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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; narrativa</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>La voce del silenzio di Dio di Gianfranco Ravasi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:15:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni sul messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Lo scorso 24 gennaio, quando la liturgia celebrava san Francesco di Sales, scrittore e comunicatore, patrono dei giornalisti, Benedetto XVI anticipava la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali &#8211; che si celebrerà il 20 maggio &#8211; con un messaggio di forte intensità spirituale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Riflessioni sul messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//028q05a1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7269" title="crocifisso san gimignano.jpg" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//028q05a1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Lo scorso 24 gennaio, quando la liturgia celebrava san Francesco di Sales, scrittore e comunicatore, patrono dei giornalisti, Benedetto XVI anticipava la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali &#8211; che si celebrerà il 20 maggio &#8211; con un messaggio di forte intensità spirituale dedicato alla Parola e al silenzio. E concludeva con questa considerazione: &#8220;Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell&#8217;evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell&#8217;agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo&#8221;.<span id="more-7262"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scia delle suggestioni di quel documento, abbiamo così pensato di affrontare il tema del silenzio, un argomento alto e denso, nonostante sia privo di parole. Lo affronteremo da un&#8217;altra angolatura. Cantava padre David Maria Turoldo (di cui in questo mese celebriamo il ventesimo dalla morte): &#8220;Un chiostro è il mio cuore / ove Tu scendi a sera / io e Te soli / a prolungare il colloquio&#8221;. Si intuisce in questi versi che il dialogo con Dio non ha solo parole ma soprattutto silenzi: non per nulla nella tradizione giudaica il nome di Dio &#8211; elemento fondamentale in ogni religione &#8211; non lo si deve dire ma solo tacere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo silenzio è lo stesso del &#8220;mistero&#8221;, parola greca che rimanda al verbo myein che esige il chiudere le labbra nel tacere, perché il mistero custodisce il divino che è infinito, eterno e ineffabile, ma che è anche efficace, potente, salvifico. Noi, perciò, ci interesseremo ora proprio del silenzio di Dio, non tanto di quello dell&#8217;uomo, pur importante perché Qohelet ci ricorda che &#8220;c&#8217;è un tempo per parlare e un tempo per tacere&#8221; (3, 7). Il tacere divino &#8211; ben diverso da quello degli idoli che è mutismo perché oggetti inerti (&#8220;sono come uno spauracchio in un campo di cetrioli: non sanno parlare&#8221;, ironizzerà Geremia) &#8211; ha due volti, l&#8217;uno di rivelazione e di grazia, l&#8217;altro di giudizio e di ira.</p>
<p style="text-align: justify;">La più affascinante rappresentazione del silenzio &#8220;bianco&#8221; divino &#8211; sintesi di ogni rivelazione proprio come accade a questo colore che riunisce in sé tutta la gamma cromatica (non per nulla è il colore dell&#8217;ambito divino nell&#8217;Apocalisse) &#8211; è nelle tre parole ebraiche che descrivono l&#8217;epifania del Signore davanti al profeta fuggiasco e scoraggiato, Elia, giunto alla vetta dell&#8217;Horeb-Sinai: qôl demamah daqqah, una &#8220;voce di silenzio sottile&#8221; (1 Re, 19, 12). Il profeta &#8220;focoso&#8221; (egli era &#8220;come fuoco e la sua parola bruciava come fiaccola&#8221;, si legge in Siracide 48, 1) aveva atteso Dio negli altri segni teofanici sinaitici, clamorosi e rumorosi: il &#8220;vento gagliardo e potente&#8221;, il terremoto, la folgore. Ma il Signore non era lì, bensì nel silenzio che era segno non di assenza ma di presenza efficace, pronta a rimettere di nuovo Elia sulla strada della sua missione.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre versioni, come quella della Conferenza Episcopale Italiana, optano per una resa pure possibile, anche se meno legata al testo ebraico così come suona: &#8220;voce di brezza leggera&#8221; (in questa linea anche l&#8217;antica traduzione greca dei Settanta). Ci si mette, quindi, nella sequenza dei fenomeni atmosferici precedenti, sostituendo alla violenza di un temporale il sussurro lieve di una brezza. Ma l&#8217;originale ebraico, confermato anche da alcuni testi di Qumran, ci riporta a un silenzio simile a quello che si allarga nel cielo dell&#8217;Apocalisse all&#8217;apertura del settimo sigillo, quando &#8220;si fece silenzio in cielo per circa mezz&#8217;ora&#8221; (8, 1).</p>
<p style="text-align: justify;">Una rivelazione silenziosa (l&#8217;esegeta Hermann Gunkel parla di una &#8220;musica silenziosa&#8221;) domina anche il Salmo 19: il creato trasmette il messaggio del suo Creatore senza suoni udibili: &#8220;I cieli narrano la gloria di Dio, l&#8217;opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio&#8221; (2-5). È una sorta di Tôrah cosmica silenziosa a cui subentra poi la Tôrah scritta, che è cantata nella seconda parte del Salmo.</p>
<p style="text-align: justify;">È suggestivo il commento che André Neher ci ha lasciato nel suo saggio L&#8217;esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz (Marietti 1983): &#8220;Se la Bibbia sa identificare l&#8217;infinito cosmico col silenzio, sa anche che tale infinito non è che il velo di un altro Infinito, quello del Creatore, la cui Parola trascorre attraverso l&#8217;immensità per raggiungere l&#8217;uomo, ma il cui Essere intimo non può identificarsi anch&#8217;esso se non con il silenzio&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuiamo, però, la nostra ricerca sul silenzio positivo divino penetrando anche nel Nuovo Testamento con la figura di Cristo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo ai momenti di solitudine che ripetutamente Gesù cerca, allontanandosi dalla folla per incontrare il Padre nella preghiera (un esempio per tutti in Marco 1, 35). Ma mi sembrano significativi in questo senso e positivi nel loro risultato anche i silenzi che Cristo impone ai segni del male, generando così la salvezza: ai demoni (Marco 1, 25), alla tempesta, emblema del caos (Marco 4, 39), agli avversari che lo vogliono far cadere (Matteo 22, 34), agli stessi discepoli che non comprendono il significato della sua sofferenza e della sua gloria (Marco 8, 30; 9, 9), ai malati guariti perché non si equivochi sul valore dei miracoli (Marco 1, 44).</p>
<p style="text-align: justify;">Altre volte è il silenzio di Gesù stesso che si rivela in realtà come una lezione o un monito o un giudizio sul suo interlocutore: di fronte all&#8217;adultera e ai suoi accusatori (Giovanni, 8, 6. 8), davanti al Sinedrio che lo interroga (Marco, 14, 60-61), a Pilato (Marco, 15, 4-5), a Erode (Luca, 23, 9). Quando entra nel sentiero oscuro della passione il suo è un silenzio eloquente, che si modella su quello del Servo sofferente cantato da Isaia: &#8220;Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì bocca: era (&#8230;) come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca&#8221; (53, 7). C&#8217;è, quindi, un silenzio sacrificale che diventa principio di salvezza per l&#8217;umanità peccatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo fa parte di un disegno divino misterioso che è rivelato, ossia un messaggio taciuto che viene svelato, ed è proprio san Paolo a connettere al tema del silenzio questo piano salvifico che egli chiama appunto &#8220;mistero&#8221;, il cui valore etimologico abbiamo già illustrato sopra. L&#8217;Apostolo, nella &#8220;dossologia&#8221; (inno di gloria) che suggella la Lettera ai Romani, canta &#8220;la rivelazione del mistero avvolto nel silenzio [si usa il verbo greco sigào, presente dieci volte nel Nuovo Testamento] per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei profeti, per ordine dell&#8217;eterno Dio, annunciato a tutte le genti&#8221; (16, 25). Fin qui il silenzio luminoso di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è anche un suo tacere che genera paura e amarezza. Il fedele sente quasi come un incubo quel mutismo che ha il tono dell&#8217;assenza e dell&#8217;indifferenza e persino dell&#8217;abbandono. Per questo, l&#8217;orante del Salterio spesso grida a Dio: &#8220;Signore, tu hai visto, non tacere! Non stare da me lontano! (&#8230;) Non essere sordo alle mie lacrime! (&#8230;) A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere perché, se tu non parli, sono come chi scende nella fossa infernale!&#8221; (Salmi , 35, 22; 39, 13; 28, 1). Il &#8220;perché?&#8221;, il &#8220;fino a quando?&#8221; che viene spesso lanciato verso l&#8217;alto dagli oranti sofferenti vorrebbe scuotere questo Dio muto, persino addormentato (44, 24).</p>
<p style="text-align: justify;">La storia senza la parola di Dio o quella dei suoi profeti diventa incomprensibile e insopportabile, ma la stessa fede cade in un dramma: l&#8217;inazione divina diviene un argomento dei negatori di Dio che possono ripetere il motteggio sarcastico evocato dall&#8217;autore del Salmo 42, &#8220;Dov&#8217;è il tuo Dio?&#8221;. Altre volte, però, il silenzio di Dio è il segno esplicito del suo giudizio sul peccato del popolo: &#8220;grideranno al Signore, ma egli non risponderà, nasconderà loro la faccia, perché hanno compiuto azioni malvagie&#8221;, minaccia il profeta Michea (3, 4).</p>
<p style="text-align: justify;">Emblematico a questo proposito è uno dei tanti atti simbolici che Ezechiele compie. Il Signore, infatti, gli annuncia: &#8220;Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto; così non sarai più per loro uno che li rimprovera, perché sono una genia di ribelli&#8221; (3, 26). Il messaggio è chiaro: il profeta incarna la scelta divina di non ammonire più il suo popolo, lasciandolo immerso nel suo male fino ad affogare. Ancora una volta il silenzio del Signore &#8211; incarnato nel profeta muto, voce di Dio spenta &#8211; è segno di giudizio. Quando la bocca di Ezechiele lancerà ancora suoni (24, 27; 33, 22), sarà indizio del ritorno della misericordia divina, del perdono e della conversione di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Nuovo Testamento la rappresentazione negativa più alta e drammatica del silenzio divino la si ha sulla croce di Cristo, quando egli sperimenta l&#8217;abbandono del Padre attraverso il suo silenzio: &#8220;Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?&#8221; (Marco, 15, 34). Eppure quel vuoto, che rende Cristo veramente e pienamente nostro fratello non solo nel dolore e nella morte, ma anche nell&#8217;assenza di Dio, non sfocerà nella definitiva lontananza e nella solitudine. Incombe, infatti, l&#8217;alba della Pasqua quando il Padre risponderà efficacemente all&#8217;invocazione del Figlio attraverso la risurrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Commentava Heinrich Schlier (1900-1978), famoso teologo ed esegeta tedesco: &#8220;Proprio nel momento in cui Dio gli fa provare l&#8217;essere senza Dio, il patire, il morire senza Dio, Gesù si rivolge a Dio col Salmo dei pii dell&#8217;antica Alleanza. Non grida nel vuoto, ma a Lui, verso di Lui! Si rivolge a Dio, senza Dio! Depone ai piedi del Dio che l&#8217;ha abbandonato anche l&#8217;angoscia del morire senza Dio. Proprio attraverso questa esperienza, Gesù alla fine diventa per tutti il vincitore del morire abbandonati da Dio, il vincitore della morte senza Dio!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">(©L&#8217;Osservatore Romano 3 febbraio 2012)</p>
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		<title>Babu e fizu a pisca di Enzo Giordano</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:48:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Bainzu, agabende &#8216;e acontzare sas presas de s&#8217;eletricu &#8216;e sa coghina, penseit chi su sapadu pro isse fit bennidu a essere sa die pius fadigosa &#8216;e sa chida. Acontza custu, pone a postu cuddu, illinimi sa jotula &#8216;e s&#8217;isportellu &#8216;e su frigo chi paret una chigula&#8230;&#8217;, e sighendebila gai fit sa memula &#8216;e tota die [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-677.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7259" title="images-6" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-677.jpeg" alt="" width="143" height="107" /></a>Bainzu, agabende &#8216;e acontzare sas presas de s&#8217;eletricu &#8216;e sa coghina, penseit chi su sapadu pro isse fit bennidu a essere sa die pius fadigosa &#8216;e sa chida.</p>
<p style="text-align: justify;">Acontza custu, pone a postu cuddu, illinimi sa jotula &#8216;e s&#8217;isportellu &#8216;e su frigo chi paret una chigula&#8230;&#8217;, e sighendebila gai fit sa memula &#8216;e tota die de sa muzere. Donzi sapadu sa coghina, su coro &#8216;e sa familia e de sa domo, aiat bisonzu &#8216;e illichidonzos, acontzaduras, tapuladuras e illiniros che-i sos machinarios de una frabica. Ei, su coro &#8216;e sa domo e de sa familia est sa frabica &#8216;e sos cussumos a paris cun sos verbos preigados dae su mundu &#8216;e sa TV.<span id="more-7258"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A nde la truncare si che faleit a camasinu cun s&#8217;intentu &#8216;e s&#8217;approntare sa robba pro andaresiche a pisca s&#8217;incras dae chito. Cando fit seberende lenzas, cociarinos de lata e muscas fintas, intreit su fizu Andria:</p>
<p style="text-align: justify;">- Ciau ba&#8217;! Bido ch&#8217;istas bene e chi ti ses approntende a sa pisca, Si non ti dispiaghet, ca forsis cheres restare a sa sola, dia &#8216;ennere deo puru.</p>
<p style="text-align: justify;">- Antzis! Nd&#8217;apo piaghere e comente. Semus annos chi no andamus pius umpare a pisca. Cando fisi minore ti jughìa semper fatu che unu cateddu imparadore. Dae mannitu, o menzus dae cando as connotu sas feminas, as seberadu sos oriolos de coro e m&#8217;as lassadu. Andat bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Preparati sa robba tua e-i sa taschedda pro nos podere leare unu mossu e non t&#8217;ismentighes abba e binu.</p>
<p style="text-align: justify;">- De acordu. Ciau.</p>
<p style="text-align: justify;">Fit arveschidende cando si ponzeini in biagiu pro ch&#8217;arrivire a Tribides ue b&#8217;iscurret unu bellu riu cun abbas chi nde falana dae sos montes de Su Marghine e ue si tocana sas lacanas de sos terrinos de tres biddas.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria, selentziosu e leadu dae sa ghia, andaiat a pianu in cuss&#8217;istrada inghiaìda e Bainzu, unu pagu sonnidu, fit a ojos tancados, ma non pro drommire. Sentiat in coro su piaghere de sa cumpantzia de su fizu, cussu fizu declaradu dae totus unu piseddu a postu, de bella presentada e de cumpanzia. Piseddu chi piaghiat e meda a sas feminas, sas cales, semper maternas, sentiana su bisonzu &#8216;e lu cumprendere e lu&#8230; prutegire. E in medas prutegendelu cun amore si che l&#8217;intraiana a letu. Unui cateddu de carignare! Ma jovanu chena grillos e tranchillu. Forsis tropu tranchillu si in-d-un&#8217;annu &#8216;e Universidade aiat dadu solu un isamine. Cando ìsse si li fit lamentadu, mi, sa mama a lu difendere, a si lu ponnere suta sas coas, nende de professores chi no insinzana e pienos de pretensciones, de ambientamentu difizile e istupidadas gai e proprias de una mama mamona che a totas sas de oe. Sos probremas de Andria si puntaiana in sa moto, mancu a lu contare de sas pius mannas e, a ispissu, in su modu &#8216;e lassare una pisedda chi non l&#8217;andaiat pius bene, mancari posca &#8216;e l&#8217;aere presentada a sa mama comente sa femina &#8216;e sa vida sua. Como cussas piseddas fini de ja paritzas, ma sa mama bi la sighiat a li dare rejone.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriveini a su ponte &#8216;e Tribides chi su sole nde fit bessende dae sos montes reduende sas umbras e isvelende frommas e colores. Bainzu si tratenzeit unu pagu a gosare cussa meraviza e posca, abbaidende sas abbas pagu furiosas de su riu, abbas limpias e friscas, regnu dae temporios de sa nostra trota Iridea e, dae pagu, de s&#8217;allevada trota Fario.</p>
<p style="text-align: justify;">Neltzeit:</p>
<p style="text-align: justify;">- Sa die si prospetat chena nues e chena &#8216;entu. Pischende amus a dever &#8216;istare atentzionados a non nos fagher bidere dae sas trotas. Amus a pigare su riu tue a dresta e deo a manca finas a sas deghe. Fosca amus a furriare a manera chi a s&#8217;ora &#8216;e ustare nd&#8217;amus a essere torra inoghe.</p>
<p style="text-align: justify;">- Non ti lees pensamentu, ap&#8217;avanzare in su riu chena ti perdere de &#8216;ista o a su pius a distantzia &#8216;e &#8216;oghe. Deo ando. In culu a sa balena!</p>
<p style="text-align: justify;">- Chi siat!, rispondeit Bainzu riendesinde.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria che faleit lestru e lebiu a su riu e isse si tratenzeit ca in su ponte fit colende unu pastore jovanu cun-d-un&#8217;ama &#8216;e erveghes.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bonas dies, li neltzeit Bainzu, a mulghere ses tuchende?</p>
<p style="text-align: justify;">- Dies bonas a bois puru. A mulghere, a mulghere.</p>
<p style="text-align: justify;">- Glissa domo manna a duos pianos fit de unu nushedesu amigu meu chi jamaiamus de improvelzu Capellone. De chie est como?</p>
<p style="text-align: justify;">- Tiu Capellone si ch&#8217;est mortu dae meda e-i sos eredes, tot&#8217;istudiados, si l&#8217;an bendida umpare a sa tanca a una familia &#8216;e Bono chi furriat a una pinneta chi ch&#8217;est pius in artu. E bois in grascia, chie sezis?</p>
<p style="text-align: justify;">- Deo so Bainzu Dejosso e trabaglio in s&#8217;Ispidale de Otieri. E tue?</p>
<p style="text-align: justify;">- Deo so de sos Can de Nughedu. Piaghere,</p>
<p style="text-align: justify;">- Piaghere e a chent&#8217;annos.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bido chi sezis andende a pisca. Ja che nd&#8217;at, ma est mala a tennere.</p>
<p style="text-align: justify;">- Che a totu E-i su late lu trabaglias tue?</p>
<p style="text-align: justify;">- Non nde trabagliat pius nisciunu in dies de oe. Passat su mesu &#8216;e sa cooperativa e lu retirat a totus.</p>
<p style="text-align: justify;">- Tando sos pastores sunu cuntentos de si che torrare a bidda a sas otto o, a su pius, a sas noe &#8216;e manzanu?</p>
<p style="text-align: justify;">- Emmo e bistamus finas a sero cando torramus a mulghere.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bos namus poberitos e trabagliades pagas oras sa die&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Ma semus ligados, tempus bonu o malu, festa o no festa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ja est beru. In bonora tando. Istati &#8216;ene.</p>
<p style="text-align: justify;">- In bonora &#8216;ois puru.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa solidade isterica !e su pastore est oramai una paristoria, issos &#8216;istana solos&#8221; in donzi bar tota die. Sa Sardiana est cambiende e no amus pius su pastore isoladu chi tramandat costumenes de vida isolada e semper cheppare in sos tempos penseit Bainzu falende a sa cascia &#8216;e su riu ue rocas ruu frasca e arvures li daiana s&#8217;ite faghere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa trota s&#8217;appostat a reparu ma est semper pronta a s&#8217;etare che frizza a ch&#8217;ingullire totu su &#8216;onu chi che li passat sa currente. Sa difesa sua est in sos ojos calibrados a serare calesisiat movida o umbra. Su piscadore est bravu si ischit betare su cociarinu o sa musca a manera de l&#8217;ingannare non fatendesi &#8216;idere.</p>
<p style="text-align: justify;">Bainzu si proaiat cun sas trotas fatende lancios bonos o malos ma sa proa manna fit sa fadiga e-i s&#8217;abilidade chi bi cheriat a brincare rocas e malesa o traessare abbas bascias ponzende sos pes chena lascinare.</p>
<p style="text-align: justify;">Posca &#8216;e tre oras coladas in presse s&#8217;agateit fronte a su fizu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Comente test andada ba&#8217;?</p>
<p style="text-align: justify;">- Non bene meda nd&#8217;apo tentu tres una bella e duas gai. Apo a ispissu cambiadu cociarinu a proare colores pagu lughentes dada sa die jara ma apo &#8216;idu chi sighini s&#8217;esca e no abucana. E tue?</p>
<p style="text-align: justify;">- Deo nd&#8217;apo tentu ses guasi minores. Apo postu unu cociarinu cun s&#8217;alighedda dorada e mancias nieddas e mi paret ch&#8217;andet bene.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ap&#8217;a proare deo puru. Ma bastat de avanzare furria traessa e fala in custa riba torrende a su ponte. Deo puru traesso pro falare in s&#8217;atera.</p>
<p style="text-align: justify;">S&#8217;irrugheini in sa cascia &#8216;e su riu ue s&#8217;abba non arrivaiat a s&#8217;artaria &#8216;e sos istivales e gai fazile a su &#8216;adu e Andria curiosu li neltzeit:</p>
<p style="text-align: justify;">- Mustrami cussa manna.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mi!</p>
<p style="text-align: justify;">li rispondeit su babu aberzende su cobertore &#8216;e su pischeddu.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria no apeit mancu su tempus de &#8216;ogare piulu chi sa trota che una fritza brincheit in artu in mesu a issos duos dissignende un&#8217;ammiru &#8216;e arcu in s&#8217;aera a s&#8217;imberghere cun grascia in s&#8217;abba lassendelos a buca aberta.</p>
<p style="text-align: justify;">-Innoromala!</p>
<p style="text-align: justify;">-De non creere! E si lasseini andare a su risu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ch&#8217;at brincadu ca tue as missu unu pizu de erva frisca in su fundu &#8216;e su pischeddu e gai est restada bia.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bia e frisca. Lu pratico a modu chi su pische non s&#8217;asciutet. Sa pedde sica los riduit a bisera e non sunu bellos a bidere e manigare. Non lu deviamus aberrere su pischeddu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Lu naro a totus chi tue ses unu subrafinu e-i su subrafinu gosat fintzas in donzi particularidade.</p>
<p style="text-align: justify;">Che faleini pischende e luego apeini &#8216;e s&#8217;atzuffare cun-d-un&#8217;atera trota.</p>
<p style="text-align: justify;">- Andria! Andria! Curre lestru e chirca &#8216;e traessare ca mi servidi ajudu: una trota manna at abucadu e timo ch&#8217;istratzet e s&#8217;avviet.</p>
<p style="text-align: justify;">-Allenta sa frizione e no tires. S&#8217;enzende.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria arriveit in su mentres chi Bainzu cun abilidade e pianeddu fit resessìdu a nde la tostare affaca a sa riba contracurrente. Ma sa riba fit arta nessi unu metro subra s&#8217;abba e-i s&#8217;abba fit funguda nessi unu metro e mesu. No aiana pischeddu a rete cun maniga e pro nde la tostare a infora &#8216;e s&#8217;abba l&#8217;aian devidu dare un&#8217;istratzada tale &#8216;e poder brincare sa riba arta. De zertu istratzende si nde fit &#8216;istacada.</p>
<p style="text-align: justify;">- Sighibila a la muntennere in tira finas a l&#8217;istracare neltzeit Andria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ap&#8217;a averiguare si est bene atacada a sos amos.</p>
<p style="text-align: justify;">S&#8217;allonngheit dae sa riba subra a s&#8217;abba e-i sa trota bidendelu puru tenta e istraca fueit de iscatu ma sa frizione s&#8217;atzioneit su filu &#8216;e sa lenza resteit in tira e cando se trota si frimmeit Gavinu cun dulchesa nde la torreit affaca a sa riba.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa trota meravizosa e soberana guasi frimma in s&#8217;abba ca gai la teniat sa lenza in tira pariat pronta a un&#8217;ateru iscatu ma sevendela &#8216;ene issos s&#8217;abizeini chi sos conos li fini manchende.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mi parer ch&#8217;apat sos amos in laras e si est gai podet bastare un&#8217;ateru istratzada e la perdimus neitzeit Andria. Penso de intrare in abba a la futire mintendechela chena la tocare in su pischeddu meu boidu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ma t&#8217;infundes no est una die caente e-i s&#8217;abba est frita meda.</p>
<p style="text-align: justify;">- No importat e m&#8217;ap&#8217;a impressare. Andria incumintzeit a s&#8217;ispozare.</p>
<p style="text-align: justify;">- Aiseta cun gravidade ap&#8217;a tentare de che la jighere pius addainanti ue s&#8217;abba est pius bascia li neitzeit Bainzu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Si non la perdes prima e bi la sigheit a s&#8217;ispozare.</p>
<p style="text-align: justify;">- L&#8217;ap&#8217;a a perdere ma tue non podes arriscare sa salude pro una trota.</p>
<p style="text-align: justify;">- Non di lees pensamentu! Est unu modu siguru e lestru su meu. Posca appenas agabbo m&#8217;ap&#8217;asciutare cun sa maglia e asciutu mi &#8216;esto.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria nudu che unu deu grecu chircaiat de iscoidare sas ispinas de sa riba pro si ch&#8217;ettare a modde e Bainzu poniat totu sos riguardos a che jigher sa trota in abbas non fungudas istrachendela cun sa tira.</p>
<p style="text-align: justify;">Cun su petus a infora &#8216;e s&#8217;abba e-i su pischeddu abertu in manos.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria allentu che sigheit sa trota e dae segus movende a manera su pischeddu l&#8217;affianzeit a sa trota comente esseret unu reparu &#8216;e sa nadura.</p>
<p style="text-align: justify;">E issa si bi lasseit andare finas a su fundu forsis in chirca &#8216;e pasu. Gai nde la &#8216;ogheit impresonada e fit gai manna chi sa coa nde restaiat a infora &#8216;e su pischeddu. Cando isse acultzieit sa manu a l&#8217;istacare sos amos chi jighiat bene fichidos in buca a modu &#8216;e poder serrare su pischeddu sa trota manna e bella avertende sa manu fateit su solitu brincu armoniosu in s&#8217;aera e che fritza grasciosa si che torreit a logusou a s&#8217;abba.</p>
<p style="text-align: justify;">- Torra! Innoromala!</p>
<p style="text-align: justify;">- Atentu sa lenza est galu in tira e sa trota at a essere in su fundu o reparada affaca a carchi pedra.</p>
<p style="text-align: justify;">- S&#8217;abba comente mi so movidu s&#8217;est buluzada e non s&#8217;idet bene.</p>
<p style="text-align: justify;">- Resta frimmu si bi resessis e lassala isjarire. Isperemus non ti leet su fritu.</p>
<p style="text-align: justify;">- No apo fritu ma in su fundu ch&#8217;at pedras medas e poto lascinare ispintu dae sa currente. Mi! mi paret si siat movida ca intendo sa lenza in s&#8217;ossu &#8216;e su rajolu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Atentu.l&#8217;as acultzu a su pe drestu. Non ti movas si bi resessis</p>
<p style="text-align: justify;">- Che la so &#8216;idende deo puru. Azigu resessit a si movere.</p>
<p style="text-align: justify;">Imbeze sa trota fateit un&#8217;ateru iscatu. Andria intendente sa lenza fuire si moveit perdende s&#8217;equilibriu e fateit pro restare ficadu e non che ruere a modde &#8216;e su totu</p>
<p style="text-align: justify;">passos addainanti e a insegus.</p>
<p style="text-align: justify;">- Baffan&#8230;! Mi paret de l&#8217;aere ischitzada movendemi.</p>
<p style="text-align: justify;">- Resta frimmu. S&#8217;est istacada ma creo chi siat affaca a tie belle e morta.</p>
<p style="text-align: justify;">- Como la so &#8216;idende deo puru.</p>
<p style="text-align: justify;">- Grusciati e mintechela in su pischeddu.</p>
<p style="text-align: justify;">Andria movendesi lascineit e in su ruere de cara a modde li fueit su pischeddu Infustu pro infustu si grusceit intro s&#8217;abba e tenteit de afferrare sa trota cun ambas manos ma sa trota cun s&#8217;urtimu iscatu andeit a si cuare. Ma fateit pagu tretu cun sas pagas fortzas chi li fin restadas e si frimmeit in su fundu in mesu &#8216;e duas pera muribunda.</p>
<p style="text-align: justify;">Gai Andria a sas fines resesseit a che la ponnere intr&#8217;a su pischeddu e a nd&#8217;essire a boghes cuntentu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Asciutati e bestiti luego.</p>
<p style="text-align: justify;">- Vitoria. Bi l&#8217;amus fata abboighinaiat Andria.</p>
<p style="text-align: justify;">- A catigadura bi l&#8217;amus fata! Una gherra binchida foras &#8216;e sas regulas! Paret chi custa siat una leiscione pro s&#8217;omine chi no at rispetu perunu e si creet padronu &#8216;e sa nadura. Andamusnoche ca non nde so cuntentu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Comente amus gherradu e binchidu e non nde ses cuntentu?</p>
<p style="text-align: justify;">- Deves comprendere si lu cheres chi sa pisca est un&#8217;isport e donzi isport at sas regulas suas chi bi nd&#8217;at una no iscrita chi si jamat fair play e chi sa risultada est bona cando si rispetana sas regulas fintzas sas chi non sunu iscritas.</p>
<p style="text-align: justify;">- Boh! Mi paret chi ses fatende un arrejonu difizile chi non b&#8217;intrat.</p>
<p style="text-align: justify;">- Tando pensa ch&#8217;amus mortu catighendelu unu ja cundennadu.</p>
<p style="text-align: justify;">- E ite cheret narrer si finius pischende?</p>
<p style="text-align: justify;">- Ajò a domo si est sa risultada chi contat ja l&#8217;amus in su pischeddu.</p>
<p style="text-align: justify;">E rientreini a domo cun Bainzu semper de pius cumbintu in rantzigu chi mancu sa pisca l&#8217;aiat fatu abbojare cun su fizu.</p>
<p style="text-align: justify;">Da  <a href="http://www.luigiladu.it/">http://www.luigiladu.it/</a> Poesias sardas, contos, poesia italiana e tanti profili biografici degli autori.</p>
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<p style="text-align: justify;">
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		<title>Luiseddu e la scuola di Luigi Ladu</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 18:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi Ladu, Pitzinnos Minores, Roma 2011, pp. 144. &#160; Erano tempi sicuramente difficili, per il ceto sociale di appartenenza del piccolo Luiseddu, di scuola materna, non solo, non si parlava, ma con molta probabilità, non vi era nessun riferimento circa la sua esistenza. Appunto per questo, il primo approccio diretto con le istituzioni e le sue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luigi Ladu, <em>Pitzinnos Minores,</em> Roma 2011, pp. 144.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3116.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7144" title="images-3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3116.jpeg" alt="" width="88" height="137" /></a>Erano tempi sicuramente difficili, per il ceto sociale di appartenenza del piccolo Luiseddu, di scuola materna, non solo, non si parlava, ma con molta probabilità, non vi era nessun riferimento circa la sua esistenza. Appunto per questo, il primo approccio diretto con le istituzioni e le sue attività culturali, sociali e di aggregazione, era sicuramente la prima classe della “Scuola Elementare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel birbante di fanciullo, quel fatidico giorno, si avvicinava in modo più che veloce, mentre le giornate sembrava corressero celermente. Così con l’emozione, anche la paura, che a dir poco, erano seriamente intense e angoscianti.</p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado questo stato d’animo, l’incontro con una più ampia e vasta mole di coetanei, stuzzicava, nel fanciullo, una vigorosa fantasia con mille interrogativi, che purtroppo e inesorabilmente restavano senza una giusta risposta.<span id="more-7143"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-499.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7145" title="images-4" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-499.jpeg" alt="" width="139" height="101" /></a>Il ragazzo intravedeva con la mente, i numerosi e legittimi pregi che, indubbiamente, comportava l’andare a scuola, con chissà, quali e quante nuove competenze che avrebbe abilmente potuto acquisire, ma…. nello stesso momento, meditava: “Che tipo sarà il mio maestro, forse sarà come un uomo duro e severo. Riuscirò a comprendere i suoi insegnamenti e a farmi capire facilmente?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifletteva in continuazione, sulla sua adeguatezza a quella compagine scolastica, per lui nuova forma di vita sociale, ma che, col giusto impegno, l’avrebbe potuto proiettare verso un futuro innegabilmente migliore e prosperoso, sia culturalmente, che nel mondo del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-584.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7146" title="images-5" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-584.jpeg" alt="" width="122" height="80" /></a>Arrivò il giorno dell’esordio da scolaro: “Luisè fai da bravo e ascolta quanto ti dice il maestro – raccomandava premurosa tzia Frantzisca – Fizu meu , oggi ti daranno, il quaderno con la matita. Tra qualche giorno avrai anche un libro tutto per te. Cerca di apprendere più che puoi e vedrai che da te uscirà un bravo dottore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come risposta, la donna si sentì un immediato “Va bene mà, state tranquilla, sarò bravo e scrupoloso nel seguire le lezioni, vedrete che presto sarete orgogliosa di vostro figlio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-676.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7147" title="images-6" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-676.jpeg" alt="" width="90" height="136" /></a>Così, dopo un forte abbraccio, si avviò da solo verso la scuola. La mamma non poteva accompagnarlo: aveva altre incombenze in famiglia, e poi vi erano i fratellini più piccoli che necessitavano della sua presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Era comunque colmo di gioia, ma sicuramente, sommerso da un’indiscutibile incertezza, mentre elaborava con la sua fantasia, l’inevitabile momento dell’incontro con gli alunni e l’insegnante.</p>
<p style="text-align: justify;">La scuola, non era tanto vicina, ma se pur lungo, quel percorso, si concluse velocemente, senza che si rendesse conto della distanza. Nella mente del fanciullo, continuavano a sussistere esclusivamente, pensieri inerenti al primo approccio, con la nuova realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunto, nel cortile dell’istituto, vide, una marea di bambini, tanti, con straordinaria disinvoltura, pochi, muniti del grembiulino blu e colletto bianco completato da un bel nastro rosso. Questi ultimi, le sembrarono esseri giunti da un mondo diverso, sicuramente non suo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-755.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7148" title="images-7" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-755.jpeg" alt="" width="143" height="90" /></a>Luiseddu faceva parte di quella componente più povera. Senza gli eleganti grembiuli, di conseguenza, bambini che apparivano poco spigliati e imbarazzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri, incuranti del solenne momento, giocavano con disinvoltura e attendevano il richiamo della campanella che avrebbe segnalato per tutti l’orario e quindi l’ingresso alla scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo squillo forte e stridente non tardò ad arrivare, Luiseddu, insieme con gli altri, si avviò verso l’enorme portone di legno, dove, una bidella, con dura imponenza e un lungo elenco in mano, chiamava all’appello uno per uno i bambini della prima classe, invitandoli a sostare per qualche attimo accanto a lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettuato il primo ingresso degli alunni più grandi, che, avrebbero frequentato le classi superiori e, completata la visione dei nomi presenti in elenco, con la conferma delle presenze, la bidella invitava i gruppi delle prime classi, separati per sezioni e per sesso, a comporsi in fila per due, e via, li accompagnò in aula.</p>
<p style="text-align: justify;">Vengono, fatti accomodare in modo del tutto casuale, in enormi banchi, costruiti in legno massiccio di colore scuro, ma sbiaditi dal tempo, e resi vecchi anche dalle tante impronte incise con utensili metallici, che i ragazzi, in precedenza, avevano voluto lasciare come un’indelebile propria impronta personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quei banchi, in sostanza, erano costituiti da un tavolone con il piano leggermente inclinato nella parte anteriore impiegato come punto di lavoro, e nella parte superiore invece, da una lunga striscia piatta, con degli incavi per poggiare le matite o eventuali penne, e da degli incavi che contenevano tre tinteris . Questi naturalmente erano, destinati alle classi superiori, che utilizzavano penna e calamaio.</p>
<p style="text-align: justify;">“State zitti e composti, che presto arriva il maestro – disse la bidella – Mi raccomando, come lo vedete entrare, dovete tutti alzarvi in piedi. Questo, vale come segno di rispetto per la persona che vi condurrà, verso l’apprendimento. Sarà lui, a dirvi, potrete accomodarvi”.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna, stava appena completando le sue raccomandazioni, si sentì lo scricchiolare della porta che si apriva leggermente. A quel punto tutti gli sguardi dei ragazzi si voltarono verso la porta con la speranza di poter vedere una faccia amichevole e simpatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco, apparire un uomo, molto elegante, alto, distinto, con l’apparenza di un vero signore, con una personalità che raramente, almeno all’epoca, si era abituati a vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, seguendo le disposizioni avute dalla bidella, o chissà, impauriti dalla presenza autorevole dell’uomo, di colpo, in modo fulmineo, tutti gli alunni si alzarono, disponendosi in posizione d’attenti, come se fossero dei veri soldatini.</p>
<p style="text-align: justify;">“Buon giorno ragazzi – esordì, l’insegnante – Questo è un momento importante per la vostra vita, la prima elementare è l’inizio del vostro viaggio verso il mondo della conoscenza e della cultura. Dovete avere costanza, rispetto verso il maestro e gli stessi vostri compagni di scuola, con la voglia di apprendere e saper coniugare lo studio con le vostre esigenze in modo appassionante. Se sarete disposti a seguire quanto vi sto dicendo, in me, oltre al maestro, troverete colui che vi guiderà, con piacere, verso la strada del sapere. Ora potete stare seduti, e così con l’augurio più sincero per tutti, diamo inizio alle lezioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Luiseddu, si sentì rassicurato dal tono e modo coinvolgente dell’intervento. Non aveva mai sentito un discorso così notevole espresso da una persona di tanto elevata cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni modo, il ragionamento, se pur al momento complicato, sembrava espresso da un individuo che, sapeva accattivarsi la simpatia degli alunni, e questo, non era altro che un inizio molto positivo, che dava al ragazzo la giusta tranquillità, per affrontare la scuola con più serenità e sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maestro dispose in ordine d’altezza gli alunni nei banchi, destinando i più piccoli alle prime file dei banconi (in modo che potessero vedere meglio) e così a seguire nelle linee successive gli altri, rispettando sempre la statura fisica.</p>
<p style="text-align: justify;">Luiseddu essendo sin da piccolo “un’ispilungone ”, di conseguenza, si trovava a condividere con altri cinque l’ultima schiera, che nonostante la posizione e la distanza dalla cattedra, riusciva ad avere una buona visibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, una volta sistemati logisticamente gli scolari con le proprie posizioni nei banconi, prese dalla cattedra, una serie di quaderni a righe con delle matite che distribuì a tutti gli alunni, di seguito dei sillabari che furono suddivisi uno per banco, invitando così i bambini, alla consultazione di gruppo, questo, in modo da sollecitare la collaborazione tra compagni di banco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel sillabario, erano presenti tutti i caratteri dell’alfabeto, sia in maiuscolo che in minuscolo e alcune immagini, rendendolo molto più accettabile e gradevole visivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le lettere del sillabario allegate, occorreva comporre il nome in modo appropriato alla relativa immagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quei ragazzi, era tabù, forse per negligenza delle stesse famiglie, che non avevano dato ai piccoli un minimo di preparazione. Di conseguenza, nessuno era in grado di conoscere una sola lettera dell’alfabeto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maestro, in modo autorevole, scrisse nella lavagna l’alfabeto completo, soffermandosi, lettera per lettera, per darne una giusta definizione al momento del compimento della parola presa in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, coinvolse direttamente in modo casuale gli stessi alunni, dando inizio, o perlomeno tentando, di seguire un percorso di lettura, con parole composte e scritte nella stringa di sotto le immagini presenti nel sillabario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lavoro sicuramente duro per i ragazzi, ma nello stesso momento, perfino per il maestro, che malgrado, il suo entusiasmo iniziale e la sua capacità d’insegnamento, non era soddisfatto dei risultati in quei momenti visibili, indubbiamente del tutto scarsi o inesistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stesse immagini del sillabario in forma gigantesca e relativa descrizione, erano visibili ai lati, nelle pareti della spaziosa aula.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scolari, pensavano che, gli addobbi presenti, fossero un modo per abbellire l’aula, rendendola più accogliente e consona alla scuola, invece, si accorsero quasi subito che, così non era.</p>
<p style="text-align: justify;">“Adesso chiamerò qualcuno di voi, per constatare se riesce a leggere il nome scritto sotto di ognuna delle immagini che v’indicherò. &#8211; disse l’insegnante &#8211; Vediamo… il primo a rispondere sarà Nanneddu, poi passerò a qualche altro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo, si alzò in piedi, impaurito e tremante. Il maestro lo sollecitò: “Cerca di farcela a leggere al di sotto di questa figura. Cosa c’è scritto?”, silenzio perfetto, e conseguente imbarazzo di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo qualche attimo d’attesa: “Vediamo, se cambiando soggetto, riesci, a dirmi cosa c’è scritto qui?”. Ancora uno scoraggiato silenzio e tanto disagio.</p>
<p style="text-align: justify;">A Luiseddu, pur non sapendo leggere e abituato alla parlata in lingua sarda, in quei momenti gli brillarono gli occhi, col sorriso tra le labbra pensava: “Ma che stupido, c’è il disegno sopra, e così semplice, basta guardare la figura e cercare di imitarne il nome con una finta lettura”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insegnante, pronto e attento, colse l’attimo e il sorriso di Luiseddu: “Vedo che hai un bel sorrisino, forse tu hai appreso la lezione, e sai leggere le scritte sotto le immagini appiccicate nelle pareti?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Luiseddu, veloce e compiaciuto ribatté: “Si signor maestro, penso proprio di si”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di riscontro l’insegnante: “Vediamo se, effettivamente è così”, puntò la bacchetta verso la prima scritta e, Luiseddu, considerando che sopra vi era raffigurata la bicicletta, diede inizio alla sua appassionante lettura, fingendo per tutti una certa difficoltà “bi-ci-cre-tta”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un beffardo punto di buonumore, si leggeva sulle guance del graffiante maestro, assecondando il ragazzo, disse: “Complimenti, se proprio bravo!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scolaro, orgoglioso e pago dei complementi ricevuti, è convinto d’averlo in qualche modo saputo aggirare, si accomodò nuovamente al suo posto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Luiseddu è stato bravo – rimarcò il maestro – ora sentiamo qualche altro, vediamo di capire se, vi è un altro che ha la stessa abilità e la medesima diligenza di lui; tu Pauleddu, leggimi quanto appare su questa scritta”, con l’estremità della bacchetta, indicò ancora una volta sotto una delle tante immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non so, signor maestro” fu la replica del bambino più che imbarazzato. Di seguito, si assistette a una corale risatina sarcastica dei compagni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insegnante, come spazientito si lamentò: “Cari ragazzi, qui non ci siamo, a parte il bravo Luiseddu, gli altri, non state dando quanto è nelle vostre possibilità, per di più vi beffate dei compagni. Cercate di prendere esempio dall’unico che vi sta dimostrando, con grande abilità, tutto il suo impegno. Ritorniamo da lui, e cercate di prendere come esempio la sua attitudine verso la lettura”</p>
<p style="text-align: justify;">Rivolto verso Luiseddu: “Dai dimmi? qui cosa riesci a leggere?”, stesso gioco, l’immagine era della trottola e di conseguenza: “do-rrro-n-za”, e così, l’orgoglio del piccolo, si replicò.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei un campione, vediamo se mi leggi anche questa” Così il maestro puntò la bacchetta verso la scritta al di sotto della tartaruga e, Luiseddu con una disinvoltura straordinaria lesse: “to-sto-ghi-ne”. “Sei sorprendente, hai un intelletto fuori dal comune, bravo congratulazioni!”. Concludeva l’insegnante.</p>
<p style="text-align: justify;">La gioia del ragazzo, non era condivisa dai compagni di classe, che iniziavano a vedere in Luiseddu, il sapientone, colui che, aveva saputo attirarsi la simpatia e l’attrazione benevola del maestro, di conseguenza, un soggetto destinato ai privilegi della classe.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insegnante, forse, stanco per la lezione di lettura, ritenne di doversi allontanare per qualche minuto, per questo, con un campanello, chiamò la bidella per sostituirlo e tenere così l’ordine della classe.</p>
<p style="text-align: justify;">I bambini, leggermente afflitti, per il risultato negativo della lettura, non avevano ne voglia, ne umore, per far chiasso, e pertanto, la bidella, non ebbe difficoltà a far rispettare la giusta pacatezza in classe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ecco, un quarto d’ora dopo, quando la monotonia la stava facendo da padrona, sentirono lo scricchiolio e il riaprirsi della porta così il maestro rientrava in classe.</p>
<p style="text-align: justify;">In sua compagnia tre belle signore, alquanto giovanili ed eleganti. Erano sue colleghe, insegnanti in classi diverse, ma dello stesso istituto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bambini, cercate di fare silenzio che riprendiamo le lezioni di lettura – affermò in modo autoritario il maestro – queste signore sono delle insegnanti, sono venute per vedere personalmente quanto siete capaci nell’apprendimento”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, si girò verso le colleghe, e con tono impegnato e convinto dichiarò: “Care signore, i ragazzi oggi in questa classe, si sono applicati in una lezione di lettura. Purtroppo, non tutti hanno dato quanto è nelle loro possibilità, alcuni sicuramente, si sono impegnati più di altri. Tra questi, c’è il caso, di un ragazzo sorprendente, legge quanto scritto sotto i cartelloni con grande capacità e sicurezza. Se permettete, voglio farvi conoscere l’alunno e voi stesse, potete metterlo alla prova, in questo modo, vi renderete conto, di quanta inclinazione verso lo studio c’è in lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne, si mostrarono decisamente incredule e attonite, nel sentire il proprio collega che lodava in modo così considerevole, quell’abile e capace alunno.</p>
<p style="text-align: justify;">Una di loro, stimolata dal modo coinvolgente del collega, sostenne: “Dai, facci conoscere il fanciullo, sono proprio curiosa di sapere se quanto affermi, è vero”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, prese in mano la bacchetta e si rivolse a Luiseddu, invitandolo ad alzarsi in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito pronto, con uno scatto, si sollevò, incominciando a riassaporare la felicità dei complimenti, che da lì a poco avrebbe sicuramente ricevuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maestro, puntò la bacchetta verso la prima scritta, con sopra la solita e bella bicicletta, “Leggi questa parola” Luiseddu scattante ma, stentando una certa difficoltà nella lettura: “Bi-ci-cre-tta”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bravo complimenti – confermò l’insegnate – hai saputo leggere correttamente anche adesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si rivolse alle signore presenti con senso di gioia e ironia: “Avete visto che capacità?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, &#8211; ribatté una di loro, fingendo una certa perplessità ma sentiamolo ancora, vediamo se è davvero così bravo, &#8211; leggendo tutte le scritte”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maestro visibilmente soddisfatto continuò in modo beffeggiante e disse: “State pur certe che Luiseddu riuscirà a leggere tutto, perché, è in effetti, un talento naturale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si concentrò nuovamente verso il fanciullo con aria paterna, e con la bacchetta in mano, indicò le nuove scritte disposte sempre col medesimo criterio: immagine sopra e scritta sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Leggi questa:” e così pronto il bambino, ma con finta perplessità, esaminò con maggiore e lunga attenzione la bella tartaruga che le veniva segnalata: “To-sto-ghi-ne”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Complimenti, e questa?” guidando la bacchetta sotto la bella trottola: “Do-rrro-n-za”, in quella occasione mostrò una maggiore sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora il regolare bravo, e i complimenti sempre più accorati e convincenti del galante insegnate e belle colleghe.</p>
<p style="text-align: justify;">“Leggi ancora questa:” individuando la scritta sotto un bel mappamondo, Luiseddu con immediatezza e una stupefacente disinvoltura: “Gro-bb-o”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con aria ironica, “il premuroso” educatore, manifestò tutta la sua ammirazione per il ragazzo, e così, invitò le colleghe, a esprimere un proprio giudizio, per quell’alunno, per la sua determinazione e il notevole impegno nel saper leggere le scritte, con una sua non trascurabile capacità che andava oltre la norma e della solita lettura, ma con illuminazioni interpretative ben definite.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte, si fecero una dolce risatina, e con un sarcastico “bravo” collettivo, salutarono il collega e abbandonarono l’aula, lasciando Luiseddu, nella convinzione che tutto era andato alla perfezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maestro, ben soddisfatto di quanto avvenuto, invitandolo a riaccomodarsi nuovamente al suo posto, si complimentò nuovamente in modo del tutto canzonante col fanciullo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gioco, si ripetè ancora nei giorni a seguire in modo molto frequente, con educatrici spesso diverse, ma sempre, con le solite finali ilarità ironiche delle convenute.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, finchè lo scolaro, non ebbe a capire che, non era lui a prendersi gioco del maestro, ma al contrario, e che, in modo del tutto irrispettoso e arbitrario, utilizzava il suo ruolo di docente, per trascorre alcuni momenti di goliardia e spensieratezza in compagnia delle giovani belle e seducenti colleghe.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Su siddadu de Paulinu di Mariantonia Fara a contivizu de Domitilla Mannu</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 18:22:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Unu sero, Paulinu aiat finidu de si fagher sos compitos e, setzidu in s&#8217;atomana antiga de sos onnumannos, cun su &#8220;cumanda dae tesu&#8221;, fit chirchende carchi intrattenimentu intro de.i cussa iscatula lughida chi si narat &#8220;televisore&#8221;, ma, tot&#8217;in duna nde bochit su televisore e che tucat a intro de sa cughina rustiga. Pustis de un&#8217;iscuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2610.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6635" title="images-26" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2610.jpeg" alt="" width="150" height="100" /></a>Unu sero, Paulinu aiat finidu de si fagher sos compitos e, setzidu in s&#8217;atomana antiga de sos onnumannos, cun su &#8220;cumanda dae tesu&#8221;, fit chirchende carchi intrattenimentu intro de.i cussa iscatula lughida chi si narat &#8220;televisore&#8221;, ma, tot&#8217;in duna nde bochit su televisore e che tucat a intro de sa cughina rustiga.<span id="more-6633"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Pustis de un&#8217;iscuta nde torrat a sa sala, trodduladu dae su risu e cun duna bertula a coddu. Sa onnamanna chi, già dae cando che fit bessinde dae nanti issoro, a s&#8217;acua aiat nadu: &#8220;Chissà ite intzidiat como&#8221;, fit pronta a lu brigare, ma, dadu chi su maridu si mustrat cuntentu, faghet cara bona issa puru e bistat muda. Paulinu atraessat sa sala e che andat a su passarizu, inue b&#8217;at un&#8217;ispiju, e cumintzat a si ammirare. Una de sas tias, chi s&#8217;abizat de s&#8217;iscena, s&#8217;acurtziat a s&#8217;armariu chi fit a costas a s&#8217;ispiju, leat unu bonete de su frade e lu ponet in conca a su nebode, chi gai paret un&#8217;omine mannu torrende dae campagna o prontu pro andare a trabagliare, anzis: pro bessire a fora de bidda, ca sa bertula fit de.i cussas chi non si giughiant a campagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Su pitzinnu gosat, bidu chi sos mannos sunt bintrende in giogu. Intantu sa tia, che lampu, lompet a inue est sa machina fotografica, pro tenner cussa cuntentesa, no imprimida in sa memoria ebbia, ma puru in sas fotografias, chi sa pisedda tirat dae divescias posiziones. Est unu mamentu de serenidade manna chi niunu, pag&#8217;ora primma, aiat potidu immaginare. Però, s&#8217;intentu de Paulinu, cando ch&#8217;est pigadu a subra de sa cadrea, isperende chi non si esserat isfundada o istraessada propiu tando, non fit cussu de divertire sos onnumannos e.i sa tia, o de si abbaidare in s&#8217;ispiju, pro bider si li deghiat sa bertula a coddu, isse, pius a prestu, cheriat iscoberrer ite bi aiat intro de.i cussa bertula, dadu chi l&#8217;aiat bida semper solu dae tesu, comente chi esserat cosa sagrada e chi nisciunu deviat toccare. Difatis, cussa bertula, apicada a su muru, in dunu rocu, in artu, non la tzirigaiat mai niunu e pro la difender dae su piubere fit bene imboligada cun dunu fogliu mannu de celofan. Duncas non fit cosa chi si deviat leare e su pitzinnu l&#8217;ischiat, ma sa die, non resessinde a bincher sa curiosidade, at acconcadu a bi lomper ponindesi in su perigulu, non solu de nde ruer dae sa cadrea antiga, betza e pupujonada, ma arrischende, pius de totu, de si buscare una bella briga dae sos mannos. Mancu male chi poi s&#8217;atrivida sua l&#8217;ant leada a risu!</p>
<p style="text-align: justify;">Sa parada addananti de s&#8217;ispiju e.i sa passizada dae sa sala a su passarizu non podiant durare a longu e nemmancu sos bantidos de sos mannos chi, pustis de l&#8217;aer nadu chi sa bertula a coddu e.i su bonete li deghiant meda e lu faghiant parrer un&#8217;omine mannu, si suddaiant carchi ateru inventu de su piccioccheddu, dadu chi fit pro natura sua inventajolu.</p>
<p style="text-align: justify;">Faghinde ispantare dae nou sos suos, Paulinu che apartat su bachiddu a tres pees, chi tiu Pedru giughiat semper addananti pro si arrumbare cando teniat bisonzu de si.nde pesare. Pustis si.nde calat sa bertula dae coddu e l&#8217;assentat cun delicadesa subra s&#8217;anca dresta de su onnumannu, acurtziat una cadrea e si sezit a ojos a.i cudd&#8217;omine chi lu fit osservende e chirchende de li legere in su pensamentu.</p>
<p style="text-align: justify;">Pariat chi fit già assentadu, prontu a chistionare, e imbetzes iscudit unu brincu a s&#8217;atomana, leat unu cuscinu, lu ponet in sa cadrea e si torrat a setzer. Sas duas feminas, cun miradas e movidas de conca e de laras, narant chi Paulinu non bi at appuntare meda setzidu. Isse non lis dat cara e chircat de che tzacare sas manos intro de sa bertula. Ma su onnumannu lu tratenet e li narat: &#8211; Aspeta, faghe a pianu, non siat chi fetas dannu, antzis lassa chi las lee deo cussas cosas -.</p>
<p style="text-align: justify;">Su pitzinnu, guasi ofesu, li rispondet: &#8211; Non timas, no&#8217;, chi deo non so dannarzu, cherzo solu ischire ite c&#8217;at e proite custa cosa la tenes rimunida goi -.</p>
<p style="text-align: justify;">- No est pro non mi fidare de a tie, ma est mezus chi sos trastes chi bi sunt nde los boghet chie che los at assentados -. E nende gai isterret sa manu e nde bogat unu tintinu. Mustrende.lu a su pitzinnu e mirende.lu cun afetu narat: &#8211; Dae tesu, deo connoschia su sonu de tintinos e de picaloras cando andaia fatu a su masone dende a dogni &#8216;erveghe su nomen sou -.</p>
<p style="text-align: justify;">Su pitzinnu lu leat in manu, proat a lu fagher sonare e appichende.si.lu a su tuju li dimandat: &#8211; No&#8217;, proite lis ponias sas campaneddas e.i sos tintinos a sas berveghes?-. &#8211; Pro las intender dae tesu, a didie e a denote, e si capitaiat chi caliguna si cuizaiat o siche apartaiat dae sas ateras, bidu chi movindesi su tintinu sonaiat, fit pius fatzile a ischire inue issa fit. Ma pius de totu, su &#8216;e ferrare sas berveghes, serviat pro tenner s&#8217;avvisu s&#8217;in casu bi &#8216;eniat ladros, proite, truvendelas, cando fit ora chi teviant esser frimmas, nde ischidaiant canes e pastores. Tando, sos pius, drummiant in su cuile e no in domo comente faghent sos pastores de oe, chi cun sas machinas faghent curtzu su caminu longu -.</p>
<p style="text-align: justify;">Intantu Paulinu osservat totu sos particulares de su tintinu et est giaru chi est prontu a fagher dimandas, ma cudd&#8217;omine li faghet un&#8217;ojada, chi cheret narrer a lu ponner in terra pro leare una fruscella chi isse l&#8217;est dende, e, in presse, nde bogat puru un&#8217;aiscu. &#8211; Custa &#8211; narat &#8211; est un&#8217;aiscu chi serviat pro fagher su casu e in cussa si poniat su regotu. Tue no as bidu mai comente si faghent custas cosas, ma ischis chi casu e regotu sunt alimentos bonos pro totu. E fit bonu puru su giagadu. Già mi fit piaghidu de ti.nde pienare unu piatu truvucu, o una cicchera manna, comente faghimis cun totu sos pitzinnos, chi, a parte &#8216;e sero, fint addananti de su labiolu cando fimis pro cumintzare a fagher su casu! -.</p>
<p style="text-align: justify;">A Paulinu cussas peraulas li faghent benner sa gana de assazare su giagadu, ma fit cosa chi podiat fagher solu cun sa fantasia e, dadu chi cussa in isse fit forte, at cumintzadu a si lingher sos murros. Sa onnamanna, tra risu e dispiaghere, narat: &#8211; Pe&#8217;, fini.che.la cun s&#8217;ammentu de su giagadu, chi Paulinu s&#8217;est già linghinde sos murros de cantu l&#8217;est disizende e nois giagadu oe non che.nde tenimus pro bi.lu fagher assazare -.</p>
<p style="text-align: justify;">Tiu Pedru dimandat: &#8211; Beru est su chi est nende onnamanna tua, Pauli&#8217; ?-.</p>
<p style="text-align: justify;">- Emmo, no&#8217;, ma dadu chi no connosco ite sabore tenet forsis est mezus chi pense chi no est bonu e gai mi.che passat sa gana -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Custa est una bella idea, Pauli&#8217;, faghe gai e ti.che at a passare su disizu &#8211; e totas tres si ponent a rier.</p>
<p style="text-align: justify;">Pustis tiu Pedru leat in manu sos ferros de tunder e narat: &#8211; Custos los cunsidero amigos mios e puru de sas berveghes, ca cun issos, tundinde, deo las illebiaia dae sa lana -.</p>
<p style="text-align: justify;">Dae s&#8217;atera perra de sa bertula nde bogat una cannuja e si.l&#8217;asat, posca leat unu fusu e una muscula, e, carignendelos, los mustrat a su pitzinnu, nende: &#8211; Custos, innanti &#8216;e totu m&#8217;ammentant a mamma mia, chi cando deo fia minore, filaiat lana e linu, e nde faghiat caldadas, famunas e tapetos, lentolos, tiazas e pannigheddos, pro fagher su corredo a sorres mias -. Pustis, abbaidende sa muzere, narat: &#8211; Non mi abbaides a oju tortu Mari&#8217;, no apo ismentigadu totu su filonzu chi as fatu tue, massimu in su tempus de sa gherra, cando devias fagher totu in domo, ca non si agataiat nudda a comporare, dae sos bistireddos e bolerinos de lana pettenada, pro sos pitzinnos, a sas calzas pro mannos e minores, sacos e bertulas, aratzos e famunas. Cosas totu fatas de lana chi innanti samunias in su riu e pustis laminaias e filaias, pro la poder impreare a tesser e a fagher bestimentas de maglia. Apo ammentadu innanti a mama mia, ca est sa chi como mi paret pius atesu e mancari sia betzu mi mancat. Tue ses addananti e minde &#8216;anto de totu su chi as fatu e lu cherzo narrer, como, cun peraulas ladinas, a nebode nostru, chi ses bistada una bona massaja e dae sa lana faghias cosas meda e pro su fainare sighidu tou niunu in domo teniat frittu, ischidadu chi esserat o drummidu -.</p>
<p style="text-align: justify;">E intantu nde bogat unu paju de ferritos e duas calzas betzas e, giughindelas in manu che rilichias, narat: &#8211; Custas las as fatas tue e las apo rimunidas ca mi ammentant su trabagliu de sas manos de chie in domo fit lotende sende chi sa gherra fit andende -.</p>
<p style="text-align: justify;">Dae nou isterret sa manu a intro de sa bertula e nde bogat una gaveta. &#8211; Custa &#8211; narat, faghinde unu suspiru longu e dende.la a su pitzinnu &#8211; m&#8217; ammentat su famene passadu suta sas armas! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Pustis, leende luego in manu una falche lughida, chi pariat apena impreada, narat: &#8211; Sa falche mi dat consolu ca mi faghet ischidare s&#8217;ammentu de longos messonzos, e tempus de dissignos e de isperas, piatas de arzola e trigu, a muntones mannos, pane pro sa famiglia totu s&#8217;annu e pro nde bender, cando sas annadas fint bonas -. E, comente chi esserat in pregadoria, a boghe bascia sighit: &#8211; Annadas bonas e malas amos bidu e amos iscumbatadu chi non durat a longu ne su tempus malu ne.i su bonu! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Sighinde a piscare dae intro de.i cudda bertula acò chi nde bogat duos ossos de trigumuriscu ligados a pare: &#8211; Custos puru, ca sunt boes, mi ammentant s&#8217;incunza, ma pius de totu, sos giogos de babbu tou e tiu tou, chi bistaiant a sero intreu arende e carrughende piubere in sa carrela, cun s&#8217;aradu e.i su carru fatos de canna. Però giogaiant puru cun custa murrocula, fata dae a mie e totu. Tando faghimis puru sos giocatulos e, si non teniant perunu assimizu a su chi naraimis chi issos fint, los faghiant diventare precisos sa fantasia de sos pitzinnos, chi non bi poniant meda a narrer chi fint berveghes sas ladderas e caddu curridore unu biculu de canna. Già si.nd&#8217;ant fatu duas de curridojas in sa carrela cun sos caddos de canna!-</p>
<p style="text-align: justify;">Bider giogos e a non los proare non fit cosa fatzile de baliare, pro Paulinu, ma su onnumannu non li dat tempus e devet ponner in terra cussos puru.</p>
<p style="text-align: justify;">Cun dun&#8217;atera isterrida de manu tiu Pedru nde bogat una cosa chi paret unu pane minoreddu e narat: &#8211; Custu est unu fremmentalzu, madrighe pro su pane, in sos tempos passados, suetu e cotu cun suore in chizos, e deo l&#8217;apo rimunidu pro signu de s&#8217;imparu dae mama a fizos -.</p>
<p style="text-align: justify;">Paulinu leat su fremmentarzu, l&#8217;abbaidat a subra e in suta e innanti de lu ponner subra sa banca, passat su poddighe drestu inditadore in sas trapas a fromma de rughe chi fint in su fremmentarzu.</p>
<p style="text-align: justify;">Intantu tiu Pedru fit chirchende de nde bogare sas urtimas duas cosas, chi ischiat de aer rimunidu. Una l&#8217;agatat luego e, dadu chi s&#8217;atera paret chi si.che siat costoida in su fundu de sa bertula, narat a Paulinu de nde.la bogare isse. Sa duas cosas sunt unu tinteri e una pinna: &#8211; Rimunidas, &#8211; narat su padronu &#8211; pro ammentu de s&#8217;iscola, meda disizada e pagu pratigada, solu su tantigheddu de imparare a leggere, a iscrier e a contare. Custas duas non fint cosas chi podia cuizare, ca ancora oe intendo sa mancantzia de s&#8217;iscola -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Su chi apo rimunidu como est totu addananti tou e gai ti.che as bogadu su pinnicu de ischire ite bi aiat intro de.i cussa bertula, chi fit apiccada in artu pro non la tocare niunu. Como che torramos assentare totu comente fit innanti e che.la torras a su logu sou -.</p>
<p style="text-align: justify;">A unu a unu Paulinu dat sos trastes a su onnumannu e isse che los assentat. Dende.li sos &#8220;boes&#8221; Paulinu est intzertu, ma cun dunu detzisu: &#8211; Ajò, damilos! -, tiu Pedru li truncat su disizu de los proare, chi l&#8217;aiat legidu in cara.</p>
<p style="text-align: justify;">Tia Maria, chi aiat gosadu pro cussu intratenimentu, narat: &#8211; Custos trastes ammentant su chi amus vividu nois, umpare, in paghe e amore, chentza timer fadiga ne suore. Como tue, Pauli&#8217;, impreas cosas chi non podes rimunire in duna bertula, ma sos trastes de sos ammentos tuos assentadilos bene, tue puru, in logu seguru, pro chi los potas bogare a pizu cando cheres ammentare cosas bellas, cunchistas e zente, e cando passat su tempus, sos ammentos, faghent fintzas de mastros -.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa bertula est pronta pro che.la torrare a ponner inue fit innanti e Paulinu si.la ponet a coddu, comente primma, ma non pius rie rie, e nemmancu andat a si mirare in s&#8217;ispiju. Isse est diventadu pensamentosu, e cando torrat a inue sunt sos onnumannos narat: &#8211; Como cussa bertula mi paret unu siddadu, ca dognunu de.i cussos trastes mi at fatu benner a conca unu bene de dimandas de bos fagher. Ammanitzade.bos a mi imparare comente giogaiat babbu e pustis, dogni sero, mi devides contare cosas chi bos sunt capitadas e gai, cando in iscola mi ant a dare compitos cun argumentos a piaghere deo poto iscrier cosas chi sunt capitadas a bois e creo chi siant beras e bellas, fintzas si non sunt allegras o chi non faghent divertire. Grazie, no&#8217;, como isco cosas meda chi pagas oras faghet no ischia. Como deo so pius ricu -.</p>
<p style="text-align: justify;">E sende nende gai betat sos bratzos a tuju a su onnumannu e si.lu basat cun afetu. Cando resessit a si distacare dae su onnumannu, chi s&#8217;est crebadu in piantu dae s&#8217;emotzione, andat dae sa onnamanna, pro render grascias a issa puru, e basende.si.la lassat currer, umpare cun sas suas, sas lagrimas chi fint brotende cun prepotentzia dae sos ojos innotzentes suos.</p>
<p style="text-align: justify;">In cussu mamentu torrat a domo sa tia de Paulinu, chi, bidu s&#8217;afatziu chi teniant, los aiat lassados solos e fit andada a domo de una comare a li fagher un&#8217;iscuta de cumpagnia. Bidindelos pianghinde, ispantada, si frimmat in s&#8217;oru de sa gianna, poi, cun su solitu briu sou, lis narat: &#8211; A bolla fato una fotografia cun sos ojos infustos? Como bessint lughidos lughidos! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Cussas peraulas lis faghet sensare su piantu e, dadu chi fit piantu de cuntentesa, rient totu&#8217;umpare dae coro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Froeddas</p>
<p style="text-align: center;" align="center">L&#8217;antico tesoro di Paolino</p>
<p style="text-align: justify;">  Una sera, Paolino aveva finito di fare i suoi compiti e, seduto nell&#8217;antico divano dei suoi nonni, con il telecomando, stava cercando qualche intrattenimento, frugando dentro quella scatola lucida che si chiama televisore, ma, tutto ad un tratto, spegne il televisore e si dirige verso la cucina rustica.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un po&#8217; ritorna nella sala, gongolante e dondolandosi dal ridere, con una bisaccia sulla spalla. La nonna, che, fin da quando l&#8217;aveva visto uscire, sottovoce aveva detto: &#8211; Chissà cosa inventa adesso!- era pronta a sgridarlo, ma, visto che il marito si mostrava contento, fece buon viso anche lei e stette zitta. Paolino attraversa la sala e va nell&#8217;andito, dove c&#8217;è uno specchio, e inizia ad ammirarsi. Una delle zie, che s&#8217;accorge della scena, si avvicina ad un armadio che era accanto allo specchio, prende un berretto di suo fratello e lo mette sul capo del nipote, che sembra un uomo adulto tornando dalla campagna o pronto per andare a lavorare, anzi: pronto per andare fuori dal paese, perché la bisaccia era di quelle che non venivano usate per andare in campagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo gioisce, vedendo che gli adulti stanno entrando nel suo gioco. Intanto la zia, come un lampo, va dove è la macchina fotografica, per conservare quella contentezza, non soltanto impressa nella memoria, ma anche nelle fotografie, che la giovane scatta da diverse posizioni. È un momento di grande serenità che nessuno, poco prima, avrebbe potuto immaginare. Però, l&#8217;intento di Paolino, quando è salito sulla sedia, sperando che essa non si sfondasse o si sfasciasse proprio in quel momento, non era quello di divertire i nonni e la zia, o di guardarsi allo specchio, per vedere se la bisaccia in spalla gli donava o meno, egli, piuttosto, voleva scoprire cosa c&#8217;era dentro quella bisaccia, dato che l&#8217;aveva vista sempre solo da lontano, come se fosse cosa sacra e che nessuno doveva toccare. Infatti, quella bisaccia, appesa al muro, ad un grosso piolo di legno, in alto, non la toccava mai nessuno e per difenderla dalla polvere era involta per benino con un grande foglio di cellofan. Dunque non era cosa che si doveva prendere ed il ragazzo lo sapeva, ma quel giorno, non riuscendo a vincere la curiosità, ha deciso di prenderla mettendosi nel pericolo, non solo di cadere dalla sedia antica, vecchia e tarlata, ma rischiando, soprattutto, di prendersi una bella sgridata dai grandi. Meno male che il suo azzardo poi è stato accolto con la risata!</p>
<p style="text-align: justify;">La sosta davanti allo specchio e la passeggiata dalla sala all&#8217;andito non potevano durare a lungo e neppure i complimenti degli adulti che, dopo avergli detto che la bisaccia in spalla ed il berretto gli stavano molto bene e lo facevano somigliare ad un uomo adulto, si aspettavano qualche altra trovata del ragazzetto, dato che per sua natura era ricco di inventiva e fantasia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorprendendo di nuovo i suoi, Paolino allontana il sostegno a tre piedi, che zio Pietro teneva sempre davanti a sé per appoggiarsi quando aveva necessità di alzarsi. Dopo si toglie la bisaccia dalla spalla e l&#8217;appoggia con delicatezza sopra l&#8217;anca destra del nonno, avvicina una sedia e si pone a sedere di fronte all&#8217;uomo che lo stava osservando e cercando di leggergli nel pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrava che fosse già posato, pronto a discorrere, ed invece spicca un salto verso l&#8217;antico divano, prende un cuscino, lo poggia sulla sedia e si siede nuovamente. Le due donne, con sguardi e movimenti del viso e delle labbra, dicono che Paolino non riuscirà a restare seduto per molto tempo. Lui non ci fa caso e cerca di infilare le mani dentro la bisaccia. Ma il nonno lo trattiene e gli dice: &#8211; Aspetta, fai adagio, che non ti accada di far danno, anzi lascia che quelle cose le prenda io -.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo, quasi offeso, gli risponde: &#8211; Non temere nonno, io non sono uno che fa danni, voglio solo sapere cosa c&#8217;è e perché queste cose le tieni conservate così gelosamente -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Non è per non fidarmi di te, ma è meglio che gli oggetti che vi sono lì dentro li tolga chi ve li ha sistemati -. E così dicendo allunga la mano e ne tira fuori un campanaccio. Mostrandolo al ragazzo e guardandolo con affetto dice: &#8211; Da lontano, io riconoscevo il suono dei campanacci grossi e di quelli medi e piccoli quando andavo appresso al gregge dando ad ogni pecora il suo nome -.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo lo prende in mano, prova a farlo suonare e, appendendoselo al collo, gli chiede: &#8211; Nonno, perché mettevi le campanelle e i campanacci alle pecore?-. &#8211; Per sentirle da lontano, di giorno e di notte, e se capitava che qualcuna rimaneva in dietro o si allontanava dal gregge, giacché, muovendosi, il campanaccio suonava, era più facile individuare dove essa fosse. Ma, più di tutto, il porre al collo delle pecore campanelle, sonagli e campanacci, serviva come allarme qualora venissero i ladri, perché facendole camminare, quando invece dovevano stare ferme, il suono emesso da questi oggetti svegliava i cani da guardia e i pastori. In quei tempi, la maggior parte dei pastori dormiva in campagna e non in casa come fanno i pastori di oggi, che, con le macchine, accorciano i lunghi tragitti -.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto Paolino osserva tutti i particolari del campanaccio ed è chiaro che è pronto a porre domande, ma il nonno gli lancia uno sguardo, che vuol dire di poggiarlo a terra per prendere una fiscella che gli sta dando e, svelto, ne tira fuori anche un cascino. &#8211; Questo &#8211; dice &#8211; è un recipiente che serviva per fare il formaggio e in quella si metteva la ricotta. Tu non hai visto mai come si fanno queste cose, ma sai che formaggio e ricotta sono alimenti buoni per tutti. Ed era buono anche il latte quagliato. Quanto mi sarebbe piaciuto riempirtene un piatto fondo, o una grande scodella, come facevamo con tutti i bambini, che, nel tardo pomeriggio, si trovavano dinanzi al paiolo quando stavamo per iniziare a fare il formaggio! -.</p>
<p style="text-align: justify;">A Paolino quelle parole suscitano il desiderio di assaggiare il latte quagliato, ma era cosa che poteva realizzare solo con la fantasia e, dato che quella in lui era forte, ha iniziato a leccarsi le labbra ed il muso. La nonna, tra il ridere ed il dispiacere, dice: &#8211; Pie&#8217;, smettila con il ricordare il latte quagliato, perché Paolino si sta già leccando il muso dal desiderio e noi, oggi, latte quagliato non ne abbiamo per faglielo gustare -.</p>
<p style="text-align: justify;">Zio Pietro chiede: &#8211; È vero, Paolino, quello che sta dicendo tua nonna? -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Sì, nonno, ma poiché io non so che sapore abbia forse è meglio che pensi che non è buono e così mi passa il desiderio di mangiarlo -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Questa, Paolino, è una bella idea, fai così e ti passerà il desiderio &#8211; e tutti e tre si mettono a ridere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo, zio Pietro prende in mano i ferri per tosare e dice: &#8211; Questi li considero amici miei ed anche delle pecore, perché con essi, tosandole, le alleggerivo dalla lana -.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;altra parte della bisaccia ne tira fuori una rocca e se la bacia, dopo prende un fuso e una fusaiola e, carezzandoli, li mostra al ragazzo, dicendo: &#8211; Questi, innanzi tutto, mi ricordano mia mamma, che, quando io ero piccolo, filava lana e lino e ne faceva coperte, copriletti e tappeti, lenzuola, tovaglie e tovaglioli, per fare il corredo alle mie sorelle -. Dopo, guardando la moglie, dice: &#8211; Non guardarmi ad occhio storto Mari&#8217;, non ho dimenticato tutto il filato che hai prodotto tu, specialmente nel tempo della guerra, quando dovevi fare tutto a casa, perché non si trovava niente da comprare, dai vestitini e golfini senza maniche di lana pettinata, per i bambini, alle calze per grandi e piccini, sacchi e bisacce, arazzi e copriletti. Tutte cose realizzate con la lana, che prima lavavi al fiume e poi cardavi e filavi, per poterla usare a tessere e a fare vestiti a maglia. Ho ricordato per prima mia mamma, perché lei ora è quella che mi sembra più lontana ed anche se sono vecchio mi manca. Tu sei presente ed io mi vanto di tutto quello che tu hai fatto e lo voglio dire, ora, a chiare lettere, a nostro nipote, che sei stata una buona padrona di casa e dalla lana facevi molte cose e per il tuo continuo affaccendarti nessuno a casa pativa il freddo, sia che fosse sveglio o addormentato -.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed intanto ne tira fuori un paio di ferri per lavorare a maglia e due calze vecchie e, tenendole in mano come fossero reliquie, dice: &#8211; Queste le hai fatte tu e le ho conservate perché mi ricordano il lavoro delle mani di chi a casa lottava mentre la guerra imperversava -.</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo allunga la mano dentro la bisaccia e ne tira fuori una gavetta. &#8211; Questa &#8211; dice, emettendo un lungo sospiro e dandola al ragazzo &#8211; mi ricorda la fame patita sotto le armi!-.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo, prendendo subito in mano una falce lucida, che pareva appena usata, dice: &#8211; La falce mi dà conforto perché mi fa destare i ricordi di lunghe mietiture, e tempi di progetti e di speranze, aie e grano, a grandi mucchi, pane per la famiglia per tutto l&#8217;anno e per venderne, quando le annate erano buone -. E, come se fosse una preghiera, a voce bassa prosegue: &#8211; Annate buone e cattive abbiamo visto e abbiamo constatato che non dura a lungo né il mal tempo né quello buono! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando a pescare da quella bisaccia ecco che ne tira fuori due torsoli di granoturco legati assieme: &#8211; Anche questi, perché sono buoi, mi ricordano la raccolta del grano ma, più di tutto, mi ricordano i giochi di tuo babbo e di tuo zio, che rimanevano serate intere arando e trasportando polvere nella strada, con l&#8217;aratro ed il carro fatti di canne. Però giocavano anche con questa trottola, fatta ugualmente da me. In quei tempi facevamo pure i giocattoli e, se non somigliavano per nulla a ciò che dicevamo che erano, li faceva diventare precisi la fantasia dei bambini, che non esitavano a dire che erano pecore le bacche legnose e rotonde di alcune piante o chiamare cavallo da corsa un pezzo di canna. Oh quante ne hanno fatto di corse nella strada con i cavalli di canna!-.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere giocattoli e non poterli provare non era cosa facile da sopportare per Paolino, ma il nonno non gli dà tempo e deve mettere per terra anche questi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un&#8217;altra allungata di mano zio Pietro ne tira fuori una cosa che sembra un pane piccolino e dice: &#8211; Questo è pane crudo, lievito per il pane, nei tempi passati, lavorato e cotto con il sudore in fronte, ed io l&#8217;ho conservato come segno di trasmissione dei saperi da madre a figli -.</p>
<p style="text-align: justify;">Paolino prende in mano il piccolo pane, lo guarda sopra e sotto e, prima di poggiarlo sul tavolo, passa l&#8217;indice destro nei solchi a forma di croce che erano nella parte superiore del piccolo pane.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto zio Pietro, stava cercando di tirar fuori le ultime due cose che sapeva di aver conservato. Una la trova subito e, dato che l&#8217;altra pare si sia nascosta nel fondo della bisaccia, dice a Paolino di tirarla fuori lui. Le due cose sono un calamaio e una penna: &#8211; Conservate &#8211; dice il proprietario &#8211; per ricordare la scuola, molto desiderata e poco frequentata, solo il pochino per imparare a leggere, a scrivere e a contare. Queste due non erano cose che potevo tralasciare, perché ancora oggi sento la mancanza della scuola -.</p>
<p style="text-align: justify;">- Quello che ho conservato ora è tutto davanti a te e così hai soddisfatto la forte curiosità di sapere cosa c&#8217;era dentro questa bisaccia, che era appesa in alto perché nessuno la toccasse. Ora rimettiamo tutto dentro, come era sistemato prima, e la rimetti al suo posto -.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad uno ad uno Paolino dà gli oggetti al nonno e lui li dispone bene in ordine. Dandogli i &#8220;buoi&#8221; Paolino era incerto, ma con un deciso: &#8211; Dai, dammeli! &#8211; zio Pietro gli stronca il desiderio di provarli, che gli aveva letto in volto.</p>
<p style="text-align: justify;">Zia Maria, che aveva goduto per quell&#8217;intrattenimento, dice: &#8211; Questi oggetti ricordano ciò che abbiamo vissuto noi, insieme, in pace e amore, senza aver paura della fatica né del sudore. Ora tu, Paoli&#8217;, usi cose che non puoi racchiudere dentro una bisaccia, ma gli oggetti dei tuoi ricordi conservateli con cura, anche tu, in luogo sicuro, affinché li possa tirare fuori, quando vuoi, per ricordare cose belle, conquiste e persone, e, col passare del tempo, i ricordi fungono pure da maestri -.</p>
<p style="text-align: justify;">La bisaccia è pronta per riporla dove era prima e Paolino se la mette sulla spalla, come innanzi, ma non più ridendo, e neppure va ad ammirarsi davanti allo specchio. Egli è divenuto pensieroso e quando ritorna dove sono i nonni dice: &#8211; Ora quella bisaccia mi pare un antico tesoro nascosto, perché ognuno di quegli oggetti mi hanno fatto venire in mente molte domande da rivolgervi. Preparatevi ad insegnarmi come giocava babbo e poi, ogni sera, mi dovete raccontare ciò che vi è accaduto e così, quando a scuola mi assegneranno dei compiti con argomenti a piacere, io posso scrivere fatti che sono successi a voi e credo che siano cose vere e belle, anche se non sono allegre o che non fanno divertire. Grazie, nonno, ora so molte cose che fino a poche ore fa non sapevo. Ora io sono più ricco -.</p>
<p style="text-align: justify;">E, mentre così parlava, getta le braccia al collo del nonno e lo bacia affettuosamente. Quando riesce a staccarsi dal nonno, che è scoppiato in lacrime dall&#8217;emozione, va dalla nonna, per ringraziare anche lei e, baciandosela, lascia scorrere, insieme con le sue, le lacrime che spuntavano con prepotenza dai suoi occhi innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento ritorna a casa la zia di Paolino, che, constatato il loro affaccendarsi, li aveva lasciati soli ed era andata a casa di una comare per farle un po&#8217; di compagnia. Vedendoli piangere, meravigliata, si ferma vicino alla porta, poi, con il suo solito brio, dice: &#8211; Ve la faccio una fotografia mentre avete gli occhi bagnati? Ora vengono lucidi lucidi! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle parole fanno cessare loro il pianto e, dato che era pianto di gioia, ridono tutti insieme di vero cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>S&#8217;ispassu de sa carrela de Mariantonia Fara a contivizu de Domitilla Mannu</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cando in iscola sas tabellinas e.i sas poesia s&#8217;imparaiant a memoria su chi bidia in sas carrelas de bidda mia s&#8217;assimizaiat meda a su chi narat Leopardi in s&#8217;opera &#8220;Su sapadu de su bidditzolu&#8221; o &#8220;Il sabato del villaggio&#8221; in cussos versos chi narant:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1519.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6570" title="images-15" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1519.jpeg" alt="" width="101" height="131" /></a>&#8220;Setzida est cun sas bighinas<br />
in s&#8217;iscala, filende, sa betzita,<br />
a ojos a sole, cando isse est dende olta<br />
a s&#8217;ala ue si serrat sa die;<br />
e s&#8217;intratenet contende usos e ammentos<br />
de su tempus bellu de sa pitzinnia sua …&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Leopardi de siguru at contadu usantzias bidas o intesas in sa terra sua, ma mancari atesu meda dae a nois, pro logu e pro annos, sunt cosas chi a ojos de sas pitzinnas de sessanta e chimbant&#8217;annos faghet, chi creiant meda in sas cosas imparadas in iscola, pariant realtades universales. Forsis non fit in totue gai, ma de tzertu in medas biddas sa zente si setziat a seros intreos, in sa carrela, a ojos a sole, in iscalinadas o in cuzones1 riparados dae su bentu. No bistaiant chistionende chentza fagher nudda, ma dognuna cun sa faina sua in manu iscurtaiat e faeddaiat pro passare in serenidade e cun profetu su tempus.<span id="more-6569"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In dogni carrela bi aiat caliguna, o caligunu, chi, arrejonende, teniat pius geniu meda de ateros e, si los cherimos leare in cussideru cun sas connoschentzias de oe, podimos narrer chi, chentza l&#8217;ischire, in dogni carrela bi aiat mastros de contanscias, assimizantes a tzertos comicos o atores de su tempus nostru, solu chi tando dognunu si cumportaiat cunfromma a sos donos de natura, ispassendesi isse e faghinde ispassare sos de su bighinadu, sende chi como, fintzas chie tenet pagas dotes, istudiende e inventende diventat intratenidore a pagamentu.</p>
<p style="text-align: justify;">Cussu non fit su tempus de sa televisione e nemmancu de radios e cinemas, ma sa zente si divertiat su matessi e mi paret chi esserat pius cuntenta de.i como. In tzertas carrelas bi aiat pessones chi s&#8217;intrateniant contende fatos e cosas de sos tempos passados, de sa pitzinnia e de sos isvagos issoro, propiu comente narat Leopardi; in ateras carrelas fint ammantiosos de contados chi ammentaiant fatos sutzessos in sos tempos antigos, e de siddados tentados dae animas in pena, e non si resessiat a ischire si fint veridades o si fint faulas, paristorias chi faghiant brotare disizos in sos pitzinnos, o timorias de passare in tzertos logos o de essire dae domo a s&#8217;iscuru; in calchi carrela teniant sa virtude de inventare e immannare notiscias, de.i cussas chi oe giamant &#8220;gossip&#8221;; ateras comares ischiant chistionare solu de fainas bellas, de mustras noas pro famunas e tappetos, o de frunzas, ricamos, de trastes de fagher a uncineto e a ferritos, ma guasi in totue bi aiat calchi buglista, omine o femina chi esserat, chi assiguraiat su bonumore a totu su bighinadu.</p>
<p style="text-align: justify;">In sa carrela nostra bi fit tia Pasca, chi teniat sa zente in allegria, chentza fagher impreu de buglias o de barzelletas, ma solu contende su chi capitaiat a issa matessi dogni die e a tot&#8217;ora. E, poninde umpare fatigheddos e faddinas, betzos e noos, su repertoriu fit semper pius ricu e ispassosu.</p>
<p style="text-align: justify;">Tia Pasca fit una femina manna, de annos e fintzas de dossu. Che giughiat dogni pee che antale2, comente si nariat tando, e pro bona parte de s&#8217;annu bistaiat iscurtza. Fit bestida in munnedda longa, niedda e incrispida, e in isciaca cun sas coas postas intro de sa munnedda. Subra sa munnedda giughiat una faldita longa e niedda issa puru, ca fit cussu su modu de si bestire de sas batias de una tzerta edade. Sos pilos, chi apo bidu diventare semper pius canos, los giughiat fatos a tritza e.i cussa la imboligaiat a cucurinu e la frimmaiat cun duas aguzas de ossu e paritzos frimmatzufos de metallu, de.i cussos chi si agatant ancora oe. Pro su pius in domo, e puru in carrela, istaiat iscabiddada, ma cando essiat, e fintzas cando si setziat in su sole, si poniat su muncaloru chentza si.lu ligare, ma ponindeche sos duos bicos, chi calaiant a dresta e a manca, subra de sa conca. In s&#8217;isjerru su muncaloru lu prendiat addananti e cando su fritu fit meda si poniat puru s&#8217;isciallu, comente fit s&#8217;usu de tando, e fintzas sas botas.</p>
<p style="text-align: justify;">Tia Pasca teniat solu unu fizu, ma paritzos nebodes, fizos de su fizu, chi at pesadu issa, ca sa nura in domo bi istaiat pagu, dadu chi trabagliaiat meda in campagna. Cando tia Pasca si arrennegaiat3 cun sos pitzinnos non teniat intentu de divertire a nisciunu, ma chie si agataiat a passare afaca a domo sua non podiat fagher a mancu de si fagher una mata &#8216;e risu4, proite issa teniat su donu, o abitudine o visciu chi esserat, de acumpagnare a su nomen de dogni nebode peraulas assimizantes meda a frastimos, massimu si cando los giamaiat fit atediada5.</p>
<p style="text-align: justify;">Paritzas bighinas, cando li passaiat s&#8217;arrennegu6, li naraiant chi aiat frastimadu e chi non fit cosa chi andaiat bene, ma pro issa medas faeddos, chi li essiant dae buca, non cheriant narrer nudda, fint solu peraulas chi teniant assimizu a su numen de su pitzinnu e chi li beniant a laras in su momentu de s&#8217;atediu7 e gai, si, giamende a Giuanne, naraiat &#8220;giuale malu chi ti ponzant&#8221;, pro issa non fit nudda de malu su chi aiat nadu.</p>
<p style="text-align: justify;">Cando li faghiant cumprender bene su frastimu chi aiat betadu, fit fatzile chi si esserat dadu unu paju de punzos a petorras nende chi issa non cheriat cussas cosa pro sos nebodes, ma apena chi teniat agheju8 dae nou sos frastimos andaiant pei, pei9.</p>
<p style="text-align: justify;">Però de.i cussos nde naraiat fintzas cando fit a sa bona, comente at fatu una die sende saludende unu piciocu, chi fit partinde a fagher su militare. Cun afetu sintzeru at abertu sos bratzos e basendesilu l&#8217;at nadu &#8220;Bae in bonora, fizu caru, ancu andes che.i su bentu&#8221;. De siguru in coro sou cheriat narrer, comente medas naraiant: &#8211; Bae in bonora, fizu caru, dogni bentu ti siat in favore! -, ma su chi issa at nadu non fit cussu.</p>
<p style="text-align: justify;">A bortas cussas cosas nadas gai, chentza pensadas, diventaiant argumentu pro la leare in giru e fintzas pro chircare de la cumbincher a non las narrer, ca fint in cuntrastu mannu cun su bene chi cheriat a sa zente e massimu a sos nebodes. Difatis fit nodidu a totu s&#8217;afetu chi lis teniat e non cheriat chi niunu los aerat tocados, a su puntu chi, si tra pitzinnos bi naschiat briga o si atzufaiant, issa si poniat in mesu e corpaiat sos fizos anzenos, siat chi sa neghe esserat de sos ateros o chi esserat de sos nebodes. Issa non chircaiat de ischire chie teniat rejone, difendiat solu sos nebodes.</p>
<p style="text-align: justify;">Torrende a su chi fia nende a su cumintzu, pro su pius, a chistionare cun tia Pasca, fit a bistare in cuntentesa, proite fintzas chentza lu cherrer nde naraiat de dogni colore. Però s&#8217;ispassu mannu fit cando, setzida in su sole, faghinde fainas de assentu10, si poniat a contare sos ilbriambulos11 chi che li fint bessidos in ocasiones particulares e cando sas piciocas de su bighinadu li daiant corda issa non si faghiat pregare. De solitu non mancaiat su contu de cando su maridu l&#8217;aiat giuta a Cossoine pro la fagher connoscher a sos parentes. Su maridu ischiat chi issa faddinas nde faghiat medas e a tot&#8217;ora. Pro cussu l&#8217;aiat avertida dae sas dies primma e sende andende l&#8217;aiat nadu a fagher atentzione e a bistare muda pius chi podiat. Issa, nachi, at chircadu, tota die, de li ponner mente. Pariat chi totu fit andadu a deretu, ma a s&#8217;ora de sa dispidida dognunu de sos parentes saludendela li naraiat: &#8220;Bonu viagiu e tantos saludos a sos Semestenesos&#8221; e issa tota cumprida12 rispundiat: &#8220;Bazi in bonora, bonu viagiu e tantos saludos a sos Cossoinesos&#8221;. Cantu epant risidu sos parentes de Cossoine non bi l&#8217;at nadu mai nisciunu, e duncas issa non l&#8217;at contadu mai a sas bighinas, ma cantu l&#8217;at brigada su maridu, in caminu e in domo, pro cussa bella frigura chi l&#8217;at fatu fagher, non tenent contu sas bortas chi issa l&#8217;at nadu.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa cosa bella fit chi, comente lu naraiat e ripitiat sa briga de su maridu, bind&#8217;aiat de si troulare de su risu13.</p>
<p style="text-align: justify;">Ateros numeros de teatru, si diat podet narrer oe, fint su chi intonaiat peri sas carrelas de Bonorva cando andaiat a bender cariasa o figu, frutuariu chi in campagna teniant in abbundantzia. In sé aiat devidu narrer: &#8211; Eeee chie si comporat cariasa!- e cherinde mezorare s&#8217;invitu aiat potidu agiungher: &#8220;cariasa corrofale&#8221; o &#8220;bella e frisca&#8221;, e de frecuente cussu fit su chi nariat. Ma non fi semper, proite tia Pasca a bortas naraiat: &#8211; Eeee chie si comporat patata! Eeee chie si comporat caule a fiore!</p>
<p style="text-align: justify;">Eeee chie si comporat sardina! &#8211; e medas ateras cosas issa invitaiat a comporare, ma fint solu cosas chi li beniant a buca chentza lu cherrer, ca fint passadas in sa conca sua. E a l&#8217;ischides proite? Ca, chistionende cun sa nura, sende in caminu o andende dae una carrela a s&#8217;atera, aiant nadu chi pustis de aer bendidu sa cariasa, o sa figu, deviant comporare cussas cosas. Una die, in su mezus girare, in logu de narrer: &#8211; Eeee chie si comporat figu niedda! &#8211; nachi ponet sa boghe: &#8211; Eeee chie si comporat pii, pii, pii! &#8211; A su de intender cussu annuntziu sa nura, nachi, s&#8217;est girada in tundu in tundu, comente una murrocula, chirchende inue si cuare, ma non podiat fuire. Nachi aiat cherfidu fagher unu tofu pro s&#8217;interrare, ca sa zente, chi fit acherada a sas giannas e ischiat chi in cussu tempus tia Pasca bendiat figu de triulas, niedda, madura e iscrita14, a.i cussa essida s&#8217;est posta a rier a iscacagliu. Ma sa die, pro disaura de sa nura, in sa carrela inue fint apena passadas aiant bidu una femina chi fit poninde a manigare sa pudda giocana e.i sos puddighinos e los giamaiat nende: &#8211; Pii, pii, pii -. E gai tia Pasca, cando ch&#8217;est dada bolta dae sa contonada, in logu de sa figu, chi giughiat in sas corvitas postas a barriu subra s&#8217;ainu, cheriat bender su chi aiat intesu narrer dae sa padrona de sos puddighinos.</p>
<p style="text-align: justify;">Dogni borta chi nos setzimis in carrela de tia Pasca sa serada fit assigurada, pariat sa matessi cantone, ma cun pesadas divescias, proite nde teniat noas dogni die. Ammento chi unu sero, cumintzat: &#8211; Ohi, ohi, su chi m&#8217;est sutzessu oe, ite dannu, ite dannu, ite raju caladu!-. &#8211; E ite l&#8217;at capitadu, ite l&#8217;at capitadu?- dimandant duas bighinas già ridinde, proite issa si iscramaiat e giamaiat raju puru cosas chi dannu non fint. Duncas non resessiant a trattenner su risu sende chi sas peraulas ispressaiant atentzione pro leare parte a su chi pariat notiscia de dannu chi fit sutzessu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Oe so andada a Regadis pro abbaidare si su &#8216;asolu fit de nde bogare e cando so passada in sa funtana, pro mi bufare unu ticu de abba frisca, apo bidu una cosa arrotulada e apo nadu tra me: &#8211; Mi, mii, inue est su tzintulinu de nura mia, poi lu chircat in dono e bistat boghende dae tinu a mie!15 E sende nende gai apo isterridu sa manu pro ndelu regoglier. Ma non fit tzintulinu, fit una colora, chi ch&#8217;est bessida dae manu che saeta. Tando apo cumintzadu a currer dae subra a giosso, iscutinendemi sa munnedda, no ischia a ue currer, no agataiat s&#8217;aidu a minde essire, giraia intro de su petzu de su basolu comente una fora &#8216;e sé -. E intantu, contende su fatu, si moviat in sa cadrea e s&#8217;iscutinaiat sa munnedda comente chi esserat ancora assuconada meda o pessighida dae sa colora. E non fit pro finta, proite totu sas bighinas ischiant chi sas coloras las timiat a bentu, tantu chi, si pro mala sorte nde bidiat caliguna in caminu, sende torrende a domo, creiat chi sa colora esserat lompida a domo sua innanti de a issa e la faghiat chircare giamende a boghes sa zente de afaca. E medas ateras bortas aiat contadu iscenas de assustu pro coloras chi aiat bidu in campagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Pro su basolu, dadu chi fit prontu a nde.lu bogare, est risultadu chi una bona parte, cun su sou &#8220;anda e torra&#8221; e currer dae un&#8217;ala a s&#8217;atera, tia Pasca l&#8217;at triuladu chentza nde.lu tirare, in su eretu inue fit creschidu, ca passende in mesu a su basolu arridu est naturale chi medas ranos si.che siant distacados dae sa mata. Cando nde l&#8217;ant bogadu su fizu b&#8217;at giutu sas berveghes e gai issas sa borta, in sa terra a beranile, non bi ant agatadu solu ligadorza ma puru ranu netu e de sustantzia, cosa chi sos padronos deviant dare a su porcu mannale e no a sas berveghes, ma sa colora, bida che tzintulinu, at fatu triulare su basolu innanti de che lu giugher a sa piata de s&#8217;arzola.</p>
<p style="text-align: justify;">E dae sa die su repertoriu de tia Pasca s&#8217;est arrichidu de un&#8217;ateru fatu curiosu, chi deviat contare de frecuente, a richiesta de sas piciocas, bighinas e amigas, proite, sende chi pro issa fit bistadu un&#8217;assustu mannu e fintzas deaberu unu dannu, pro chie intendiat su contu fit ocasione de risu e bi aiat semper caliguna chi l&#8217;istuzigaiat e cheriat ischire particulares de su tzintulinu chi fit mancadu o de su chi aiat intesu suta &#8216;e manos tochende sa colora, e gai sighinde.</p>
<p style="text-align: justify;">Tia Pasca non si negaiat in su &#8216;e contare su chi li sutzediat de istrambu e nemmancu si daiat arias de tenner ite contare, issa naraiat sas cosas cun naturalesa, comente chi esserant cosas chi li capitaiant pro paga atentzione, sinde dispiaghiat e a su matessi tempus non si las cuaiat.</p>
<p style="text-align: justify;">Fit fatzile chi issa aerat nadu puru a boghe arta su chi li passaiat in mente. Una die, nachi, fit torrende a domo dae fagher cumandos e duas bighinas, chi fint a pagu tretu dae a issa, l&#8217;ant intesa nende: &#8211; Uhi, uhi, a Furicu Fiore, un&#8217;isciallu un&#8217;iscelpa totu istidu &#8216;e nieddu&#8221;!- Cuddas si sunt abbaidadas in cara pari pari, chentza resesser a cumprender ite cheriat narrer e duncas l&#8217;ant giamada e l&#8217;ant dimandadu: &#8211; Ma ite est nende, ite est custu ispantu chi tenet?-. E issa lis at nadu chi aiat bidu a Furicu Fiore, cun duas feminas bestidas de nieddu, una in isciallu e una in iscelpa, cosa chi l&#8217;aiat fata ispantare meda e fatu narrer su chi issas aiant intesu.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa zente chi teniat ocasione de bistare in cumpagnia de tia Pasca s&#8217;ispassaiat, siat pro sa sustantzia che pro su modu chi teniat nende sas cosas, e issa cussos millifatos e iscenas los ripitiat, pro passare ora, ma propiu vivindelos comente cando li fint sutzessos. E gai faghiat bistare de bonumore, chentza chircare a niunu, ne contende males anzenos, ma solu ammentende sas faddinas suas, chi issa contaiat chentza infamia e chentza gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">GLOSSARIO:</p>
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; cuzones: spazi poco ampi, delimitati da due muri che s&#8217;incontrano perpendicolarmente</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; antale: grossa lastra di pietra usata per soglia.</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; si arrennegaiat: si adirava.</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; una mata &#8216;e risu: una grande risata</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; fit atediada: era in preda all&#8217;ira.</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; s&#8217;arrennegu: l&#8217;arrabbiatura.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211; s&#8217;atediu: l&#8217;ira, la collera.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; agheju: sollecitazione negativa, fastidio.</p>
<p style="text-align: justify;">9 &#8211; andaiant pei, pei: correvano uno appresso all&#8217;altro</p>
<p style="text-align: justify;">10 &#8211; faghinde fainas de assentu: lavori da eseguire stando ferma.</p>
<p style="text-align: justify;">11 &#8211; ilbriambulos: parole senza senso.</p>
<p style="text-align: justify;">12 &#8211; tota cumprida: tutta compita e premurosa.</p>
<p style="text-align: justify;">13 &#8211; troulare de su risu: rotolare per il troppo ridere.</p>
<p style="text-align: justify;">14 &#8211; iscrita: si diceva per i fichi maturi, che avevano la buccia screpolata.</p>
<p style="text-align: justify;">15 &#8211; boghende dae tinu a mie: facendomi</p>
<p style="text-align: justify;">custu contu est istadu premiadu ocannu in Otieri cun su 4^ prèmiu</p>
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		<title>Don Bobore e-i su cane di Franceschino Satta</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 12:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Bobore, semper bene bestìu e barbifattu, fit unu bell’omine.  Artu, iscarrainzu ma forte e sanu.Non fit prus unu pizzinnu (haiat… una chimbantina ’e annos) , ma s’edade si la manteniat bene. Fit bachianu, riccu e meda cresiasticu. A sas dies notas fachiat sa comunione. Tottu sa bidda lu bantabat. Sas biùdas l’adoraban: naban chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6487" class="wp-caption alignleft" style="width: 99px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-846.jpeg"><img class="size-full wp-image-6487" title="images-8" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-846.jpeg" alt="" width="89" height="114" /></a><p class="wp-caption-text">Franceschino Satta</p></div>
<p style="text-align: justify;">Don Bobore, semper bene bestìu e barbifattu, fit unu bell’omine.</p>
<p style="text-align: justify;"> Artu, iscarrainzu ma forte e sanu.Non fit prus unu pizzinnu (haiat… una chimbantina ’e annos) , ma s’edade si la manteniat bene. Fit bachianu, riccu e meda cresiasticu. A sas dies notas fachiat sa comunione. Tottu sa bidda lu bantabat. Sas biùdas l’adoraban: naban chi fit unu tesoro.</p>
<p style="text-align: justify;"> Una borta, in su caminu, duos zòvanos fin pro si piccare a istoccadas; che suprit issu e los piccat ambos a iscavanadas, abbirgunzindelos in mesu a canta zente b’haiat. Lampu! Don Bobore non fit solu bellu e forte, ma fit peri corazosu.<span id="more-6486"></span></p>
<p style="text-align: justify;"> «Omines gai bi nd’hat pacos !», nabat sa zente. No haiat bissios: non pippabat, non zoccabat a cartas. Una tassichedda ’e binu si la bibiat cando fachiat battizos, e nde fachiat medas: lu chircaban ca fit una pessone distinta, non pro su dinare o pro sos regalos. Una borta, cada tantu, li capitabat de jocare a sa murra, gai, pro cumpiacher, non pro bissiu.</p>
<p style="text-align: justify;"> Cando podiat fachiat operas bonas. Ah, raju! Cussu l’haiat! In pacas paragulas fit un’omine comente si toccat.</p>
<p style="text-align: justify;"> Don Bobore haiat unu bellu cane. Fidele si nabat. Unu cane mannu chi pariat unu lupu.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Ah , balla!, si bantabat nande fattu fattu, &#8220;Su cane meu est una prenda . Cumprendet tottu a s’arziada ’e s’ocru . Li mancat solu sa paragula.&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> Una die , in nd’unu cojubiu, prima ’e secare sa torta, l’invitan a faveddare, a dare sos augurios a sos isposos nobos, ca issu, don Bobore, fit una pessone ischìa. Ah, no istat in contos. Si pesat rizzu, si dat un’ acconzadedda a sa grobbatta, iscudet una craschiadedda e cominzat: &#8220;Pizzinnos, trattaebos bene, ca sa bida est una furriada ’e manu. E trattae bene peri sos animales, e-i sos canes prus e prus, ca issos sun sos beros amicos fideles de s’omine. Una roba ’e furca, unu zertu Milianu, chi nde li connoschiat sas trassas, li narat:</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Don Bobò, su cane chi hat bostè, aite non l’imbiat a Casteddu?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Proite? Pro si che bocare sos ocros?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;No,no, it’est nande?! In Casteddu b’hat un’iscola inube sos canes imparan a faveddare.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;E bae! Favilarju! Non bi credo!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Eppuru est gai- sichit Milianu – Bostè ischit chi dego favulas non nde naro, e ischit c’hapo semper fattu su dovere meu. Commo, si bi cheret creder, bi credat, si nono facat su chi cheret.&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> E si candat. Sa notte , don Bobore, non resessit a tancar’ocru.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Chi bi siat? Chi non bi siat cuss’iscola?, si pessabat. &#8220;E si b’est abberu? Dego bi provo…&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> S’incras manzanu chircat a Milianu e, a pustis de tantu, l’accatat e li narat: &#8220;Si est beru su ch’has nau, custu sero andas a Casteddu chin su cane. Hapo a bier su chi faches. Ti do tottu su dinare chi ti serbit. Abbarra tranchillu. Chentu iscudos a ti la fachen?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Eh!, bostè puru!, rispondet Milianu, &#8220;Bastan chimbanta!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;No no!Chentu! Andan bene chentu. Grassias a Deus su dinare non mi mancat&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> Su sero, chin sa buzzacca prena ’e iscudos, Milianu piccat su cane e partit. Arribau a Casteddu si bendet s’animale pro pacos soddos ( ca nd’haiat dolu a l’ucchidere), si la passizat, si chenat e si che corcat. S’incras manzanu est torra in bidda. Don Bobore l’est isettande in s’istassione, pessamentosu. Milianu s’accurziat :</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Don Bobò, su cane l’han porrogau a sa moda issoro: hat rispostu a tottu sas dimandas e l’han peri postu in su primu bancu. M’han nau chi est meda abbistu e dego los hapo crèttios.&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Ah, cantu mi fachet piachere!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Si bostè bi fit istau ,haiat bidu sa festa che l’han fattu sos atteros canes. Ite li naro : una cosa ’e non creder&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> Don Bobore s’abbrazzat a Milianu, si lu basat chin sos ocros iffustos de làcrimas, nandeli : &#8220;Chi Deus ti lu pachet, frade caru&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> A pustis de unu mese, Milianu, ispesau ’e tottu, partit a Casteddu. Si l’ispassiat e torrat derettu a bidda.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Don Bobò…&#8221;, li nat appenas ghirau, &#8220;Fidele est cuminzande a cantare bellas cantoneddas: est una meraviza! Si l’ intendet, li fachet piachere. Su direttore m’hat nau a torrare a che lu picare fra una chida.&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> Don Bobore fit in su mundu ’e sos sonnios L i pariat de haer accattau sa bera felizidade. Da-e sa cuntentesa non resessiat prus a facher nudda. Contabat sas oras . Sos minutos. Appustis de tantu suffrire, arribat sa die fadada. Milianu partit e, s’incras manzanu, est torra in bidda . Falat da-e su trenu, caminat abbellu abbellu, chin sos coddos falaos comente una pessone sorta da-e su dolore, e si firmat in dainnantis de don Bobore, chi fit inibe, isettande.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;It’has?! E-i su cane?, li pedit derettu don Bobore, biendelu gai pistichinzosu.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Su cane…&#8221;,rispondet Milianu time-time, chin sa boche ’e su prantu, &#8220;su cane…l’hapo mortu!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Comente?! Has mortu su cane? Dialu sa porporella chi t’hat fattu! Bruttu fizu ’e bona mama!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’agganzat chin ambas manos a su collette ’e sa zanchetta e sichit: &#8220;Bruttu runzosu chi non ses atteru! Custa mi la pacas, miserabile!&#8221;. Milianu l’iscudet un’iscuzzinada ’e coddos, pro si liberare da-e s’istrinta chi lu fit affocande, e zubilat:</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Bostè , però, no ischit ite m’hat nau!!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;E ite t’hat nau?! Su Credo cantau chi ti nian! Risponde, cane ’e isterju! Ite t’hat nau?!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Appenas m’hat bidu m’hat muttìu a una banda e…&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Rispettosu, bidu has?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Rispettosu èja, però mi lasset narrer! M’hat muttìu a una banda e, a s’iscusiu m’hat nau : &#8211; Su mere galu si l’intendet chin sa teracca?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Su dialu sa sorte chi l’hat fattu!! Istrippile ’e Zudas! Has fattu bene a l’ucchidere. Ruffianos in dommo non nde cherjo!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"> E gai, don Bobore, si piccat a Milianu a sa brazzette, li dat un’attera junta ’e iscudos e li nat:</p>
<p style="text-align: justify;"> &#8221;Mi raccumando, non ti nde boches chin nemmos!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiladu.it/contos/don_bobore.htm">http://www.luigiladu.it/contos/</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Passioni d&#8217;infanzia: il &#8220;Cuore&#8221; di De Amicis &#8211; di Francesco Obinu</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 07:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[memoria e storia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Siccome ti piace leggere&#8230; Frequentavo la scuola da circa un anno, quando un amico di famiglia mi regalò il libro Cuore. Sapeva, naturalmente, della mia precoce passione per lettere e numeri, che già da qualche tempo mi spingeva a prendere in mano qualunque cosa li riproducesse, dai libri e giornali che si tenevano in casa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6088" class="wp-caption alignleft" style="width: 95px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images105.jpeg"><img class="size-full wp-image-6088" title="images" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images105.jpeg" alt="" width="85" height="64" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Obinu</p></div>
<p style="text-align: justify;">Siccome ti piace leggere&#8230; Frequentavo la scuola da circa un anno, quando un amico di famiglia mi regalò il libro Cuore. Sapeva, naturalmente, della mia precoce passione per lettere e numeri, che già da qualche tempo mi spingeva a prendere in mano qualunque cosa li riproducesse, dai libri e giornali che si tenevano in casa fino al calendario appeso in cucina, che tiravo giù dalla parete (questa cosa del calendario, che faceva sorridere mio padre, a mia madre proprio non piaceva, ma oggi la capisco, perché per prendere il calendario m&#8217;arrampicavo sul tavolo e perché, qualche volta, non mi limitavo a guardarlo il calendario, ma ci facevo sopra degli scarabocchi&#8230;).<span id="more-6087"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tornando al Cuore di De Amicis, era forse il dono più scelto dagli adulti che volevano festeggiare l&#8217;iniziazione degli studiosi in erba. Infatti lo accompagnava la fama di essere una delle migliori opere italiane di “letteratura per l&#8217;infanzia”. Credo che si giocasse il primato con il Pinocchio di Collodi, anche se non mancavano i competitor stranieri (un paio d&#8217;anni dopo a mia sorella regalarono le Fiabe di Perrault).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1155.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6089" title="images-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1155.jpeg" alt="" width="92" height="138" /></a>In un certo senso, gli adulti si “fidavano” del Cuore, perché attraverso le sue pagine De Amicis sciorinava tutto il campionario delle virtù, dei buoni sentimenti e dei comportamenti esemplari che ogni fanciullo doveva tenere presenti per crescere rettamente. E poi i protagonisti del libro sono gli alunni di una classe elementare, e sono ragazzini pure i protagonisti dei racconti che quegli alunni leggevano a scuola. E infine, non si poteva certo trascurare il “consiglio per gli acquisti” dato dallo stesso autore nella premessa: «Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d&#8217;un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d&#8217;una scuola municipale d&#8217;Italia. Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l&#8217;abbia scritta propriamente lui, tal è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, in fin d&#8217;anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v&#8217;aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene».</p>
<p style="text-align: justify;"> Non so se mi abbia fatto del bene, ma mi piacque. Il mio Cuore era l&#8217;edizione Malipiero del 1972, faceva parte della collana “Gli Aristolibri” ed era illustrato dai disegni del pittore Giuseppe Castellani, alcuni a colori, altri in bianco-nero, che raffiguravano i momenti topici dei diversi episodi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2123.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6090" title="images-2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2123.jpeg" alt="" width="105" height="150" /></a>Tra tutti i racconti forse mi colpì maggiormente Dagli Appennini alle Ande, la storia di Marco, il ragazzino genovese partito alla volta dell&#8217;Argentina per ritrovare la madre emigrata per lavoro, della quale non si avevano più notizie da molto tempo. Mi rapiva quella narrazione del tempo e degli spazi dilatati, i ventisette giorni di viaggio attraverso l&#8217;immenso Atlantico «tutto acceso come un mare di lava» e avvolto tra «quei meravigliosi tramonti dei tropici, con quelle enormi nuvole color di bragia e di sangue». Mi incuriosiva l&#8217;immagine di luoghi remoti e ignoti, Buenos Aires e le sue vie di case bianche e basse che «fuggivano diritte a perdita d&#8217;occhio, tagliate in fondo dalla linea diritta della sconfinata pianura americana»; il fiume Paranà, «rispetto al quale il nostro grande Po non è che un rigagnolo»; Rosario, Cordova, Tucuman&#8230; E l&#8217;inseguimento, che sembrava senza fine, della famiglia Mequinez, presso cui la madre di Marco lavorava a servizio, provocava dentro di me una sensazione di crescente attesa. Seguivo quasi con apprensione l&#8217;altalena frenetica degli stati d&#8217;animo, la speranza, la tristezza, l&#8217;angoscia, di nuovo la speranza e poi ancora le paure angoscianti sovrapposte alla sofferenza fisica, la gioia tante volte soffocata dal dolore nel petto del bambino, timoroso di non rivedere più sua madre quando pensava, invece, d&#8217;averla ormai raggiunta. E, in parallelo, lo sconforto della donna, caduta malata e ormai convinta di morire senza avere più notizia della sua famiglia e del piccolo Marco.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, nascosto dietro questo fitto intreccio di laceranti contraddizioni, mi apparve il lieto fine, sperato ma mai indovinato, incerto fino all&#8217;ultima riga del racconto: Marco riesce a trovare la madre e lei, rivedendolo, ritrova la voglia di vivere, la forza e il coraggio di affrontare l&#8217;operazione chirurgica che la salverebbe dalla morte&#8230; Ma, aspetta, ancora un grido straziante di dolore della donna e Marco che urla disperato: «Mia madre è morta!»&#8230; Il medico che ha operato esce dalla stanza: «Tua madre è salva».</p>
<p style="text-align: justify;">Wow! Liberi tutti!</p>
<p style="text-align: justify;"> Valori. Crescendo, ho imparato a vedere il Cuore da prospettive nuove, che il bambino non poteva immaginare. Intanto ho potuto dare una spiegazione “scientifica”, diciamo così, al trasporto “emotivo” provato dal bambino per quei racconti. De Amicis era manzoniano, il suo modo di scrivere dunque rifletteva l&#8217;eleganza stilistica e la forza descrittiva del maestro, che avevo apprezzato più tardi, leggendo I promessi sposi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, ho potuto riflettere sui contenuti. L&#8217;amore filiale, l&#8217;amore genitoriale, il coraggio e lo spirito di sacrificio per una giusta causa, la bontà d&#8217;animo, l&#8217;altruismo, l&#8217;onestà&#8230; Le pagine del Cuore sono come una galleria di quadretti esemplari che ritraggono i buoni sentimenti. E, certo, chi negherebbe che quelli appena elencati lo siano?</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, c&#8217;è anche qualcos&#8217;altro nel Cuore. Ad esempio, siamo tutti d&#8217;accordo (credo) che il riguardo per il prossimo sia un valore e che lo sia (così è per me) sulla base dell&#8217;uguale dignità umana che ci accomuna. Leggete, però, il “quadretto” de Il ragazzo calabrese, il quale arriva nella scuola torinese e viene introdotto fra i suoi nuovi compagni di classe: «Vogliategli bene – si raccomandava il maestro con gli alunni – in maniera che non s&#8217;accorga di essere lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli». E aggiungeva: «Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore».</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo calabrese, insomma, merita il rispetto dei ragazzi torinesi perché anch&#8217;egli è “italiano”. È un messaggio, questo, che non poggia sul sentimento universale di humanitas, ma su quello particolare dell&#8217;appartenenza nazionale. È un messaggio politico. Mi rendo conto che per De Amicis, cantore di un&#8217;Italia fatta da poco tempo e con gli Italiani ancora da fare, il patriottismo e il nazionalismo fossero valori assoluti, da radicare nella società. Io, però, non posso fare a meno di considerarli come valori “relativi”, che possono essere addirittura distorsivi (specialmente il nazionalismo) del corretto processo formativo giovanile. Ancora di più ai tempi nostri, che, secondo me, non possono più essere quelli delle piccole patrie e delle tante bandierine.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcos&#8217;altro, ancora. De Amicis, il quale fu anche un soldato, esalta il mondo militare, probabilmente sulla scia di quella retorica e di quella poetica ottocentesca che, in tutta Europa, declamavano l&#8217;eroismo guerriero e la suprema “bellezza”, la desiderabilità addirittura, della morte in battaglia. I “bei soldati” del Cuore sono magnificati come super-uomini di “eleganza ardita e sciolta”, “rosei e forti” oppure “bruni, lesti, vivi”, che passano “superbamente” come “ondata d&#8217;un torrente nero”, con “gli elmi al sole”, le “lance erette”, le “bandiere al vento”, “sfavillando d&#8217;argento e di oro”, pronti a morire per la patria e ad inscenare il macabro spettacolo di una terra “coperta di cadaveri e allagata di sangue”. Uno spettacolo che doveva suscitare un “evviva all&#8217;esercito” più profondo e convinto, un&#8217;immagine dell&#8217;Italia “più severa e più grande”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-396.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6091" title="images-3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-396.jpeg" alt="" width="76" height="106" /></a>E non voglio dire del Tamburino sardo, dell&#8217;impiego dei bambini nella guerra, che viene presentato senza una nota di vera disapprovazione, quasi fosse ancora un fatto normale (eppure De Amicis era un uomo del XIX secolo, non del Seicento!). Non voglio dire della Piccola vedetta lombarda, che prima di essere un ragazzo strappato alla vita nel fiore degli anni, era un ragazzo «morto da soldato», meritevole degli onori militari e di essere avvolto nella bandiera tricolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Come il nazionalismo, il militarismo non è, per me, un valore. Pur con tutto questo, anzi, anche per tutto questo, continuo a considerare il Cuore un buon libro. Perché ha contribuito, anch&#8217;esso, a stimolare il mio pensiero critico.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, forse posso dirlo: sì, mi ha fatto del bene, il Cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Cassa Manna di Giancarlo Secci</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 15:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[“Seus perdendi tempus” at nau tziu Cralinu. “Funt tres domìnigus chi seus perdendi tempus.” Inchietu at scavulau su fusili a terra. S’est sètziu in d’una sida de linna frisca chi iat segau a mengianu e at allonghiau is cambas. Tziu Cralinu fut fradili de babbu. Femus impostaus in su padenti d’Escalepranu, e abetàmus chi passessint [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//giancarlo_secci.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5500" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//giancarlo_secci-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>“Seus perdendi tempus” at nau tziu Cralinu. “Funt tres domìnigus chi seus perdendi tempus.” Inchietu at scavulau su fusili a terra. S’est sètziu in d’una sida de linna frisca chi iat segau a mengianu e at allonghiau is cambas. Tziu Cralinu fut fradili de babbu.</p>
<p style="text-align: justify;">Femus impostaus in su padenti d’Escalepranu, e abetàmus chi passessint sirbonis. Deu femu unu cumbidau de sa cumpangia de cassa. Fiant tres domìnigus chi abetamus de biri unu sirboni. Atesu s’intendiant is tzèrrius de is canaxus.<span id="more-5499"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“Creu chi sa cosa siat andada diversamenti s’annu passau” apu nau deu. “Oghinò mi sbàliu?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ti sbàlias, nou” tziu Cralinu at nau. “S’annu passau in cuàturu dis de cassa iaus mortu sa bellesa de otu sirbonis. Unu fut longu prus de duus metrus. Fiat mannu e nieddu e tzuddosu e is allus faiant timi. Pariat unu dimoniu cun is allus, pariat! Su pegus prus bellu chi deu apa mai biu!”</p>
<p style="text-align: justify;">In d’unu fundu de moditzi apu arremau sa scupeta cun is cannas faci a celu e de una busciaca nd’apu bogau su pachetu de is sigaretas.</p>
<p style="text-align: justify;">“A fumat, sa martzei?” apu pregontau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Gràtzias” at nau tziu Cralinu. At allonghiau sa manu.</p>
<p style="text-align: justify;">Tziu Cralinu at pigau sa sigareta e abellu dd’at fata furriai intra de duus didus. De un oru ndi est bessiu unu pagheddu de tabacu. Tziu Cralinu at spitzigau su trinciau e s’est postu sa sigareta in buca.</p>
<p style="text-align: justify;">Eus allutu.</p>
<p style="text-align: justify;">“A scurigradoxu seus andaus a ingìriu po bidda cun is sirbonis apicaus a fustis de ollastu” at nau tziu Cralinu. “Cussu longu duus metrus dd’emus postu ananti de totus. Sa genti ddu castiàt spantada. Nemus iat mai biu unu sirboni deaici bellu e mannu e tzuddosu. Bisongiàt a nci essi. Madonna, si bisongiàt a nci essi!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Babbu fatuvatu ndi arrexonat” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">Tziu Cralinu, castiendi atesu, at spudau su fumu in is cambus folludus de sa posta.</p>
<p style="text-align: justify;">“A babbu tuu, sa cassa manna non dd’est mai pràxia” at nau. “Ddi praxiàt de prus a giogai a cartas. Nisciunus ddu podiat binci gioghendi a cartas. Binciat issu sceti!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non m’at imparau mai a giogai a poker” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Su poker non est uno bellu giogu” tziu Cralinu at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Issu, mancu ndi bollit chistionai” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“M’arregordu de una borta” at arrisu tziu Cralinu. “Sa borta chi fiaus a Santa Luxia de Serri, a sa fiera de bestiàmini. Babbu tuu gioghendi a cartas iat bintu unu giuu!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu sciemu” deu apu nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Su fillu de su meri, scedau, si fut postu a prangi” at aciuntu tziu Cralinu, arriendi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Su fillu fiat unu pipiu?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Nou, un’òmini mannu!” At studau sa sigareta in sa crapita e si nd’est pesau.</p>
<p style="text-align: justify;">Tziu Cralinu fut artu, grassu, arrùbiu in faci, totu scrabionau e cun sa barba de una cida. Bistiat giacheta e carzonis de peddi e portàt una pariga de ulliereddas in su nasu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Is canaxus non s’intendint prus” at nau. Si fut incrubau po pigai su zàinu e su fusili.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ant acabau?” deu apu pregontau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Podeus torrai” tziu Cralinu at nau. “Ant acabau. Immoi podeus torrai.”</p>
<p style="text-align: justify;">Si fut moviu. Deu puru apu arregortu su fusili.</p>
<p style="text-align: justify;">“Scarrigaddu” m’at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sissi” deu apu nau. Apu scarrigau su fusili e cun is cannas a coddu ddu apu sighiu.</p>
<p style="text-align: justify;">Caminendi abellu in d’unu morixeddu de padenti, seus lòmpius a unu giassu sentza de matas. Ingui cumentzànt is cungiaus seminaus a trigu e a fai e a atru lori. Non si biiant bingias.</p>
<p style="text-align: justify;">Eus sighiu a calai fintzas a agatai s’arriu. S’àcua de s’arriu fiat scuriosa e bascia ma infrusada e faiat molinadas po is perdas chi apillànt. In is orus nci fiant matas de lionaxu e de moditzi. Is matas de lionaxu lassànt pendi is cambus in s’acua.</p>
<p style="text-align: justify;">Eus passau s’arriu sartiendi de perda in perda e seus artziaus in d’unu cùcuru i eus pigau una caminera chi portàt a su furriadroxu. Nci fiat ancora unu pagu de luxi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tziu Cralinu afannàt e dònnia tantis si firmàt.</p>
<p style="text-align: justify;">“Seus perdendi tempus” tziu Cralinu at nau a iss’e totu, santziendi sa conca.</p>
<p style="text-align: justify;">“Crasi puru est festa e si podit cassai” apu nau deu. “Fustei at a biri chi crasi ‘e mengianu at a bandai mellus.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Crasi ‘e mengianu cambiaus logu. Provaus a palas de su monti, in su benatzu.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Is sirbonis bessint a papai adenoti?” deu apu pregontau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Adenoti no fait a cassai” at nau tziu Cralinu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu sciu&#8230;” apu nau deu. “Bolemu nai sceti&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">Seus arribaus acanta de sa domu. Unu fumu nieddu bessiat de su fumaiolu. Tziu Cralinu at obertu sa ecca po passai e dd’ at torrada a serrai luegu po su bestiàmini. Sa terra fiat totu tancada a cresura o a muru o a figumorisca. Si seus acostiaus a sa domu e de sa porta scarangiada si biiat su fogu cun sa frama arta. A ingìriu de sa ziminera nci fiant una dexina de òminis. Fiant setzius citius castiendi su fogu e megànt de si callentai. Seus intraus e tziu Cralinu at saludau cun d’unu acinnu de conca.</p>
<p style="text-align: justify;">“A totus!” at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Saludaus!” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Saludi!”</p>
<p style="text-align: justify;">“A totus!”</p>
<p style="text-align: justify;">“A bosatrus!”</p>
<p style="text-align: justify;">Eus stuau is carrigheras apitzus de sa mesa e is fusilis e is zàinus in d’un’ oru de s’aposentu. Tziu Cralinu si nd’est bogada sa giacheta e dd’ at scavulada in d’una cadira. At aciapau un’atra cadira e s’est sètziu ananti de sa mesa. Fiat una mesa bècia fata de taulonis aciuntus e in pitzus nci fiat una cracira prena de àcua, botillionis bùidus, tassas e cafeteras de liàuna, bustas de pani.</p>
<p style="text-align: justify;">Deu mi seu acostiau a sa ziminera. In sa ziminera nci fiat unu bellu fogu.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa domu fut fata de un’aposenti sceti, cun is murus sentz’arrebussu, frida che una ghiacera. De is bigas de sa bovida pendiant tragavenus e marras e marronis e truddas e fracis po messai e atras ainas de traballu. Sa mesa fiat in mesu de s’aposentu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Depeus cambiai logu” at nau tziu Cralinu a boxi arta, arremanghendusì is manigas de sa camisa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Serbit?”at arrespostu un’òmini sètziu ananti de su fogu. “A ita serbit, Cralinu?” S’òmini non si fut furriau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Podeus provai” at nau tziu Cralinu. “Ita eus de perdi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“No serbit a nudda” at nau un’atru. Custu si fut furriau. Iat una faci arrùbia comenti sa de tziu Cralinu e fiat scucau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Invecis tenit arrexoni Cralinu” at nau un’atru, fumendi acotzau a sa ziminera. “No eus de perdi pròpiu nudda.”</p>
<p style="text-align: justify;">“A ita serbit, mi nau deu?” at sighiu su primu, sèmpiri chentza de si furriai.</p>
<p style="text-align: justify;">“O piciocus, est una vida chi bandu a cassa!” at nau tziu Cralinu, spasientziau. Nemus at aciuntu atru.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuàturu òminis s’indi funt artziaus e si funt setzius a faci a tziu Cralinu. Tziu Cralinu si ndi est bogau is occhiali e at imbarau is bratzus a sa mesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deu apu pigau una cadiredda mi seu sètziu ananti de sa ziminera. Apu allonghiau is peis e apu spraxiu su pramu de is manus po arreparai sa faci de sa frama. Is crapitas po su calori ant cumentzau a bogai fumu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Funt sciustas” m’at nau una boxi de a palas. Fiat sa boxi de unu bèciu. Mi seu furriau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu sciu” apu nau deu. Su bèciu, strantaxu, mi castiàt.</p>
<p style="text-align: justify;">“Scrutzadì” su bèciu at nau, garbosu.</p>
<p style="text-align: justify;">“M’at a cumbènniri” apu arrisu deu. “Gratzias.”</p>
<p style="text-align: justify;">Is umbras mannas de totus baddànt a palas, in sa bovida e in su muru. Ananti, in artu, nci fiat una ventana cun d’una inferriada larga. Asuta de sa fentana nci fiant apicaus duus palinis e una crobeda. Palinis e crobeda fiant bècius e impruinaus. Is antas de sa ventana fiant acostadas.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi dispraxit po tui, fillu miu!” m’at nau su bèciu. “Ddu scieus chi ses bènniu po custu.”</p>
<p style="text-align: justify;">Su bèciu si fut imbarau a sa ziminera. Iat una berrita niedda cracada in is ogus comenti de medas pastoris e po castiai deretu depiat artziai su tzugu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Est de diora chi bolemu benni” deu apu nau. “Ndi funt passaus de annus!.”</p>
<p style="text-align: justify;">Su bèciu at arrisu. Staiat diaici e mi castiàt, cìrdinu e atzicorrau, fumendi unu mesu tuscanu. Fumàt su tzigarru a fogu a intru.</p>
<p style="text-align: justify;">“Su tempus passat” at nau su bèciu, santziendi sa conca.</p>
<p style="text-align: justify;">“Diaderus.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Bolat e non si nd’acataus!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Diaderus.”</p>
<p style="text-align: justify;">Su bèciu at arremau su tzigarru in su contonali de sa tziminera e s’est incrubau. At atzitzau su fogu e at aciuntu linna sicada. Su fogu at tzacarriau. Apitzus de sa tziminera fiant apicaus tianus e sartànias de arràmini e schidonis de ferru. S’arràmini de is strexus fiat nieddu e is schidonis fiant arruinaus.</p>
<p style="text-align: justify;">“Est deaici” deu apu nau. “ Est pròpiu deaici. Su tempus passat e unu non si ndi acatat. Funt passaus is annus sentza chi mi ndi acatessi. Candu iaus lassau sa bidda emu sceti trexi annus.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Fiast unu pipiu” su bèciu at nau aciungendi atra linna.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu sciu” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“A nosu dispraxit meda” at nau su beciu. “Nci dispraxit po tui. No fiat mai sutzediu de abarrai tres dis sentza de pigai unu sirboni.”</p>
<p style="text-align: justify;">“No mi nd’ importat nudda!” deu apu arrisu. “Mi ndi depit importai cancuna cosa?”</p>
<p style="text-align: justify;">Su bèciu at arrisu. At allonghiau una manu e de su stanti at pinnigau unu frascu de binu biancu. Ddu at stapau e mi ddu at aportu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bufa!” at nau su bèciu. “Est de propriedadi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Deu mi ndi seu pesau po pigai su frascu. Ddu apu aguantau cun is duas manus.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bonu proi!” apu nau deu, castiendimì a ingìriu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bufa comenti fessit una cubedda!” at arrisu su bèciu. Is òminis sètzius ananti de su fogu ant arrisu impari.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vita!” at nau s’omini scucau.</p>
<p style="text-align: justify;">Apu bufau a bruncu e apu strexiu cun su pramu de sa manu su tutùrigu de su frascu e ddu apu passau a unu cun sa barbeta incispiada sètziu acanta de mei.</p>
<p style="text-align: justify;">“Saludi!” at nau s’òmini cun sa barbeta. At bufau e at fatu tzacai sa lingua. S’est strèxiu sa barbeta cun s’imbressi de sa manu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma est spuntu!” at nau, sèriu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Spuntu as a essi tui, calloni tontu!” at nau su bèciu. “Lassandi a is atrus puru!”</p>
<p style="text-align: justify;">S’òmini cun sa barbeta at castiau su bèciu e at donau un’atra acirrada.</p>
<p style="text-align: justify;">“Est spuntu!” at nau ancora prima de passai su frascu. Su frascu at cumentzau a passai de s’unu a s’atru. Onniunu bufàt e ddu strexiat e ddu passàt.</p>
<p style="text-align: justify;">“Saludi!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Bivat!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Bonu proi si fatzat!” at nau su bèciu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non biu a Pissenti e a Antoni” apu intendiu nai a tziu Cralinu de sa mesa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non funt ancora torraus” at nau s’òmini cun sa barbeta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ant a essi benendi” at nau s’òmini de sa faci arrùbia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Funt a furriai su bestiàmini” su bèciu at precisau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Comenti arribant papaus unu buconi totus impari” tziu Cralinu at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Calentaus sa petza de mesudì” at nau su bèciu. “Ndi est abarrada mesu sciveda.”</p>
<p style="text-align: justify;">Pissenti e Antoni fiant fradis e fiant is meris de sa domu e de sa tanca e de su bestiàmini. Dònnia annu cumbidànt sa cumpangia de cassa in sa masoni insoru.</p>
<p style="text-align: justify;">Su bèciu at spicau unu palini de su muru e ddu at scutulau. S’est acostau a sa mesa. At sbuidau su pani de duas bustas e at sterriu su paperi in su palini. At segau is moditzosus a fitas e at pinnigau is fitas in su palini.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu arridaus” m’at nau su beciu candu fut torrau. “Ti praxit su pani arridau?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi praxit meda” deu apu nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu eus a papai cun casu arrustiu” su beciu at nau, mussiendi su tzigarru. “Ti praxit su casu arrustiu?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi praxit de prus” apu arrisu deu.</p>
<p style="text-align: justify;">A pusti-cenau medas si ndi fiant andaus. Fiaus abarraus sceti in cuàturu: tziu Cralinu, su beciu, unu nebodi de su beciu e deu. Antoni e Pissenti, cun is canis avatu, prima de nci bessiri iant nau unas cantu cosas a su bèciu. Su bèciu cun su nebodi abillànt sa domu e su bestiàmini.</p>
<p style="text-align: justify;">“Su tallu est acorrau” at nau Pissenti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Adiosu” Antoni at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“A crasi” at nau tziu Cralinu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bandai cun Deus” su bèciu at nau.</p>
<p style="text-align: justify;">Si fut intendia sa màchina partiri. Is canis a tzaulus dda iant sighia po unu tretu.</p>
<p style="text-align: justify;">Deu seu bessiu aforas e apu pisciau a su scuriu, in d’un’oru, atesu de su tira de luxi chi ghetàt sa porta oberta.</p>
<p style="text-align: justify;">Apu castiau su celu. Mi fut partu meda prus pagu carriau de nuis. Apu ascurtau su entu fridu chi sulàt atesu, in mesu de is matas de padenti. A ingìriu non si biat nisciuna luxi.</p>
<p style="text-align: justify;">Candu seu torrau a intrai apu biu ca iant giai stesiau sa mesa e sterriu is stoias acanta de su fogu. Su bèciu e su nebodi ant acotzau unu truncu mannu in sa ziminera. Tziu Cralinu nd’at studau sa luxi e s’est setziu ananti de su fogu. Cun d’una pèrtia at bogau braxa e s’est scurtzau e at allonghiau is peis. Non si fut bòfiu sterri. In s’aposentu nci fiat sceti sa luxi de su fogu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Est ìlixi” m’at nau su beciu. “Fait una bella braxa. Su fogu at a tenni totu sa noti.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Bona noti!” apu nau deu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Circa de dromiri” tziu Cralinu m’at nau. “Est giai tradu.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Dromi cun Deus!” at nau su beciu allonghiendisì in sa stoia.</p>
<p style="text-align: justify;">Deu mi seu scurtzau e apu pinnigau sa giacheta po dda ponni comenti de cuscinu. Su bèciu luegu at cumentzau a surruschiai.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi seu stèrriu in sa stoia cun is peis faci a su fogu e seu abarrau cun is ogus obertus a su scuriu a castiai is truncus de znibiri chi curriant nieddus in sa bovida.</p>
<p style="text-align: justify;">A s’incrasi si ndi femus pesaus chitzi, meda prima de obresci. Deu femu totu indoliu de su frius. Su bèciu iat giai fatu su cafei. Ddu iat fatu po totus, fintzas po icussus chi depiant arribai. Iat fatu is tres cafeteras mannas.</p>
<p style="text-align: justify;">In foras eus intèndiu is canis tzaulai. Unus a unus is cassadoris megànt de arribai. Su nebodi de su beciu iat ghetau unu tzerriu po ddus fai intrai.</p>
<p style="text-align: justify;">“No ddu cumprendint chi su cafei è bonu callenti?” at nau su piciocheddu, murrungia murrungia. Si biat chi fut unu piciocheddu scidu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si ti benit a tiru unu sirboni, sparaddu a conca!” m’at nau su beciu. Si fut incrubau in sa tziminera po atzitzai su fogu. In is dentis grogus stringiat su tzigarru studau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu apu a sparai in mesu de is ciorbedus!” deu apu nau, bufendi su cafei.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si ti benit unu muvroni a tiru, sparaddu acitotu!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu apu a morri cun d’unu corpu!” deu apu arrespustu, prexosu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Unu bellu mascu de murva balit unu sirboni” at nau su bèciu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ddu apu a pigai in mesu de is corrus” deu apu nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Connòsciu a babbu tuu” at nau su bèciu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Seu abarrau in bidda fintzas a catòdixi annus” deu apu nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Apu connotu puru a ajaju tuu” at nau su bèciu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Fuant medas annus chi no torramu a bidda” deu apu nau.</p>
<p style="text-align: justify;">“Immoi bai” at nau su bèciu. “Bai in bonora!”</p>
<p style="text-align: justify;">Deu femu giai bestiu. Apu pinnigau su fusili e nci seu bessiu aforas. Is cassadoris, a su scuriu, megànt de detzidi aundi andai e ita fai. E deaici totus tzerriànt. Is òminis tzerriànt e is canis tzaulànt. Tziu Cralinu tzerriàt prus de totus. Deu abetendi in d’unu oru mi seu allutu una sigareta.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiladu.it/contos/cassa_manna.htm">http://www.luigiladu.it/contos/cassa_manna.htm</a></p>
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		<title>Abramu de Mario Nurchis</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 16:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[A pois de s’aer basadu sa mama, Abramu carignat su cavanu ‘e sa sorre: -No nd’isco cando torro ma tue lassami su mandigu mi…- E Antonicca:- Ehi, eh! A nde ‘attire siat, ciau…- Abramu est su minore de tres fradres. Sos pius mannos sun for’e’ idda, cogiuados, unu in continente e s’atteru in Olbia. Dae [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-128.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5212" title="Unknown-1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-128.jpeg" alt="" width="92" height="118" /></a>A pois de s’aer basadu sa mama, Abramu carignat su cavanu ‘e sa sorre: -No nd’isco cando torro ma tue lassami su mandigu mi…- E Antonicca:- Ehi, eh! A nde ‘attire siat, ciau…-</p>
<p style="text-align: justify;">Abramu est su minore de tres fradres. Sos pius mannos sun for’e’ idda, cogiuados, unu in continente e s’atteru in Olbia. Dae cando su segundu at lassadu sa familia est toccadu a isse e a sa sorre a bistare in domo a tribagliare. Antonicca no est ne bella ne fea ma meda ‘irgonzosa. <span id="more-5211"></span>Meda giovanos l’aian chircada a su tempus giustu ma issa si fit retirada comente faghet sa monzitta e-i como, a barant’annos lompidos chie la cheret pius? S’annu passadu fit capitadu unu battìu tzaramontesu chi aiat chimbe fizos già mannitos e l’aiat pedida arrejonende cun sa mama, ma comente fit ischida sa cosa de chimbe fizos mascios de accudire e de tribagliare comente una teracca in duna domo anzena e luntana non si nde fit fattu nudda. E gai Antonicca est diventende che una monzitta sizillada. Issa aiat sempre tribagliadu in domo ma como li toccat puru de attenscionare a sa mama chi est malaida de una maladia fea. Mamma Cisca est a lettu dae sette meses et est peorende ca mandigat pagu pagu et est sempre a dolores.</p>
<p style="text-align: justify;">Puru si calchi nue imbarat ancora a s’avreschida sa die impromittit tempus bellu e Abramu, garrigu de buscias e saccos si l’avviat a pes in sas baddes pessende chi at a esser die ‘ona pro sa chirca ca at pioppidu duas dies de sighida e gioga e coccoide essin a mandigare fozas martzidas e gai.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramu est un’omine de barantaghimbe annos, lanzu ma forte, altu pius de sa media de ‘idda, cun dunu passu lenu ma seguru. Nisciunu l’at mai ‘idu bestidu ‘e festa ma in totta sa pessone tenet un’ispetzia de dinnidade arcana.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiat fattu sas iscolas a fadiga, tantu pro imparare a leggere e iscriere ma non legget ne iscriet. Sas cosas las cumprendet a bolu e aiscultat puru sas pessones mannas e minores e meda zente li pedit cossizos.</p>
<p style="text-align: justify;">Isse est meda bravu a pudare sas alvures de olìa e a las ispurgare. A inferchire giaman a isse cando b’at de fagher binza noa e cando sos atteros non bi sun resessidos, ispetzia cun sa figu, su pessighe, s’arantzu e-i s’olia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una femina lu cheriat e como puru lu cheret. Est malaida ‘e coro, lanzitta e bellighedda, totta chegia e domo, meda brava a fagher su pane. Ogni tantu Abramu falat a domo sua cun s’iscuja de agiuare su babbu in meda faìnas e a inferchire piantigheddas ma non si frimmat mai a bustare puru si su babbu lu cumbidat. Calchi orta però imbarat a leare una tatzighedda’e gaffè chi Nannedda li faghet e gai faeddan de su tempus e de sa zente de carrela. Calchi abbaidada, calchi suspiru ma niente carignos ne basos. A Pasca e a Nadale sos basos a cavanos, nudd’atteru. Pro cussu in bidda los giaman “sos isposos impromissos”.</p>
<p style="text-align: justify;">Su lùmene sou est Luisi ma totta sa ‘idda lu giamat Abramu de paralùmene ca nachi Deus lu faeddat e isse repondet a boghe alta comente a una pessone. Nisciunu però lu leat de maccu ca est bonu e tranchillu e salutat a dresta e a manca tocchendesi sa berritta. Non faghet male a nisciunu e antzis, si calicunu at bisonzu isse l’agiuat comente frade.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa zente aìat comintzadu a lu giamare Abramu dae cando aiat deghessett’annos e-i su babbu l’aìat cumandadu de occhire pro Pasca un’anzoneddu chi aìat mandigadu s’erva in su cortile a su mancu pro bindighi dies. Luisi si che fit affrissionadu, medas bortas lu leaìat in bratzos e si l’asaìat faeddèndeli comente faghet un’airveghe. Aìat passadu medas oras a su bortadie pro l’accudire e lu carignare comente a unu fradigheddu. Cussa die de su cumandu aìat leadu sa leppa e preghende a mesa ‘oghe si fit imbenujadu cun s’anzoneddu inter sos benujos e, comente l’aìat boltadu sa conca pro li segare sa ‘ula, s’animale l’aìat abbaidadu cun s’oju imbambarradu e una ‘oghe dae chelu l’aìat nadu: -Lassalu ‘iu! Non ti cherzo manciadu ‘e sambene…-. Luisi si fit postu a pianghere, aiat remunidu sa leppa, e imbenujadu chi fit pregaiat abbratzendesi a s’anzoneddu. Su babbu ettottu, bidende su fizu chi li contaìat cussa cosa ‘e chelu pianghende, aìat detzisu de salvare s’anzone. Dae cussa die s’animale fit crèschidu, e fattu mannu, a sos tres annos giòmpidos, aiat dadu proa de berrile de ratza, e gai aìat fattu ‘alanzare ‘inari meda a sa familia cando fit bèndidu a unu professore de s’universidade.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramu andat a chegia dogni domìnigu, si ponet affacca a s’abbasantera e cumprendet bene tottu cussu chi narat su preìderu e dogni cosa chi imparat li che falat in coro fattèndelu cuntentu. Sa fide chi tenet lu faghet sentimentosu, prontu a su tribagliu e a servire sos atteros, mescamente sos bisonzosos. Isse non lassat passare una die chena faghere calchi cosa pro domo. In dogni tempus at chircadu sempre peri sos campos abbertos, in sas cresuras, in sos montes e in sas baddes e no est mai torradu a manos boidas. Pro isse no est unu misteru su tempus e su logu de su cugumeddu, de s’isparau, de sa tzicoria e de sa ‘eda ma cussu chi li piaghet de pius est a chircare gioga, coccoide, monza e gioghitta. Andende chitto e torrende a s’intirinu, a bortas umpet buscias e saccos, e, si non bi la faghet, lassat meda garrigu dae calchi amigu de campagna e a s’incras si lu leat. Medas bortas, cando sas bessidas sun fortunadas, bi essin zoronadas pius balanzosas che in àtteros trabaglios. Sa sua est un’arte. Isse connoschet sas campagnas comente domo sua e ischit a ue si ponet sa gioga e indovinat sa pedra chi ’ortulada at su coccoide.</p>
<p style="text-align: justify;">Daghi Abramu est giompidu a su logu chi no aìat visitadu da un’annu s’abbizat chi gioga e coccoide bi sun a disgrascia. -Una cosa de non creere! -. Narat Abramu tottu cuntentu,e in presse comintzat a coglire e a ponner in sas bustas e cumprendet chi a zigu at a bastare su manzanu pro nde leare un’atteru tantu. –Duas zoronadas bi ‘essin de seguru!-. Li ‘essit a boghe alta, e pessat de ‘endere tottu a tiu Battista chi cras faghet su viaggiu a Tàtari. Umpidu tottu su chi podet, est guasi mesudie cando detzidit de falare a bidda e, pasendesi donzi chimbanta metres est cuntentu che paba, solu chi…e cun duas lagrimas mannas isconchinat pro su dispiaghere de agattare in domo sa mama a lettu cun cussa maladìa chi non perdonat a nisciunu. Ma a una pasada, accò chi intendet sa ‘oghe amiga: -Abramu!-. E isse:- Narami Deus -. E-i sa ‘oghe:- A mi lu das tottu su chi as coglidu?- E Abramu: -Ma tue no nde mandigas de gioga…-. E-i sa ‘oghe <img src='http://www.angelinotedde.com/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':-D' class='wp-smiley' /> eo nono, ma sos piseddos de Mintoi, sos betzos de s’Adde mùrina e sos pòberos de Pedra ruja an fàmine dae medas dies…-E Abramu: &#8211; Segnore meu, su chi cheres, su chi cheres…Como chi bi passo lasso tottu a sos pòberos e cando torro a su bortadie tottu cussu chi agatto bi lu giutto torra -. E-i sa ‘oghe :-Abramu, ti beneigo, bae in paghe -. Sa Pedra ruja est affacca e, a pois de s’Adde mùrina, s’agattat a mesudie e mesu dae Mintoi, a s’intrada ‘e ‘idda, e isboidende unu saccu pienu ‘e coccoide, sa fèmina li narat a mesa ‘oghe:- Deus ti lu paghet Abrà, Deus ti lu paghet…Saludos in domo mi…-. Abramu si tuccat in presse a domo ca tenet fàmine ma, lòmpidu chi est in sa carrela sua, bidet meda zente in su giannile ‘e domo e ‘idet bessire sa mama abboghinende:-Meràculu, meràculu! Naràdelu a su rettore e a totta sa ‘idda chi so sanada!-. Abramu si frimmat abbaidende s’iscena. Sos benujos li che falan in terra e, a conca bascia, ringratziat a Deus pianghende. Cando si ficchit, s’agattat a sa sola in s’istradone ca totta sa zente umpar’ a mama Cisca est pigada in carrel’e piatta pro ‘intrare a chegia.</p>
<p style="text-align: justify;">A passu istraccu si ch’intrat in domo, si sàmunat sas manos e sa cara e si setzit a bustare fattèndesi sa rughe.</p>
<p style="text-align: justify;">ABRAMU- menzione al Màskaras di Terralba 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiladu.it/contos/abramu.htm">http://www.luigiladu.it/contos/abramu.htm</a></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Novella ad una figlia, ad una nipotina negata &#8211; di Ange de Clermont</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 18:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[A mia nipotina Beatrice T. Il tuo nome potrebbe essere Beatrice, Alice, Marta o Maria, non importa. Chiunque voi siate avete in comune una ferita anzi più ferite, quella del padre e dei nonni negati. A voi non è dato come a molti fanciulli o adolescenti di frequentare e di specchiarvi negli occhi dei vostri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">A mia nipotina Beatrice T.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-565.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4611" title="images-5" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-565-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il tuo nome potrebbe essere Beatrice, Alice, Marta o Maria, non importa. Chiunque voi siate avete in comune una ferita anzi più ferite, quella del padre e dei nonni negati. A voi non è dato come a molti fanciulli o adolescenti di frequentare e di specchiarvi negli occhi dei vostri padri e nonni. Madri tiranne e leggi inique hanno deciso per voi l&#8217;amore negato per il padre e l&#8217;amore dolce dei nonni. Siete le vittime di questo secolo iniquo, siete le vittime di madri stolte e malvage che credono di volervi bene, ma che vi privano dell&#8217;amore più naturale e legittimo al mondo, quello del padre e quello dei nonni. Vi racconterò solo una di queste favole tristi.<span id="more-4609"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il suo nome era Marta e fino ai cinque anni aveva potuto godere delle carezze del padre e della madre ad un tempo, dei nonni paterni e degli zii, ma un bel giorno una madre che potrebbe definirsi folle si appropriò del frutto di un amore che era stato del padre e della madre e decise di limitare ad una breve telefonata l&#8217;incontro tra padre e figlia, per qualche anno, ma poi, con l&#8217;aiuto di uno psichiatra ammattito dal denaro, travolto dall&#8217;essere nell&#8217;elenco dei dipendenti costanti della ditta di una famiglia suonata come una campana bucata, il clan folle decise la morte di un padre, la morte degli altri nonni. Non vollero capire ragioni, non vollero amare di un amore sincero la piccola e grazie a mammona riuscirono a corrompere tanta gente e ad appropriarsi di una bambina il cui sguardo divenne sempre più malinconico e più triste. In attesa della riscossa futura, la bimba si addormentò ogni notte versando una lacrima per la carezza del padre negato, dei nonni negati. Affidò il suo acerbo dolore al suono d&#8217;una chitarra. Solo la luna capì le note tristi che dalle corde partivano verso il padre verso i nonni lontani.  Un giorno, grazie alla complicità del vento, quelle note divennero parole che varcarono i monti, il mare e giunsero al cuore del padre. Le parole, trasportate dal vento, dicevano: &#8211; Padre mio dolce, nonni miei cari, come faccio  a dimenticarvi? Il vostro sangue scorre nelle mie vene. Il colore della mia pelle e dei miei capelli è il vostro. La passione per la chitarra è quella che avevi tu, padre mio dolce, le note sono le tue ed io per te le invio col vento che nessuno potrà mai imprigionare così come qualcuno con crudeltà ha voluto imprigionare il mio cuore.- Due grandi lacrime rigarono il volto della fanciulla, dal padre e dai nonni, negati.</p>
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