa frequentissima nell&#8217;anziano, di episodi depressivi, aumentando, così, il rischio suicidario. Le indagini condotte sul sostegno sociale confermano che esiste una relazione diretta tra sostegno sociale e qualità della vita. Il sostegno sociale, infatti, influisce direttamente sulla salute psicofisica (main effect) e in situazioni di stress offre la possibilità di contenerne gli effetti dannosi (buffering hipothesis). La conferma delle condizioni di isolamento sociale di un anziano, deve destare sempre l&#8217;attenzione degli operatori con cui viene a contatto. Quand&#8217;anche non si siano evidenziati intenti suicidari, il ripristino e l&#8217;aiuto a stabilire dei contatti interpersonali, è sempre una misura da prendere in considerazione. Si possono prevenire, così bruschi cali di autostima e sentimenti negativi, che potrebbero provocare il gesto autolesivo.</p>
<p style="text-align: justify;">3.13 Valutazione del rischio suicidario</p>
<p style="text-align: justify;">La valutazione del rischio suicidario deve essere fatta usando tutti gli strumenti a disposizione, all&#8217;uso di colloqui clinici, infatti, deve essere affiancato quello di questionari e scale seppure in modo complementare o ausiliario. L&#8217;utilizzo di questionari e scale, infatti, consente , da una parte, di eliminare gli errori dovuti all&#8217;interazione col paziente. Elementi controtransferiali, come un&#8217;ansia causata dal tema del suicidio, può, infatti, indurre nell&#8217; operatore un attegiamento difensivo che inficia la rielaborazione ed esternazione di queste problematiche. I questionari e le scale, d&#8217;altra parte, risentono di problemi di validità, di taratura, per variabili come, per esempio, l&#8217;istruzione, classe socioeconomica e di situazioni significative che il soggetto può aver vissuto. L&#8217;uso dei colloqui, d&#8217;altra parte, consente una maggiore flessibilità e considerazione dell&#8217; esperienza del soggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">La valutazione del rischio suicidario, non consiste nell&#8217;individuazione dei fattori di rischio precedentemente discussi, in quanto, essa è più propriamente individuale.I fattori di rischio invece, sono essenzialmente considerati in un ottica preventiva, nonostante interrelati con la valutazione del rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La conduzione dei colloqui con individui anziani, diverge profondamente da quella di pazienti di altre età. L&#8217;individuo anziano, infatti, vive una condizione e situazione di vita che in genere, chi conduce il colloquio, essendo più giovane, non comprende. L&#8217;intervistatore, allora, dovrà porre enorme attenzione all&#8217;ascolto, unico modo per superare queste problematiche. Un colloquio, infatti, meno direttivo, che lascia spazio al racconto e all&#8217;esperienza del paziente anziano, ci consente di metterci in comunicazione con lui e di capire, per quanto possibile, la sua vita emotiva. Un ascolto attento e partecipe, consente, in alcuni casi, un notevole recupero del paziente anziano che sembrava seriamente compromesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la valutazione del rischio suicidario si devono tenere in considerazione determinate problematiche che hanno particolare influenza nell&#8217; atto suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">Si elencano dei punti proposti in uno schema guida da Tatarelli Roberto che sono particolarmente fruttuosi per la valutazione del rischio suicidario (TATARELLI ROBERTO,1992):</p>
<p style="text-align: justify;">-Decorso della malattia</p>
<p style="text-align: justify;">-Malattie fisiche</p>
<p style="text-align: justify;">-Storia farmacologica</p>
<p style="text-align: justify;">-Condizioni ambientali</p>
<p style="text-align: justify;">-Elementi relazionali</p>
<p style="text-align: justify;">-Storia familiare</p>
<p style="text-align: justify;">-Comunicazione suicidaria</p>
<p style="text-align: justify;">-Precedenti tentativi di suicidio</p>
<p style="text-align: justify;">-Impulsività e violenza</p>
<p style="text-align: justify;">-Difese</p>
<p style="text-align: justify;">-Almanacco affettivo</p>
<p style="text-align: justify;">Il decorso della sindrome, come sottolineato in precedenza, è fondamentale per prevenire un aumento del rischio suicidario. Nelle depressioni endoreattive, infatti, il gesto autolesivo in genere interviene a ridosso dell&#8217;evento scatenante la sindrome, mentre in quelle endogene, dopo più tempo dall&#8217; inizio della depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le malattie fisiche possono scatenare il suicidio, propendendo, però, per un maggior rischio soprattutto per quanto riguarda l&#8217;anziano, per le malattie croniche che causano perdita di indipendenza e autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la storia farmacologica e le condizioni ambientali costituiscono una fonte di valutazione, in quanto, la tendenza all&#8217;abuso di farmaci ed elementi relazionali che sono fonte di sofferenza e stress, aumentano il rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia familiare di un individuo interviene spesso nelle sindromi suicidarie, tanto è che l&#8217;indagine di eventuali problematiche e di suicidi è indice di un maggiore rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">La comunicazione di intenti suicidari in individui anziani, diverge da quella degli adulti e degli adolescenti. L&#8217;anziano, infatti, comunica intenzionalità suicide prevalentemente sul piano simbolico. Frequenti lamentele somatiche, devono insospettire l&#8217;operatore, il corpo, infatti, è il veicolo privilegiato del disagio nel paziente anziano. Nei casi in cui si abbia il sospetto di intenti suicidari, questi devono essere indagati attivamente. L&#8217;anziano, infatti, prova notevoli difficoltà a comunicare il disagio psichico e la determinazione a darsi la morte è molto ferma e sicura.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impulsività caratteriale, in quanto rende il passaggio all&#8217;atto brusco ed improvviso, deve essere oggetto particolare di interesse. 	Precedenti tentativi di suicidio, abbiamo detto, che nell&#8217;anziano aumentano di circa venti volte il rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">Le difese, come le capacità attentive, di rielaborazione dei propri contenuti emotivi e di stabilire legami con altre persone, costituiscono dei fattori protettivi nei riguardi del gesto autolesivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;almanacco affettivo, costituito da situazioni significative personali, come eventi luttuosi, ed eventi capaci di suscitare emozioni incontrollabili ed impulsive, consente di ottenere informazioni preziose per una valutazione del rischio suicidario.</p>
<p style="text-align: justify;">I test che ci consentono una valutazione del rischio suicidario, sono numerosissimi ed è consigliabile somministrarne congiuntamente più di uno, in quanto, derivando da diverse impostazioni teorico-pratiche, ci si può avvalere di più punti di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei metodi per la costruzione di test suicidologici, consiste nel controllo di gruppi a rischio suicidario, come i depressi. L&#8217;individuazione delle caratteristiche psicologiche e sociali dei soggetti di questi gruppi a rischio che si suicidano, consentono di costruire dei test.Un&#8217;altro metodo per costruire test suicidologici, consiste nel considerare individui che hanno tentato il suicidio e, poi, isolare le caratteristiche di coloro che in un secondo momento si sono suicidati. D&#8217;altra parte, poi, ci sono individui che nascondono l&#8217;effettiva gravità dei tentativi di suicidio. Esistono a riguardo dei test che valutano l&#8217;effettiva gravità del gesto autolesivo, come quello di Weisman e Worden (WEISMAN M.M.,WORDEN J.W.,1972), che prendono in considerazione il possibile intervento di altre persone e il mezzo utilizzato. Il SVIATT di Diekstra e Kerkhof ha il merito (DIEKSTRA R.F.W.,1989), poi, di considerare oltre il soggetto, anche la persona a lui più significativa e altri individui dell&#8217;ambiente del soggetto, dando così una visione più ampia.Uno dei questionari che ha avuto maggiore diffusione è la &#8220;Hopelessness Scale&#8221; di Beck (BECK A.T.,1985). Il questionario di Beck, infatti, ha un&#8217;ottima predizione di suicidi. L&#8217;Hopelessness Scale, misura l&#8217;attegiamento di un individuo verso se stesso, il mondo e il proprio futuro. Il questionario è composto di 20 item dicotomici vero/falso, ed ha ottenuto più volte conferme sperimentali.</p>
<p style="text-align: justify;">CAPITOLO IV</p>
<p style="text-align: justify;">Prevenzione e terapia</p>
<p style="text-align: justify;">4.1 Prevenzione</p>
<p style="text-align: justify;">Le moltleplici variabili implicate nel comportamento suicidario, rendono immediatamente visibile la complessità del fenomeno e ci indicano che anche la sua prevenzione deve essere multimodale e flessibile. La prevenzione delle condotte suicidarie, infatti, deve essere adeguata a seconda del gruppo su cui si desidera intervenire, a seconda dell&#8217;individuo e di altre caratteristiche. L&#8217;attività preventiva, insomma, deve essere al pari delsignificato del gesto autolesivo, aperta e flessibile.La parola prevenzione, rimanda a un concetto temporale: di venir prima o anticipare le conseguenze di una malattia fisica o psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione in campo medico e psicologico, viene generalmente divisa in tre livelli: prevenzione primaria, secondaria e terziaria. In campo suicidologico, per quanto riguarda il secondo e il terzo livello, possiamo usare al posto di prevenzione secondaria e terziaria rispettivamente i termini di: intervento e postvention. La natura stessa del fenomeno, infatti, porta ad avere nel secondo e terzo livello dell&#8217;attività preventiva i caratteri di intervento e trattamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione primaria, si identifica come un intervento atto ad eliminare le possibili cause e antecedenti del comportamento suicidario. In questo senso, un intervento preventivo sulle condotte suicidarie in individui depressi, non può essere considerato come prevenzione primaria. La depressione, infatti, è già un elemento causale del gesto autolesivo, e una prevenzione primaria deve indirizzarsi ad impedire l&#8217;insorgenza stessa del disturbo depressivo. Gli interventi attuati nel livello della prevenzione primaria, quindi, svolgono un ruolo antecedente alle variabili individuate in precedenza, come l&#8217;alcolismo o le malattie fisiche e concettualmente sembrano gli interventi più auspicabili. Purtroppo, la prevenzione primaria richiede dei cambiamenti profondi nella struttura e organizzazione della società in cui è attuata e da un punto di vista operativo, quindi, è quella di più difficile attuazione (TATARELLI ROBERTO,1992). Gli interventi di prevenzione primaria, infatti, richiedono scelte economiche e politiche difficili, e la stessa programmazione e valutazione degli interventi, quand&#8217;anche queste scelte siano effettuate, sono molto complesse e suscettibili di errori.La prevenzione primaria, comunque, come quì intesa, è atta a promuovere una salute psicofisica globale per inferire una diminuzione dei tassi suicidari.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione secondaria o intervento, invece, è indirizzata ai fattori di rischio, elementi cioè, in cui il gesto autolesivo è altamente probabile. La prevenzione secondaria, quindi, si configura sia come individuazione precoce dei fattori di rischio e sia come intervento quando necessario. Un&#8217;attività preventiva a questo livello, infatti,come per esempio su un anziano alcolista, consiste nella sua individuazione precoce e con intervento al fine di eliminare l&#8217;abuso di alcol.In questo senso, l&#8217;attività preventiva di questo livello non può essere chiamata propriamente prevenzione secondaria, ma risponde meglio alle caratteristiche di un intervento.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione terziaria o postvention è indirizzata agli individui che hanno tentato il suicidio, indipendentemente che siano suicidi mancati o parasuicidi. Nella prevenzione terziaria o postvention, rientrano secondo alcuni autori, gli interventi che possono essere attuati sugli individui che soppravvivono ad un suicidio, come coniugi e parenti (GROLLMAN E.A.,1988).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attività preventiva, nonostante chiara da un punto di vista concettuale, nella realtà concreta è di difficile traduzione. Si cercherà, quindi, di suggerire delle modalità operative a tutti e tre i livelli dell&#8217;attività preventiva, indicando la direzione, pregi e difetti e tenendo in considerazione le caratteristiche delle condotte suicidarie dell&#8217;anziano. 	Si prenderà in considerazione il contributo di Murrel che individua diverse modalità d&#8217;intervento (MURREL S.,1973).</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo tipo di intervento, secondo questo autore,è il ricollocamento individuale. Il sistema sociale, per esempio, in cui è inserito l&#8217;anziano, può essere incopatibile con i bisogni e interessi di questo, tanto da scoraggiare un&#8217;eventuale adattamento individuale. In alcuni casi, infatti, l&#8217;individuo anziano può cambiare casa di cura, in quanto considera quella in cui abita invivibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli interventi, ovviamente, possono essere attuati sull&#8217;individuo, sono un esempio di questo le psicoterapie e i trattamenti farmacologici. 	Il terzo tipo di intervento, può essere attuato sulla popolazione o su gruppi a rischio, sono un esempio di questo le campagne di prevenzione di alcune malattie fisiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro tipo di intervento, è quello sul sistema sociale, che consente dei cambiamenti strutturali. La facilitazione dell&#8217;uso dei centri di igiene mentale da parte di individui anziani, fa parte di questo tipo di intervento.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli interventi intersistemici sono diretti ad un miglior connessione e cordinamento di questi. La collaborazione, per esempio, del personale delle case di cura con i centri di igiene mentale, consente una miglior efficacia e velocità degli interventi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo tipo di intervento, secondo Murrel, è quello sulla rete sociale. Le campagne di informazione dei mass media, come televisioni e giornali, sono infatti, uno strumento prezioso per l&#8217;attività preventiva.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione, quindi, può essere effettuata secondo diverse modalità, che sono quelle individuate da Murrel e secondo differenti livelli che sono quello primario, secondario e terziario.</p>
<p style="text-align: justify;">4.2 Prevenzione primaria</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione primaria, in campo suicidologico, si prefigge l&#8217;obbiettivo di promuovere la salute globale psicofisica al fine di inferire una diminuzione dei tassi suicidari. Purtroppo, interventi di prevenzione primaria in campo suicidologico, raramente sono stati effetuati, infatti, la letteratura esistente difficilmente ne riporta.Tuttavia, interventi di prevenzione primaria potrebbero essere attuati, nonostante le difficoltà ad individuare le variabili che incidono nei comportamenti suicidari. Un&#8217;esempio di prevenzione primaria potrebbe essere un diverso atteggiamento culturale che metta in luce le caratteristiche e problematiche della tarda età.</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura e i valori di una società, abbiamo detto che influiscono sicuramente sui tassi suicidari. Nella cultura di alcune società, si ha un atteggiamento negativo nei confronti degli anziani, che sono visti come malati, sia fisicamente che psicologicamente, nonostante questo sia privo di fondamenti scientifici.La ricerca attuale conferma che c&#8217;é sicuramente una flessione delle abilità nell&#8217;anziano, ma anche che esistono tanti tipi di anziani (CESA BIANCHI M.,1987). La salute psicofisica di un anziano, infatti, dipende da una molteplicità di variabili, individui istituzionalizzati, per esempio, hanno una diversa situazione emotiva e cognitiva di anziani non istituzionalizzati. L&#8217;istruzione stessa incide sui livelli di abilità cognitive e la salute fisica si differenzia notevolmente da anziano ad anziano. In sostanza le condizioni di un individuo dipendono tantissimo dalla sua esperienza soggettiva e allo stato attuale non é assolutamente possibile stabilire un criterio di invecchiamento che non sia puramente arbitrario. Quand&#8217;anche, poi, le condizioni di un anziano non siano le migliori, egli ha pur sempre la sua testimonianza e memoria storica, beni insostituibili per il resto della società, in quanto fanno da tramite fra le generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stereotipi e l&#8217;attegiamento culturale negativo, ledono l&#8217;autostima degli anziani, provocando sentimenti di inutilità e disperazione e incidendo così sui tassi suicidari.</p>
<p style="text-align: justify;">Un cambiamento di direzione si potrebbe avere prendendo in considerazione, affinché, pregiudizi e stereotipi negativi vengano a mancare, diversi punti, come l&#8217;informazione scientifica, il volontariato e valori e modelli adeguati alle caratteristiche della tarda età.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;informazione scientifica sulle reali problematiche e   caratteristiche della tarda età, é fondamentale per vincere pregiudizi e stereotipi.La divulgazione deve essere effettuata su più piani, affinché raggiunga i migliori risultati. Importanza, quindi, devono ricevere interventi sulla rete sociale, come i mass media e quelli sulla popolazione del territorio su cui si vuole intervenire. La popolazione su cui direzionare la divulgazione scientifica, deve essere principalmente   quella degli operatori che vengono a contatto con individui anziani, in quanto é improbabile che si possa arrivare a colpire tutta la popolazione del territorio. D&#8217;altra parte esistono dei pregiudizi anche negli operatori del settore sanitario a riguardo degli individui anziani.La formazione, comunque, dei cosidetti &#8220;paraprofessional&#8221; (poliziotti, studenti, vigili urbani etc) sulle problematiche della terza età, potrebbe offrire un valido contributo in molteplici situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contributo dei media é irrinunciabile per l&#8217;attività preventiva, infatti, colpisce una enorme quantità di individui con minor tempo e dispendio di energia. Si pensi ad una campagna preventiva nel territorio nazionale, diretta alla totalità della popolazione, con opuscoli e saggi, al tempo che costerebbe. I media, poi, sono necessari per proporre nuovi valori e modelli adeguati alle caratteristiche dell&#8217;età avanzata. Nella televisione, per esempio, dei modelli che fanno parte di questo gruppo di età sono sottorapresentati e quando compaiono sono in genere negativi. Nei media, infatti, modelli adeguati e positivi di questo gruppo di età, potrebbero favorire una nuova cultura dell&#8217;anziano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volontariato, d&#8217;altro canto, rappresenta una risorsa enorme per la terza età, in quanto, gli anziani potrebbero conquistare dignità e prestigio sociale. Il volontariato, infatti, per la terza età offre vari ordini di benefici. In primo luogo potrebbero essere e sentirsi produttivi, in quanto, troppo spesso l&#8217;anziano soffre di problematiche di questo genere. In secondo luogo, offre possibilità di contatti interpersonali, favorendo l&#8217;inserimento sociale. La possibilità, poi, di essere utile al resto della società con servizi e opere umanitarie, contribuisce a demolire il pregiudizio secondo cui l&#8217;anziano é responsabile dei mali presenti nella società, acquisendo così simpatie e prestigio sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">La globalità di un tale approccio, però, diventa allo stesso tempo sia la sua forza che la sua debolezza. Interventi a questo livello, infatti, richiedono dei cambiamenti di vasta portata e sono, quindi, di difficile attuazione. D&#8217;altro canto é difficile identificare le variabili su cui bisogna intervenire per la complessità della nostra società.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;OMS, infatti, nonostante dichiari che per l&#8217;anno 2000 si deve verificare una diminuzione dei tassi suicidari, indica privilegiatamente, come intervento di prevenzione primaria, solamente la limitazione dell&#8217;accesso a specifici mezzi suicidari (DE LEO D.,1994). Questa modalità di prevenzione, infatti, mostra la sua efficacia in numerosi lavori, come quelli di Lester nel 1990 e di Kellerman nel 1992, nei quali la detossificazione del gas domestico nel primo e il controllo delle armi da fuoco nel secondo, provocarono una diminuzione dei suicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">La limitazione dell&#8217;accesso a specifici mezzi suicidari, congiuntamente ad interventi di prevenzione secondaria, sembrano tutt&#8217;oggi gli interventi più auspicabili, in quanto, di più facile attuazione e dimostrabili nella loro efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;">4.3 Prevenzione secondaria</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione secondaria si differenzia da quella primaria per quanto riguarda l&#8217;oggetto dell&#8217;intervento e i suoi scopi e finalità. L&#8217;oggetto dell&#8217;intervento, infatti, risulta essere nella prevenzione secondaria, i gruppi e soggetti a rischio suicidario e il suo obbiettivo, l&#8217;individuazione precoce di questi e, quindi, l&#8217;intervento. Il riconoscimento immediato, comunque, dei soggetti a rischio, non si é dimostrato cosa facile. Le caratteristiche dell&#8217;età avanzata, infatti, rendono difficile l&#8217;individuazione di intenti suicidari. La comunicazione in individui anziani, acquista caratteri simbolici e avviene prevalentemente nella sfera somatica, a tastimonianza di un generico disagio, difficilmente riconducibile, però, ad intenti suicidari. Le scarse capacità comunicative degli individui anziani, poi, sommandosi alla poca conoscenza dell&#8217;età avanzata da  parte di alcuni operatori con cui vengono a contatto, rende ancora più difficile l&#8217;individuazione immediata di   intenti suicidari. Miller nel 1978, riporta che il 75%   degli individui che si sono suicidati, ha avuto prima un colloquio con il medico di base. Una maggiore conoscenza   delle caratteristiche degli anziani pare essere, quindi, un presupposto essenziale per il riconoscimento immediato del disagio. McIntosh, poi, a dimostrazione delle difficoltà dei soggetti anziani a comunicare problematiche e difficoltà, sostiene che gli anziani rappresentano solamente il 2-3% dell&#8217;utenza dei servizi di prevenzione ed hotlines degli USA. L&#8217;autore, al fine di compensare queste difficoltà comunicative degli anziani, consiglia una strategia preventiva più attiva, che vada alla ricerca dei soggetti a rischio. Anche Osgood NJ, consiglia una strategia pù attiva e dinamica di prevenzione dei soggetti anziani, che si avvalga tra l&#8217;altro di religiosi, polizia, assistenti sociali etc. Una diversa strategia preventiva, comunque, non può essere condotta se non si intensificano anche le strutture adeguate per la prevenzione delle condotte suicidarie degli anziani. L&#8217;American Association Retired Person nel 1989, riporta che su 53 centri per la prevenzione del suicidio e hotlines, solo 2 erano adibiti specificatamente per soggetti anziani. La maggior parte delle strutture, infatti, concentra l&#8217;attenzione su adulti e adolescenti, così che l&#8217;uso da parte degli  anziani dei servizi preventivi, risulta fortemente ridotto. Gli interventi attuabili, comunque, di prevenzione secondaria, sono molti e tra cui alcuni si mostrano particolarmente interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;esperienza di  queste, è stata condotta in Veneto dal 1-1-1988 al 31-12-1991. L&#8217;esperienza, che considera una popolazione di 12135 soggetti di età superiore ai 65 anni, residenti nel Veneto, valuta il servizio di Telesoccorso/Telecontrollo. Il servizio telefonico, nato inizialmente per l&#8217;assistenza domiciliare agli anziani, prevede l&#8217;utilizzo di un sistema portatile di allarme, un contatto attivo dell&#8217;utente da parte di personale addestrato e un pronto intervento per le esigenze mediche e psicologiche e un servizio di informazione e supporto. Il Servizio di   Telesoccorso utilizza un sistema portatile dal peso di pochi grammi, che permette all&#8217;anziano, in caso di necessità, di mandare un segnale di allarme al centro operativo. Il segnale attiva una rete di assistenza e aiuto, in quanto, l&#8217;operatore del centro cercherà di contattare il soggetto tramite il telefono o un apparecchio a viva voce installato nella casa dell&#8217;anziano. Il soggetto può usufruire anche  dell&#8217;apparecchio del vicino se non ne ha uno disponibile. Una volta accertata l&#8217;urgenza, si attiva una rete di supporto prestabilita a seconda dei bisogni, che siano psicologici, medici ed altri. Il centro operativo, poi, tramite il telecontrollo, si mette in contatto attivamente con l&#8217;utente, più volte la settimana, per accertarne le condizioni e i bisogni. L&#8217;utente, a sua volta, quando necessita, può mettersi in contatto col centro operativo, che è funzionante 24 ore su 24. La ricerca é rivolta alla valutazione del Servizio di   Telecontrollo/Telesoccorso dal punto di vista dell&#8217;efficacia preventiva delle condotte suicidarie degli anziani. La popolazione presa in esame nella ricerca, però, differisce dalla popolazione generale in alcune   variabili non trascurabili. Il sesso Femminile, infatti, é maggiormente rappresentato nella popolazione della ricerca, fatto sicuramente non trascurabile, in quanto, i tassi suicidari delle femmine, riportati dalla letteratura sull&#8217;argomento, sono in genere inferiori a quelli maschili. D&#8217;altro canto, nella popolazione della ricerca, i divorziati, i vedovi e le vedove e i singles, sono maggiormente rappresentati, variabili, che in genere si accompagnano ad una maggiore incidenza suicidaria. La presenza di malattie fisiche, é presumibilmente più alta nella popolazione della ricerca, in quanto, é un fattore selettivo, affinché, si possa usufruire del servizio di Tlesoccorso/Telecontrollo. La sottostima del suicidio, é probabilmente minore nella popolazione della ricerca, poiché é garantito un rapido intervento e frequente contatto con l&#8217;utente che permette nella maniera migliore di accertarne le cause di morte.La possibilità di un contatto attivo e frequente con l’anziano da parte di personale addestrato, ha permesso in numerosi casi, l&#8217;individuazione precoce di intenti suicidari e l&#8217;attivazione di reti di supporto psicologiche e sociali, permettendo così, un intervento immediato ed adeguato. Le statistiche mostrano che le percentuali di suicidi, nella popolazione del campione, risultò 7,4 volte minore di quella della popolazione generale, tenendo ovviamente in considerazione, le variabili su cui differiscono.Il Servizio di Telesoccorso/Telecontrollo, comunque, nonostante la presenza di difficoltà metodologiche, sembra sortire buoni effetti preventivi, anche se non dimostrabili in modo chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri interventi di prevenzione secondaria, sono quelli rivolti ad individui depressi. La depressione, infatti, é la causa maggiore di gesti autolesivi tra gli anziani e adeguati trattamenti possono essere utili al fine di una diminuzione dei tassi suicidari. I trattamenti farmacologici sugli individui depressi, possono limitare il comportamento suicidario, anche se sembrano sortire un   effetto più diretto sui tentativi di suicidio. Paradossalmente i farmaci, possono diventare il mezzo con cui attuare il gesto autolesivo, la somministrazione, quindi, deve essere effetuata con molta cautela.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i trattamenti elettroconvulsivi sugli individui depressi anziani, sembrano prevenire il suicidio, e nonostante il loro effetto curativo, non sia chiaro, é necessario rincorrervi sopratutto quando il paziente anziano a grave rischio suicidario, non ha risposto ai farmaci.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicoterapia ha guadagnato il suo posto nel trattamento dei disturbi depressivi ed é testimoniata una sua efficacia nel ridurre il comportamento suicidario in individui depressi.Le possibilità di un trattamento psicoterapico nell&#8217;anziano, infatti, sono buone, purché si rispettino gli accorgimenti adeguati alle caratteristiche della tarda età, come un&#8217;ascolto attento e partecipe.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri strumenti di prevenzione secondaria che meritano particolare attenzione, sono i gruppi di self-help.I gruppi di self-help, frequentissimi negli USA, in Italia ancora non hanno avuto pieno sviluppo. Le caratteristiche di questi gruppi, sembrano adattarsi particolarmente alle problematiche degli anziani, in quanto, offrono più ampia possibilità di espressione e condivisione delle sue problematiche, in genere più difficilmente gestibili in un setting psicoterapico diadico. I gruppi di self-help, si distinguono dai gruppi di volontariato, in quanto, vi è una condivisione di una determinata condizione da parte di tutti i membri e vi é un assenza di ruoli tecnici rigidi e ascritti. Nei gruppi di volontariato, invece, vi sono sia membri che soffrono di una particolare condizione e membri che non ne soffrono e vi é anche una presenza di ruoli tecnici e di figure professionali. La costituzione e l&#8217;aumento di gruppi di self-help nella popolazione anziana per problematiche di alcolismo, depressione ed altre, potrebbe offrire un valido contributo all&#8217;attività preventiva. Purtroppo, il controllo dell&#8217;efficacia dei gruppi di self-help,é reso difficile proprio dalle sue caratteristiche informali e di spontaneità .</p>
<p style="text-align: justify;">La programmazione e valutazione degli interventi preventivi, comunque, é problematica, non solo per quanto riguarda i gruppi di self-help, ma per tutta la prevenzione primaria e secondaria in campo suicidologico.</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione secondaria e primaria , infatti, risente di problematiche metodologiche non indifferenti e non ultimo è oggetto di scarso interesse da parte della comunità scientifica. Il problema necessita assolutamente di soluzione, in quanto, come già rilevato nella parte epidemiologica, il suicidio negli anziani tenderà nei prossimi anni a subire un triste incremento.</p>
<p style="text-align: justify;">4.4 Prevenzione terziaria</p>
<p style="text-align: justify;">La prevenzione terziaria comprende i trattamenti attuati per evitare la ripetizione del gesto autolesivo. In primo luogo bisogna concentrare l&#8217;attenzione sulla disponibilità personale dell&#8217;operatore, che prende in carico un tal paziente. La costruzione di una relazione, per quanto instabile all&#8217;inizio, é un perequisito indispensabile, affinché si possa intervenire nella maniera adeguata. Il paziente, infatti, esperisce un sentimento di sicurezza e la possibilità di poter contare su un appoggio, in qualsiasi momento richieda aiuto, offre un notevole sostegno psicologico. La comprensione, poi, delle problematiche che l&#8217;hanno condotto al gesto autolesivo, da parte del terapeuta, gli consente di non sentirsi emotivamente isolato. La promessa della propria disponibilità senza poi poterla mantenere, può dimostrarsi molto pericolosa, in quanto il candidato suicida, troverebbe la conferma della propria inaiutabilità. Se la propria disponibilità non fosse completa, é più sicuramente auspicabile, offrire quello che si può dare, evitando, così pericolose delusioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Minaccie e tentativi di suicidio da parte di individui anziani, dovrebbero essere sempre considerati molto seriamente. La determinazione a darsi la morte nell&#8217;anziano, infatti, é molto maggiore di quella degli adulti e degli adolescenti e, nella maggior parte dei casi, tentativi di suicidio alle spalle costituiscono dei suicidi mancati. Una volta constatata la serietà di intenti suicidari e le condizioni di disagio psicologiche del paziente anziano, si deve prendere seriamente in considerazione, come spesso accade, l&#8217;ospedalizzazione (OSGOOD N.J., THIELMANN S., 1990.)</p>
<p style="text-align: justify;">La poca disponibilità di supporto sociale non fa che propendere per questa possibilità. Gli anziani, infatti, vivono spesso soli e in condizioni di isolamento sociale, motivo per cui, é difficile che si possa avere un intervento esterno, per evitare il gesto autolesivo.</p>
<p style="text-align: justify;">La serietà di intenti suicidari, nel paziente anziano, si riflette, poi, sulla letalità dei mezzi usati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impiccagione e la precipitazione, infatti, costituiscono i mezzi più usati dagli anziani (ISTAT, CAUSE DI MORTE, 1994) . Queste modalità di esecuzione e le loro tristi conseguenze possono essere impedite con maggiore probabilità se il paziente é sotto costante controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli interventi farmacologici sono una parte indispensabile della prevenzione terziaria in individui anziani. Un trattamento, infatti, attuato solamente con metodi psicologici, in individui anziani, rischia di essere limitato. Le caratteristiche della tarda età, infatti, consentono di applicare il concetto di endoreattivita di Weitbrecht, per cui, un intervento farmacologico, congiuntamente a metodiche psicologiche, sembra essere spesso più auspicabile. L&#8217;intervento farmacologico comunque, dovrebbe sortire effetti a breve e medio termine, in quanto, nell&#8217;anziano esiste un notevole rischio iatrogeno (TATARELLI R.,1989). D&#8217;altra parte interventi farmacologici per scongiurare un agito suicidario devono essere dosati molto attentamente. Esiste infatti, un rischio non remoto, di favorire lo stessso comportamento suicidario. Si possono, per esempio, provocare viraggi maniacali e induzioni di cicli rapidi. La scomparsa dell&#8217;inibizione psicomotoria, in questo caso, potrebbe favorire il gesto autolesivo. Prescrizioni senza cautela potrebbero portare a dipendenza fisica e ad abuso di farmaci.Gli stessi farmaci potrebbero essere usati dai pazienti anziani, come sempre più spesso accade, per suicidarsi. L&#8217;inefficacia del farmaco, poi, potebbe essere vista come prova della propria irrisolvibile condizione, determinando sconforto e rassagnazione, che potrebbero provocare, così, il gesto autolesivo.</p>
<p style="text-align: justify;">La terapia elettroconvulsionante, quando il paziente anziano é a grave rischio suicidario e non ha risposto ai trattamenti farmacologici e psicologici, é particolarmente indicata (TATARELLI R.,1996.).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;utilizzazione di terapie psicologiche, d&#8217;altra parte, nel paziente anziano, dovrebbero essere di più largo uso, in quanto attuabili ed efficaci. Freud sosteneva che, una volta superati i cinquantanni, una psicoterapia era diffilmente attuabile, sia per la diminuita plasticità mentale sia per l&#8217;eccessiva quantità di materiale da indagare. Abraham, invece, sosteneva che, anche individui in età avanzata, potevano usufruire positivamente di una psicoterapia. In effetti non si possono raggiungere cambiamenti come quelli possibili in età adolescenziale, ciononostante si possono ottenere obbiettivi del tutto ragguardevoli. Comunque le difficolta insite in una psicoterapia diadica con pazienti anziani, sono molte, intervengono, infatti, emozioni intense e di difficile elaborazione. Il terapeuta, infatti, in primo luogo si trova in genere ad essre più giovane del suo paziente. L&#8217;empatia, quindi, una delle maggiori armi della psicoterapia, viene ad essere deficitaria. Il terapeuta, infatti, non vivendo la stessa situazione del paziente, per la diversa età, difficilmente potrà comprendere la sua situazione emotiva e psicologica. L&#8217;anziano vive una condizione sociale, culturale, psicologica e biologica, del tutto differente da quella di un adulto o di un adolescente. I vissuti e i messaggi della realtà sociale che l&#8217;anziano percepisce, sono difficilmente immaginabili. La vita emotiva e psicologica per i continui lutti, pensionamento ed altri, con cui l&#8217;anziano deve fare i conti, non sono terreno fertile per il terapeuta. Le condizioni fisiche e il corpo dell&#8217;anziano sono profondamente mutati durante la sua vita. E&#8217; nell&#8217;età avanzata che il corpo si presenta nei suoi limiti e finitezza, sensazioni diffilmente comprensibili, per chi non ne ha esperienza. Il terapeuta dovrà confrontarsi poi continuamente col tema della morte, elemento che può scatenare difese controtransferiali che possono inficiare l&#8217;intervento terapeutico. Elementi principi sono quindi, nella conduzione di una psicoterapia con pazienti anziani, l&#8217;ascolto e l&#8217;elaborazione dei propri limiti. Infatti, un ascolto attento,e partecipe, una relazione meno direttiva e attiva, consentono, almeno parzialmente, di diminuire le differenze tra il terapeuta ed il paziente anziano. L&#8217;elaborazione, poi, di propri limiti e potenzialità, cosa tutt&#8217;altro che facile,consente un intervento psicoterapeutico adatto al paziente anziano. Le psicoterapie attuabili variano da quelle psicodinamiche a quelle cognitive e comportamentali. Si propende, però, per una psicoterapia a medio e breve termine, centrata sulla crisi, in quanto sono difficilmente raggiungibili, come accennato in precedenza, cambiamenti di vasta portata. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, nel paziente anziano a rischio suicidario, sembra dare risultati molto promettenti, come dimostrato da Gallagher e Thompson nell&#8217;83. La terapia familiare in pazienti anziani a rischio suicidario sembra indicata quando prevalgono difficoltà nel cambiamento del sistema familiare, che impediscono un equilibrio in positivo del sistema. 	Un altro tipo di intervento, apparentemente più semplice ed immediato, consiste nel migliorare la funzionalità dell&#8217;ambiente in cui vive l&#8217;anziano. La casa, infatti, soprattutto nei cosiddetti old-old è di notevole importanza, in quanto vi trascorrono la maggior parte del tempo. Un ambiente fisico più accogliente e funzionale, soprattutto in alcune case di cura in cui risulta particolarmente disagevole per l&#8217;anziano, consentirebbe di eliminare quelle piccole difficoltà che potrebbero essere decisive nel favorire il comportamento suicidario, come poter usufruire di una stanza singola, ambienti luminosi, un giardino in cui poter passeggiare ed altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Un trattamento, comunque, che si presenta particolarmente adatto ed efficacie, nei pazienti anziani, è la psicoterapia di gruppo. Il trattamento di gruppo, infatti, consente all&#8217;anziano di uscire dall&#8217;isolamento emotivo, confrontandosi con altre esperienze e, tramite queste, si può mettere in moto un meccanismo di cambiamento, prima impensabile. L&#8217;incontro con altri individui anziani consente, poi, di stabilire relazioni e contatti sociali, di cui spesso l&#8217;anziano soffre la mancanza. L&#8217;espressione e la condivisione delle problematiche dell&#8217;anziano sono più ampie in una situazione di gruppo, difficilmente gestibili, invece, in una situazione psicoterapica diadica. Il gruppo, infine, potrebbe servire al terapeuta stesso come sostegno e consentirgli di lavorare più serenamente.</p>
<p style="text-align: justify;">CONCLUSIONI</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie riflessioni conclusive, riguardo al comportamento suicidario nell’anziano, possono essere condotte sia alla dimensione qualitativa che a quella quantitativa. Per quanto riguarda la dimensione qualitativa, è indubbio che l’interesse della comunità scientifica per le problematiche dell’anziano, sia inadeguato alle esigenze di questa fascia di età. L’inadeguatezza degli interventi medici e psicologici, si riferiscono anche a una dimensione, ma sopratutto a riguardo del comportamento autolesivo in tarda età. Gli strumenti e le metodiche , infatti, utilizzabili per evitare il suicidio nell’anziano sono sicuramente insufficienti. D’altra parte nella gran mole di studi effetuata sul suicidio, il suicidio nell’anziano, non riceve adeguata trattazione. Le stesse strutture di prevenzione del comportamento suicidario nell’anziano sono veramente poche. Il mio auspicio è quindi di un incremento quantitativo e qualitativo a tutti e tre i livelli dell’attività preventiva, con l’opinione che parecchia dell’inadeguatezza presente possa diminuire tramite una maggiore attenzione verso l’età avanzata da parte della comunità scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, infatti, necessita di maggiore attenzione, in quanto, il suicidio nell’anziano nei prossimi decenni tenderà ad aumentare in conseguenza del prolungamento della vita media e dell’aumento del numero di persone oltre i sessantacinque anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro punto che a mio giudizio merita particolare attenzione, è che il suicidio nell’anziano, riceve troppo spesso un intervento di tipo farmacologico.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eccessiva medicalizzazione del problema, non porta infatti, a prendere in adeguata considerazione gli interventi psicologici attuabili nell’anziano che potrebbero offrire un valido contributo e trattamento delle condotte suicidarie. I problemi emotivi dell’anziano, non sono riconosciuti, nonostante la loro soluzione si costituisca momento irrinunciabile per la prevenzione e trattamento del gesto autolesivo. Gli interventi psicoterapici attuabili in età avanzata, comunque, se da una parte devono essere di più largo uso, dall’altra non devono condurre ad eccessivi entusiasmi. I limiti, infatti, di una psicoterapia in tarda età, sono reali e tangibili.</p>
<p style="text-align: justify;">La diminuzione delle capacità fisiche, di plasticità mentale, i frequenti lutti, ed altre difficoltà, rendono l’individuo anziano più vulnerabile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’età avanzata, quindi, si configura come una stagione di perdite e sarebbe illusorio e difensivo affermare il contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">BIBLIOGRAFIA</p>
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<p style="text-align: justify;">TATARELLI R. Separazione, abbandono e depressione nell’anziano. Rivista di Psichiatria, 1995, 30:29-31.</p>
<p style="text-align: justify;">TATARELLI R., GIRARDI P., GRANATA Q.(a cura di). Manuale di riabilitazione fisica e psichica dell’anziano. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1995.</p>
<p style="text-align: justify;">WATZLAWICH P., JACHSON DON P. et al. Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio, Roma, 1971.</p>
<p style="text-align: justify;">WEISMAN A.P., WORDEN J.W. Risk-rescue rating in suicide assestment. Arch. Gen. Psychiatry, 26:553-9, 1972.</p>
<p style="text-align: justify;">WILLARD GAYLIN. Il significato della disperazione. Astrolabio, Roma, 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">YALOM D.(1970). Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo. Boringhieri, Torino, 1993.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Psicologia e famiglia in Italia. Il caso Sardegna di Matteo Tedde</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 16:42:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Approcci teorici. Ricerche. Modelli euristici Premessa La Psicologia della Famiglia è sicuramente uno dei settori più recenti della Psicologia: come denominazione la Family Psychology compare nel 1983; la prima rivista del settore, diretta da Liddle, Journal of Family Psychology fu pubblicata, infatti, nel 1987 e solo nel 1990 venne istituita l’International Accademy of Family Psychology. [1]. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Approcci teorici. Ricerche. Modelli euristici</p>
<p>Premessa</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-563.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4320" title="images-5" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-563-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La Psicologia della Famiglia è sicuramente uno dei settori più recenti della Psicologia: come denominazione la <em>Family Psychology</em> compare nel 1983; la prima rivista del settore, diretta da Liddle, <em>Journal of Family Psychology </em>fu pubblicata, infatti, nel 1987 e solo nel 1990 venne istituita l’<em>International Accademy of Family Psychology</em>. <a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come settore scientifico a sè stante la Psicologia della Famiglia si sviluppa soprattutto nell’ultimo ventennio. Gli studiosi, a livello internazionale, come si è già visto, rivolsero la loro attenzione alle tematiche familiari concernenti: la coppia, il rapporto madre-bambino, quello genitori-figli adolescenti andando incontro a difficoltà di carattere teorico-metodologiche nel momento in cui si addentrarono nell’analisi della famiglia e della sua complessità.<span id="more-4318"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Si avvertì subito l’esigenza di modelli e di una teorie che disegnassero l’identità della famiglia, ne seguissero l’evoluzione e ne spiegassero le trasformazioni come processi di adattamento all’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’utilizzo dei contributi &#8211; alcuni dei quali presentati nella prima parte di questo lavoro &#8211; offerti dalla teoria sistemico-relazionale da una parte e di quelli forniti dalla teoria psico­analitica dall’altra, anche se non soddisfacentemente integrati, si ebbe un grande aiuto nello studio e nell’approccio clinico e terapeutico della famiglia<a href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p style="text-align: justify;">La Psicologia della famiglia in Italia</p>
<p style="text-align: justify;">La produzione scientifica italiana degli anni Settanta sulla psicologia della famiglia, e i nuovi bisogni di indagine dovuti alla trasformazione della società italiana (specialmente con le varie riforme legislative quali la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio e della regolamentazione dell’interruzione di gravidanza nonché l’isti­tuzione dei servizi sociali dovuti al clima del <em>welfare state),</em> fu piuttosto scarsa rispetto a quella internazionale<a href="#_ftn3">[3]</a></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, mentre le occasioni di discussione e dibattito sulla famiglia in generale, a tutti i livelli, furono frequenti, la ricerca scientifica non fu pari all’interesse e questo particolarmente in psicologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra quasi che gli studiosi italiani, a causa del ritardo con cui ci si interessò alla disciplina, fossero presi dalla acquisizione e traduzione dei testi di autori internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò potrebbe essere legato al fatto che in Italia i modelli tradizionali di famiglia, garantendo una certa stabilità all’istituzione nazionale, abbiano fatto sorgere meno bisogni e quindi minore interesse da parte degli studiosi, mentre la forte crisi che investì la famiglia, ad esempio, del mondo anglosassone abbia spinto quegli studiosi ad un precoce e maggior impegno nella ricerca, quasi a rispondere a bisogni più pressanti. A meno che non si voglia attribuire questo ritardo alla minore sensibilità degli studiosi italiani nella lettura dei fenomeni che riguardano la vita privata trovando più congeniale interessarsi ai problemi della vita pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte anche nelle altre discipline l’interesse degli studiosi italiani per la famiglia pare arrivato a buona distanza degli studiosi anglosassoni e francesi, basti pensare al gruppo delle <em>Annales </em>in Francia e a quello di Laslett in Inghilterra<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo la mancanza di una rassegna critica di studi e ricerche multidisciplinari sulla famiglia sollecitò gli studiosi del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano a predisporre una rassegna, per quanto possibile completa, delle ricerche multi­disciplinari sulla famiglia in Italia svolte nel decennio ‘70-’80<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La rassegna del CSRF rappresentò l’inizio di un interesse volto a considerare la famiglia nella propria specificità: gli studi condotti in psicologia sociale, in psicologia dello sviluppo, quelli condotti sui piccoli gruppi segnarono gradualmente l’adozione in questo settore di una prospettiva organica e unitaria, contribuendo così alla definizione dell’ambito specifico delle relazioni familiari al fine di osservare la famiglia nella sua dinamicità relazionale, nella sua evoluzione, nel suo continuo adattamento alla vita sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai primi articoli dei bollettini il CSRF denunciò l’arre­tratezza della ricerca italiana in questo ambito negli anni ‘70 attribuendo questo ritardo al “differente sviluppo storico delle discipline implicate (sociologia, antropologia, psicologia) e ad un “mancato interesse scientifico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi sistematica dei contenuti delle ricerche di quel periodo si osservò come la maggior parte dei lavori non conte­nesse osservazioni sull’intero gruppo familiare, ma sui singoli membri che lo compongono, nonché sulle patologie e terapie, e come spesso questi lavori fossero carenti sul piano statistico e metodologico<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu agli inizi degli anni ‘80 che si poté osservare un cambiamento qualitativo: “&#8230;sembra che lo studio dell’interazione familiare stia trovando uno spazio caratteristico con un proprio oggetto, una propria problematica metodologica e precise tecniche di intervento operativo; vengono presentati strumenti di ricerca operativi adeguati al cambiamento di prospettiva nei confronti della famiglia e proposti diversi quadri culturali per la comprensione delle relazioni familiari alla luce degli approcci teorici e metodologici che sembrano adattarsi meglio allo studio e alla ricerca: quello transazionale e quello sistemico; si offrono e si adattano strumenti di indagine e tecniche terapeutiche”<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il campo clinico e terapeutico appare comunque area di ricerca privilegiata<a href="#_ftn8">[8]</a> ricca di spunti innovativi nel momento in cui il terapeuta dirige “multidimensionalmente” l’osservazione e il trattamento terapeutico, con un approccio mirato a valutare: a) la propria azione di induttore del cambiamento; b) il sistema familiare come insieme di relazioni; c) il sistema organizzativo esperienziale dell’individuo inserito nel nucleo.<a href="#_ftn9">[9]</a><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, come abbiamo già visto, dopo gli studi in campo clinico sulla famiglia patologica, emerge progressivamente tra gli studiosi l’interesse per la famiglia <em>normale</em> e il suo adeguato o inadeguato funzionamento<a href="#_ftn10">[10]</a> e un’apertura verso l’ottica psicopedagogico- preventiva<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerosi appaiono nel decennio gli studi che affrontano tematiche relative ad emergenze sociali come il problema della devianza minorile, l’affido dei minori, i problemi legati alle tossicodipendenze ed il funzionamento dei servizi pubblici.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli autori sembrano estendere le loro analisi, alla luce di modelli e teorie che offrono quadri e tipologie familiari variegate nonché prospettive di ricerca sulla complessità del sistema familiare del territorio italiano<a href="#_ftn12">[12]</a> .</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda l’area di indagine connessa alle problematiche dell’infanzia, sono da considerare quali ricerche di valenza attuale sul pensiero e la ricerca italiana in Psicologia familiare gli studi condotti su tematiche riguardanti l’affido e l’adozione<a href="#_ftn13">[13]</a> .</p>
<p style="text-align: justify;">I primi studi su quest’area risalgono agli anni Settanta; successivamente sono orientati non solo a considerare il vissuto psicoemotivo del minore, ma ad accentuare l’analisi sulle dinamiche psicologiche genitoriali delle famiglie coinvolte<a href="#_ftn14">[14]</a>; l’interesse in quest’ambito include la necessità di acquisire strategie e risoluzioni operative atte alla comprensione delle problematiche sociali dovute al costante aumento dei divorzi determinanti il disagio familiare<a href="#_ftn15">[15]</a> e alle implicazioni relazionali familiari interessate all’adozione internazionale, in rapido incremento negli ultimi anni<a href="#_ftn16">[16]</a> Altri contributi pervengono dalle ricerche condotte in ambito criminologico, in particolare si cerca di ampliare il quadro conoscitivo sulla ‘genesi’ familiare del vissuto antisociale<a href="#_ftn17">[17]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi diretta a realtà familiari disturbate e l’accento posto su specifiche emergenze sociali converge, agli inizi degli anni Novanta sull’analisi delle famiglie in difficoltà<a href="#_ftn18">[18]</a> che porta alcuni gli studiosi alla concettualizzazione del “rischio familiare”<a href="#_ftn19">[19]</a> e alla riflessione sui cambiamenti in atto nelle famiglie, frutto da una parte delle flessioni demografiche e relative trasformazioni “strutturali” nella composizione dei nuclei<a href="#_ftn20">[20]</a> dall’altra dall’emergenza migratoria e la costituzione di nuove forme familiari<a href="#_ftn21">[21]</a>,</p>
<p style="text-align: justify;">Nel decennio si riscontra, quindi, l’evolversi esponenziale di studi che riguardano la psicologia della famiglia e in particolar modo le relazioni di coppia: si sviluppano prospettive teoriche che guardano la famiglia nelle sue dinamiche simboliche intergenerazionali e sociali<a href="#_ftn22">[22]</a>,, permettendo una visione “a tutto campo” delle relazioni, o meglio dei “legami familiari” all’interno dei quali assumono un ruolo consistente le reti “parentelari”<a href="#_ftn23">[23]</a>. L’ottica processuale delle dinamiche familari nel loro evolversi favorisce la riconconcettualizzazione dei termini di normalità e di benessere<a href="#_ftn24">[24]</a>. permettendo di calibrare l’attenzione su particolari momenti di “passaggio” del ciclo di vita familiaree e dei suoi compiti di sviluppo<a href="#_ftn25">[25]</a>. A questo riguardo acquisisce particolare interesse per gli studiosi l’analisi del rapporto di coppia all’interno di particolari eventi e compiti di sviluppo &#8211; come la nascita di un figlio <a href="#_ftn26">[26]</a>., il rapporto con i figli adolescenti<a href="#_ftn27">[27]</a>, &#8211; e l’analisi teorico clinica delle crisi di coppia<a href="#_ftn28">[28]</a> e le conseguenze personali e familiari determinate dal divorzio<a href="#_ftn29">[29]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra comunque emergere l’esigenza di potenziare la stesura di catalogazioni, condotte sistematicaticamente su tutto il territorio, e ampliare la conoscenza sugli aspetti qualitativi e quantitativi che caratterizzano la ricerca psicologica familiare nella realtà territoriale nazionale<a href="#_ftn30">[30]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Psicologia, famiglia e Sardegna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La mancanza di qualsiasi rassegna critica di tali lavori, nonostante il dibattito condotto da decenni in varie sedi pubbliche e private sulla famiglia, favorì l’interesse degli studiosi.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza di alcune cattedre di Psicologia nelle due Università dell’Isola, di ben 5 consultori familiari di orienta­mento cristiano (qualcuno risalente addirittura agli anni ‘60), di 2 consultori laici, tutti privati, l’istituzione di numerosi consultori pubblici presso le A.S.L. hanno stimolato sicuramente l’interesse per una verifica su eventuali studi, dal momento che i dibattiti non sono mancati.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, sia il convegno di Nuoro del 1985 su <em>La Psicologia in Sardegna,<a href="#_ftn31">[31]</a></em>sia quelli di Sassari nel 1989 sul tema <em>Psicologia e adolescenza<a href="#_ftn32">[32]</a></em> e <em>Psicologia e turismo<a href="#_ftn33">[33]</a></em> pur mostrando la sensibilità degli studiosi sardi alle tematiche familiari, sembravano trascurare qualsiasi rassegna.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo di questa parte dell’indagine sulla famiglia in Sardegna è quello di vedere quanto è stato prodotto sulla psicologia della famiglia in ambito valutando in maniera sistematica le metodologie con cui le ricerche sono state condotte.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esame sulla produzione scientifica della psicologia della famiglia con riferimento al territorio regionale ha portato alla rilevazione di 3 monografie e 10 articoli sulla tematica familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">È indubbio che la produzione letteraria sul tema relativa al territorio appaia notevolmente ridotta rispetto ad altre regioni come il Lazio, il Veneto, la Lombardia, dove la produzione accademica data la presenza di diverse Facoltà di psicologia e in quell’ambito di cattedre di Psicologia dello sviluppo e delle dinamiche familiari, hanno stimolato un interesse maggiore degli studiosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sembra sufficiente accennare appena al fatto che se, a livello nazionale, vi è stato un ritardo negli studi rispetto al contesto internazionale, maggiore appare il ritardo a livello del territorio sardo nonostante l’autonomia regionale, periferia del sistema complessivo nazionale: si pensi soltanto alla mancanza nell’Isola di vere e proprie scuole scientifiche, fatte alcune eccezioni, questo è dovuto forse al pendolarismo degli studiosi che raramente promuovono scuole e quindi ricerche a livello locale essendo queste presenti nel continente, da cui provengono e verso cui ritornano dopo qualche anno di attività accademica nelle università isolane.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò si può affermare che, pur non mancando la pratica e la riflessione scientifica, questa è priva di sistematizzazione e di divulgazione secondo i canoni accademici. Alcuni limiti sono quindi imputabili al tipo di rassegna, quella letteraria e sistematica, avviene quindi che svariate équipe pubbliche e private si servano di cliniche e terapie riferite ai più avanzati modelli teorici nazionali e internazionali, ma la mancanza di sistematizzazione della pratica clinica o consultoriale facciano apparire carenti i lavori di ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">I testi considerati provengono in gran parte dalla produ­zione scientifica universitaria: cinque dell’Università di Cagliari, cinque dell’Università di Sassari, due<strong> </strong>dell’Università di Padova, tre da parte di operatori delle A.S.L.</p>
<p style="text-align: justify;">Da sottolineare tuttavia che il numero degli autori è ulteriormente ridotto in quanto i saggi più numerosi, quattro, sono di M. Meleddu, cinque di G. Nuvoli,. I rimanenti singoli lavori sono dovuti ai seguenti contributi: una monografia di M. P. Lai Guaita, una monografia di M. Becciu, due articoli rispettivamente dello psicologo I. Picciau e l’ultimo articolo dello scrivente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’arco del decennio la produzione è stata discontinua e si può dire occasionale: un saggio risale al 1980, uno al 1982, tre al 1985, due al 1988, quattro al 1989; gli ultimi due, benché riguardino ricerche effettuate nel decennio, sono state pubblicate rispettivamente nel 1990 e nel 1991. Lo studioso che rivela un più costante interesse alla tematica risulta M. Meleddu, il quale si occupa dell’argomento rispetti­vamente nel 1980, ‘82, ‘85 e ‘89.</p>
<p style="text-align: justify;">Da tutto ciò emerge come anche nel territorio sardo il discorso sulla psicologia della famiglia sia rimasto estremamente marginale, almeno dal punto di vista della ricerca scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’individuazione dei lavori si è proceduto alla fase di lettura e schedatura secondo ua griglia funzionale<a href="#_ftn34">[34]</a></p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda gli articoli sono stati considerati: i codici inventory, le parole chiave, i tipi di contenuto (teorico, bibliografico, applicato, sperimentale, clinico); gli approcci teorici di riferimento (modello sistemico relazionale, modello comportamentale, modello analitico, modello psicosociale, modello cognitivo, altri modelli); è stata verificata la presenza della descrizione degli aspetti metodologici, delle categorie di soggetti presi in considerazione ed il loro numero; è stata inoltre considerata l’utilizzazione o meno di strumenti di ricerca quali scale, questionari, interviste, colloqui, tests o altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si considera, infine, per la parte bibliografica se di provenienza nazionale, internazionale e tradotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi del Codice Inventory (tab. 1) emergono quattro argomenti preferenziali delle ricerche effettuate sul campo, quantitativamente abbinate: le relazioni familiari normali e le problematiche speciali ivi insorgenti; l’educazione, la preven­zione, la terapia della famiglia e i servizi sociali familiari connessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul primo punto gli studi tendono a descrivere globalmente le relazioni familiari nella loro normalità, quali sono le dinamiche insorgenti di fronte ai mutamenti sociali, la presenza della famiglia patriarcale di fronte a quella patri-matriarcale, la maggiore incidenza della famiglia nucleare rispetto a quella patriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul secondo punto viene dato particolare risalto ai più svariati problemi che insorgono in essa, sempre per effetto dei rapidi mutamenti socioeconomici culturali, quali le devianze minorili delle zone urbane e le tossicodipendenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul terzo e quarto punto emergono, invece, le tematiche connesse con l’educazione, la prevenzione e la terapia nonché la loro pratica attuazione attraverso le strutture consultoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle relazioni familiari normali si evidenzia come la famiglia sarda tenda a divenire soprattutto nucleare, ad attestarsi mediamente su tre, massimo quattro componenti: madre, padre, uno o due figli; a vivere l’esperienza della donna a doppia carriera e quindi a sviluppare una dinamica genitoriale tenden­zialmente paritaria, con l’attenuazione del tradizionale ruolo strumentale del padre ed affettivo della madre, quindi ad un maggior coinvolgimento di entrambi i coniugi nell’edu­cazione della prole.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre emerge chiaramente la necessità di porre in esame i rapporti che intercorrono tra i due sottosistemi familiari: preva­lentemente autoritari nelle zone interne, remissivi e democratici nelle zone costiere ed urbane, maggior­mente interessate dalla trasformazione economica sia dell’industria che dei servizi, particolarmente di quelli turistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul secondo genere di tematiche si rileva da una parte quel generale interesse suscitato dalle ricerche in psicologia dello sviluppo insorto agli inizi degli anni settanta ed estesosi con la diffusione delle teorie psicopedagogiche di Piaget e Bowlby nel contesto delle istituzioni educative, dall’altra l’interesse che proviene dal settore giudiziario minorile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’urbanizzazione generalizzata, il lavoro femminile, lo scontro di culture differenti provocarono nelle zone periferiche urbane e in alcune zone interne ai margini della provincia fenomeni di devianza, abbandono dei minori, delinquenza minorile.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito si può affermare che il discorso sul ruolo familiare riflette quella “crisi di identità familiare” già descritta dagli studi sociologici<a href="#_ftn35">[35]</a> quando le trasformazioni sociali ed economiche del periodo presentarono un quadro familiare impregnato di nuovi modelli: la donna che lavora, il marito che si preoccupa più sensibilmente dell’educazione dei figli e si allontana dal ruolo strumentale: tutte manifestazioni di “nuovi modi di vivere” della famiglia<a href="#_ftn36">[36]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi condotti su organizzazioni, enti, servizi pubblici o privati per la famiglia quali la scuola, i consultori, i servizi sociali in genere riflettono l’esigenza di incrementare l’efficienza dei servizi nel tentativo di individuare linee comuni di intervento e di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Appaiono più recenti gli studi sulla prevenzione e, quindi, sull’educazione e terapia della famiglia in concomitanza cronologica con il diffondersi delle teorie sistemico-relazionali e la loro applicazione terapeutica<a href="#_ftn37">[37]</a> La lettura della tab. 1a ci sembra che confermi quanto detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi delle parole-chiave (tab. 2) che derivano dalla lettura degli articoli e dei testi e riflettono il contenuto effettivo della ricerca esaminata si è omessa la parola famiglia in quanto variabile di ricerca. Per ogni lavoro sono state assegnate 4 parole chiave e dalla loro elaborazione grafica è stato possibile osservarne la frequenza.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo riguardo si nota come il termine <em>ruoli parentali</em> è quello più frequente, esso pare indicativo del settore di studi interessati ai partners genitoriali e in particolare agli sconvol­gimenti delle loro relazioni prodotte dall’impatto con modelli vecchi e nuovi: “processi tipici di un periodo di transizione”<a href="#_ftn38">[38]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">È emerso come nel territorio sardo sia più facile osservare fisionomie familiari distinte e variegate, a seconda delle<em> zone omogenee </em>tenendo presenti fattori geografico-culturali. Nuovi modelli culturali sembrano emergere dalle famiglie residenti in zone esposte al turismo di massa, più rispondenti a nuovi stili di vita familiare e sociale, ma che non sembrano variare nelle peculiari connotazioni strutturali.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguono i termini <em>servizi pubblici;</em> se consideriamo che i consultori familiari vengono presentati nel Piano Sanitario regionale 1981-1983, e istituiti nel territorio solo nell’89, si può dedurre che lo scopo della ricerca scientifica sul servizio pubblico rifletta la necessità di creare un ruolo del consultorio come “interprete di bisogni reali” soprattutto della famiglia<a href="#_ftn39">[39]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola chiave <em>sistema familiare</em> è frequente negli studi più recenti condotti secondo l’ottica sistemica e le parole <em>educazione</em> ed <em>educazione permanente</em> sottolineano il lavoro psicopedago­gico alla luce delle nuove teorie educative in ambito scolastico e familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguendo la lettura della tabella si osserva come i termini <em>territorio</em> e <em>ambiente</em> riflettano la peculiarità dei gruppi familiari presi in esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla tabella n. 3 si nota come il più della metà delle ricerche abbia un contenuto sperimentale, una esigua parte esclusivamente teorico, ancor meno bibliografico e applicativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda quelle in campo clinico non si è riscontrato alcun testo con le caratteristiche necessarie alla catalogazione; nonostante la presenza di 3 scuole private di psico­terapia familiare nel territorio sardo la produzione scientifica in questo ambito non sembra essersi ancora sviluppata, tuttavia suscitano interesse alcuni lavori a carattere inter­disci­plinare svolti in campo medico-psichiatrico<a href="#_ftn40">[40]</a></p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda gli approcci teorici seguiti (tab. 4) vediamo che più della metà delle pubblicazioni nell’analisi del­l’og­getto di studio segue l’ottica psicosociale mentre per la restante parte seguono l’ottica sistemica e cognitiva. Non risul­tano studi condotti secondo quelle prettamente compor­tamentali o analitiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La metodologia seguita viene descritta in quasi tutte le ricerche a carattere sperimentale e applicativo, gli altri testi effettuano analisi a carattere teorico e bibliografico.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un’ulteriore analisi, condotta sulle ricerche specificata­mente sperimentali e applicative, è stato possibile osservare le categorie preferenziali dei soggetti considerati dagli autori delle pubblicazioni (tab. 5).</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge che per più della metà di queste l’oggetto di studio riguarda il sottosistema familiare, i figli, il marito e la moglie; un terzo analizza il nucleo familiare e una esigua parte delle indagini volge l’attenzione all’individuo, adolescente, tossico­dipendente; risultano assenti indagini condotte sulla famiglia estesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendendo, altresì, in considerazione il numero dei soggetti utilizzati per la ricerca, emerge che in media vengono utilizzati dai 150 ai 250 soggetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra opportuno evidenziare che il un quinto delle pubblica­zioni sperimentali non è supportato dalle analisi statistiche e che spesso il numero di soggetti del campione appare non signifi­cativo rispetto alla popolazione alla quale fa riferimento. Altro aspetto che si è voluto osservare è riferito al considerare gli strumenti di ricerca utilizzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il diagramma della tab. 6 mostra come più di un terzo delle ricerche siano state condotte mediante l’utilizzo di questionari, le altre con l’utilizzo di tests e con l’intervista. Ridotto il numero di ricerche che utilizzano il colloquio e l’osservazione sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le analisi statistiche si rileva che più della metà dei lavori contempla analisi dei dati, costituiti principalmente da percentuali; il 14% annovera analisi di medie, deviazioni standard, analisi fattoriale; il 40% di tutte le ricerche è costituito quindi da studi teorici bibliografici a cui vanno aggiunti studi condotti con il colloquio che trascurano descri­zioni statistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro dato interessante è costituito dall’analisi della prove­nienza bibliografica (tab. 7). La gran parte degli studi degli studi ha un supporto bibliografico internazionale rispetto a chi si avvale di riferimenti bibliografiafici provenienti dal contesto nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi quantitativa e qualitativa delle ricerche di psico­logia della famiglia nel territorio sardo possiamo affermare che nei primi anni Ottanta la produzione rispetto all’interesse riversato in altri settori della psicologia appare piuttosto modesta; d’altra parte, considerando i parametri demografici e geografici del territorio, può essere anche lecito giustificare la scarsa produt­tività e il poco interesse rivolto allo studio della famiglia in termini psicologici. Con l’affermarsi delle teorie sistemiche relazionali, con il sorgere di scuole di psicoterapia relazionale nel territorio e l’acquisizione di strumenti e modelli di indagine più qualificati allo studio della famiglia notiamo come vengano alla luce ricerche supportate non solo da riferimenti teorici validi ma da modelli e strumenti di indagine più consoni allo studio della famiglia nella sua integrità relazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo osservato come gli studi sociologici sul territorio svolti in maniera determinante nella seconda metà degli anni settanta abbiano offerto un valido contributo all’inquadramento di tipologie familiari nel loro modo di vivere all’interno di contesti culturali variegati e spesso contrapposti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche in campo psicologico offrono in questo periodo quadri familiari alla luce della teoria funzionale: la ricerca sembra nascere dal bisogno di dare una definizione alla famiglia secondo i ruoli assunti dai membri che la compongono, secondo la percezione infantile di tali ruoli, secondo il ruolo assunto dalla figura materna o paterna.</p>
<p style="text-align: justify;">L’orientamento strutturale funzionale espresso dalle teorie parsoniane sembra aver dato per circa un decennio lo spunto a tali analisi sia nel momento di verifica ad hoc di tale prospettiva sia quando il modello viene reinterpretato.</p>
<p style="text-align: justify;">La condizione femminile, il doppio lavoro o “doppia carriera” della donna costituisce in questi anni il fulcro da cui si dipartono le teorizzazioni sulla nuova famiglia e le proble­matiche che ne conseguono sulla sua omeostasi ovvero la capacità di adattarsi all’ ambiente mantenendo equilibrate le valenze adattive rispetto a cambiamenti esterni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno della delinquenza minorile affrontato in ambito sociologico e giuridico sembra aver offerto l’occasione per una ricorrente indagine in ambito psicologico. Lo stesso interesse, invece, non sembra offrire il problema della tossico­dipendenza nelle incidenze psicologiche familiari.</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo, di seguito, gli abstract dei testi analizzati:</p>
<p style="text-align: justify;">• Becciu M. (1988). <em>Status sociale e relazioni genitori-figli in Sardegna.</em> Ozieri: Il Torchietto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di uno studio a carattere sperimentale condotto su un campione di famiglie del Logudoro e del Goceano, zone interne della Sardegna ma investite dal processo di industrializzazione e da quello di terziarizzazione. Lo scopo è quello di rilevare l’incidenza eser­citata dall’appartenere ad un determinato status socio-econo­mico, primario e terziario, sugli stili educativi parentali e su alcune variabili comportamentali dei figli. In particolare si esamina in che modo lo stile educativo autoritario sia presente nei contesti esaminati e come questo si sia modificato alla luce delle trasformazioni socioculturali e socioeconomiche in atto. Emerge che i figli dei genitori appartenenti al settore terziario, meno soggetti all’autoritarismo genitoriale (quindi a rigidi sistemi punitivi) ma più seguiti affettivamente, hanno un maggior grado di stima di sé, maggiori competenze sociali, più apertura verso il mondo esterno e di conseguenza più reinserimento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Lai Guaita M. P. (1990). <em>Processi formativi nella famiglia. Una ricerca sul campo.</em> Cagliari: Le Volpi,</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro viene svolto a Cagliari su un campione di giovani, d’ambo i sessi, di livello socio culturale medio-basso. Con l’utilizzo di un questionario si raccolgono informazioni relative alla percezione dell’esperienza familiare. Dall’analisi dei questionari appare una famiglia che viene percepita dai giovani positivamente “sul piano affettivo” ma allo stesso tempo si rileva in essa una certa incompletezza nell’ambito educativo. Alla luce delle necessità e delle proble­matiche giovanili, si propone un coordinamento tra famiglia e istituzioni educative, atto a favorire l’adattamento del giovane alla società.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Meleddu M. (1989). Adolescenza, ruolo parentale e comporta­mento antisociale nell’ambiente sardo. <em>Annali della Facoltà di Magistero di Cagliari</em>, 33, 48-59.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di dati ISTAT e del colloquio clinico condotto su un campione di adolescenti autori di reato emerge come il comportamento antisociale possa essere quasi sempre determi­nato da carenze parentali quali l’abbandono, l’ambivalenza, il disinteresse, la scarsa o l’eccessiva autorità. In particolare si osserva una figura materna che, insicura e frustrata dalle carenze del coniuge, assente o autoritario e aggressivo, assume atteg­giamenti nei confronti dei figli che oscillano tra l’iperprotezione ed il rifiuto o la rigidità. All’interno di questa dinamica, propria di famiglie che risiedono in zone urbane, l’adolescente attua nel sociale una risposta deviante, legata ai suoi problemi materiali e psicologici.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Meleddu M., Corona T. (1989). Antisocialità minorile e struttura familiare in rapporto alle variazioni della cultura pastorale e agropastorale in Sardegna<em>, Annali della Facoltà di Magistero di Cagliari,</em> 33, 71-86.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito di una concezione di tipo multifattoriale che considera in particolare gli aspetti socioculturali e socioeconomici del campione di minori antisociali presi in esame, si ipotizza la presenza di carenze educative in famiglie che risiedono in provincia; queste subirebbero l’influenza di una tradizione culturale agropastorale in conflitto con la diffusa cultura di massa propria di zone urbane. La carenza sembra essere determinata dal processo conflittuale tra la cultura tradizionale familiare che, chiusa economicamente ed affetti­vamente, si adegua con difficoltà ai nuovi modelli emergenti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Meleddu M. (1982). <em>Autorità familiare, identificazione paterna e antisocialità minorile,</em> in Annali della Facoltà di Magistero, quad. n. 14, Facoltà di Magistero, Cagliari.</p>
<p style="text-align: justify;">La rigidità, l’autoritarismo, forme educative patriarcali, ma anche l’assenza di identificazione paterna sembra determinare con più frequenza l’atteggiamento di ribellione del minore e la sua condotta antisociale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Meleddu M. (1980). Motivazione al lavoro e autorità parentale nella famiglia sarda<em>. Annali della Facoltà di Magistero di Cagliari</em>, 11, 104-115.</p>
<p style="text-align: justify;">Modelli di consumismo e nuove occasioni professionali determinano contrasti tra i componenti. Figli di famiglie a conduzione patriarcale in una cultura agropastorale, incaricati sin da piccoli al sostegno dell’azienda familiare, sembrano manifestare maggiormente sintomatici atteggiamenti antisociali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Nuvoli G. (1983). <em>Immagini della famiglia. La percezione dei ruoli parentali nei bambini della Nurra in Sardegna.</em> Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi teorica dei modelli psicosociali di lettura della famiglia e dei ruoli paterno e materno intende verificare la teoria di Parsons nella percezione di tali ruoli in ottica infantile, ed in particolare nelle aree funzionali e decisionali. Il lavoro conferma il superamento della teoria parsoniana per la visione simmetrica e complementare dei ruoli di padre e di madre. Quest’ultima appare maggiormente impegnata nelle attività lavorative extrafamiliari del doppio lavoro, anche con il supporto del coniuge.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Nuvoli G. (1985). Percezione della dinamica familiare e classe socio economica. Una ricerca sui ruoli parentali nella Sardegna Centro-settentrionale. <em>Quaderni Bolotanesi</em>, 11, 101-119.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca a carattere sperimentale è impostata secondo un’ottica psico­sociale prendendo spunto dalle teorie di Parsons e dalle analisi di McKinley. L’obbiettivo del lavoro è quello di verificare la differenziazione nell’assun­zione del ruolo parentale in funzione dello status socioeconomico. L’ipotesi è che status e settori di attività lavorativa paterna inducano nei figli differenti modalità relazionali che si possano riscontrare nelle differenziazioni delle aree funzionali e decisionali. Emerge un ambiente familiare sardo ricco di modelli e tipologie familiari, in cui lo status socioeconomico influisce sui modelli rela­zionali e sulle modalità di gestione affettiva della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Nuvoli G. (1988). <em>Famiglia, droga e comunità terapeutiche,</em> In: Nuvoli G. (a cura), <em>Oasi nella droga,</em> Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;">La matrice educativa e relazionale familiare sarda, spesso impreparata di fronte all’impatto con modelli e stili di vita emergenti, costituisce in questi anni, in tema di tossico­dipendenza, l’elemento centrale non solo delle analisi psico­logiche ma dell’intervento terapeutico. Accanto agli esempi che descrivono le “fasi” del vissuto familiare di fronte al “sintomo tossico­dipendente” si trova lo spunto per offrire una panoramica teorico-metodologica su una realtà operativa pubblica e privata che più richiede il coinvolgimento della famiglia nel percorso riabilitativo dell’individuo tossicodipendente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Nuvoli G. (1989). I ruoli familiari visti dal bambino. Patriarcato e matriar­cato nella famiglia attuale della Sardegna centro setten­trionale<em>.</em> In Cecaro (a cura) <em>Donne e Società in Sardegna; eredità e mutamento,</em> (pp. 35-51), Sassari: Iniziative Culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della teoria di Parsons, mediante l’utilizzo di un questionario di Campo, distribuito su un campione di bambini in età scolare, rappresentativo della popolazione della Sardegna Centro-Settentrionale, si ipotizza il riscontro di una sostanziale uguaglianza dei due coniugi nella gestione familiare. Emerge una dinamica di ruoli della coppia sarda definita patri-matriarcale. Al di là della teoria parsoniana su cui si muovono diverse osservazioni teorico-metodologiche emerge una famiglia sarda dove il patriarcato del padre che esercita un dominio assoluto su moglie e figli e il matriarcato della madre che accentra su di sé la gestione della casa e dei rapporti sociali, coesistono funzionalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">• Nuvoli G., Ruju Garau F. (1980). <em>Spazi di gioco nell’ambito familiare e scolastico. </em>In: Atti XVIII Congresso degli Psicologi italiani, SIPs, Roma</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scopo della ricerca è quello di rilevare la misura dello spazio psicologico percepito dal bambino e da quello fisico utilizzabile, ovvero quello riservato dalla famiglia e dalla scuola. L’ipotesi è che sia la famiglia come la scuola sottovalutino l’importanza del gioco infantile e dello spazio da dedicare ad esso. Mediante l’utilizzo di un test proiettivo indirizzato ai bambini e di un questionario agli adulti genitori emerge come in ambito familiare il gioco assuma più funzioni di rinforzo positivo definito “ricattatorio” al fine di ottenere i comportamenti desiderati che non invece la giusta funzione di sviluppo della creatività e interazione. Il campione fa riferimento ad una popolazione di soggetti residenti in un quartiere urbano di recente costruzione della zona di Olbia. Nelle conclusioni si evince come i criteri adottati dalla costruzione edilizia siano poveri di spazi per l’infanzia.</p>
<p style="text-align: justify;">• Picciau I. (1985). Modalità di sostegno psicologico alla famiglia del portatore di handicap. In: Marini F., Nuvoli G. <em>La Psicologia in Sardegna,</em> (pp. 143-164). Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello studio si descrive la gestione dei servizio socio-sanitario di base nella A.S.L. di Cagliari. Si presentano le difficoltà gestionali legate alle carenze di ordine sanitario nello stesso territorio cagliaritano. Il lavoro si pone come contributo agli operatori del servizio pubblico nel momento in cui si delineano obbiettivi e ruoli del gruppo di lavoro chiamato ad intervenire e operare sulla famiglia del portatore di handicap.</p>
<p style="text-align: justify;">• Pisu O. (1985). <em>Educazione sessuale. Un’esperienza di collaborazione tra consultorio familiare e scuola,</em> In: Marini F., Nuvoli G. <em>La Psicologia in Sardegna,</em> (pp. 207-222). Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro rappresenta un contributo empirico per l’operatore del Consultorio Familiare in Sardegna. Accade spesso che il ruolo psicopedagogico del servizio pubblico si scontri col pregiudizio e la resistenza di quelle culture familiari presenti all’interno dell’Isola, queste ancora fortemente influenzate da modelli educativi tradizionali tipici di società agropastorali, che guardano con diffidenza e spesso opposizione gli interventi dell’équipe sanitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">• Tedde M. (1991). <em>Fidanzati e Coniugati. Analisi psicologica su un campione di coppie della Sardegna centro-setten­trionale.</em> Sassari.Diesse,</p>
<p style="text-align: justify;">L’ipotesi centrale del lavoro è quella di poter rilevare, mediante l’utiliz­zo di apposito strumento rappresentato dal Prepare Henrich, questionario adattato all’Italia nel 1990, alcune aree di relazione nella vita di coppie fidanzate o sposate al fine di individuare in quali ambiti relazionali, alla luce del modello evolutivo, andrebbe ad inserirsi un’azione formativa permanente supportata da programmi di arricchimento a carattere psico­pedagogico e preventivo per coppie “normali” di fidanzati e di sposati. La ricerca rappresenta uno studio articolato sulle dinamiche relazionali della coppia sarda; emergono, in parti­colare, difficoltà comunicative, spesso legate a incongruenze di ruolo dei partners. I modelli di vita appresi dalle famiglie di origine sono in contrasto con quelli emergenti dalle società industrializzate come l’apertura della donna al mondo del lavoro e dell’uomo più coinvolto nel sostegno affettivo ed educativo della prole. Appare quindi un’immagine della famiglia sarda contraddittoria, combattuta tra modelli familiari agropastorali e quindi tradizionali, e quelli cosiddetti progressivi, propri di una società industriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai fini della ricerca è stata condotta un’analisi sistematica delle tesi di laurea per verificare, anche se in maniera relativa, l’interesse degli studiosi accademici, dislocati nelle Università di Cagliari e di Sassari.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indagine ha portato alla luce 35 tesi di laurea di tematica psicologica condotte nel decennio preso in esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Di queste sono state ritenute valide solo alcune prodotte da laureandi dell’Università di Sassari, più attenta nel decennio alle indagini in ambito familiare. Il rigore metodologico seguito e la specificità dei contenuti a carattere psicologico riguardanti il territorio e la famiglia sarda, hanno determinato la lettura e una schedatura sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle tesi evidenziate e indicative del pensiero e delle tendenze di ricerca seguite dai relatori vengono riportati brevi abstract specificando l’autore il titolo e l’anno accademico.</p>
<p style="text-align: justify;">• Selis M. G. <em>Il bambino e la famiglia, dinamica relazionale delle figure parentali viste dal bambino </em>(A.A.<em> </em>1981/82).</p>
<p style="text-align: justify;">Si procede alla verifica dell’azione delle figure parentali e come siano percepite dai figli. Vengono individuate diverse risposte affettive, percepite dal bambino in famiglie dove la madre svolge accanto alla mansione di casalinga quella lavorativa. Nelle conclusioni si osserva come entrambe presen­tino vantaggi e svantaggi nel momento della autonomizzazione e socializzazione del figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">• Caucci G.E.M. <em>Aspetti psicologici della maternità. La gravidanza e il parto</em> (A.A. 1982/83).</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo e quello di evidenziare i fattori che causano la “oppressione” della donna nella gravidanza. Vengono esposte alcune recenti tecniche (training autogeno, autoipnosi) utili alla donna nel periodo della gravidanza, in funzione del parto. Nelle conclusioni vi è una accesa polemica sui servizi sanitari in Sardegna e sul trattamento delle gestanti a livello psicologico.</p>
<p style="text-align: justify;">• Muresu G. <em>Influenze parentali nelle prime fasi dell’età evolutiva </em>(A.A. 1982/83).</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo della ricerca è quello di individuare quali fattori favoriscono ed ostacolano lo sviluppo psicofisico del fanciullo da zero ai tre anni di vita. Le modalità di accettazione genitoriali sul bambino, nella prima fase di crescita, caratterizzano quello che sarà il proprio sviluppo psico-affettivo. Alla luce di problematiche insite nel rapporto genitore bambino vengono esposti esempi relazionali che possono caratterizzare lo squilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">• Frassu M.I. <em>Le figure dell’adulto e le loro influenze nello sviluppo psicosociale in età prescolare </em>(A.A. 1982/83).</p>
<p style="text-align: justify;">Favorire lo sviluppo psicosociale del bambino con soluzioni educative rivolte ai genitori e alla scuola. La ricerca espone i compiti educativi e di natura psicologica nella reciproca inte­razione tra il bambino e il genitore; l’azione della scuola quale supporto allo sviluppo psicosociale del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">• Carboni G.<em> Influenza della famiglia sui rapporti tra adulti-bambini </em>(A.A. 1982/83).</p>
<p style="text-align: justify;">Il proposito è quello di individuare le modalità con cui il bambino percepisce le rela­zioni interpersonali all’interno del nucleo familiare. Vengono focalizzate alcune valenze determinanti il processo di identi­ficazione del bambino sui genitori e le influenze di questi sulla socializzazione. Vengono presentati alcuni casi di inadeguatezza familiare e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">• Fois G. A. <em>L’influenza dell’ambiente familiare nello sviluppo dell’individuo. Patologia e terapia della famiglia</em> (A.A. 1982/83).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ipotesi è che le dinamiche interpersonali che si stabiliscono all’interno della famiglia determinino il comportamento dell’individuo. La famiglia viene considerata come principale strumento di mediazione tra la società e l’individuo in via di sviluppo. La ricerca analizza l’importanza del ruolo paterno e materno nello sviluppo psicoemotivo dei figli.</p>
<p style="text-align: justify;">• Paolini C.A. <em>La figura materna nell’evoluzione psichica infantile</em> (A.A. 1983/84).</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo della ricerca sta nella individuazione delle modalità relazionali della fase di attaccamento e conseguenze nello sviluppo del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati rivelano come la figura materna accanto a quella paterna abbia un ruolo determinante nello sviluppo psichico infantile. Vengono paragonate alcune ricerche sull’attaccamento condotte in Sardegna dove le modalità relazionali e propria­mente occidentali si accostano a culture orientali.</p>
<p style="text-align: justify;">• Merella A.M. <em>La figura paterna nella relazione con il figlio </em>(A.A. 1983/84).</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca, condotta in Sardegna, si propone di individuare funzioni, responsabilità, prerogative del ruolo paterno. Si cerca di offrire un quadro che rivaluta la figura del padre attraverso approcci psicologici diversi, il suo ruolo appare determinante soprattutto nella prima fase di crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">• Pes L.L. <em>Famiglia e psicoterapia familiare</em> (A.A. 1983/84).</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca è tesa a proporre e valutare l’importanza della terapia relazionale familiare. Nel processo di adattamento che la famiglia pone in atto, alla luce del contesto sociale e culturale attraversato, viene considerata l’importanza dell’ap­proccio terapeutico relazionale e dell’ottica sistemica con la quale si può procedere ad una lettura più ampia delle modalità di relazione funzionali o meno dei membri della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">• Giordo F. <em>La percezione dei ruoli familiari. Analisi delle trasformazioni in due centri del Nord Sardegna</em> (A.A. 1983/84).</p>
<p style="text-align: justify;">Individuare le trasformazioni nella percezione dei ruoli familiari in due diverse zone del territorio è l’obbiettivo della ricerca. Si evince che attraverso la percezione dei ruoli genitoriali nei bambini si possono osservare i cambiamenti relazionali che gradualmente, per effetto delle trasformazioni socioculturali in atto, determinano cambiamenti di relazione e una mutuale interscambiabilità di ruoli tra marito e la moglie. Ottica, questa, che va oltre la rigidità degli schemi suggeriti dalla teoria funzionale di Parsons.</p>
<p style="text-align: justify;">• Pireddu G. <em>Immagini della figura paterna nella percezione infantile </em>(A.A.1984/85).</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo è quello di delineare la figura paterna attraverso la percezione del bambino. Si evidenzia una figura paterna, quella sarda, in crisi di ruoli e funzioni, così come appare dal vissuto del bambino, questa “aspecificità” sembra comportare una mancanza di autorità decisionale. Le conclusioni appaiono ampie e ben articolate.</p>
<p style="text-align: justify;">• Pilichi T. <em>La prevenzione dei disturbi relazionali della coppia </em>(A.A. 1988/89).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si propone di individuare attraverso l’uso di un questionario aree di relazione in cui porre in essere strumenti adeguati di prevenzione delle patologie della coppia. Si osserva come per i giovani fidanzati un notevole atteggiamento idealistico investa le “teorie” sul vivere da sposati. Per gli sposati si denota una certa insicurezza per la gestione dei ruoli. Si sottolinea come il cambiamento di ruoli e funzioni della donna abbia avuto ripercussioni nel rapporto di coppia e familiare. Nelle conclusioni si presentano alcuni modelli teorici di prevenzione familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">• Pischedda M. G. <em>Presupposti nei rapporti prematri­moniali e coniugali e metodi di prevenzione delle patologie della coppia </em>(AA.<em> </em>1990/91).</p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo è quello di individuare aree relazionali della coppia di fidanzati e di sposati su cui sarebbe opportuno inserire un discorso preventivo. Emerge come l’area comunicativa, e le modalità di comunicazione, costitui­scano il terreno prioritario su cui un intervento preventivo a carattere psicopedagogico andrebbe ad inserirsi. L’ottica sistemica e il modello evolutivo evidenziano le difficoltà della coppia a superare gli “stadi evolutivi” che determinano la crescita della coppia e della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspetti diacronici e statistici della famiglia in Sardegna</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di presentare i risultati e l’analisi quantitativa condotta attraverso l’utilizzo del questionario anglosassone somministrato ad un campione di 160 coppie residenti nei centri della Sardegna centro-settentrionale ci sembra opportuno riportare alcuni aspetti quantitativi riguardanti il contesto socioculturale in cui le famiglie del campione vivono e operano.</p>
<p style="text-align: justify;">Le immagini enucleate negli anni Settanta ed Ottanta che emergono da svariate ricerche sociologiche, antropologiche, storico-giuridiche,<a href="#_ftn41">[41]</a> vedono modelli familiari così caratterizzati: la famiglia “divisa per quasi sei mesi all’anno del pastore transumante delle zone interne di montagna; quella “unita”, e spesso patriarcale, del pastore stanziale; quella “coesa” dell’artigiano e del contadino dei centri rurali; quella nucleare “isolata” dei centri urbani.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali modelli furono scarsamente influenzati dalla rivoluzione francese, nonché da quella rivoluzione riformistica e culturale innescata dalla concessione dello Statuto Albertino allorché, abolito il feudalesimo e concesse le libertà costituzionali, la Sardegna entrò in toto nella sfera giuridica e socioculturale italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">L’epoca dell’ammodernamento e quella giolittiana (1861-1911), ma soprattutto la forzata partenza per la guerra (1915-1918) di circa centomila uomini verso il Nord-Italia, mise i sardi di fronte ad una realtà economica e sociale ben più avanzata della loro, favorendo col rientro dalla guerra, una rivale battaglia rivendicazionistica che li portò alla costituzione del Partito Sardo d’Azione, alla conquista amministrativa dei comuni e ad una grande volontà di cambiamento. Una regione contemporanea, quindi, attardatasi nell’epoca moderna, non sconvolta dalla rivoluzione francese (così come del resto fu per le popolazioni americane e sudafricane, conservative), fortemente inculturata cristianamente con un controllo e una pressione sociale molto forte sulla vita dei singoli e delle famiglie sia della vita pubblica sia di quella privata. Con la prima guerra mondiale subì un vero e proprio choc socioculturale, accentuato in seguito nel ventennio fascista grazie all’imposta socializzazione ginnica e “liturgica” delle adunate sabatiche con l’abbandono per uomini e donne dei pesanti tradizionali vestiti che in un certo senso imbrigliavano i movimenti del corpo e garantivano la preesistente separazione dei sessi. Nell’ambito delle famiglie lo stato educatore “forgiatore” ed “etico” dettava una nuova cultura: quella della famiglia per la patria; delle madri generatrici di figli per la patria; della stessa gioventù modellata dalla patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito del preesistente familismo sardo il fascismo gettò le premesse di quella rivoluzione culturale che avverrà per alcuni importanti fattori tra i quali: l’effetto della nuova forzata emigrazione di oltre centomila sardi per la guerra -la seconda guerra mondiale-; l’avviamento del processo di industrializzazione e del turismo (1955); la scolarizzazione generalizzata (1962); l’aumento di mobilità con forti flussi emigratori per il Nord-Italia e per il Nord-Europa; le sue peculiari caratteristiche geografiche di isola con scarso numero di abitanti (1.397.000 nel ‘61; 1.455.000 nel ‘71; 1.575.358 nell’81; 1.648.284 nel ‘91; 1.661.429 nel ‘97).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2000 peraltro dispersi per oltre il 48% in un arcipelago di 372 comuni, spesso di ridotta popolazione, e per il rimanente 60% ai due estremi, e per il rimanente 60% ai due estremi dell’isola in zone che giustamente possono dirsi urbane. Questi momenti di radicale cambiamento di percorsi quotidiani di vita, uniti alle stagionali invasioni di “continentali” e di stranieri spesso lontani dagli stili di vita delle famiglie sarde hanno sicuramente inciso in ambito culturale innescando cambiamenti che per quanto abbiano “gestazioni” di lunga durata tuttavia lentamente avvengono e cominciano ad avvertirsi i sintomi. Oggi, nonostante la drastica riduzione dell’industria petrolchimica, la terziarizzazione avanzata notevolmente, la gestione di un’esistenza isolata ormai un mito, i nuclei familiari si sono drasticamente ridotti, i pastori transumanti e stanziali si sono trasformati in allevatori con le residenze nei centri urbani di varia dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">In un territorio di 24 mila kmq. (poco meno della Sicilia e quanto la Lombardia, dove però vivono svariati milioni di abitanti) vivono un milione seicensosessantunomila abitanti per cui si ha una densità media di 69 ab. per kmq<a href="#_ftn42">[42]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In base ai dati demografici ISTAT del ‘97 la popolazione residente in Sardegna è risultata pari a 1.661.248, mentre dal censimento del ‘91 si rilevava pari a 1.648.248 unità, quindi nel settennio considerato si registrato un incremento pari a 13.000 unità con un’evidente dinamica involutiva. L’attenuarsi del ritmo di incremento della popolazione in Sardegna si inserisce, pur con sue proprie caratteristiche anche negli altri comparti territoriali, Centro, Nord, e Mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi del <em>tasso generico di fecondità</em>, numero dei nati vivi per 1000 donne in età feconda mostra come si sia passati nell’Isola dal 40,6 dell’’87 al 30,6 del ‘96, per l’Italia dal 38,8 al 23,8 quindi con una minore accelerazione per l’Isola. Ciò significa che rispetto al dato nazionale benché si tenda anche in Sardegna, come in tutta l’Italia ad avere meno figli, questo processo risulta più lento della media nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda poi il tasso di fecondità delle donne sarde si osserva che il primo figlio risulta sui 30,6 anni, quello nazionale sui 28,8 il che significa che svariati indicatori riferibili agli studi, al lavoro e alla situazione economica tendono a ritardare il matrimonio e conseguentemente la nascita del primo figlio.</p>
<h6 style="text-align: justify;">Indicatori di fecondità</h6>
<table style="text-align: justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td width="40" valign="top">Figli naturali</td>
<td width="61" valign="top">Età media al   primo figlio</td>
<td width="60" valign="top">Aborti sui nati   vivi (%)</td>
<td width="71" valign="top">Quoziente</td>
<td width="92" valign="top">Aborti   spontanei</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Sardegna</td>
<td width="40" valign="top">9,2</td>
<td width="61" valign="top">30,6</td>
<td width="60" valign="top">17,6</td>
<td width="71" valign="top">5,5</td>
<td width="92" valign="top">11,8</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Italia</td>
<td width="40" valign="top">8,1</td>
<td width="61" valign="top">28,8</td>
<td width="60" valign="top">23,4</td>
<td width="71" valign="top">9,0</td>
<td width="92" valign="top">11,7</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">L’attuale <em>popolazione della Sardegna </em>vive in 378 comuni molti dei quali non superano i mille abitanti. Le città più popolate figurano nell’ordine Cagliari (450.000 ab.), Sassari (120.000 ab.), Quartu Sant’Elena (60.000 ab.), Olbia (42.000 ab.), quasi il 70% della popolazione vive nei grandi e medi centri urbani.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel settennio considerato il numero delle famiglie è passato da 429.541 del ‘91 a 569.533 con un numero medio di componenti per famiglia passato da 3,6 a 2,9 avvicinandosi al 2,6 dell’indice nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Numero di famiglie 1997</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<table style="text-align: justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td width="110" valign="top">Famiglie</td>
<td width="121" valign="top">Numero medio di</p>
<p>componenti per famiglia</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Sardegna</td>
<td width="110" valign="top">569.533</td>
<td width="121" valign="top">2,9</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Italia</td>
<td width="110" valign="top">21.642.350</td>
<td width="121" valign="top">2,6</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte anche il numero medio dei figli per donna tra il 1980 e il 1995 è passato da 1,99 a 1,06; quello nazionale da 1,68 a 1,19 con una diminuzione decimale rispetto allo stesso indice nazionale. Il che significa come la donna sarda sempre più impegnata negli studi prima e nella doppia carriera poi tenda a diminuire notevolmente il numero dei figli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Numero di figli per donna (medie)</em></p>
<table style="text-align: justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td width="82" valign="top">1980</td>
<td width="92" valign="top">1985</td>
<td width="71" valign="top">1990</td>
<td width="78" valign="top">1995</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Sardegna</td>
<td width="82" valign="top">1,99</td>
<td width="92" valign="top">1,50</td>
<td width="71" valign="top">1,41</td>
<td width="78" valign="top">1,06</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Italia</td>
<td width="82" valign="top">1,68</td>
<td width="92" valign="top">1,42</td>
<td width="71" valign="top">1,36</td>
<td width="78" valign="top">1,19</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">La percentuale degli aborti sui <em>nati vivi</em> del ‘96 con il 17,6% presenta un quoziente del 5,5% mentre il dato nazionale rispettivamente il 23,4% e il 9%. Tutto ciò dovrebbe significare la diminuita abortività delle donne sarde rispetto al dato nazionale.</p>
<h6 style="text-align: justify;">Indicatori demografici 1997</h6>
<table style="text-align: justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td width="72" valign="top">Nati   vivi</td>
<td width="61" valign="top">Morti</td>
<td width="49" valign="top">Saldo   naturale</td>
<td width="70" valign="top">Quoziente   di natalità</td>
<td width="71" valign="top">Quoziente   di mortalità</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Sardegna</td>
<td width="72" valign="top">13.837</td>
<td width="61" valign="top">13.707</td>
<td width="49" valign="top">130</td>
<td width="70" valign="top">8,3</td>
<td width="71" valign="top">8,2</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Italia</td>
<td width="72" valign="top">540.048</td>
<td width="61" valign="top">564.679</td>
<td width="49" valign="top">-   24.631</td>
<td width="70" valign="top">9,3</td>
<td width="71" valign="top">9,8</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">In questa rapida panoramica demografica può essere inserito come ulteriore punto di approfondimento lo studio e l’analisi riguardanti l’istituto matrimoniale civile e religioso come primo momento di aggregazione sia per le rilevazioni censuarie sia per l’importanza che esso riveste sul piano sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per l’anno 1997 i <em>matrimoni</em> celebrati in Sardegna risultano 7.518 con il 26,4% di quelli civili, un quoziente di nuzialità del 4,5% mentre i dati nazionali danno 273.111 matrimoni, il 20,8% di quelli civili e un quoziente di nuzialità del 4,7% Ciò significa che i sardi tendono a sposarsi in percentuale sempre maggiore col rito civile mentre il quoziente di nuzialità tende a uniformarsi a quello nazionale. In crescita anche le separazioni 1.194 unità, quoziente 0,7, quello nazionale 1,0. Il dato tuttavia può essere relativamente valido in quanto potrebbe anche darsi che il numero ridotto dei divorzi sia legato alle lunghe procedure delle separazioni legali e conseguente ritardo dei divorzi.</p>
<h6 style="text-align: justify;">Indicatori demografici 1997</h6>
<p style="text-align: justify;">
<table style="text-align: justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td colspan="2" width="110" valign="top">indici   di vecchiaia</td>
<td colspan="2" width="106" valign="top">indici   di totale dipendenza</td>
<td colspan="2" width="106" valign="top">indici   di femminilizzazione</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top"></td>
<td width="61" valign="top">1991</td>
<td width="50" valign="top">1997</td>
<td width="57" valign="top">1991</td>
<td width="50" valign="top">1997</td>
<td width="49" valign="top">1991</td>
<td width="57" valign="top">1997</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Sardegna</td>
<td width="61" valign="top">64,8</td>
<td width="50" valign="top">94,6</td>
<td width="57" valign="top">43,8</td>
<td width="50" valign="top">42,5</td>
<td width="49" valign="top">50,5</td>
<td width="57" valign="top">50,7</td>
</tr>
<tr>
<td width="47" valign="top">Italia</td>
<td width="61" valign="top">90,7</td>
<td width="50" valign="top">119,4</td>
<td width="57" valign="top">46,9</td>
<td width="50" valign="top">51,4</td>
<td width="49" valign="top">51,4</td>
<td width="57" valign="top">51,4</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[1]</a> Liddle H. A. (1988). Family psycology: An emerging (and emerged) discipline. <em>Journal of family Psychology</em>, 2, 149-167; Liddle H. A. (1992). Family psycology: Progress prospects of a maturing discipline. <em>Journal of family Psychology</em>, 5, 249-263.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[2]</a> Senini A. (1988). <em>Manuale di psicologia</em>. Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[3]</a> Scabini E. (1983). Psicologia della famiglia tra terapia e ricerca: un’analisi storica. In: CSRF <em>Rassegna delle ricerche sulla famiglia italiana. </em>(pp. 17-26). Bollettino di informazione e documentazione, 1. Milano: Vita e Pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[4]</a> Flandrin J.L. (1983). <em>Il sesso e l’occidente. L’evoluzione del comportamento e degli atteggiamenti. </em>Milano: Mondadori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[5]</a> Scabini E. (1983). Psicologia della famiglia… cit.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[6]</a> Scabini E. (1983). Psicologia della famiglia… cit.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[7]</a> Cusinato M. (1984). <em>Personalità e famiglia… </em>cit.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[8]</a> Andolfi M., Angelo C., Menghi P., Nicolò Corigliano A. M. (1982), <em>La famiglia rigida</em>. Milano: Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[9]</a> Selvini Palazzoli M., Cirillo M. Selvini A. Sorentino M. (1989). <em>I giochi psicotici nella famiglia</em>. Milano: Cortina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[10]</a> Scabini E. (1990). Un approccio integrato allo studio della famiglia. In: Scabini E., Donati P., (a cura), <em>Conoscere per intervenire. La ricerca finalizzata sulla famiglia</em>. Studi interdisciplinari sulla famiglia, 9, (pp. 61-84). Milano: Vita e Pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[11]</a> Cusinato M. (1988). <em>Psicologia delle relazioni familiari</em>. Bologna: Il Mulino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[12]</a> Boccaccin L., Marta E. (1991). Trend e orientamenti della ricerca psico-sociale sulla famiglia in Italia nella seconda metà degli anni ottanta. In: Scabini E. Donati P. (a cura), <em>Identità adulte e relazioni Familiari.</em> (pp. 245-284). Studi interdisciplinari sulla famiglia, 10. Milano: Vita e Pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[13]</a> Cigoli V., Santi G., Gulotta G. (1983). <em>Separazione, divorzio e affidamento dei figli</em>. Milano: Giuffré.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[14]</a> Per un approfondimento scientifico vedasi: Dell’Antonio A.M. (1980). <em>Cambiare genitori. Le problematiche psicologiche dell’adozione</em>. Feltrinelli, Milano; Dell’Antonio A.M. (1980). Abbandono e adozione. <em>Psicologia contemporanea. </em>38, 7-9; Dell’Antonio A.M., Molina P. (1980), Atteggiamenti ed aspettative di coniugi che desiderano adottare un bambino. <em>Neuropsichiatria Infantile</em>, 222-223. 3-6; Dell’Antonio A.M. (1983). <em>Il bambino conteso: il disagio infantile nella conflittualità di genitori separati. </em>Giuffrè, Milano; Dell’Antonio A.M. (1985). Quando i genitori si dividono. <em>Psicologia contemporanea</em>. 67, 16-23.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[15]</a> Cigoli V., Santi G., Gulotta G. (1983). <em>Separazione, divorzio e affidamento dei figli</em>. Milano: Giuffré.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[16]</a> Dell’Antonio A.M. (1989). <em>La consulenza psicologica per la tutela dei minori. </em>Roma: La Nuova Italia Scientifica; Dell’Antonio A.M. (1989). <em>Le problematiche psicologiche della adozione nazionale ed internazionale. </em>Milano: Giuffrè.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[17]</a> De Leo G., Mazzei D. (1989), Per un’analisi sistemica dell’azione violenta. <em>Terapia Familiare,</em> n. 30; De Leo G., Bosi D., Curti Giardino F. (1986). Progetto identità e relazione nella genesi dell’azione violenta. <em>Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza</em>, 53.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[18]</a> Quadrio A., Venini I. (1992). (a cura), <em>Genitori e figli nelle famiglie in crisi.</em> Milano: Giuffrè.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[19]</a> Un’ampia panoramica di studi in: Scabini E., Donati P., (1992) (a cura), <em>Famiglie in difficoltà tra rischio e risorse</em>. Studi interdisciplinari sulla famiglia, 11.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[20]</a> Scabini E., Donati P. (1993). (a cura), Identità Adulte e relazioni familiari.<em> Studi interdisciplinari sulla famiglia, </em>n. 10. Milano: Vita e Pensiero; Scabini E., Donati P. (1989). (a cura di) Vivere da adulti con i genitori anziani. <em>Studi interdisciplinari sulla famiglia, </em>n. 8. Milano: Vita e Pensiero</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[21]</a> Scabini E., Donati P. (1993). (a cura), La famiglia in una società multietnica. <em>Studi interdisciplinari sulla famiglia, </em>n. 12. Milano: Vita e Pensiero</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[22]</a> Cigoli V. (1997). <em>Intrecci familiari. Realtà interiore e scenario relazionale.</em> Milano: Cortina; Malagoli Togliatti M., Cotugno A. (1996). <em>Psicodinamica delle relazioni familiari.</em> Bologna: Il Mulino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[23]</a> Carli L. (1999). (a cura) <em>Dalla diade alla famiglia. I legami di attaccamento nella rete familiare</em>. Milano: Raffaello Cortina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[24]</a> Scabini E., Regalia C: (1999). Benessere psichico, qualità delle relazioni e transizioni familiari. In: Donati P. (a cura), <em>Sesto Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia</em>. Milano: Ed. S.Paolo;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[25]</a> Walsh F. (1995). (a cura), <em>Ciclo vitale e dinamiche familiari</em>. Milano: Angeli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[26]</a> Binda W. (1997). (a cura), <em>Diventare Famiglia</em>. Milano: Angeli; Scabini E., Iafrate R. e Regalia C. (1998). La famiglia e l’artificio della nascita. <em>Psicobiettivo</em>, 2, 37-50.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[27]</a> Carrà E. e Marta E. (1995). (a cura), <em>Relazioni familiari e adolescenza</em>. Milano: Angeli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[28]</a> Andolfi M. (1999). <em>La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale.</em> Milano: Raffaello Cortina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[29]</a> Cigoli V., Gulotta G.e Santi G., (1997). <em>Separazione, divorzio e affidamento dei figli</em>. Milano: Giuffrè; Cigoli V. (1998). <em>Psicologia della separazione e del divorzio</em>. Bologna: Il Mulino; Scabini E., Iafrate R., (1997). Uomo e donna di fronte al percorso matrimoniale, alla separazione e al divorzio: aspetti psicologici e sociali. In: Donati P. (a cura), <em>Uomo e donna in famiglia</em>, (pp. 199-238). Quinto Rapporto CISF sulla Famiglia in Italia. Milano: Ed. S. Paolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[30]</a> Togliatti M. M. (1996). (a cura), <em>La psicologia della famiglia. Sviluppi e tendenze.</em> Milano: Angeli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[31]</a> Marini F., Nuvoli G. (1985). (a cura), <em>La Psicologia in Sardegna</em>. Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[32]</a> Nuvoli G. (1990). (a cura), <em>Psicologia e adolescenza, Problemi e modelli a confronto. L’intervento delle istituzioni in Sardegna.</em> Sassari: Delfino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[33]</a> Ferrari C. (1991). (a cura), <em>Psicologia e Turismo. Riflessioni in Sardegna</em>. Sassari: Iniziative Culturali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[34]</a> Abbiamo utilizzato l’inventario prodotto da Olson e Markoff. Olson D.H. Markoff. R. (1995) (eds). <em>Inventory of Marriage and Family literature.</em> Newbury Park: Sage.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[35]</a> Lelli M. (1982), <em>La famiglia</em>. In: Brigaglia M. (a cura), <em>La Sardegna</em>. Cagliari: La Torre; Merler A. (1976). <em>Prime ipotesi per uno studio sulla famiglia e la stratificazione sociale in Gallura. </em>In AA.VV., <em>I rapporti della dipendenza</em>. (pp. 159-175). Sassari: Dessì; Merler A. (1983). Dalla famiglia politica alla famiglia coatta. <em>Quaderni Bolotanesi,</em> 9, 47-68; Merler A. (1984). <em>Famiglia e dialettica sociale</em>. In: AA.VV., <em>I rapporti della dipendenza</em>. (pp. 177-199). Sassari Dessì; Merler A. (1984). <em>Il quotidiano dipendente. Lavoro, famiglia e servizi</em>. Sassari: Iniziative culturali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[36]</a> Galli N. (1986). <em>Educazione di coniugi alla famiglia</em>. Milano: Vita e Pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[37]</a> Andolfi M., Angelo C., Menghi P., Nicolò Corigliano A. M. (1982). <em>La famiglia rigida</em>. Milano: Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[38]</a> Cusinato M. (1984). <em>Personalità e famiglia… cit; </em>Cusinato M., Tessarolo M. (1993). (a cura), <em>Ruoli e vissuti familiari. </em>Firenze: Giunti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[39]</a> Fancellu Pigliaru R. (1983). (a cura), <em>Il Consultorio familiare in Sardegna.</em> Sassari: Iniziative Culturali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[40]</a> Bucarelli A., Carpiniello B., Pintor G. P. (1980). Dalla violenza sul minore alla violenza del minore, Le radici familiari e culturali della violenza minorile in Sardegna: analisi di un caso. <em>Quaderni sardi di storia</em>, 1.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[41]</a> Nuvoli G., Tedde A. (1983). <em>Immagini della famiglia</em>. Sassari: Diesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[42]</a> ISTAT, 1997.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Famiglia e famiglie di Matteo Tedde</title>
		<link>http://www.angelinotedde.com/2008/10/famiglia-e-famiglie/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 16:43:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[  Famiglia e famiglie Tra le ragioni che ci portano a definire il concetto di famiglia vi è la necessità di indicare i confini semantici che esso assume in questo contesto . Nella letteratura scientifica in generale e in particolar modo in quella delle scienze sociali, vi è la tendenza all&#8217;uso di varie accezioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="testonormalenews" style="text-align: center;"> </p>
<p class="testonormalenews" style="text-align: center;"><span>Famiglia e famiglie </span></p>
<p>Tra le ragioni che ci portano a definire il concetto di famiglia vi è la necessità di indicare i confini semantici che esso assume in questo contesto .</p>
<p>Nella letteratura scientifica in generale e in particolar modo in quella delle scienze sociali, vi è la tendenza all&#8217;uso di varie accezioni di uno stesso termine.<br />
Dato il rapido evolversi del linguaggio comune e le stesse &#8220;confusioni terminologiche del linguaggio scientifico&#8221;  appare necessario ricorrere ad una iniziale operazione di semantizzazione del concetto con l&#8217;intento di localizzarne il contesto e demarcarne i confini di utilizzo.<br />
Tale azione si esplica attribuendo al significante, in questo caso la famiglia, un significato; specificando il punto di vista da cui si osserva l&#8217;oggetto e fornendo una collocazione spazio-temporale all&#8217;interno della quale ciò che viene espresso trova il proprio significato .<br />
La varibilità che connota il concetto di famiglia si rileva nella pluralità di significati non solo delle scienze tradizionali quali il diritto, la medicina e la storia ma anche nelle scienze umane, quali l&#8217;antropologia-culturale, la sociologia e la stessa psicologia.<br />
Mentre l&#8217;ambito psicologico coglie nel termine &#8220;famiglia&#8221; il concetto di sistema relazionale dinamico, l&#8217;ambito psicosociale predilige il termine &#8220;famiglie&#8221; per far risaltare la pluralità delle strutture .<br />
La Saraceno illustra molto estesamente la famiglia come costruzione sociale e le conseguenti immagini contraddittorie di &#8220;famiglia&#8221; che si rilevano sia nella storia sia nella contemporaneità.<br />
Il Sociologo Donati, sottolineando la molteplicità delle prospettive e confini culturali all&#8217;interno dei quali la famiglia trova ragione concettuale, pone un quesito interessante rispetto al tentativo di definire l&#8217;oggetto di indagine: &#8220;Nelle scienze sociali odierne la domanda che si dovrebbe porre è quindi &#8220;come è possibile la famiglia&#8221; rispetto a &#8220;che cos&#8217;è la famiglia&#8221; nel senso appunto di definire quest&#8217;ultima attraverso il modo in cui essa viene definita in ogni singola società e in ogni particolare fase storica&#8221;.<br />
Alcuni autori preferiscono utilizzare il termine &#8220;famiglie&#8221; al posto di &#8220;famiglia&#8221; per evidenziare la molteplicità delle forme da essa assunte, la complessità dei sistemi di relazione che esser generano attraverso peculiari processi di natura interpersonale e sociale<br />
Florence Klaslow afferma:  &#8220;quando pensiamo alle famiglie, oggi, la nostra concettualizzazione deve andare oltre la (1) famiglia bi-generazionale composta da coppia unita dal matrimonio e dai figli biologici; deve poter includere anche: (2) famiglie tri o quadri-generazionali; (3) famiglie affidatarie; (4) famiglie adottive che possono essere multirazziali o multiculturali; (5) famiglie monoparentali a conduzione materna o paterna; (6) coppie omosessuali con o senza figli; (7) famiglie composte da persone divorziate e rispettivi figli; e (8) persone che vivono insieme senza vincoli di parentela, ma connessi da forti legami emoti¬vi e da impegni reciproci&#8221;.<br />
<span id="more-245"></span>Per meglio intenderci oggi si tende a chiamare col termine &#8220;equivoco&#8221; di famiglia un &#8220;arcipelago&#8221; di concetti riferentisi ad aggregazioni familiari derivate dalla crisi dell&#8217;istituzione matrimoniale e dalle recenti trasformazioni della famiglia, documentate dai demografi, e riassumibili nel calo delle nascite, nell&#8217;aumento delle convivenze (o famiglie di fatto o unioni libere), nell&#8217;aumento delle separazioni e dei divorzi, nell&#8217;aumento delle famiglie ricostituite (in cui almeno uno dei coniugi o partners proviene da una precedente unione), nell&#8217;aumento delle famiglie unipersonali, nel calo delle nascite, nell&#8217;aumento delle nascite fuori del matrimonio, nelle stesse convivenze o unioni omosessuali.<br />
Questi cambiamenti sociali hanno giustamente indotto gli studiosi a riconsiderare la definizione di famiglia data la complessità che caratterizza le società occidentali contemporanee nella vasta articolazione delle vere o sedicenti strutture familiari.<br />
Fino agli anni Sessanta il concetto sembrava poter agevolmente cogliere, comprendere, percepire, la varietà di famiglie presenti nelle società occidentali, talora contraddistinto dall&#8217;aggettivo &#8220;nucleare&#8221; (col quale si individuavano in genere le unità composte dai genitori più i loro figli), o dall&#8217;aggettivo &#8220;estesa&#8221; (con il quale si individuavano unità composte da genitori, figli più componenti di generazioni precedenti e collaterali).<br />
Nella ricerca socio-demografica della seconda metà degli anni Settanta invece si avvertono i sintomi di una crisi di individuazione dell&#8217;oggetto di studio e le indagini paiono risentire dei limiti di questi aggettivi quali unici riferimenti per le analisi: è allora che la definizione di famiglia, e inevitabilmente il suo concetto, subiscono una estensione di significato tale da enucleare, come si è rilevato, forme di convivenza tra loro molto diversificate .<br />
Si parla così di famiglie con un solo genitore, di famiglie formate da coppie senza figli, di famiglie costituite da componenti parentelari non di tipo coniugale (ad esempio sorelle e/o fratelli conviventi), famiglie multiple, famiglie ricostituite o ricomposte (formate da persone divorziate con relativi figli), fino a famiglie unipersonali, costituite da un unico componente  .<br />
Alcune di queste definizioni possono essere considerate contradditorie, ad esempio famiglie non strutturate e famiglie unipersonali:&#8221;se si prende ad esempio una qualsiasi tavola riassuntiva dei modelli familiari che si possono, oggettivamente, individuare e computare a partire dall&#8217;incrocio tra l&#8217;avere e non l&#8217;avere figli, vivere da soli o in coppia, e lo stato civile, le tre forme individuate dall&#8217;Istat (famiglie senza nucleo, con un nucleo o con due o più nuclei) danno origine a sedici forme familiari&#8221; .<br />
Tra gli studiosi delle discipline delle scienze umane ha inizio un acceso dibattito su questo arcipelago concettuale: alcuni manifestano la loro perplessità sugli usi impropri del termine e sui rischi di un suo appiattimento di significato , altri affermano che la ricerca in questo campo non può limitarsi a registrare trends di cambiamenti strutturali delle famiglie cosiddette tradizionali, ma è d&#8217;obbligo rilevare e registrare la presenza nella comunità sociale di forme familiari &#8220;alternative&#8221;.<br />
Tra le tante concettualizzazioni, definizioni, classificazioni, proprie o improprie di famiglia che caratterizzano il punto di vista degli studiosi  abbiamo preferito individuarne alcune ritenute opportunamente soddisfacenti per l&#8217;utilizzo che faremo del termine.<br />
Tra le tante quella data da Lewis Strauss che la definisce come &#8220;l&#8217;unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo una donna e i loro figli&#8221;, e come &#8220;fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società&#8221; ; e ancora: &#8220;un gruppo umano che ha come scopo principale la riproduzione biologica e sociale, che viene generalmente considerato un&#8217;unità universale di organizzazioni sociali nella loro forma nucleare o primaria costituite da un uomo, una donna e la loro prole socialmente riconosciuta.<br />
Con questa concettualizzazione di famiglia ci accostiamo all&#8217;orientamento euristico della Scabini e di altri studiosi sulla necessità di guardare la famiglia quale &#8220;sistema complesso di relazioni&#8221; che va letta attraverso un approccio multidisciplinare che colga la specificità della sua organizzazione  intesa come unità di elementi diversi che pur non perdendo la propria identità formano una unità. I processi organizzativi tra gli elementi, che compongono l&#8217;unità organizzata, la loro ripetitività e le specifiche caratteristiche del legame che li connette possono consentire l&#8217;individuazione della natura dei processi che li governano . &#8220;Lo scambio tra i sessi e tra la generazioni costituisce il proprium del legame familiare. Tale scambio può essere concettualizzato a livelli differenti che abbiamo chiamato interattivo, relazionale, simbolico&#8221; : il livello interattivo é la dimensione dell&#8217;agire tra le persone; l&#8217;interazione é scambio comunicativo verbale e non verbale tra gli individui; il piano relazionale costituisce il contesto entro il quale avviene l&#8217;interazione e contraddistingue la natura del legame tra gli individui; il piano simbolico costituisce l&#8217;invariante delle diversità e specificità tra culture, quale &#8220;matrice&#8221; di appartenenza .<br />
Noller e Fitzpatrick  adottano tre specifiche categorie concettuali entro le quali definire e osservare la famiglia: una strutturale, una psicosociale e una transazionale .<br />
La prima riguarda la famiglia come struttura: in questo modo si raccolgono in un&#8217;unica categoria tutte quelle osservazioni che delineano i membri nel senso di legittimità biologica o sociale o di diritto in virtù della genetica o del matrimonio inteso in senso istituzionale e/o di approvazione sociale. Questa lettura considera i membri in base alla gerarchia basata sull&#8217;età e sul sesso.<br />
La seconda ne esalta i compiti psicosociali, intendendola quale gruppo che si impegna per il soddisfacimento reciproco dei bisogni, come la cura di figli e lo sviluppo dei membri.<br />
La terza categoria definisce la famiglia secondo una prospettiva transazionale che la osserva quale gruppo di intimità (intimates) all&#8217;interno del quale i componenti partecipano al senso di identità del gruppo e della casa, attuano il legame (e lo definiscono) sulla base di esperienze comuni e di reciproci comportamenti di solidarietà emotiva. Le ricercatrici enucleano in questa ultima categoria tutte le prospettive teorico-metodologiche che indagano sulla messa a fuoco dei compiti di sviluppo della famiglia, per esempio: l&#8217;essere genitori, la soluzione dei problemi, la gestione del conflitto e la rinegoziazione dei rapporti.</p>
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<div id="ftn1">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn1"></a> “La necessità di definire operativamente le proprietà che si studiano è un aspetto caratteristico dell’attività scientifica al punto di costituire probabilmente la discriminante più sicura tra essa e altri generi di attività…” Marradi A. (1995). <em>Concetti e metodo per la ricerca sociale</em><span>. Firenze: La Giuntina.</span></p>
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<div id="ftn2">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn2"></a> Alberto Marradi evidenzia come in ambito scientifico un sufficiente numero di autori usa un sufficiente numero di termini rilevanti come accezioni significativamente: 1) diverse da quelle condivise, 2) diverse fra loro, 3) diverse all’interno di opere o passi dello stesso autore. Marradi A. (1987). Linguaggio scientifico o Torre di Babele. <em>Rivista italiana di scienza politica</em><span>, A XVII, 1, 135-156.</span></p>
</div>
<div id="ftn3">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn3"></a> Donati P. (1998). <em>Manuale di sociologia della famiglia</em><span>. Roma-Bari: Laterza. Si vedano a proposito: CISP (1982). </span><em>La famiglia nell’approccio storico. Caratteristiche attuali della famiglia</em><span>. Roma: Artigiana Multistampa s.n.c.</span></p>
</div>
<div id="ftn4">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn4"></a> Malagodi Togliatti M., Cotugno A. (1996). <em>Psicodinamica delle realzioni familiari</em><span>. Bologna: Il Mulino.</span></p>
</div>
<div id="ftn5">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn5"></a> Saraceno C. (1988). <em>Sociologia della famiglia.</em><span> Bologna: Il Mulino.</span></p>
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<div id="ftn6">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn6"></a> L’interrogativo di Donati delucida la prospettiva del “costruzionismo epistemologico”. Donati P. (1995). Famiglia. <em>Nuovo lessico familiare. Studi interdisciplinari sulla famiglia.</em><span> (pp. 58-68). Milano: Vita e Pensiero.</span></p>
</div>
<div id="ftn7">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn7"></a> Fruggeri L. (1997). <em>Famiglie. Dinamiche interpersonali e processi psicosociali</em><span>. Roma: Nis.</span></p>
</div>
<div id="ftn8">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn8"></a> Klaslow F. (1996). Families and family Psycology in the 21<sup>st</sup> Century: Recent trends and Prediction for the Future<em>.</em><span> In: M. Cusinato (Ed.).</span><em> Research on Family Resurces and Needs across the Word.</em><span> (pp. 235-53). Led: Padova.</span></p>
</div>
<div id="ftn9">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn9"></a> Zanatta A. L. (1977). <em>Le nuove Famiglie.</em><span> Bologna: Il Mulino.</span></p>
</div>
<div id="ftn10">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn10"></a> Barbagli M. (1977). (a cura), <em>Famiglia e mutamento sociale</em><span>. Bologna: Il Mulino.</span></p>
</div>
<div id="ftn11">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn11"></a> Di Nicola P. (1999). La stratificazione sociale delle famiglie di fronte alle politiche sociali. In: Donati P. (a cura), <em>Sesto Rapporto CISF sulla famiglia in Italia. Famiglia e società del benessere</em><span>. Torino: San Paolo. </span></p>
</div>
<div id="ftn12">
<p class="MsoNormal"><a name="_ftn12"></a><span> Cigoli V. (1986).<strong> </strong></span><span>Introduzione. Il famigliare: complessità delle forme o riconoscimento del legame. Prefazione all’edizione italiana di Walsh. In: Walsh F. (1995).<strong> </strong></span><span>(a cura), <em>Ciclo vitale e dinamiche familiari</em></span><span>. (pp. 7-34). Milano: Franco Angeli.</span></p>
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<div id="ftn13">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn13"></a> Tale posizione emerge anche in occasione del documento approvato nel 1994 dal Parlamento europeo, che sancisce la parità dei diritti di omosessuali ed eterosessuali per quanto riguarda il matrimonio e l’adozione; o anche nel caso di equiparazione di coppie sposate e non nelle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi pubblici da parte di alcuni comuni italiani.</p>
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<div id="ftn14">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn14"></a> Numerose le ricerche che guardano la rappresentazione individuale, l’interiorizzazione del concetto nel bambino, nell’adolescente e nell’adulto. Per una esaustiva rassegna bibliografica vedasi: Marin M. L. (1997). Ricerche sul concetto di famiglia. Bibliografia ragionata della letteratura scientifica recente. (1974-1996). <em>Età Evolutiva,</em><span> 56, 115-124; 58, 118-124.</span></p>
</div>
<div id="ftn15">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn15"></a> Lèvi-Strauss C. (1956). <em>La famiglia</em><span>. In: Lèvi-Strauss C. (1967). </span><em>Razza, storia ed altri studi di antropologia</em><span>. Torino: Einaudi.</span></p>
</div>
<div id="ftn16">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn16"></a> Harré R., Lamb. R., Mecacci L. (1986). (a cura), <em>Psicologia</em><span>. Dizionario Enciclopedico. I. Bari: Laterza.</span></p>
</div>
<div id="ftn17">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn17"></a> La Scabini definisce la famiglia come una “organizzazione specifica”: cfr. Scabini E. (1995). (a cura), <em>Psicologia sociale della famiglia</em><span>. Torino: Boringhieri.</span></p>
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<div id="ftn18">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn18"></a> Il processo organizzativo è inteso quale <em>continuum</em><span> temporale di identità psicologiche individuali in costante evoluzione e trasformazione. Queste all’interno di un contesto, spaziale, temporale condiviso pur non perdendo loro identità personale e pur muovendosi verso direzioni variegate ma convergenti concorrono verso un unico obiettivo. Scabini E. (1995). </span><em>Psicologia sociale… </em><span>cit. </span></p>
</div>
<div id="ftn19">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn19"></a> Scabini E. (1995). <em>Psicologia sociale… </em><span>cit.</span></p>
</div>
<div id="ftn20">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn20"></a> Noller, P., &amp; Fitzpatrick, M. A. (1993). <em>Communication in family relationships</em><span>. Englewood Cliffs. NJ: Prentice Hall.</span></p>
</div>
<div id="ftn21">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn21"></a> Tale classificazione è suggerita inizialmente da Wamboldt e da Reiss. Wamboldt, F. S., &amp; Reiss, D. (1989). Task performance and the social construction of meaning: Juxtaposing normality with contemporary family research. In: D. Offer &amp; M. Sabshin (Eds.). <em>Normality: Context and theory. </em><span>(pp. 229-248). New York: Basic Books.</span></p>
</div>
<div id="ftn22">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn22"></a> Noller, P., &amp; Fitzpatrick, M. A. (1993). <em>Communication in family… </em><span>cit. </span></p>
</div>
<div id="ftn23">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn23"></a> Alla base dello sviluppo della teoria generale dei sistemi sta la consapevolezza della insufficienza del classico schema causale-deterministico (e in generale di tutte le ipotesi meccanicistiche) per spiegare le innumerevoli e complesse interazioni che caratterizzano la società tecnologica avanzata e che ne condizionano l’esistenza sia sul piano tecnico sia su quello umano e sociale. Su matrici teoriche appartenenti a diverse discipline scientifiche (matematica, fisica, chimica, cibernetica, biologia), vengono gradualmente proposti nuovi modelli interpretativi; i sistemi paiono più atti a cogliere e a descrivere la complessità dei fenomeni all’interno di un unico aggregato di concezioni teoretiche. Tra gli autori storicamente rilevanti per l’ambito psicologico è opportuno far riferimento a: Bertalanffy von L. (1969<em>) General System Theory</em><span>, New York: George Braziller. (trad. it. Bertalanffy von L.</span><em> Teoria generale dei sistemi</em><span>. Mondadori, Milano 1983); Bertalanffy von L. (1968). </span><em>Organismic Psychology and System theory</em><span>. Vorcester: Clarch University Press.</span></p>
</div>
<div id="ftn24">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn24"></a> Burgess E. (1926). The Family as a Unit of Interacting Personalities. <em>Family</em><span>, 7, 3-9; Hess R., Handel G. (1959). </span><em>Family Words: A Psycosocial Approach to Family Life</em><span>, Chicago: University of Chicago Press. </span></p>
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<div id="ftn25">
<p class="MsoNormal"><a name="_ftn25"></a><span> Bateson G., Jackson D., Raley J., Weakland J. (1956). Toward a Theory of Schizophrenia. <em>Behavioral Science</em></span><span>, pp. 251-264; Bateson G., (1976). <em>Verso un’ecologia della mente</em></span><span>. Milano: Adelphi. Epstein N. B. Westley W.A. (1959). Patterns of intrafamilial Communication. <em>Psychiatric Research Report</em></span><span>, II, 1-12.</span></p>
</div>
<div id="ftn26">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn26"></a> Laing R. (1959). <em>The Divided Self</em><span>. London: Tavistoch Publications. (trad. it. </span><em>L’Io diviso</em><span>, Einaudi, Torino 1969).</span></p>
</div>
<div id="ftn27">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn27"></a> Achermann N. (1958). <em>The Psichodynamics of Famdy Life. </em><span>New York: Basic Books. (trad. it. </span><em>Psicodinamica della vita familiare. </em><span>Boringhieri, Torino 1968); Searles H. F. (1959). Integration and differentiation in Schizoprenia. </span><em>British Journal medical. Psycology</em><span>, 32, 261-281.</span></p>
</div>
<div id="ftn28">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn28"></a> Sieburg E. (1985). <em>Family Communication: An integrated System Approach</em><span>. New York: Gardner Press.</span></p>
</div>
<div id="ftn29">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn29"></a> Buckley, W. (1967). <em>Sociology and Modern System</em><span>s </span><em>Theory.</em><span> Englewood Cliffs NJ: Prenctice Hall; Kantor D. Lehr W. (1975). </span><em>Inside the family</em><span>. San Francisco: Jossey-Bass.</span></p>
</div>
<div id="ftn30">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn30"></a> Walsh F. (1982). <em>Normal Family Processes</em><span>. New York: The Guilford Press. Questi principi vengono ampiamente delucidati da Callan e da Noller: Callan V. J., Noller P. (1986).</span><em> Marriage and the Family</em><span>. Sydney: Methuen.</span></p>
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<div id="ftn31">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn31"></a> Osservazione di Marianne Fitzpatrick: Noller P., Fitzpatrick M.A. (1993). (Eds.). <em>Communication in family… </em><span>cit.</span></p>
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<div id="ftn32">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn32"></a> Nella riflessione di Elkaim viene data rilevanza alla unicità dell’esperienza affettiva individuale. Elkaim M. (1990). <em>If you love me, don’t love me.</em><span> New York: Basic Books.</span></p>
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<div id="ftn33">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn33"></a> Rutter M. (1974). <em>The quality of Mothering: maternal deprivation</em><span>. New York: Jon Aronson.</span></p>
</div>
<div id="ftn34">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn34"></a> Non vogliamo addentrarci in modo approfondito sull’uso del termine e sulla discussione concettuale tuttora in atto (soprattutto tra gli psicologi) che tende a definire la normalità dalla patologia; il termine utilizzato è definito dalla autrice nei termini di processo regolatore di principi organizzativi. Walsh F. (1986). <em>Stili di funzionamento familiare. Come le famiglie affrontano gli eventi nella vita. </em><span>Roma: Astrolabio. </span></p>
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<div id="ftn35">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn35"></a> I questo lavoro utilizzeremo il termine di ruolo familiare. E’ doveroso precisare che all’interno dell’approccio sistemico tradizionale è più spesso utilizzato il termine “regole” o “regole e giochi familiari”: Hoffman L. (1984). <em>Principi di terapia della famiglia</em><span>. Roma: Astrolabio. Il termine “ruolo” o “ruolo familiare” è concepito all’interno di numerosi studi a carattere sociologico: Heiss J. (1968). </span><em>Family roles and interaction</em><span>. Chicago: Rand McNally; Jackson J. (1972). </span><em>Role</em><span>. London: Cambridge University Press; psicologico sociale: Nye F.I. (1976). </span><em>Role structure of analysis of the family</em><span>. Beverly Hills, CA: Sage; antropologico: Bouton M. (1965). </span><em>Roles.</em><span> New York: Basics Books,.</span></p>
</div>
<div id="ftn36">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn36"></a> Walsh F. (1982). <em>Normal Family Processes</em><span>. New York: The Guilford Press.</span></p>
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<div id="ftn37">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn37"></a> Watzlawick P., Beavin J., Jackson D. (1967). <em>Pragmatics of human communication.</em><span> New York: Norton e Co. </span></p>
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<div id="ftn38">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn38"></a> Watzlawick descrive la percezione della realtà in termini di “immagine del mondo”: gli interventi linguistici tendono a modificare questa immagine. Per lo studioso sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta oggettiva, esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona sintetizza queste due realtà ed è questo processo che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni. Il lavoro terapeutico secondo Watzlawich è “cambiare l’immagine del mondo che produce dolore” attraverso strategie terapeutiche persuasive rispetto a quelle direttive. Watzlawick P. (1977). <em>Die Möglichkeit des Andersseins Zur Technik der therapeutischen Kommunikation. </em><span>Bern: Verlag Hans Huber. (trad. it. </span><em>Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica</em><span>. Feltrinelli, Milano 1980).</span></p>
</div>
<div id="ftn39">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn39"></a> Hill R. Rodgers R.H. (1964). The developmental approach. In: Christensen H.T. (ed.). <em>Handbook of Marriage and the Family</em><span> (pp.171-211). Chicago: Rand McNally.</span></p>
</div>
<div id="ftn40">
<p class="MsoFootnoteText"><a name="_ftn40"></a> Olson D. H., McCubbin H.I (1983). <em>Families. What Makes Them Work. </em><span>London: Sage.</span></p>
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<p><!--EndFragment--></p>
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