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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; cultura</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>Francesco Antonio Soddu, chiaramontese, parroco della cattedrale di Sassari è stato nominato direttore della Caritas italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 19:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiaramonti e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[sassari e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[ Sarà presto a Roma, mons. Francesco Antonio Soddu, (nato a Chiaramonti nel 1960) per assumere il suo incarico di nuovo direttore della Caritas Italiana, nominato dal Consiglio permanente della Cei. Mons. Soddu, finora direttore della Caritas diocesana di Sassari e parroco della cattedrale del capoluogo sardo, subentra a mons. Vittorio Nozza, che ha diretto la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3117.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7240" title="images-3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3117.jpeg" alt="" width="80" height="109" /></a>Sarà presto a Roma, mons. Francesco Antonio Soddu, (nato a Chiaramonti nel 1960) per assumere il suo incarico di nuovo direttore della Caritas Italiana, nominato dal Consiglio permanente della Cei. Mons. Soddu, finora direttore della Caritas diocesana di Sassari e parroco della cattedrale del capoluogo sardo, subentra a mons. Vittorio Nozza, che ha diretto la Caritas Italiana dal 2001 ad oggi. 52 anni, mons. Soddu ha compiuto gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. “La nomina a direttore della Caritas Italiana – ha confidato – crea in me uno stato di vertigine indescrivibile”. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:</p>
<p style="text-align: justify;"> R. – Ho accolto questa notizia con molta meraviglia e la sto vivendo con molta trepidazione. Capisco più che mai lo stato d’animo degli Apostoli, di tutti i profeti, quando sono stati chiamati da Dio. In un primo momento il loro atteggiamento poteva forse sembrare riluttante, ma dinanzi ad una chiamata così grande, tutte le forze e le sicurezze vengono chiaramente a mancare. Davanti alla chiamata autentica di Dio non si può che rispondere: “Eccomi!”. Con questa risposta si vuole dire che si è pieni di fiducia e che il Signore saprà agire attraverso la nostra incapacità ed anche il nostro essere indegni.</p>
<p style="text-align: justify;"> D. – Lei dal 2005 è stato direttore della Caritas diocesana di Sassari ed ora riveste quest’importante incarico. Quali sfide sente di dover affrontare arrivando a Roma, alla Caritas italiana?</p>
<p style="text-align: justify;"> R. – La prima sfida è verso me stesso, perché ho ancora molto da imparare. Sotto questo punto di vista sono ancora molto spaventato, ma metterò in pratica quello che è il metodo della Caritas, che cercherò di portare avanti e di incarnare nella mia persona: ascoltare, osservare e discernere. Credo che questa sfida possa essere ben superata.</p>
<p style="text-align: justify;"> D. – Viene spontaneo pensare al fatto che il suo trasferimento coincida con un periodo non certo facile per l’Italia…</p>
<p style="text-align: justify;"> R. – Tutte le stagioni e tutte le epoche sono state particolari per chi le ha vissute. Questo è il nostro tempo. In questo nostro tempo, ed in questo nostro Paese, la Chiesa deve testimoniare sempre il suo amore preferenziale per i poveri, partendo dagli ultimi, rispecchiando la legalità e tutti quelli che sono i capisaldi del messaggio evangelico.</p>
<p style="text-align: justify;"> D. – In conclusione, cosa augura a se stesso?</p>
<p style="text-align: justify;"> R. – Auguro a me stesso di essere all’altezza di ciò che il Signore, mediante la Chiesa, mi sta affidando. Quasi 27 anni fa – vi faccio questa confidenza &#8211; quando diventai sacerdote, nel santino della prima Messa che generalmente si dà, ho fatto stampare la frase della Sacra Scrittura: “Signore, io vengo per fare la tua volontà”. Soltanto in nome della volontà di Dio si affronta tutto ciò che la Chiesa ci affida, con quel grande senso di fiducia che si accompagna a quel sano timore che non deve mai mancare, altrimenti si possono creare un po’ di pasticci.</p>
<p style="text-align: justify;">Radiogiornale vaticano del 28.o1.2012</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cantico dei Cantici: dialogo d&#8217;amore tra l&#8217;amata e l&#8217;amato</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 18:36:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[versi in italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Capitolo 1 TITOLO E PROLOGO [1]Cantico dei cantici, che è di Salomone. La sposa [2]Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. [3]Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano. [4]Attirami dietro a te, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><span style="color: #003366;"><em><span style="font-size: large;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1424.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7211" title="images-14" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1424.jpeg" alt="" width="130" height="92" /></a><br />
</span></em></span></strong></p>
<p>Capitolo 1</p>
<p>TITOLO E PROLOGO</p>
<p>[1]Cantico dei cantici, che è di Salomone.<br />
La sposa<br />
[2]Mi baci con i baci della sua bocca!<br />
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.<br />
[3]Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,<br />
profumo olezzante è il tuo nome,<br />
per questo le giovinette ti amano.<br />
[4]Attirami dietro a te, corriamo!<br />
M&#8217;introduca il re nelle sue stanze:<br />
gioiremo e ci rallegreremo per te,<br />
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.<br />
A ragione ti amano!</p>
<p>PRIMO POEMA<br />
La sposa</p>
<p>[5]Bruna sono ma bella,<br />
o figlie di Gerusalemme,<br />
come le tende di Kedar,<br />
come i padiglioni di Salma.<br />
[6]Non state a guardare che sono bruna,<br />
poiché mi ha abbronzato il sole.<br />
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:<br />
mi hanno messo a guardia delle vigne;<br />
la mia vigna, la mia, non l&#8217;ho custodita.<br />
[7]Dimmi, o amore dell&#8217;anima mia,<br />
dove vai a pascolare il gregge,<br />
dove lo fai riposare al meriggio,<br />
perché io non sia come vagabonda<br />
dietro i greggi dei tuoi compagni.</p>
<p>Il coro<br />
[8]Se non lo sai, o bellissima tra le donne,<br />
segui le orme del gregge<br />
e mena a pascolare le tue caprette<br />
presso le dimore dei pastori.</p>
<p>Lo sposo<br />
[9]Alla cavalla del cocchio del faraone<br />
io ti assomiglio, amica mia.<br />
[10]Belle sono le tue guance fra i pendenti,<br />
il tuo collo fra i vezzi di perle.<br />
[11]Faremo per te pendenti d&#8217;oro,<br />
con grani d&#8217;argento.</p>
<p>Duetto<br />
[12]Mentre il re è nel suo recinto,<br />
il mio nardo spande il suo profumo.<br />
[13]Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra,<br />
riposa sul mio petto.<br />
[14]Il mio diletto è per me un grappolo di cipro<br />
nelle vigne di Engàddi.<br />
[15]Come sei bella, amica mia, come sei bella!<br />
I tuoi occhi sono colombe.<br />
[16]Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!<br />
Anche il nostro letto è verdeggiante.<br />
[17]Le travi della nostra casa sono i cedri,<br />
nostro soffitto sono i cipressi.<span id="more-7210"></span></p>
<p>Capitolo 2</p>
<p>[1]Io sono un narciso di Saron,<br />
un giglio delle valli.<br />
[2]Come un giglio fra i cardi,<br />
così la mia amata tra le fanciulle.<br />
[3]Come un melo tra gli alberi del bosco,<br />
il mio diletto fra i giovani.<br />
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo<br />
e dolce è il suo frutto al mio palato.<br />
[4]Mi ha introdotto nella cella del vino<br />
e il suo vessillo su di me è amore.<br />
[5]Sostenetemi con focacce d&#8217;uva passa,<br />
rinfrancatemi con pomi,<br />
perché io sono malata d&#8217;amore.<br />
[6]La sua sinistra è sotto il mio capo<br />
e la sua destra mi abbraccia.<br />
[7]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,<br />
per le gazzelle o per le cerve dei campi:<br />
non destate, non scuotete dal sonno l&#8217;amata,<br />
finché essa non lo voglia.</p>
<p>SECONDO POEMA</p>
<p>La sposa<br />
[8]Una voce! Il mio diletto!<br />
Eccolo, viene<br />
saltando per i monti,<br />
balzando per le colline.<br />
[9]Somiglia il mio diletto a un capriolo<br />
o ad un cerbiatto.<br />
Eccolo, egli sta<br />
dietro il nostro muro;<br />
guarda dalla finestra,<br />
spia attraverso le inferriate.<br />
[10]Ora parla il mio diletto e mi dice:<br />
«Alzati, amica mia,<br />
mia bella, e vieni!<br />
[11]Perché, ecco, l&#8217;inverno è passato,<br />
è cessata la pioggia, se n&#8217;è andata;<br />
[12]i fiori sono apparsi nei campi,<br />
il tempo del canto è tornato<br />
e la voce della tortora ancora si fa sentire<br />
nella nostra campagna.<br />
[13]Il fico ha messo fuori i primi frutti<br />
e le viti fiorite spandono fragranza.<br />
Alzati, amica mia,<br />
mia bella, e vieni!<br />
[14]O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,<br />
nei nascondigli dei dirupi,<br />
mostrami il tuo viso,<br />
fammi sentire la tua voce,<br />
perché la tua voce è soave,<br />
il tuo viso è leggiadro».<br />
[15]Prendeteci le volpi,<br />
le volpi piccoline<br />
che guastano le vigne,<br />
perché le nostre vigne sono in fiore.<br />
[16]Il mio diletto è per me e io per lui.<br />
Egli pascola il gregge fra i figli.<br />
[17]Prima che spiri la brezza del giorno<br />
e si allunghino le ombre,<br />
ritorna, o mio diletto,<br />
somigliante alla gazzella<br />
o al cerbiatto,<br />
sopra i monti degli aromi.<!--more--></p>
<p>Capitolo 3</p>
<p>[1]Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato<br />
l&#8217;amato del mio cuore;<br />
l&#8217;ho cercato, ma non l&#8217;ho trovato.<br />
[2]«Mi alzerò e farò il giro della città;<br />
per le strade e per le piazze;<br />
voglio cercare l&#8217;amato del mio cuore».<br />
L&#8217;ho cercato, ma non l&#8217;ho trovato.<br />
[3]Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:<br />
«Avete visto l&#8217;amato del mio cuore?».<br />
[4]Da poco le avevo oltrepassate,<br />
quando trovai l&#8217;amato del mio cuore.<br />
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò<br />
finché non l&#8217;abbia condotto in casa di mia madre,<br />
nella stanza della mia genitrice.</p>
<p>Lo sposo<br />
[5]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,<br />
per le gazzelle e per le cerve dei campi:<br />
non destate, non scuotete dal sonno l&#8217;amata<br />
finché essa non lo voglia.</p>
<p>TERZO POEMA</p>
<p>Il poeta<br />
[6]Che cos&#8217;è che sale dal deserto<br />
come una colonna di fumo,<br />
esalando profumo di mirra e d&#8217;incenso<br />
e d&#8217;ogni polvere aromatica?<br />
[7]Ecco, la lettiga di Salomone:<br />
sessanta prodi le stanno intorno,<br />
tra i più valorosi d&#8217;Israele.<br />
[8]Tutti sanno maneggiare la spada,<br />
sono esperti nella guerra;<br />
ognuno porta la spada al fianco<br />
contro i pericoli della notte.<br />
[9]Un baldacchino s&#8217;è fatto il re Salomone,<br />
con legno del Libano.<br />
[10]Le sue colonne le ha fatte d&#8217;argento,<br />
d&#8217;oro la sua spalliera;<br />
il suo seggio di porpora,<br />
il centro è un ricamo d&#8217;amore<br />
delle fanciulle di Gerusalemme.<br />
[11]Uscite figlie di Sion,<br />
guardate il re Salomone<br />
con la corona che gli pose sua madre,<br />
nel giorno delle sue nozze,<br />
nel giorno della gioia del suo cuore.</p>
<p>Capitolo 4</p>
<p>Lo sposo<br />
[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!<br />
Gli occhi tuoi sono colombe,<br />
dietro il tuo velo.<br />
Le tue chiome sono un gregge di capre,<br />
che scendono dalle pendici del Gàlaad.<br />
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,<br />
che risalgono dal bagno;<br />
tutte procedono appaiate,<br />
e nessuna è senza compagna.<br />
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra<br />
e la tua bocca è soffusa di grazia;<br />
come spicchio di melagrana la tua gota<br />
attraverso il tuo velo.<br />
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,<br />
costruita a guisa di fortezza.<br />
Mille scudi vi sono appesi,<br />
tutte armature di prodi.<br />
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,<br />
gemelli di una gazzella,<br />
che pascolano fra i gigli.<br />
[6]Prima che spiri la brezza del giorno<br />
e si allunghino le ombre,<br />
me ne andrò al monte della mirra<br />
e alla collina dell&#8217;incenso.<br />
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,<br />
in te nessuna macchia.<br />
[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,<br />
con me dal Libano, vieni!<br />
Osserva dalla cima dell&#8217;Amana,<br />
dalla cima del Senìr e dell&#8217;Ermon,<br />
dalle tane dei leoni,<br />
dai monti dei leopardi.<br />
[9]Tu mi hai rapito il cuore,<br />
sorella mia, sposa,<br />
tu mi hai rapito il cuore<br />
con un solo tuo sguardo,<br />
con una perla sola della tua collana!<br />
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,<br />
sorella mia, sposa,<br />
quanto più deliziose del vino le tue carezze.<br />
L&#8217;odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.<br />
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,<br />
c&#8217;è miele e latte sotto la tua lingua<br />
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.<br />
[12]Giardino chiuso tu sei,<br />
sorella mia, sposa,<br />
giardino chiuso, fontana sigillata.<br />
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,<br />
con i frutti più squisiti,<br />
alberi di cipro con nardo,<br />
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo<br />
con ogni specie d&#8217;alberi da incenso;<br />
mirra e aloe<br />
con tutti i migliori aromi.<br />
[15]Fontana che irrora i giardini,<br />
pozzo d&#8217;acque vive<br />
e ruscelli sgorganti dal Libano.</p>
<p>La sposa<br />
[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,<br />
soffia nel mio giardino<br />
si effondano i suoi aromi.<br />
Venga il mio diletto nel suo giardino<br />
e ne mangi i frutti squisiti.</p>
<p>Capitolo 5</p>
<p>Lo sposo<br />
[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,<br />
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;<br />
mangio il mio favo e il mio miele,<br />
bevo il mio vino e il mio latte.<br />
Mangiate, amici, bevete;<br />
inebriatevi, o cari.</p>
<p>QUARTO POEMA</p>
<p>La sposa<br />
[2]Io dormo, ma il mio cuore veglia.<br />
Un rumore! E&#8217; il mio diletto che bussa:<br />
«Aprimi, sorella mia,<br />
mia amica, mia colomba, perfetta mia;<br />
perché il mio capo è bagnato di rugiada,<br />
i miei riccioli di gocce notturne».<br />
[3]«Mi sono tolta la veste;<br />
come indossarla ancora?<br />
Mi sono lavata i piedi;<br />
come ancora sporcarli?».<br />
[4]Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio<br />
e un fremito mi ha sconvolta.<br />
[5]Mi sono alzata per aprire al mio diletto<br />
e le mie mani stillavano mirra,<br />
fluiva mirra dalle mie dita<br />
sulla maniglia del chiavistello.<br />
[6]Ho aperto allora al mio diletto,<br />
ma il mio diletto gia se n&#8217;era andato, era scomparso.<br />
Io venni meno, per la sua scomparsa.<br />
L&#8217;ho cercato, ma non l&#8217;ho trovato,<br />
l&#8217;ho chiamato, ma non m&#8217;ha risposto.<br />
[7]Mi han trovato le guardie che perlustrano la città;<br />
mi han percosso, mi hanno ferito,<br />
mi han tolto il mantello<br />
le guardie delle mura.<br />
[8]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,<br />
se trovate il mio diletto,<br />
che cosa gli racconterete?<br />
Che sono malata d&#8217;amore!</p>
<p>Il coro<br />
[9]Che ha il tuo diletto di diverso da un altro,<br />
o tu, la più bella fra le donne?<br />
Che ha il tuo diletto di diverso da un altro,<br />
perché così ci scongiuri?</p>
<p>La sposa<br />
[10]Il mio diletto è bianco e vermiglio,<br />
riconoscibile fra mille e mille.<br />
[11]Il suo capo è oro, oro puro,<br />
i suoi riccioli grappoli di palma,<br />
neri come il corvo.<br />
[12]I suoi occhi, come colombe<br />
su ruscelli di acqua;<br />
i suoi denti bagnati nel latte,<br />
posti in un castone.<br />
[13]Le sue guance, come aiuole di balsamo,<br />
aiuole di erbe profumate;<br />
le sue labbra sono gigli,<br />
che stillano fluida mirra.<br />
[14]Le sue mani sono anelli d&#8217;oro,<br />
incastonati di gemme di Tarsis.<br />
Il suo petto è tutto d&#8217;avorio,<br />
tempestato di zaffiri.<br />
[15]Le sue gambe, colonne di alabastro,<br />
posate su basi d&#8217;oro puro.<br />
Il suo aspetto è quello del Libano,<br />
magnifico come i cedri.<br />
[16]Dolcezza è il suo palato;<br />
egli è tutto delizie!<br />
Questo è il mio diletto, questo è il mio amico,<br />
o figlie di Gerusalemme.</p>
<p>Capitolo 6</p>
<p>Il coro<br />
[1]Dov&#8217;è andato il tuo diletto,<br />
o bella fra le donne?<br />
Dove si è recato il tuo diletto,<br />
perché noi lo possiamo cercare con te?</p>
<p>La sposa<br />
[2]Il mio diletto era sceso nel suo giardino<br />
fra le aiuole del balsamo<br />
a pascolare il gregge nei giardini<br />
e a cogliere gigli.<br />
[3]Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me;<br />
egli pascola il gregge tra i gigli.</p>
<p>QUINTO POEMA</p>
<p>Lo sposo<br />
[4]Tu sei bella, amica mia, come Tirza,<br />
leggiadra come Gerusalemme,<br />
terribile come schiere a vessilli spiegati.<br />
[5]Distogli da me i tuoi occhi:<br />
il loro sguardo mi turba.<br />
Le tue chiome sono come un gregge di capre<br />
che scendono dal Gàlaad.<br />
[6]I tuoi denti come un gregge di pecore<br />
che risalgono dal bagno.<br />
Tutte procedono appaiate<br />
e nessuna è senza compagna.<br />
[7]Come spicchio di melagrana la tua gota,<br />
attraverso il tuo velo.<br />
[8]Sessanta sono le regine,<br />
ottanta le altre spose,<br />
le fanciulle senza numero.<br />
[9]Ma unica è la mia colomba la mia perfetta,<br />
ella è l&#8217;unica di sua madre,<br />
la preferita della sua genitrice.<br />
L&#8217;hanno vista le giovani e l&#8217;hanno detta beata,<br />
le regine e le altre spose ne hanno intessuto le lodi.<br />
[10]«Chi è costei che sorge come l&#8217;aurora,<br />
bella come la luna, fulgida come il sole,<br />
terribile come schiere a vessilli spiegati?».<br />
[11]Nel giardino dei noci io sono sceso,<br />
per vedere il verdeggiare della valle,<br />
per vedere se la vite metteva germogli,<br />
se fiorivano i melograni.<br />
[12]Non lo so, ma il mio desiderio mi ha posto<br />
sui carri di Ammi-nadìb.</p>
<p>Capitolo 7</p>
<p>Il coro<br />
[1]«Volgiti, volgiti, Sulammita,<br />
volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti».<br />
«Che ammirate nella Sulammita<br />
durante la danza a due schiere?».</p>
<p>Lo sposo<br />
[2]«Come son belli i tuoi piedi<br />
nei sandali, figlia di principe!<br />
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,<br />
opera di mani d&#8217;artista.<br />
[3]Il tuo ombelico è una coppa rotonda<br />
che non manca mai di vino drogato.<br />
Il tuo ventre è un mucchio di grano,<br />
circondato da gigli.<br />
[4]I tuoi seni come due cerbiatti,<br />
gemelli di gazzella.<br />
[5]Il tuo collo come una torre d&#8217;avorio;<br />
i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbòn,<br />
presso la porta di Bat-Rabbìm;<br />
il tuo naso come la torre del Libano<br />
che fa la guardia verso Damasco.<br />
[6]Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo<br />
e la chioma del tuo capo è come la porpora;<br />
un re è stato preso dalle tue trecce».<br />
[7]Quanto sei bella e quanto sei graziosa,<br />
o amore, figlia di delizie!<br />
[8]La tua statura rassomiglia a una palma<br />
e i tuoi seni ai grappoli.<br />
[9]Ho detto: «Salirò sulla palma,<br />
coglierò i grappoli di datteri;<br />
mi siano i tuoi seni come grappoli d&#8217;uva<br />
e il profumo del tuo respiro come di pomi».</p>
<p>La sposa<br />
[10]«Il tuo palato è come vino squisito,<br />
che scorre dritto verso il mio diletto<br />
e fluisce sulle labbra e sui denti!<br />
[11]Io sono per il mio diletto<br />
e la sua brama è verso di me.<br />
[12]Vieni, mio diletto, andiamo nei campi,<br />
passiamo la notte nei villaggi.<br />
[13]Di buon mattino andremo alle vigne;<br />
vedremo se mette gemme la vite,<br />
se sbocciano i fiori,<br />
se fioriscono i melograni:<br />
là ti darò le mie carezze!<br />
[14]Le mandragore mandano profumo;<br />
alle nostre porte c&#8217;è ogni specie di frutti squisiti,<br />
freschi e secchi;<br />
mio diletto, li ho serbati per te».</p>
<p>Capitolo 8</p>
<p>[1]Oh se tu fossi un mio fratello,<br />
allattato al seno di mia madre!<br />
Trovandoti fuori ti potrei baciare<br />
e nessuno potrebbe disprezzarmi.<br />
[2]Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;<br />
m&#8217;insegneresti l&#8217;arte dell&#8217;amore.<br />
Ti farei bere vino aromatico,<br />
del succo del mio melograno.<br />
[3]La sua sinistra è sotto il mio capo<br />
e la sua destra mi abbraccia.</p>
<p>Lo sposo<br />
[4]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,<br />
non destate, non scuotete dal sonno l&#8217;amata,<br />
finché non lo voglia.</p>
<p>EPILOGO</p>
<p>[5]Chi è colei che sale dal deserto,<br />
appoggiata al suo diletto?<br />
Sotto il melo ti ho svegliata;<br />
là, dove ti concepì tua madre,<br />
là, dove la tua genitrice ti partorì.</p>
<p>La sposa<br />
[6]Mettimi come sigillo sul tuo cuore,<br />
come sigillo sul tuo braccio;<br />
perché forte come la morte è l&#8217;amore,<br />
tenace come gli inferi è la passione:<br />
le sue vampe son vampe di fuoco,<br />
una fiamma del Signore!<br />
[7]Le grandi acque non possono spegnere l&#8217;amore<br />
né i fiumi travolgerlo.<br />
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa<br />
in cambio dell&#8217;amore, non ne avrebbe che dispregio.</p>
<p>APPENDICI</p>
<p>Due epigrammi</p>
<p>[8]Una sorella piccola abbiamo,<br />
e ancora non ha seni.<br />
Che faremo per la nostra sorella,<br />
nel giorno in cui se ne parlerà?<br />
[9]Se fosse un muro,<br />
le costruiremmo sopra un recinto d&#8217;argento;<br />
se fosse una porta,<br />
la rafforzeremmo con tavole di cedro.<br />
[10]Io sono un muro<br />
e i miei seni sono come torri!<br />
Così sono ai suoi occhi<br />
come colei che ha trovato pace!<br />
[11]Una vigna aveva Salomone in Baal-Hamòn;<br />
egli affidò la vigna ai custodi;<br />
ciascuno gli doveva portare come suo frutto<br />
mille sicli d&#8217;argento.<br />
[12]La vigna mia, proprio mia, mi sta davanti:<br />
a te, Salomone, i mille sicli<br />
e duecento per i custodi del suo frutto!</p>
<p>Ultime aggiunte<br />
[13]Tu che abiti nei giardini<br />
- i compagni stanno in ascolto -<br />
fammi sentire la tua voce.<br />
[14]«Fuggi, mio diletto,<br />
simile a gazzella<br />
o ad un cerbiatto,<br />
sopra i monti degli aromi!».</p>
<div><span style="color: #000080;"><strong><br />
</strong></span></div>
]]></content:encoded>
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		<title>La vecchiaia nell&#8217;era della tecnologia e del consumo  di Adriano Pessina</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 08:23:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Una parola da non dire Nel 1971 esce in Italia, La terza età, traduzione di un testo di Simone de Beauvoir che, molto più realisticamente, si intitolava La vieillesse. Molto tempo è passato da quando la pensatrice francese denunciava una sorta di congiura del silenzio intorno al fenomeno della vecchiaia e ai suoi problemi specifici, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Una parola da non dire</p>
<div id="attachment_7203" class="wp-caption alignleft" style="width: 97px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1329.jpeg"><img class="size-full wp-image-7203" title="images-13" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1329.jpeg" alt="" width="87" height="139" /></a><p class="wp-caption-text">il vecchio di Leonardo da Vinci</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1971 esce in Italia, La terza età, traduzione di un testo di Simone de Beauvoir che, molto più realisticamente, si intitolava La vieillesse. Molto tempo è passato da quando la pensatrice francese denunciava una sorta di congiura del silenzio intorno al fenomeno della vecchiaia e ai suoi problemi specifici, non soltanto sanitari: oggi parliamo già di quarta età e continuiamo a preferire la nozione di anziano (letteralmente &#8220;nato prima&#8221;) a quella di vecchio. Ma ciò non significa che sia cresciuta la consapevolezza che la vecchiaia sia il tempo proprio di ogni uomo che vive a lungo e che è parte integrante della nostra condizione umana.<span id="more-7202"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Aveva ragione Proust quando annotava che è più facile pensare all&#8217;uomo come mortale che come vecchio. Ed è per questo che oggi si accentuano i discorsi che indicano i vecchi come coloro che &#8220;rubano&#8221; il futuro ai giovani, gravando sulle loro spalle i costi delle pensioni e assorbendo ingenti risorse economiche. Si profila così, in modo sottile, ma costante, un&#8217;immagine della vecchiaia come peso sociale, specie se questa è accompagnata dalla malattia. Certo, bisogna censurare l&#8217;idea che anche i giovani diventeranno vecchi e che coltivando questa immagine rischiano di costruire la loro futura condanna. Ma viviamo in un&#8217;epoca in cui sembra difficile pensare e programmare per tempi lunghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;era della tecnologia, dell&#8217;innovazione e del consumo, la parola vecchiaia sembra &#8220;oscena&#8221;. Nel regno delle cose ciò che è vecchio è superato, va sostituito, rottamato. Nel regno delle persone ciò che è vecchio va camuffato, va travestito da giovane, può avere voce soltanto se si trasforma in &#8220;anziano&#8221;. Di fatto esiste un&#8217;intera economia che ruota attorno alla figura dell&#8217;anziano come consumatore: di prodotti per la salute, per la bellezza, di viaggi, di vacanze specializzate. Tutto ciò ha i suoi lati positivi, ma risponde a una sottile logica negazionista: i vecchi non esistono e ci sono soltanto terze e quarte età da gestire secondo rinnovate logiche di mercato che correggono l&#8217;immagine del &#8220;peso&#8221; soltanto quando gli anziani si trasformano in una &#8220;risorsa&#8221; economica. La distinzione, che tragicamente riemerge, tra vite degne e non degne di essere vissute, molto è debitrice a questa impostazione. Ma una gioventù che non sappia pensarsi nella vecchiaia e una vecchiaia che non sappia riconciliarsi con la gioventù sono segno di un&#8217;umanità che non sa pensare al futuro all&#8217;insegna della speranza, che non è in grado di cogliere il valore dell&#8217;esistenza umana nel cerchio delle sue relazioni qualificanti.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un episodio evangelico che illumina, con la sua potenza teologica e simbolica, questo rapporto. È il racconto della presentazione di Gesù al vecchio Simeone. I genitori pongono il neonato nelle braccia del vecchio ebreo che, accogliendolo, pronuncia uno splendido inno in cui si salda il tempo della vita e l&#8217;attesa della morte: &#8220;Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo cantico esprime il nesso inscindibile tra la speranza introdotta dalla nascita e la consegna all&#8217;evento della morte, un nesso che lega i neonati ai vecchi nella condivisione di un tempo significativo per l&#8217;esistenza, che l&#8217;Incarnazione rivela a ogni uomo. La custodia della vita nascente e quella della vecchiaia sono due facce di un&#8217;unica storia umana. La nostra società non ha bisogno di più figli per garantire sostegno economico alla vecchiaia, ma ha bisogno di ritrovare, nell&#8217;apertura alla vita, quel segno di speranza e di fiducia nella bontà dell&#8217;esistenza che è in grado di dare senso a tutta la storia dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nota della Redazione del blog Accademia sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Per evitare il termine vecchio: giovane anziano (70-75 anni), medio anziano (75-80 anni), anziano giovane (80-85 anni), anziano medio (85-90 anni), anziano maturo (90-95 anni), centenario (95-100 anni) dai 100 anni in poi ultracentenario. Così evitiamo di usare il termine vecchio, le frasi senectus ipsa morbus (la vecchia stessa è una malattia), senectus loquacior (la vecchiaia è chiacchierona). Evitiamo anche il termine di morte con &#8221; E&#8217; tornato alla casa del Padre&#8221; se credente, se massone &#8220;E&#8217; passato all&#8217;Oriente Eterno&#8221;, se laico non credente &#8220;E&#8217; scomparso, è mancato ecc&#8221; So evita sempre di dire palesemente &#8220;E&#8217; morto!&#8221;. Anche la morte è stata abolita. In realtà tutti i giorni muoiono negli ospedali centinaia di persone, se ne sfracellano nelle strade altre centinaia, periscono nei modi più crudeli (bruciati, cadendo dalle impalcature, uccisi dal gas)centinaia di lavoratori per non parlare di quelli torturati, seviziati, violentati nella sessantina di guerre in atto nel mondo. Gli uomini come foglie secche continuano a morire non solo in autunno, ma in tutte le stagioni. Se non si spera nella vita eterna la morte è davvero tragica. Quando si pensa che l&#8217;anima ascnde al suo creatore la morte non fa paura e allora chiunque può davvero parlarne e crederci.</p>
<p style="text-align: justify;">  (©L&#8217;Osservatore Romano 21 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#2">http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#2</a></p>
<p><em>La danza macabra di Goethe</em></p>
<div id="attachment_7208" class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//220px-Holbein-death.png"><img class="size-full wp-image-7208" title="220px-Holbein-death" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//220px-Holbein-death.png" alt="" width="220" height="187" /></a><p class="wp-caption-text">la danza degli scheletri</p></div>
<p>Il campanaro, lui a mezzanotte<br />
sulla fila di tombe china lo sguardo:<br />
la luna ha diffuso dovunque il chiarore,<br />
è come se fosse giorno nel camposanto.<br />
Si muove una tomba, un&#8217;altra, e dopo<br />
vengono fuori, una donna, ecco, un uomo,<br />
in candidi sudari con lo strascico.</p>
<p>Si stira i malleoli – vogliono divertirsi<br />
subito – per il girotondo quella brigata<br />
di poveri e di giovani, di vecchi e di ricchi;<br />
ma gli strascichi sono di inciampo alla danza.<br />
E poiché qui il pudore non ha più da dare<br />
ordini, tutti si scuotono: sparse<br />
giacciono sui tumuli le camiciole.</p>
<p>Ora il femore salta, la gamba si scrolla,<br />
si danno contorte movenze, e frammezzo<br />
ogni tanto si scricchia e si crocchia,<br />
come se le bacchette battessero il tempo.<br />
Per il campanaro la scena è così comica!<br />
E il tentatore, il burlone, gli mormora:<br />
&#8220;Vai a prenderti uno dei lenzuoli funebri!&#8221;.</p>
<p>Detto fatto! E lui in fretta si rifugia<br />
dietro porte consacrate. Limpido<br />
è sempre il chiarore della luna<br />
sulla danza che fa raccapriccio.<br />
Ma alfine si dilegua uno dopo l&#8217;altro,<br />
se ne va ravvolto nel suo sudario,<br />
ed ecco, è sotto la zolla erbosa.</p>
<p>In coda sgambetta e inciampa uno soltanto<br />
e brancola vicino alle tombe e le aggraffa;<br />
ma la grave offesa non è di un compagno,<br />
lui fiuta il panno per aria.<br />
Lo ricaccia la porta della torre, che scuote,<br />
adorna e benedetta, per la buona sorte<br />
del campanaro: riluce di croci metalliche.</p>
<p>Deve avere la camicia, ma non si ferma,<br />
pensarci a lungo non è necessario;<br />
ora quel coso il fregio gotico afferra<br />
e s&#8217;arrampica di pinnacolo in pinnacolo.<br />
Per il poveretto, per il campanaro, è finita!<br />
Lui s&#8217;inerpica, di voluta in voluta,<br />
simile a un ragno dalle lunghe zampe.</p>
<p>Il campanaro sbianca, il campanaro trema,<br />
ora vorrebbe rendergli il lenzuolo.<br />
Adesso – per lui è l&#8217;ora estrema –<br />
un uncino di ferro aggranfia l&#8217;orlo.<br />
Si dilegua la luce, s&#8217;intorbida la luna,<br />
la campana tuona un possente tocco dell&#8217;una,<br />
e lo scheletro in basso si sfracella.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Sos ispecialistas istùdien: sa limba est de chie la faeddat&#8221; di Mauro Maxia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 05:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>

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		<description><![CDATA[Una chirca sotziulinguìstica e sos afficcos de sos Sardos &#160; Pagos annos como sa Regione Autònoma de Sardigna ordinzeit una chirca sotziulinguìstica in su chi pertoccaiat a sas attividades de sa “Commissione tecnica &#8211; scientifica sullo stato delle lingue in Sardegna”. Custa commissione, sigundu su chi risultat dae sos attos pubblicados in su 2007, approveit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>Una chirca sotziulinguìstica e sos afficcos de sos Sardos </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-954.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7184" title="images-9" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-954.jpeg" alt="" width="106" height="133" /></a>Pagos annos como sa Regione Autònoma de Sardigna ordinzeit una chirca sotziulinguìstica in su chi pertoccaiat a sas attividades de sa “<em>Commissione tecnica &#8211; scientifica sullo stato delle lingue in Sardegna</em>”. Custa commissione, sigundu su chi risultat dae sos attos pubblicados in su 2007, approveit s’ischeda de intervista chi a pustis isteit impreada pro sa chirca, in prus de sas proceduras de campionamentu. Sa chirca isteit assignada a sas universidades de Casteddu e de Tàttari chi la fattein peri sos dipartimentos de <em>Ricerche economiche e sociali</em> e de <em>Scienze dei linguaggi</em><a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. Sas intervistas istein fattas in su 2006 dae tres gruppos de rilevadores chi si movein in tres zonas geogràficas chi faghian cabu a Casteddu, Nùoro e Tàttari. S’ammanizu e sas valutatziones de sos datos istein contivizados dae unu gruppu de ispecialistas de sas duas universidades<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In cuss’annu ebbia isteit imprentadu unu volùmene chi pertoccaiat a una chirca subra a s’impreu de sos còdices linguìsticos in tres comunas de sa Sardigna de Susu e chi fit istada fatta ses annos innantis<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. Una de sas tres comunas in chistione (Erula) faghet parte de su <em>stock</em> de 50 comunas imbistigadas dae sa chirca regionale. Puru pro custu motivu, finas dae sa pubblicatzione de su rapportu de sa chirca regionale si podiat bider chi, in mesu a àtteras cosas, b’aiat tzertas faddinas in sa mappadura de sas variedades. Faddinas chi dae unu puntu de vista istatìsticu sun de un’importu mannu a manera de poder burrare sa valentzia iscentìfica de paritzos datos.<span id="more-7182"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tando non cherfei intervènnere subra a sa chistione ca fin faddinas chi non cumprommittian in tottu su risultadu de sa chirca mancari buluzeren, comente amus a bìdere in sighida, sos rapportos intro de sas zonas linguìsticas “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”, “<em>Sassarese</em>” e “<em>Gallurese</em>”. In cussu tempus su datu de prus importu fit chentza duda cussu chi pertoccaiat a su nùmeru de sos chi affirmaian de esser dialettòfonos<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> e, prus de tottu, s’aggradu chi sos intervistados tenian pro s’insinniamentu de sas limbas de minoria in iscola. Como, a pustis de pagos annos, mi paret de poder intrare in tzertos fattos metodològicos puru pro dare unu cuntributu a fagher in manera chi tzertas faddinas non si ripitan sincasu chi si detzideret de fagher àtteras chircas sotziulinguìsticas in s’ìsula nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Cumintzende cun sa comuna de Erula chi – ja est cosa chi s’ischit màssimu pro sos chi si interessan de dialettologia de sas zonas corsòfonas e de su gadduresu – est unu territoriu ue si faeddat in cossu ebbia. Su territoriu de Erula est una penìsula linguìstica peri sa cale sa variedade “comune” o tempiesa de su gadduresu intrat a fundu in s’Anglona abbratzende, in prus de sa comuna de Erula, una parte de sa comuna de Pèrfugas e sa parte muntagnosa de sa comuna de Tula. In custa zona gai signalada su gadduresu lu faeddan casi milli pessones. Bell’e gai, in sa chirca sotziulinguìstica de sa Regione sa comuna de Erula est cumpresa intro de sas chimbe comunas chi sun assignadas a sa zona nada “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>, chi dae su puntu de vista linguìsticu est una variedade de su sardu logudoresu. Sas àtteras battor comunas de custa leada sun cussas de Ittiri, Nulvi, Turalva e S. Antoni de Gaddura. Ma in cantu a cust’ùrtimu, chi comente a Erula est una comuna ue si faeddat gadduresu ebbia, sa faddina cumparit prus cun evidentzia ca su territoriu sou ch’est in su coro de sa Gaddura. Custu datu de perisse deviat cunsizare de non lu assentare in una zona sardòfona comente est cussa logudoresa de nord-ovest<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>. Àtteru contu det esser istadu si, intames de sa comuna corsòfona de S. Antoni de Gaddura, sa chirca aeret leadu in cussideru sa comuna sardòfona de Luras chi l’est accurtzu e chi, invetzes, in sa figura 1 (“<em>Delimitazione delle aree linguistiche</em>”) ch’est posta intro de sa zona “<em>Gallurese</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1048.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7186" title="images-10" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1048.jpeg" alt="" width="116" height="150" /></a>Comente si siat, sos datos de Erula e de S. Antoni de Gaddura sunt de assignare a sa zona “<em>Gallurese</em>” e no a su “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”. Duncas s’area “<em>Gallurese</em>” at a resultare cun ses comunas invetzes de bàttoro comente paret in sa fig. 2 “<em>Campione comuni per area linguistica</em>”. A su revessu, su “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>” at a resultare cun tres comunas ebbia e non cun sas chimbe figuradas in sa matessi tabella e in sa carta linguìstica retrattada in sa fig. 2 tzitada innantis.</p>
<p style="text-align: justify;">Dae su puntu de vista istatìsticu sas faddinas in chistione cumportan s’assignatzione a sa zona “<em>Gallurese</em>” de sos datos pertoccantes a sas comunas de Erula e S. Antoni de Gaddura e custu fattu jambat siat su nùmeru de sas comunas e de sos intervistados siat sas cunseguentzias  chi nde benin dae s’assignatzione faddida de sos datos. A s’àttera ala, custa situazione cumportat un’àtteru jambamentu, ma in minimantzia, de su nùmeru de sas comunas e de sos intervistados de sa zona linguìstica “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”, cumpresos sos datos sotziulinguìsticos.</p>
<p style="text-align: justify;">Duncas, sa situatzione chi nd’essit da s’assignatzione justa de sas comunas de Erula e de S. Antoni de Gaddura a sa zona linguìstica issoro – ca jamban sos datos cumplessivos de sas duas zonas in chistione (est a narrer “<em>Gallurese</em>” e “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”) – cumportat pro custas zonas e tottu una realidade bastante divessa dae cussa presentada in sa relata de sa chirca regionale. Si andamus a bìdere sa tabella 4 (“<em>Interviste distinte per comune e per classi di età</em>”) amus a bìdere chi su numeru justu de sos intervistados de sa zona “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>” no est 165 ma 136 mentres chi su nùmeru de sos intervistados de sa zona “<em>Gallurese</em>” currispondet a 514 e no a 533.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1183.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7187" title="images-11" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1183.jpeg" alt="" width="150" height="114" /></a>B’at de narrer finas chi sas faddinas non sun solu custas chi amus bidu finas a inoghe. Difattis, intro de sas comunas assignadas a sa zona “<em>Gallurese</em>” b’est puru sa comuna de Tergu chi, ja s’ischit, est sa comuna prus a ovest de s’Anglona e, in su matessi tempus, cussa prus attesu dae su dominiu linguìsticu gadduresu. Custa comuna est a làccana cun sas comunas de Sosso e de Sènnaru e in fattu de limba est una leada de mesania intro de su <em>continuum</em> chi culligat sa zona “<em>Sassarese</em>” cun sa “<em>zona grigia</em>” de s’Anglona. No est de badas chi sa comuna de Tergu s’agattat inter de sas comunas de Sosso e Sèdine chi sa chirca linguìstica regionale assignat a sa zona “<em>Sassarese</em>”. Bastat de abbaidare sa figura 2 (“<em>Campione dei comuni distinti per area linguistica</em>”) pro s’abbìdere de custa situatzione bastante jara. B’at faddinas puru in sa figura 1 (“<em>Delimitazione delle aree linguistiche</em>”) in ue, a esempiu, sa comuna corsòfona de Santu Tiadoru nd’est foras de sa zona gadduresa mentres a custa est assignadu su faeddu de Casteddu Sardu chi, comente su sedinesu e su tergulanu, est una variedade de mesania prus accurtzu a su tattaresu<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si devet narrer puru chi sa populatzione de sa comuna de Tergu, ue si faeddat una variedade de su limbazu sedinesu, cuntenet una barantina de pessones sardòfonas (7% de sa populatzione) chi imprean su faeddu de Nulvi e de Òsile<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>. Est possìbile, pro cussu, chi, assumancus in su pianu teòricu, paris cun sos intervistados corsòfonos bi n’appat sardòfonos puru.</p>
<p style="text-align: justify;">Siat comente si siat, s’assignadura faddida de sa comuna de Tergu a sa zona “<em>Gallurese</em>” cumportat chi su datu pertoccante a sos intervistados de custa leada linguìstica si devat jambare prus e prus. A custa zona, difattis, si nde deven assignare noe in mancus (sos de Tergu) gai chi su nùmeru totale at a essere de 524 e non 533. Ma custa faddina tenet cunseguentzias puru pro sos datos chi pertoccan a sa zona “<em>Sassarese</em>”. Sicomente a custa zona cheret assignada puru sa comuna de Tergu, su nùmeru justu de intervistados currispondet a 1.239 e no a 1230. Intro de custa massa de intervistados, a pustis, si devet tenner in contu chi unu nùmeru de importu mannu (casi 1/4 de su campione) pertoccat a pessones sardòfonas mentres chi sa tabella 4 assignat tottu sos intervistados a sa zona “<em>Sassarese</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Torrende como a sa leada “<em>Gallurese</em>”, cheret de tenner in contu chi una de sas battor comunas chi li sun assignadas in sa chirca regionale est cussa de Terranoa (Olbia), est a narrer una comuna chi tenet una majoria sardòfona. Custu datu essit a pizu in paritzos puntos de sa relata <em>Le lingue dei Sardi</em>, dae ue resultat unu nùmeru de 86 intervistados sardòfonos (52,8%) in cunfrontu a unu nùmeru de 77 intervistados corsòfonos (47,2%). Dae custu nde sighit chi a sa zona “<em>Gallurese</em>” sun de l’assignare 438 intervistados e non 524. Unu datu, custu, chi currispondet a s’83,6% cun una differentzia de su 16,4% in mancu in cunfrontu a su campione tzitadu in sa relata <em>Le lingue dei Sardi</em>. In prus, non si cumprendet bene a cale zona linguìstica sian istados assignados sos 86 intervistados sardòfonos de Terranoa mancari diat parrer chi sos datos sian intro de cussos assignados a sa zona “<em>Gallurese</em>”, est a narrer pertoccantes a unu domìniu divessu dae cussu logudoresu.</p>
<p style="text-align: justify;">Duncas, sos datos chi sa chirca sotziulinguìstica presentat pro sa Gaddura non sun affattentes (e non s’ischit mancu in cale misura) cun sa realidade. Paris si devet narrer chi sos datos faddidos interessan puru a s’Anglona e a sas zonas linguìsticas “<em>Sassarese</em>” e “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”. Si cussideramus chi a una zona maigantu dialettòfona comente a sa Gaddura l’est istadu assignadu unu numeru de intervistados prus mannu in cunfrontu a su ch’est in sa realidade mentres a una zona comente su Logudoro de nord-ovest (ue sa tendentzia a s’abbandonu de sa limba sarda est prus forte chi no in Gaddura) li sun istados assignados 26 intervistados in prus, si devet concruire chi sos resultados de sa chirca non sun fideles a sa situatzione sotziulinguìstica de s’ìsula.</p>
<p style="text-align: justify;">Dae su puntu de vista metodològicu sa situatzione chi nd’essit a pizu dae sas tantas faddinas chi amus bidu intrat pro fortza in cuntierra cun sos paràmetros e sos obbiettivos a sos cales s’est bortada sa chirca. Leamus a esempiu custu obbiettivu tzitadu in sa “<em>Ipotesi di schema di campionamento</em>” (p. 4): “<em>Le risultanze che si otterranno attraverso l’analisi dei dati rilevati… consentiranno di avere un quadro di quello che è attualmente il comportamento linguistico in riferimento ai vari domini…</em>”.  In cantu a custu, leggende sos datos resultat chi tres de sos doighi dominios pinnigados non sun istados sestados cun afficcu. Tambene, pro su chi pertoccat a sas tzittades de Tàttari e de Terranoa (ma custu balet puru pro S’Alighera) non bi resultan currettivos in s’assignatzione justa de sos intervistados a sos dominios currispondentes. Dae tottu custu nde sighit chi sos resultados ottènnidos non presentan unu cuadru affattente cun sos cumportamentos linguìsticos de cussos dominios e tottu. E difattis, sempre dae su puntu de vista de sos dominios linguìsticos, sos datos accabidados resultan faddidos in sa misura de su 25% est a narrer in tres dominios subra a 12. E cando sos datos dae ue si partit pro una mirada de tipu iscentìficu caben paritzas faddinas nde benit a ultimera chi su resultadu ebbia de sa chirca siat faddidu.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dae sos dominios si passat a sas comunas sa sustantzia non mudat. Sa ponidura faddida mancari de tres comunas in cunfrontu a su <em>stock</em> de chimbanta leadas in cussideru dae sa chirca  cumportat su 6% de datos faddidos. Custa misura a pustis creschet de meda si si ponet a cunfrontu cun sas comunas de sa Sardigna de Susu, est a narrer cun sas provintzias de Tàttari e de Olbia-Tempiu. Inoghe, in cunfrontu a sas 18 comunas imbistigadas, sos datos faddidos che artzan finas a su 16,7%. Comente si podet bìdere, sun datos de importu chi isvalorin una parte non sigundaria de sos resultados de sas duas provintzias prus a susu de s’ìsula e chi caben casi 1/3 de sa populatzione de sa Sardigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Est beru chi sa situatzione de sa Sardigna de Susu est prus cumplicada in cunfrontu a sas àtteras partes de s’ìsula. Ma custa cumplessidade etottu diat aer dèvidu cunsizare prus afficcu in chie, intro de sos ispecialistas chi ant ghiadu sa chirca, teniat sa responsabilidade de cuncordare e pretzisare sas zonas linguìsticas.</p>
<p style="text-align: justify;">Pro su chi pertoccat a sa parte de josso de s’ìsula essit luego a pizu sa mancantzia de partidura in dominios in cunfrontu a sa parte de susu chi in sa carta est figurada cun paritzos colores. Difattis, in cunfrontu a sos deghe dominios assignados a sa parte de susu, in sa parte de josso figuran solu su dominiu campidanesu (<em>Area 7</em> in colore grogo) e cussu tabarchinu. Chistionende de campidanesu, si pessamus a sas differentzias mannas de tipu fonèticu chi esistin intro de su faeddu de Casteddu e sas variedades de su Sulcis, de su Campidanu mesanu, de su Sinis, de s’Ozastra, de su Sàrrabus e de su Sarcidanu non si cumprendet comente in sa figura 1 (“<em>Delimitazione delle aree linguistiche</em>”) non si siat tenta in perunu contu s’articulatzione linguìstica ispiegada gai bene dae Maurizio Virdis in unu volùmene sou subra a sa fonètica de su sardu campidanesu. Comente est chi sa chirca non faghet peruna differentzia inter de su campidanesu e s’arbaresu e s’ozastrinu cando b’at istudiosos chi tenden a cussiderare custas duas variedade casi a banda dae su campidanesu?</p>
<p style="text-align: justify;">Si pro su campidanesu s’at indittadu una zona ebbia in ue ponner tottu sos faeddos chi tenen s’artìculu determinativu plurale <em>is</em>, tando non si resessit a cumprender proite non si siat fattu atterettantu cun sos faeddos chi tenen sos artìculos <em>sos, sas</em> e chi currisponden a su dominiu logudoresu-nuoresu. Bi diat aer de narrer puru chi sa comuna de Casteddu, mancari siat in su <em>stock</em> de sa chirca, non figurat in mesu a cussas marcadas in sa figura 2 (“<em>Campione comuni per area linguistica</em>”) e chi sas comunas de Bauladu, Tramatza, Milis e Sant’Eru Milis, ue si faeddan variedades de campidanesu, resultan foras dae s’<em>Area 7</em> (<em>Campidanese</em>) marcada in colore grogo in sa figura 1 (“<em>Delimitazione delle aree linguistiche</em>”).</p>
<p style="text-align: justify;">Si devet reconnòschere chi sas cartas in chistione, nessi pro su chi pertoccat a paritzas comunas, sun istadas dessignadas cun parametros chi non currisponden a sa realidade.</p>
<p style="text-align: justify;">Torrende a su mètodu, si si classifican sutta a unu dominiu ebbia variedades de campidanesu comente cussas de Crabas, Samugheo, Isili, Jertzu e Cuartu Sant’Elene, non si cumprendet proite no est istadu fattu gai e tottu, tantu pro nàrrere, cun sos faeddos logudoresos de Berchidda, Ittiri, Bòttidda, Bosa e Sennariolu. Si pro su logudoresu si partit dae categorias e issèberos differentes dae cussos impreados pro su campidanesu, tando si diat poder faeddare de unu dominiu ebbia puru pro su gadduresu e su tattaresu gai comente faghiat su canònicu Juanne Ispanu chi a custas duas variedades lis naraiat “<em>sardo settentrionale</em>”. O sos criterios sun che pare pro tottu su territoriu o semus in presenzia de unu cuadru pagu jaru e chi pro paritzas cosas no affilat cun sa realidade linguìstica de s’ìsula.</p>
<p style="text-align: justify;">Si diat poder puru cuntrastare  subra a tzertas valutatziones chi s’agattan in sa relata de sa chirca. Ma cussas sun positziones chi cadaunu podet sustènnere, siat s’espertu siat s’intervistadu comente e chiesisiat de sos sardos chi an finantziadu sa chirca cun su dinare issoro. Sos pàrreres, ja s’ischit, non sun che sos nùmeros. Diat esser de istìmulu, in prus de sos livellos de dialettofonia e de sos orientamentos de sos intervistados, a ischire su chi nde pensan sos sardos de cantu est istadu fattu finas a como pro traduire in fattos sos disizos essidos a pizu dae sa chirca. Una cosa paret segura: si isettamus a fagher carchi cosa finas a cando an a sighire sos arresonos istrumentales e dialettòfobos de cussos chi dae sempre, pro unu motivu o pro s’àtteru, sun in gherra contra a s’impreu de sas limbas de minoria, non ch’at a passare meda chi cando s’at a faeddare de limba sarda non s’at a faeddare prus de unu malàidu a malu puntu ma de unu mortu ebbia. Sos ispecialistas, sende pagados pro cussu, pessen a istudiare cun profettu ca sa limba est de chie l’impreat.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mauru Maxia</strong></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Mira <em>Le lingue dei Sardi</em> in su situ de internet <em><a href="http://www.sardegnacultura.it/%20documenti/%207_88_20070514130939.pdf">http://www.sardegnacultura.it/ documenti/ 7_88_20070514130939.pdf</a></em>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Dae cussa relata risultat chi Romina Pala, Riccardo Spiga e Matteo Valdes (Cagliari) ant coordinadu sa chirca in campu annotende sos datos e approntende su database. Sos sotziòlogos Anna Oppo e Alessandro Mongili (Casteddu) e su glottòlogu Giovanni Lupinu (Tàttari) si sun incarrigados de ispiegare sos datos. Custu ùrtimu s’est interessadu puru de ammanizare sa carta de sas zonas linguìsticas; partende dae una carta dessignada pro sa matessi chirca dae Micheli Còntene (Grenoble), nde at apparitzadu un’àttera impittende àtteros paràmetros puru (mira p. 65, nota 13).</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Mauro Maxia, <em>Lingua Limba Linga. Indagine sull’uso dei codici linguistici in tre comuni della Sardegna settentrionale</em>, Cagliari, Condaghes 2006.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Impreo sa paraula “dialettòfonu” non pro chie chistionat unu dialettu ma pro sos chi faeddan limbas divessas dae cussa uffitziale (s’italianu) chi in Sardigna, comente ischimus, sun sos chi chistionan su sardu e àtteros faeddos pius pagu istèrridos comente su cadalanu de S’Alighera, su gruppu sardu-cossu (tattaresu, gadduresu, cossu madaleninu e àtteras variedades minores) e su genovesu o tabarchinu de sas ìsulas sulcitanas.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> <em>Le lingue dei Sardi</em>, tab. 3 “<em>Campione dei comuni distinti per area linguistica</em>”.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <em>Ibidem</em>. In sa nota 15, p. 67 si osservat chi “<em>nell’area gallurese sono presenti quattro comuni (Calangianus, Palau, S. Antonio di Gallura e Telti)</em>” ma non si pretzisat a cale zona linguìstica siat istadu assignada sa comuna in chistione. Beru est puru chi sos datos pertoccantes a S. Antoni de Gaddura mustrados in sas tabellas ligadas a sa relata de sa chirca sun assignadas sempre a sa zona nada “<em>Logudoro Nord Occidentale</em>”.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Pro s’articulatzione geogràfica de sas variedades sardu-cossas cunfromma a sa realidade issoro si podet bìdere sa tabella  4 (p. 228) de su volùmene meu <em>Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole</em>, Olbia, Taphros 2008, chi s’agattat puru in su situ de internet <em>www.sardegnadigitallibrary</em>.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Segundu sos datos referidos dae sa Comuna de Tergu unas trintaduas pessones faeddan su nulvesu mentres su faeddu osilesu est impreadu dae mancu de deghe pessones.</p>
</div>
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		<title>Due o tre cose sull&#8217;amore e l&#8217;economia a Bologna di Marco Bortolotti</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 05:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Parole appetitose si fanno leggere. Qui, nella pagina studentesca, l’amore non sarà la fiamma che brucia, consuma e presto si spegne. Sarà piuttosto un ragionevole amore universitario per gli studenti, come quello che si prova per i libri, per gli studi. Amore offerto, fontana che trabocca. Nella foto c’è l’amore quando comincia. La ragazza è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1915.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7092" title="images-19" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1915.jpeg" alt="" width="124" height="88" /></a>Parole appetitose si fanno leggere. Qui, nella pagina studentesca, l’amore non sarà la fiamma che brucia, consuma e presto si spegne. Sarà piuttosto un ragionevole amore universitario per gli studenti, come quello che si prova per i libri, per gli studi. Amore offerto, fontana che trabocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella foto c’è l’amore quando comincia. La ragazza è studentessa, porta sul petto, appese ad un laccio, le insegne dell’ordine goliardico del Fittone, accarezza con lo sguardo Pablito, studente di Salamanca, abbigliato con le vesti cinquecentesche della Tuna. Sono belli e giovani, si sono conosciuti nelle feste del maggio sulla scalea di San Petronio, si piacciono, mostrano il loro diritto ad emozionarsi. Dovrebbero piacere a tutti, eppure a qualche bolognese gli studenti danno fastidio. Con malinconico stupore ho sotto gli occhi una delle lettere inviate alle rubriche di vita cittadina, ricettacolo di malumori.<span id="more-7091"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1819.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7093" title="images-18" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-1819.jpeg" alt="" width="124" height="88" /></a>Annuncia uguale litania: a Bologna gli affitti sono cari per la corpulenta domanda studentesca, gli studenti fanno rumore e non ci lasciano dormire, sporcano e sono troppi, ingorgano i servizi destinati a noi, diligenti, ordinati, cittadini bolognesi.”Quem deus vult perdere, prius dementat”. Sciogliamo questi grumi di ignoranza imprevidente. Ai bolognesi brontoloni ed anziani – senza gli studenti la città diventa cronicario – suggerisco una gita ad Ivrea:osservino cosa accade ad una città privata della risorsa attorno alla quale aveva costruito la sua fortuna. Bologna vive di studenti, tutta l’economia, società e cultura ne è pervasa. Renzo Orsi, studioso docente di economia, ha pesato la “risorsa studenti” nelle sue ricerche, riassunte nel saggio pubblicato nel 2003 in Alma Mater degli Studenti. Seguo le sue argomentazioni: la presenza degli studenti “contrasta la flessione della domanda di beni e servizi originata dalla contrazione della popolazione residente”, gli studenti colmano un vuoto. I 490.748 bolognesi residenti del 1970 sono diventati 378.356 nel 2002. Ancora, “&#8230;nella città di Bologna viene trasferito reddito prodotto in altre regioni”. Il farmacista di Crotone, l’avvocato di Chieti, assegna al figlio, studente a Bologna, la congrua mensilità, spesa nell’affitto “nero”, in libri, trattorie, cinema, vestiti. Conserviamo e restauriamo l’idoneità studiosa della città, usbergo della sua economia.La ricerca “consente di affermare che l’indotto economico derivante dalla presenza degli studenti domiciliati fuori sede a Bologna è valutabile in circa 300 – 320 milioni di Euro e in circa 3200 posti di lavoro&#8230;alle spese sostenute dagli studenti vanno aggiunte le spese che l’Università deve sostenere per il suo funzionamento&#8230;circa 420 milioni di Euro&#8230;conseguentemente l’impatto economico complessivo derivante dalla presenza dell’Alma Mater nella città di Bologna è valutabile in 700 – 740 milioni di Euro.” . Cifre rapportate all’oggi sarebbero ben superiori. Soldi che fanno vivere la città nel benessere opulento ed ingrato; rare infatti come ricorda il Rettore nella relazione annuale, le donazioni di privati all’Università, frequenti nelle Università europee. Gli studenti non portano solo soldi, donano giovinezza e vivacità del vivere, hanno determinato l’architettura continua e totale della società bolognese che ha spazio, proporzione, ritmo, l’odore degli studenti. La società bolognese è nella sua parte più significativa, società universitaria, fatta da studenti, studiosi e docenti legati da vincoli intellettuali ben più nutrienti di quelli nazionali, di razza e classe. Vincoli di intelligenza e sapere “l’aula universitaria si occupa della educazione progressista&#8230;emancipa, è tollerante, assimila il processo di apprendimento a un’idea sociale”. Vogliamo bene alle aule piene di studenti, insieme ai benefici della prospera economia, tentano di arginare le sopraffazioni e ostentazioni provocatorie del mondo maleducato.</p>
<p style="text-align: justify;"> La Tuna, termine castigliano, equivale alla nostrana goliardia.Ringrazio l’ispanista Maurizio Fabbri per il suo delizioso libro <em>Dialogo entre dos tunante</em>s pubblicato nel 2002 e giunto alla biblioteca del museo degli Studenti. La citazione dell’aula universitaria viene da Northrop Frye, Cultura e miti del nostro tempo, Milano,Rizzoli,1969,p.102</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>A Gesus in allegria a cura di Domitilla Mannu</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 16:44:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[versos in limba]]></category>

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		<description><![CDATA[A Gesus in allegria est una cantone chi fintzas a unos trint’annos como alu si cantaiat in sas biddas de s’Anglona e de su Logudoro, mancari cun calchi versu cambiadu, in pius o in mancu, a segundu de su logu, su sero de s’ultima die de s’annu. Sos pitzinnos andaiant peri sa bidda, dae gianna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-675.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7044" title="images-6" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-675.jpeg" alt="" width="116" height="138" /></a>A Gesus in allegria est una cantone chi fintzas a unos trint’annos como alu si cantaiat in sas biddas de s’Anglona e de su Logudoro, mancari cun calchi versu cambiadu, in pius o in mancu, a segundu de su logu, su sero de s’ultima die de s’annu. Sos pitzinnos andaiant peri sa bidda, dae gianna in gianna, cun una beste de cabidale pro saccheddu, a cantare custa cantone de bona ura pro s’annu nou. In su 1982 apo rezistradu custa cantone dae sa boghe de tia mia, Giuannina Gallu .<span id="more-7042"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Gesus in allegria<br />
totu su mundu at salvadu<br />
Cristos s’est inzeneradu<br />
in sas intragnas de Maria</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>oh Maria gloriosa<br />
Virgine innantis de partu<br />
e a pustis de su partu<br />
restesit virgine e pura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cussa divina giarura<br />
nos siet in cumpagnia<br />
gia chi est nadu su Messia<br />
Gesus Giuseppe e Maria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e bona notte e bon’ annu<br />
e bonas Pascas cumprida(s)<br />
Deus bos diat vida<br />
e mezus a un’àter’annu.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E sighiant cantende</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Custa est una coileta<br />
sa chi nois bos cantamus<br />
su chi nos dades leamus<br />
cariga saltitza o peta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A gabbadu de cantare, sa gianna s’abberiat e sos padronos de domo daiant a sos cantadores de su chi aiant in domo. A bortas calecune non abberiat sa gianna, tando sos pitzinnos cantaiant:</p>
<p>Tira tira sa colora<br />
dae su letu a su foghile,<br />
cantu nd’azis dadu a mie<br />
nd’apedas intro e fora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O puru cust’àtera</p>
<p>In domo de Mamuscone<br />
m’apo tesu sos pannos<br />
trinta dimònios mannos<br />
bos chindulent su sacone.</p>
<p>Cando retziant calchi cosa, a sa bessida in su jannile cantaiant custos versos pro torrare gràtzias:</p>
<p>gia chi nos azis regaladu<br />
cun gustu e allegria<br />
vivat sa cumpagnia<br />
e totu su parentadu.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sa matessi manera su 5 de bennarzu sos pitzinnos bessiant a cantare a sos tres res:</p>
<p>S’avviant sos tres res in giusta ghia<br />
cun sos bolantes suos assistentes<br />
un’isteddu at bessidu in Oriente<br />
in favore a Giuseppe e Maria<br />
e sempre ca est nadu su veru messia<br />
chi est su Deus Onnipotente<br />
un’isteddu at bessidu in Oriente<br />
chi dat vida a s’anima mia.</p>
<p>Si nde falant dae caddu totos tres<br />
e tzocant in sa janna beneita<br />
nende “ Semus nois sos tres res<br />
benimus a bos fagher s’imbisita”</p>
<p>S’Anghelu Gabriele ‘atende rosa(s)</p>
<p>pro coronare su veru Messia<br />
Santu Giuseppe cun sa sua isposa<br />
E duos pastoreddos a cumpagnia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Custa est una coileta<br />
sa chi nois bos cantamus<br />
su chi nos dades leamus<br />
cariga saltitza o peta.</p>
<p>Si sa janna s’abberiat e retziant calchi cosa, repitiant sos versos de bonas uras de s’ultima die de s’annu, e gai matessi sos de malas uras si sa janna imbaraiat tancada. Cumpridu su giru sos piseddos si partiant totu su recatu.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Audiatur et altera pars,Giosué!   di Marco  Bortolotti</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 13:42:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Di un grand’uomo si vorrebbe conoscere tutto. Il poeta professore appartiene alla storia letteraria e, come si impara nella mostra mirabile e arguta dell’Archiginnasio curata da Marco Bazzocchi celebrativa del centenario, anche alla storia del costume e della psicologia amorosa. La mostra ingentilisce gli amori carducciani con il mito della bellezza classica e romantica, mostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3115.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7025" title="images-3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-3115.jpeg" alt="" width="95" height="134" /></a>Di un grand’uomo si vorrebbe conoscere tutto. Il poeta professore appartiene alla storia letteraria e, come si impara nella mostra mirabile e arguta dell’Archiginnasio curata da Marco Bazzocchi celebrativa del centenario, anche alla storia del costume e della psicologia amorosa. La mostra ingentilisce gli amori carducciani con il mito della bellezza classica e romantica, mostra galante, amabile, però…Carducci fu proprio così amoroso? Forse era più dedito alle voluttà della fantasia che a quelle dell’amore. Perché poi i biografi omettono le goffaggini dell’umanissimo, cruccioso Giosue? Uno solo intanto, per Luigi Russo, fu amore vero e profondo, quello per Carolina Piva, “Lidia “ nelle poesie, gli altri rispecchiano vaghe idealità sentimentali e letterarie. Quello per Annie Vivanti, seppur propiziato da versi radiosi, fu commercio di favori interessati e “ il povero Carducci che in fatto di donne era un professore di provincia, ci si lasciò pigliare come un merlo, e l’astuta avventuriera ci ha vissuto sopra”. Di Annie e del burbero Giosue che non rideva mai, si conoscono buffi aneddoti: il fiero cavallo da sella donato all’amazzone Annie comprato a Milano e pagato con lo sconto duemila settecento lire della tremila! ricevute da Zanichelli per un libro di poesie; Carducci pimpante che esibisce la giovane amante alla regina in Val d’Aosta, agli amici della Spezia, a Napoli, altrove, allevando maliziosi pettegolezzi; ometto quelli, deliziosamente piccanti, non comprovati dalle scritture (ecco, purgato, il più innocente : Giosue viaggiava con i mutandoni di pizzo della Vivanti nella valigia?)<span id="more-7024"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Della moglie Elvira poeta e biografi non si curano, le mogli diventeranno soggetti di poesia con Saba, Montale, Betocchi. Eppure l’Elvira è figura interessante, su di lei, necessaria eroina di Giosue, ho trovato un raccontino che riassumo perché, scrive Gadda: “io credo che un residuo di goffaggine, o di miseria… in una grande vita, debba essere notato…la verità è sempre più ricca e bella in una biografia…delle edificanti frottolazioni”. Al tempo del racconto Carducci cinquantenne abitava in strada Maggiore 37 nel palazzo di proprietà di Francesco Rizzoli, chirurgo famoso.Stava al quinto, ultimo piano, ci si arrivava per un a scala stretta, ripida, male e poco illuminata, buia nelle ore di notte. Il sabato sera Carducci prendeva il suo svago, usciva con gli amici, bevevano e ribevevano, a mezzanotte tornava a casa, dal fondo buio delle scale doveva salire malsicuro fino al quinto piano con tutto quel Bacco in corpo. La bella voce baritonale urlava, Elvira! E lei scendeva con il lume sorreggendolo con le forti braccia fino in cima. Voleva bene al suo Giosue che, sebbene fosse già significativa la presenza femminile nelle aule universitarie soprattutto nella sua, non fece studiare nessuna delle figlie.</p>
<p style="text-align: justify;">Argomento di riso e di trastullo per C.E.Gadda gli “strafalcioni” carducciani; il “fulvo” riferito al calvo Alfieri trasvolante nell’ode Piemonte dove leggiamo di Carlo Alberto esule ad Oporto che sogna ,morente, un Garibaldi marinaio a cavallo assurdo quanto lo sarebbe un cavaliere in barca. Da pettegolo trovarobe ho scovato un libro di Giuseppe Zucca mai adoperato da esegeti carducciani neppure bibliografici, libro dal titolo singolare Difficile conversare coi ragni con tre bombe anticarducci e morte di una bella regina edito nel 1957 da Ceschina, consentaneo alle ironie gaddiane. Vi troviamo perfidamente appuntati i difetti di rigore e le mancanze di vigile economia espressiva, presenti nelle poesie di chi, per Luciano Bianciardi, sembra “ finanziato da un ente provinciale del turismo”. Offro altre inezie alla biografia. Nella mostra impariamo da Maria Antonietta Torriani, amica della Lina Piva e moglie del direttore del Corriere della Sera, che la mano del Carducci era “piccola ed elegante”. Diciotto centimetri lunga e larga solo otto nel palmo, queste le misure registrate dal De Gubernatis nel Dizionario biografico degli scrittori contemporanei , edito nel 1879, testimonianza dello scrupolo curioso che giunge a misurare persino la manina di fanciulla del biografato. Frivole piccinerie mediocremente irriverenti desinenti in cosa più seria, l’indebito silenzio osservato dai critici e negli scritti, soprattutto ma non solo celebrativi e centenari, per il vituperoso sonetto, il più violento di tutta la nostra letteratura, scagliato da Mario Rapisardi, poeta e professore catanese, contro il Carducci. Vano cercarlo nelle antologie, nelle rare stampe il verso più vituperoso è addirittura addolcito per cautela pudibonda.</p>
<p style="text-align: justify;">La furiosa polemica che Carducci e i suoi adepti della cosiddetta “scuola bolognese” ebbero con Rapisardi dopo la pubblicazione nel 1877 del Lucifero, non va accudita, estinta insieme allo sdegno fragoroso che l’aveva mossa. Rapisardi, poeta umanitario e sociale di retrograda letteratura, ci ha lasciato però un’operina magistralmente violenta, quattordici versi di insuperato dileggio, incatenati in viscerale cadenza oltraggiosa con un finale sberleffo figurato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nerl testo qui riprodotto l’ottavo verso porta “gonne” , ben altro, assonante e indecente, è il dotto termine pubico originale che lascio indovinare al lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste noticine incaute, spero divertenti, non tutte futili, sono minimo contributo non idolatrico, alla biografia carducciana. Tutte insieme mormoranti sono state pungolate, risvegliate dalla attrattiva accesa dalla mostra e dal catalogo Carducci e il mito della bellezza , vivo, grazioso, indagatore.</p>
<p style="text-align: justify;">L’adorante enfasi centenaria nazionale per Carducci si è rovesciata nel suo contrario. Il pezzo maldicente è però documentato: Carlo Emilio Gadda è ben riconoscibile. Il racconto del sabato sera è pubblicato in Sistematica , a.1998, n.109, pp.23-25; la considerazione di Luigi Russo del solo amore carducciano sta in più luoghi del Carducci senza retorica, Laterza 1957; l’ “astuta avventuriera” Annie Vivanti è tale per Arrigo Cajumi che nei Pensieri di un libertino,Einaudi 1970, p.243, aggredisce e condanna. Sempre Cajumi in Colori e veleni, Napoli 1956 p.397 somministra il verso espurgato del sonetto qui riprodotto in una stampa del tempo insieme alla figuretta della Fama.</p>
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		<title>Sardinian Brass Quintet in concerto per Natale a Chiaramonti il 22 dicembre 2011 alle ore 11:00</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 18:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiaramonti e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[eventi straordinari]]></category>
		<category><![CDATA[Concerto di Natale 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/12/Concerto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3582" title="Concerto di Natale 2011 a Chiaramonti" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/12/Concerto.jpg" alt="" width="476" height="356" /></a></p>
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		<title>Sant&#8217;Alfonso Maria de&#8217; Liguori, autore di &#8220;Tu scendi dalle stelle&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 11:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Uomo di ampia cultura, missionario, fondatore, vescovo, scrittore fecondo, pittore, poeta, musicista, Alfonso è senza dubbio un grande protagonista della storia della Chiesa e della storia tout court.  Nasce a Marianella (NA) il 27 settembre 1696, da un’antica famiglia di cavalieri. Immatricolato all&#8217;università di Napoli all&#8217;età di soli dodici anni, dopo aver sostenuto un esame [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fieldset>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//S_Alfonso_neonato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6934" title="S_Alfonso_neonato" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//S_Alfonso_neonato-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /></a>Uomo di ampia cultura, missionario, fondatore, vescovo, scrittore fecondo, pittore, poeta, musicista, Alfonso è senza dubbio un grande protagonista della storia della Chiesa e della storia tout court.</p>
<p style="text-align: justify;"> Nasce a Marianella (NA) il 27 settembre 1696, da un’antica famiglia di cavalieri. Immatricolato all&#8217;università di Napoli all&#8217;età di soli dodici anni, dopo aver sostenuto un esame di retorica con il filosofo Giambattista Vico, consegue il dottorato in utroque iure, cioè in diritto civile e in diritto canonico, il 21 gennaio 1713, con largo anticipo rispetto all&#8217;età consueta.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6933"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Svolge l&#8217;attività forense, che pratica nel rispetto della verità, diventando presto uno dei più rinomati giureconsulti della capitale. Si dedica anche alle opere di misericordia e, nel 1715, assumendosi il compito di visitare e di assistere i malati del più grande ospedale di Napoli, chiamato degli Incurabili. Nel luglio del 1723 decide di abbracciare lo stato ecclesiastico.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//St_Alphonsus_Liguori.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6935" title="St_Alphonsus_Liguori" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//St_Alphonsus_Liguori.jpg" alt="" width="193" height="236" /></a>Sant Alfonso Il 21 dicembre 1726, all&#8217;età di trent&#8217;anni, riceve l&#8217;ordinazione sacerdotale. Grande amico del popolo, al quale insegna che tutti sono chiamati alla santità, ognuno nel proprio stato, sant&#8217;Alfonso si circonda di ecclesiastici e di laici di ogni ceto, ovunque organizzandoli in numerose associazioni. Si dedica in modo particolare ai ceti più umili, compiendo innumerevoli missioni nelle campagne e nei paesi rurali e prodigandosi in un intenso apostolato nei quartieri più poveri di Napoli, dove organizza, fin dal 1727, le “Cappelle Serotine”, frequentate da artigiani e da &#8220;lazzari&#8221;, cioè dal popolo minuto, che si radunavano la sera, dopo il lavoro, per due ore di preghiera e di catechismo. L&#8217;opera ha una rapida diffusione e diventa una scuola di rieducazione civile e morale.</p>
<p style="text-align: justify;"> Alfonso si rivolge al popolo con i mezzi pastorali più idonei e più efficaci, rinnovando la predicazione nei metodi e nei contenuti, collegandola con un&#8217;arte oratoria semplice e immediata. Il suo carattere positivo lo orienta verso i problemi più immediati della vita dei credenti, scossi nella fede e nelle certezze tradizionali da nuovi movimenti culturali e religiosi, soprattutto l&#8217;illuminismo e il giansenismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Basilica-santAlfonso-e-Casa-Madre-dei-Redentoristi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6939" title="Basilica-santAlfonso-e-Casa-Madre-dei-Redentoristi" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Basilica-santAlfonso-e-Casa-Madre-dei-Redentoristi-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a> Sant Alfonso nel 1732, desiderando evangelizzare con più efficacia le popolazioni del Mezzogiorno, specialmente quelle più abbandonate e più sprovviste di aiuti spirituali, fonda a Scala, piccolo paese della Costiera amalfitana, la Congregazione del Santissimo Salvatore, poi denominata del Santissimo Redentore. Nel 1762, a sessantasei anni, viene nominato vescovo della diocesi di Sant&#8217;Agata dei Goti, nel Beneventano. Nel nuovo compito sviluppa un&#8217;attività che ha dell&#8217;incredibile, nella duplice direzione del ministero diretto e dell&#8217;apostolato della penna. Nel 1775, fiaccato da molte sofferenze fisiche e spirituali, sant&#8217;Alfonso lascia la diocesi e si ritira a Pagani (SA), in una casa del suo istituto religioso, dove rimane fino alla morte, avvenuta il 1° agosto 1787.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 20 febbraio 1807, a meno di vent&#8217;anni dalla morte, Papa Pio VII ne proclama l&#8217;eroicità delle virtù e il 15 settembre 1815 lo proclama beato; Papa Gregorio XVI lo canonizza nel 1839, Papa Pio IX lo proclama Dottore della Chiesa nel 1871 e Papa Pio XII lo assegna come patrono dei confessori e moralisti nel 1950.</p>
<p style="text-align: justify;"> fonte: Archivio storico Missionari Redentoristi</p>
<p style="text-align: justify;">La più nota melodia di Sabt&#8217;Alfonso composta nel 1754</p>
<p>Tu scendi dalle stelle o Re del cielo,<br />
e vieni in una grotta al freddo e al gelo,<br />
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.<br />
O Bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar.<br />
O Dio beato!<br />
Ah! Quanto ti costò l&#8217;avermi amato.<br />
Ah! Quanto ti costò l&#8217;avermi amato.</p>
<p>A te che sei del mondo il Creatore,<br />
mancano i panni e il fuoco, o mio Signore.<br />
Mancano i panni e il fuoco, o mio Signore.<br />
Caro eletto pargoletto, quanta questa povertà<br />
più mi innamora, giacchè ti fece amor povero ancora.<br />
Giacchè ti fece amor povero ancora.</p>
<p>Tu lasci del tuo Padre il divin seno,<br />
per venire a tremar su questo fieno;<br />
per venire a tremar su questo fieno.<br />
Caro eletto del mio petto, dove amor ti trasportò!<br />
O Gesù mio, perchè tanto patir, per amor mio&#8230;</p>
<p><span style="font-family: georgia, palatino;"><em><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span class="Apple-style-span" style="font-style: normal;"><strong><br />
</strong></span></span></em></span></fieldset>
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		<title>Elène di Nino Fois</title>
		<link>http://www.angelinotedde.com/2011/12/elene-di-nino-fois-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 16:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[letteratura sarda]]></category>
		<category><![CDATA[lingua/limba]]></category>

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		<description><![CDATA[ Sa die su Professor Andria, primàriu de clinica universitària e docente de ostetrìcia e ginecologìa, ómine de seru e bell’ómine, altu, istrìzile, pilimùrtinu e ojos de battu, fit istadu tottu su manzanu operende. Sas féminas malàidas o ràidas bi curriant ca, nachi che a isse non bi nd’aiat e-i sas sanas li poniant fattu ca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images123.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6890" title="images" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images123.jpeg" alt="" width="125" height="93" /></a> Sa die su Professor Andria, primàriu de clinica universitària e docente de ostetrìcia e ginecologìa, ómine de seru e bell’ómine, altu, istrìzile, pilimùrtinu e ojos de battu, fit istadu tottu su manzanu operende. Sas féminas malàidas o ràidas bi curriant ca, nachi che a isse non bi nd’aiat e-i sas sanas li poniant fattu ca si nde ondraiant. Naraiat chi fit restadu bagadìu pro esser pius lìberu pro sa facultade de primàriu de clinica. Cun sos impignos chi aìat aeret sacrificadu sa familia…<span id="more-6889"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Como, a part’e sero, in s’istudiu brivadu, finas si li toccaiat de visitare una fémina fatt’a s’àtera, si tiat poder bene narrer chi si fit pasende.</p>
<p style="text-align: justify;">Sas ses e mesa fint e bi cheriat ancora un’ora a cumprire s’oràriu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Galu tres féminas e, bell’e gai, a sas otto, intantu in su mese de maju comente semus est a de die, poto setzer a caddu a mi fagher pagos brincos. Allu chi so tres dies sena la setzer cuss’ebba e, gai si tiat poder leare vìsciu malu”</p>
<p style="text-align: justify;">A ora de sas sett’e cuartu accó s’ùltima de sas féminas chi aiant leadu s’attoppu.</p>
<p style="text-align: justify;">Comente si bident, s’assimizant: una connoschéntzia de pitzinnia!…</p>
<p style="text-align: justify;">“ Ma, tue ses Elène!… » faghet su professore allonghendeli sa manu.</p>
<p style="text-align: justify;">“ Ell’e tue non ses Andrìa » rispondet issa riende.</p>
<p style="text-align: justify;">E, gai, a manudenta istant pro una bell’iscutta, abbaidendesi in ojos e a sa muda.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sétzi – narat Andria lassendela – già nd’est passadu de tempus, Ele’! E cantos annos che sun barigados?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Bìndighi,Andri’; eo aia seigh’annos”</p>
<p style="text-align: justify;">“ E deo vinti, Ele’, ma paret deris…</p>
<p style="text-align: justify;">In cuss’affidu inue nos semus connotos, amus balladu tottu su manzanu sena nde la sensare mai. Ma però sa galanìa chi aisti t’est restada, antzis, como chi ses pius manna e fémina fatta , si permittis, ses galu pius piagherosa”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mah! – faghet issa sena ponner perun’afficcu a su chi su professore l’aiat nadu – tue non fisti unu mastru de iscola?…”</p>
<p style="text-align: justify;">“E mastru de iscola so. A tie ite ti servit? Su mastru de iscola o su duttore?”</p>
<p style="text-align: justify;">Elène si l’abbàidat e, riende, li faghet:” A narrer sa veridade, isco legger, iscrier e contare…”</p>
<p style="text-align: justify;">“ E, tando, namus chi ti servit su duttore”</p>
<p style="text-align: justify;">“Eo de agattare a tie comente professore non bi fia pensende nemmancu in mill’annos… Ma, e comente, nàrami”</p>
<p style="text-align: justify;">Andria s’accontzat in su cadreone e faghet, comente contende una contàscia:” Duos annos nd’apo fattu de mastru de iscola ca apo bìnchidu su cuncursu su matess’annu de su diploma ma s’idea mia fit de mi fagher duttore e bi so reséssidu a vinti ses annos. In battor annos apo fattu s’ispecializatzione e-i su cuncursu a primàriu chi apo bìnchidu a trint’annos.”</p>
<p style="text-align: justify;">“E comente t’est bénnidu a conca de ti ispecializare propiamente in ostetrìcia e ginecologia” faghet Elène cun sos ojos pienos de curiosidade e-i su risittu in laras.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dae sende criadura no apo pótidu baliare chi medas féminas moriant illierèndesi; o moriat sa mama o moriat su fizu.</p>
<p style="text-align: justify;">Una bolta est morta sa mama de unu fedale meu e deo apo proadu unu dispiaghere gai mannu chi si podiat narrer finas dolore. Dae sa bolta m’apo leadu s’assuntu de mi fagher duttore de féminas e, bell’e gai in manos mias non mi nd’est morta una che una, grasias a Deus.</p>
<p style="text-align: justify;">E tue, cojuada ti ses? Fizos as? Tribagliende o in domo ses?”</p>
<p style="text-align: justify;">Elène si ponet una manu subr’e s’àtera e tottas duas in coa e, a bell’a bellu, faghet: “Eo so in domo e so finas cojuada ma fizos non nd’apo… E pro cuss’est, Andri’ chi so bénnida a inoghe a bider si si nde podet bogare atzola de custa disgràscia, de no esser reséssida a aer unu fizu in battor annos de cóju. E maridu meu est un’ómine sanu in manu e in pes, biu e « de bona voluntade » l’attoppat Andria.</p>
<p style="text-align: justify;">“De bona voluntade isse e de bona voluntade eo, Andri’ &#8211; faghet issa cun su risittu in laras – che una sorre ti lu so nende… Una sorre a unu frade…”</p>
<p style="text-align: justify;">Su professore giunghet sas manos cun sos póddighes in rughe , arrimat sos cùidos a s’iscrivania, su baeddu a su punzu, astringhet sas palas e faghet a boghe bàscia comente pro non si fagher intender; “E si ses istóiga, eo non bi poto fagher nudda… S’isciéntzia, como che-i como, non b’est arrivida a crobare su médiu pro custa malasorte; ca de malasorte si trattat. Custu punnare de s’ómine a sa fémina e de sa fémina a s’ómine nos l’at postu Nostru Segnore in sa natura nostra e nos l’at postu pro chi nois. finas a malaoza, ponzemus mente a su cumandu sou: creschide e criade.</p>
<p style="text-align: justify;">Si no aimis àpidu custa punna : unu pro s’àtera, a Deus non l’aimis postu mente comente non l’amus postu mente sa bolta de su fruttu preubidu.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ses istóiga, Elène mia cara, su proite l’ischit Deus. Eo ti poto narrer ebbia cale est sa causante. Médiu méigu pro sanare ancora s’isciéntzia non nd’at imbénnidu. Como, si cheres ti visìto e, si su médiu b’est, nos amus a cumportare cunfromma a su chi b’at de fagher; e ite naras?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Eo naro chi andat bene” faghet issa a conca bàscia e sena l’abbaidare in cara. “ E visìtami tando, Andri’, intantu so bénnida segura chi m’aères visitadu.”</p>
<p style="text-align: justify;">“A sa sola ses bénnida Elè’ ” la preguntat Andria.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cun maridu meu, ma, cando mi visìtas non lu cherzo addenantis ca mi nd’impudo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Posca de sa visìta, Ele’, posca de sa visìta, ista tranchilla” faghet isse abbattighende su buttone de su campanellu.</p>
<p style="text-align: justify;">A sa prima ischigliada accò s’infermiera in càmice biancu pronta a leare a Elène pro che la giugher a s’ambulatóriu inue la faghet ispozare e corcare in su lettinu ostétricu e la covacat cun dunu lentolu biaittu.</p>
<p style="text-align: justify;">Dae igue a un’iscutta intrat su professore; allongat sas manos e-i s’infermiera li ponet sos guantes. Elèna est totta covacada dae su lentolu, finas sa cara. In s’ambulatóriu b’at una mudesa de losa. S’idet ebbia su piga e fala de su lentolu de Elène a s’altària de sa pettorra. Sa fémina est a bémidas. Su professore tzoccat sas manos e faghet : “Si non ti calmas, ti torras a bestire e amus fattu. Ista chieta como e non t’ispores chi già non ti fatto nudda.”</p>
<p style="text-align: justify;">A s’appàlpidu, la visìtat. Comente cùmprit, si nde bogat sos guantes e narat a s’infermiera de approntare pro s’ecografìa. S’infermiera accurtziat a su lettinu s’ecògrafu, ponet una paja de guantes noos a su professore, una paja si la ponet issa etottu e iscovacat a Elène chi si siddit comente punta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Como deves istare frimma che un’istàtua; pagos minutos e amus fattu. S’infermiera untat una pomada in sa matta de sa fémina dae s’imbìligu a ingiosso e isse, su professore, cun manu delecada e ischida, bi passat sa macchinetta de s’ecografia. A daghì at cumpridu, dat s’órdine a s’infermiera de frobbire sa matta de sa fémina e a issa li narat chi si podet bestire.</p>
<p style="text-align: justify;">Isse si nde bogat sos guantes, che los bettat in su cestinu, leat sos fozos de s’ecografia e si ch’andat a s’istùdiu. Dae igue a un&#8217;iscutta intrat Elène seria che-i sa morte. Andria li faghet unu risittu e li narat de si setzer.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si fora b’est maridu tou, podet intrare” e lu faghet giamere dae sa segretaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Comente intrat, su professore si nde pesat dae su cadreone e l’allongat sa manu presentendesi e li narat de si setzer accurtzu a sa muzere.</p>
<p style="text-align: justify;">“Elène istimada &#8211; faghet Andria a sa fémina – comente t’apo nadu issara, sa meighina non bi podet fagher nudda, ma tue ses sana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sos sardos antigos ebbia resessiant a crobare su médiu pro sas féminas istóigas. Ma non fit una meighina; fit una costumàntzia chi, nachi, daìat fruttu. A lu narrer oeindie non si bi creet.</p>
<p style="text-align: justify;">“ E nàrami it’est, Andri’ &#8211; faghet sa fémina e, a ojos a su maridu: cun su professore nos connoschimus dae ora; fimis piseddos”</p>
<p style="text-align: justify;">“In antigóriu – sighit a narrer Andria – in sa Sardigna nostra, sa fémina istóiga battizaiat unu burdu e gai, in pagu tempus, podiat benner ràida.”</p>
<p style="text-align: justify;">Iscultende su professore a Elène nde li fint falende sas làgrimas fin’a terra e-i su maridu fit a bucca abberta e a orijas paradas cun sos òjos maduros che-i su punzu.</p>
<p style="text-align: justify;">“Como est a agattare unu burdu” faghet Elène e Andria li narat: “Elène istimada, a tempos de oe, tue non podes immaginare cantos burdos nàschent in sa clìnica donzi die. Pro cussu e tantu no as de ti leare pensamentu perunu. Mi’, dae inoghe a una pàja de chidas at a nascher unu mascitteddu a una pisedda de vint’annos ingannada dae unu furisteri chi non s’ischit a inue ch’est dadu dae cando at ischidu de s’amorada. Issa si cheriat istrumare ma, cun sa mama semus reséssidos a la cuncordiare a si tenner sa criadura. Si no est impignada cun àtere, tue ses a caddu. Si cheres, bi penso eo a la preguntare e chi Nostra Segnora ti leet a manudenta e gai bidimus si sa de sos sardos antigos fit costumàntzia o sabidoria.”</p>
<p style="text-align: justify;">A su maridu, aiscultende su professore, nde li fit falende sa bae.</p>
<p style="text-align: justify;">E gai, Elène, cuntenta che Pasca, si ch’est andada nende a Andria de fagher in presse ca non bidiat s’ora de fagher custu battizu beneittu.</p>
<p style="text-align: justify;">Appuntu a sos bìndighi dies, accò a Elène e-i su maridu, nonna e nonnu de unu bellu mascitteddu.</p>
<p style="text-align: justify;">Pro Elène sas dies che barigaìant in dilliriu, in oriolu e in ispera. Die pro die s’invocaiat a Nostra Segnora de su Latte Dulche , a su Coro de Gesus e a Sant’Anna. In sas pregadorìas suas cheriat unu fizu che una gràscia de Deus e a Deus l’imprommittiat che sienda manna.</p>
<p style="text-align: justify;">Donzi die andaiat a domo de sa comare e, leende su fizolu a bratzu, in mudesa e cun sos ojos pienos de làgrimas, l’invocaiat nèndeli: “ Giàmalu tue a fizu meu; giàmalu a giogare ca si bi lu naras tue già benit. E calchi bolta iscoppiaiat in piantu. Sa comare cumprendiat bene chi non fit imbìdia ma dillìriu, ispera, e timória, timória manna de s’agattare cun dunu punzu de bentu in manos.</p>
<p style="text-align: justify;">“S’ispera est s’ùltima a morrer, coma’ – li faghiat sa mama de su piseddu – e-i sa prima chi su cristianu dever ponner addenantis si at fide in Deus. Isse no at fizos ismentigados. Non bos annichedas ca tantu, de custa manera non si nde bogat nudda. Tottu pro more de Deus siat. Sensadendela, coma’ de bos chimentare. Chei sas àrvures, isettade su fruttu a tempus sou. Isettade cun pascénscia chi già at a benner. E-i su professore pius l’azis bidu? “</p>
<p style="text-align: justify;">“A sos primos de su mese. L’apo telefonadu e isse m’at nadu de andare a s’istudiu ca aiat unu pagu de tempus pro mi retzire. Mi so trattesa un’iscutta bona e isse puru m’at nadu de isettare cun pascénscia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Fimis a mesanìa de su mese de trìulas. Su fizolu de Elène fit a proa a lòmpere su de tres meses ca fit nàschidu sa die de santu Marcu e già ficchiat bene, faghiat calchi risittu e, calchi bolta, bettaiat finas calchi iscaccagliu.. Elène li cheriat bene che a unu fizu ma sa prenetta sua fit sempre sa matessi: de aer unu fizu sou. Dae sa die de su battizu onzi mese aiat isettadu sas ùltimas dies e-i como li toccaiat de pretzisu sa die vintises, sa die de Sant’Anna.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sant’Anna mia – pregaiat – chi sa die de sa festa bostra non bida una istiza de sàmben in su corpus meu. Si mi faghides cussa gràscia , si est fémina l’apo a ponner Anna e si est màsciu s’at a giamare Giuacchinu. Eo su dovere l’apo fattu, como toccat a bois a m’accansare sa gràscia dae Deus”</p>
<p style="text-align: justify;">E, a sa sola, intuppada in s’apposent, a s’iscuru, s’isolviat in làgrimas preghende sempre de su matessi tinnu. Sas dies non che barigaiant mai: su maridu a tribàgliu e issa a sa sola isettende su notte pro chircare in s’intimidade de su cóju su médiu pro accansare su chi cheriat. In s’isettu de sa die de Sant’Anna sa pelea annanghiat dae ora in ora e in sas ùltimas dies dae iscutta in iscutta.</p>
<p style="text-align: justify;">E accò sa die isettada… Si sebestat e no agattat sinnu perunu de purga de mese. Totta die est istada in pelèa, averiguendesi sena narrer nudda a su maridu.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivida sa notte no aiat boza de si corcare e-i su maridu, comente at arrambadu sa conca a su cabidale, at leadu sonnu finas a s’incras a manzanu.</p>
<p style="text-align: justify;">A bi lu narrer a Elène li pariat troppu primadiu e at chérfidu cumproare sa die infattu: nudda de su tottu. Dae sa die innantis, sa die de Sant’Anna aiat attaccadu a rosariare sena nde la sensare mai. Cun cuddos ranos pariat ispurghende trigu. A sa de chimbe dies, oramai segura comente fit, pianghende pro sa cuntentesa, l’at nadu a su maridu : “O Giua’, eo so ràida”.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuddu l’agantzat a chintu e che l’altziat in altu a cantu podet; si nde la falat in bratzos e, in làgrimas tottos duos, attaccant a si carignare, a si basare fin’a congruire in sa manera pius naturale possibile. E gai, drommidos si che sunt pro una bell’iscutta.</p>
<p style="text-align: justify;">A s’ischidada Giuanne, s’aggiuat un’impulla de vermentina e faghet: “Custa cheret buffada” e che nde tragat su mesu.</p>
<p style="text-align: justify;">“No bi lu das a ischire a comare tua Elè’?” faghet a sa muzere e issa: “ E no! A innantis toccat de lu dare a ischire a su professore chi est isse chi at cumbinadu tottu”</p>
<p style="text-align: justify;">E gai at fattu Elène, at telefonadu a su professore chi sena maraviza peruna ma cuntentu l’at nadu de andare a si fagher visitare a sos de duos meses lómpidos.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa fémina at passadu una prinzadura bona, de continu averiguada dae su professore ma a sa de trinta chidas in s’ecografia si bidiat una positura podàlica de su fedu. Cun sa ginnàstiga chi a sa mama l’at inzittadu su professore, ma però, sa criadura at leadu sa positura giusta pro nascher e a su de noe meses, Elène s’est illierada de una pisedda maravizosa chi at leadu su nùmen de Anna.</p>
<p style="text-align: justify;">Torrende gràtzias a su professore, chi l’aiat assistida, Elène l’at nadu: “Andri’, tue as sas manos santas”</p>
<p style="text-align: justify;">« Tottu est in sas manos de Deus – l’at torradu peràula su professore – finas sas manos mias. Amus a narrer puru chi sa de sos sardos antigos, no est ebbìa una costumàntzia ma, a pius de tottu, est sabidorìa. Nos devimus semper ammentare chi su póbulu est che un’àrvure bene arraighinada. Si a sas raighinas non li damus s’alimentu e-i s’abba chi bi cheret, morint e cun issas morit s’àrvure.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammentamunnóllu Elè’: sas raighinas nostras sunt in su tempus barigadu de su póbulu nostru, su póbulu de Sardigna.”</p>
<p style="text-align: justify;"> 30/07/2008</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiladu.it/contos/el%E8ne.htm">http://www.luigiladu.it/contos/el%E8ne.htm</a></p>
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