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	<title>Accademia sarda di storia di cultura e di lingua &#187; archeologia</title>
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	<description>storia cultura e lingua italiana e sarda</description>
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		<title>ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARCHEOLOGI SARDEGNA di Francesco Bellu</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 09:03:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(foto: SassariNotizie.com) SASSARI. A piccoli passi con risultati importanti. L&#8217;annuale riunione dell&#8217;Associazione nazionale archeologi-Sardegna (Ana-Sardegna), in Università centrale, ha messo stamattina sul tavolo quelli che si possono definire i primi punti di svolta sulla tutela della figura dell&#8217;archeologo. Il riconoscimento professionale ora è diventato campo di battaglia condiviso da tutti gli attori in causa, inclusi finalmente Università [...]]]></description>
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<div id="ctl00_CPH1_ctl00_pnlImage"><img src="http://images.sassarinotizie.com/ImageServer.ashx?id=7025&amp;size=300" alt=" (foto: SassariNotizie.com)" /></p>
<div>(foto: SassariNotizie.com)</div>
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<p style="text-align: justify;">SASSARI. A piccoli passi con risultati importanti. L&#8217;annuale riunione dell&#8217;Associazione nazionale archeologi-Sardegna (Ana-Sardegna), in Università centrale, ha messo stamattina sul tavolo quelli che si possono definire i primi punti di svolta sulla tutela della figura dell&#8217;archeologo. Il riconoscimento professionale ora è diventato campo di battaglia condiviso da tutti gli attori in causa, inclusi finalmente Università e Soprintendenze. Dopo anni di definizione su chi &#8220;sia l&#8217;archeologo&#8221; e cosa comporti da un punto di vista lavorativo, si è passati ora al &#8220;come&#8221; fare in modo che questa professione sia finalmente inserita all&#8217;interno delle norme che tutelano i Beni Culturali. Perché, ironia della sorte, nel cosiddetto &#8220;Codice Urbani&#8221;, cioè il codice di leggi che regola il patrimonio culturale non compare da nessuna parte la parola di archeologo. Sul piano pratico questo ha comportato, e comporta tutt&#8217;ora, un vero e proprio &#8220;Far west&#8221; in cui i primi a perderci sono gli archeologi stessi che si ritrovano in una situazione di precariato diffuso e poche garanzie previdenziali e sociali. L&#8217;Ana è nata proprio per porre fine a tutta questa situazione e dare finalmente dei paletti che tutelino questa professione una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista, Giuseppina Manca di Mores, presidente dell&#8217;Ana Sardegna, ha sottolineato come l&#8217;inserimento dell&#8217;archeologo all&#8217;interno del contratto collettivo nazionale per gli studi professionali sia un punto di non ritorno fondamentale. Per la prima volta, infatti, agli archeologi viene applicato un contratto di tipo professionale simile a categorie come architetti o notai, all&#8217;interno dei vari livelli retributivi e con un compenso minimo di base per chi è libero professionista. Questo va ad aggiungersi alla legge sulla archeologia preventiva che era, sino ad ora, l&#8217;unica norma che dava garanzie dal punto di vista lavorativo e previdenziale. L&#8217;approvazione di un tariffario nazionale, presentato all&#8217;ultima Borsa del turismo di Paestum alla presenza di tutti gli attori in causa (Ministero dei Beni Culturali e le varie associazioni di categoria) ha finalmente colmato anche gli aspetti più delicati e dibattuti. Perché fare archeologia non significa solo scavare, ma fare anche progettazione, interventi di tutela, affiancare i Comuni nella realizzazione di un Puc, fare ricerca in biblioteca, lavorare a tutta la documentazione di uno scavo in vista di una pubblicazione, scrivere una relazione preliminare. Insomma c&#8217;è dietro un lavoro talmente complesso che aveva necessità di avere dei punti fermi anche dal punto di vista remunerativo. Quanto costa il lavoro dell&#8217;archeologo? Ecco il tariffario nazionale, suddiviso per tipologie e mansioni ora dà finalmente una risposta pratica a questa domanda.<span id="more-6992"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Viene anche toccata la ormai nota manovra di Mario Monti che, prevedendo indennità per malattia e congedi parentali retribuiti alle Parte Iva, ha in qualche modo dato risposta ad una richiesta analoga fatta dall&#8217;Ana nazionale. Questo perché buona parte degli archeologi per lavorare è costretto ad aprirsi proprio una Partita Iva. Altro aspetto sul quale è stato dato risalto è la totalizzazione dei contributi previdenziali anche per chi lavora nel breve periodo. Una condizione a cui sono soggetti gli archeologi che spesso lavorano per tre mesi o addirittura meno senza che però gli venissero riconosciuti e conteggiati i contributi per quel lasso di tempo lavorativo.<br />
In serata verso le 18 verrà nuovamente fatto un girotondo intorno al Castello di Sassari, recentemente riaperto dopo i lavori di musealizzazione dell&#8217;area archeologica. Un ripertere &#8220;Abbracciamo la cultura&#8221;, solo che stavolta il Castello si vede davvero.</p>
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		<title>Cornus di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 15:39:00 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[onomastica]]></category>
		<category><![CDATA[toponomastica]]></category>

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		<description><![CDATA[Antica città, di cui esistono i resti nell’agro di Cuglieri nei pressi de s‘Archittu e di Santa Caterina di Pittinuri. Il Movers (Die Phönikier, II 2, 578) presenta Cornus come un toponimo punico, ma noi non accettiamo questa opinione del pur illustre studioso. Ciò perché, in linea generale, siamo fortemente contrari alla “feniciomania” di troppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6930" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//cornus1.jpg"><img class="size-full wp-image-6930" title="cornus1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//cornus1.jpg" alt="" width="250" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Cornus</p></div>
<p style="text-align: justify;">Antica città, di cui esistono i resti nell’agro di Cuglieri nei pressi de s‘Archittu e di Santa Caterina di Pittinuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Movers (Die Phönikier, II 2, 578) presenta Cornus come un toponimo punico, ma noi non accettiamo questa opinione del pur illustre studioso. Ciò perché, in linea generale, siamo fortemente contrari alla “feniciomania” di troppi studiosi moderni di storia antica della Sardegna, poi perché, essendo l’antica città situata in una zona che registra una delle più alte concentrazioni di nuraghi di tutta l’Isola e nel suo stesso sito rimangono ancora i resti di tre nuraghi, Ameddosu Crastachesu e Muradissa, siamo dell’avviso che, con molto maggiore probabilità e verosimiglianza, il centro abitato in origine fosse nuragico o propriamente sardo e nient’affatto punico. <span id="more-6929"></span>Ciò diciamo senza negare che durante la dominazione dei Cartaginesi in Sardegna la città di Cornus possa aver assunto il carattere misto di città sardo-punica. Però è un fatto che, dalle stesse notizie dell’anno 215 a. C. tramandateci da Livio (XXIII 40) circa la ribellione dei Sardi comandati da Ampsicora, che proprio a Cornus aveva la sua capitale, si constata chiaramente che la città era propriamente sarda e nient’affatto cartaginese (cfr. anche Eutropio, XIII 1). Secondo noi invece il toponimo Cornus non è altro che l’appellativo latino cornus «corno», che interpretiamo poter essere la “traduzione” di un precedente toponimo sardiano o nuragico. Questo potrebbe essere quel misterioso nome di città Sanaphar (vedi), il cui vescovo – ormai comunemente riconosciuto come quello di Cornus – partecipò, con altri vescovi sardi, al concilio di Cartagine del 484 d. C. Nel vocabolo latino, a nostro avviso, si deve privilegiare il significato che esso pure aveva di «prominenza»; e ciò in maniera del tutto congruente sia col piccolo altipiano in cui la città era situata sia col colle di Corchinas in cui c’era la sua acropoli o cittadella. E pure per il corrispondente toponimo sardiano o nuragico Sanaphar forse si può supporre il significato di «corni, prominenze» (al plurale; vedi LCS II cap. III).-</p>
<p style="text-align: justify;">È noto che dell’appellativo lat. cornus,-i, oltre che la forma della II declinazione, esisteva ed era perfino più frequente quella della IV declinazione cornu,-us. Quest’ultima forma risulta che è stata effettivamente adoperata con riferimento all’antica città rispetto al suo piccolo altipiano detto Campu ‘e Corra, che, derivando chiaramente dal plurale cornua (IV declinazione), è da interpretarsi come «Campo delle Prominenze» [nella lingua sarda esiste infatti l’appellativo corra (sing.) «corna» (plur.) e nel monte Ortobene di Nùoro esiste il toponimo Corra Chérvina «corna di cervo» riferito ad alcune cime rocciose (ONT 51, DILS)]. Una conferma della marca plurale del toponimo potrebbe venire dalla forma in cui compare in Tolomeo (III 3, 7) Kórnos e nell’«Itinerario di Antonino» (84, 1) Cornos, da interpretarsi come accusativo plurale della forma della II declinazione e col significato ancora di «Prominenze».-</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò detto, adesso siamo anche in grado di interpretare con esattezza l’iscrizione di un cippo, che è stato trovato di recente nel sito di Oratiddo, a 4 chilometri da Cornus, nella strada di epoca romana che andava a Bosa: M CORNU / PRO . C, che noi svolgiamo in M(UNICIPIUM) CORNU / PRO . C(IVITATE) e traduciamo «Il Municipio di Cornu / a favore della comunità». Ed interpretiamo che questo abbia effettuato qualche opera di interesse pubblico in quella zona, come il selciato della strada, un muraglione di sostegno, un ponte, oppure abbia ripulito e protetto con una costruzione in muratura una sorgente vicina o infine vi abbia fatto passare l’acquedotto della città, quello di cui ha trovato tracce sicure nel sito della città l’archeologo Antonio Taramelli (Notizie degli Scavi, 1918, pag. 307). E tutto ciò senza alcuna necessità di interpretare CORNU come vocabolo abbreviato. (Invece i primi illustratori dell’iscrizione hanno interpretato che il cippo fosse un miliario stradale, nel quale CORNU sarebbe stato l’abbreviazione del gentilizio lat. Cornuficius, non considerando che in una iscrizione indirizzata al pubblico non si abbrevia mai un gentilizio che vi compaia una sola volta ed inoltre incappando in gravi difficoltà ermeneutiche per la mancanza del nome di un imperatore).-</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">S’Archittu: il porto di Cornus</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(Cuglieri, OR) &#8211; Poco a sud di Santa Caterina di Pittinuri (vedi), è una parete rocciosa bucata alla base da un grosso foro, a forma di un piccolo arco o ponticello, attraverso cui passa il mare. Il toponimo significa letteralmente «il piccolo arco, l’archetto» (CS 34).-</p>
<p style="text-align: justify;">Il sito è citato come Architum da Giovanni Francesco Fara, nella Chorographia Sardiniae (94.25), il quale sensatamente vi pone il Korakódes limén citato da Tolomeo (III 3, 2) «e cioè – ha scritto Emidio De Felice (CS 73) &#8211; letteralmente &#8220;Porto a forma di becco di corvo&#8221;, che potrebbe corrispondere, per la posizione e per la forma, all&#8217;insenatura a sud di S. Caterina di Pittinuri delimitata da Punta di Cagaragas e da Punta Torre su Puttu». Per il vero il De Felice fa riferimento ad una forma errata dell’ultimo toponimo, che invece all’inizio del Novecento suonava ancora Caragodas, Caragoras e Cagarogas (A. Taramelli, Notizie degli Scavi, 1918, 302 segg.). Ebbene Caragodas è chiaramente lo svolgimento regolare dell’antico toponimo Korakódes. A nostro avviso i dubbi espressi dallo stesso De Felice su questo suo accostamento &#8211; anticipato però dal moderno commentatore di Tolomeo Karl Müller &#8211; debbono cadere di fronte non solo alla esatta forma del toponimo odierno, ma anche a questa importante circostanza: Cornus doveva avere il suo porto nelle immediate vicinanze della città e non lontano, a Cala su Pallosu o a Cala Saline, come hanno scritto alcuni storici recenti, siti che distano circa 10 chilometri da Cornus (vedi).</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde la questione sull’esatta ubicazione del porto di Cornus è stata decisa in maniera definitiva da un comunicato divulgato dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Oristano e pubblicato nel quotidiano L&#8217;Unione Sarda dell&#8217;11 giugno 1998, il quale riassume i risultati conseguiti da una loro squadra di sommozzatori: «Abbiamo accertato che in prossimità dell&#8217;arco di roccia esistente (S&#8217;Archittu) si trova un corridoio scavato nel fondale del mare a dieci metri di profondità; abbiamo scoperto un canale navigabile scavato nel fondale roccioso che permetteva l&#8217;accesso al porto, dal mare aperto, dei tanti natanti in arrivo ed in partenza; abbiamo scoperto le tracce di una banchina d&#8217;ormeggio con regolare piano rialzato per le operazioni di carico e di scarico di merci e passeggeri; abbiamo scoperto un punto d&#8217;attracco, in corrispondenza del quale, in superficie, si trovano due rudimentali bitte per l&#8217;ormeggio con una sezione di un metro e la distanza fra di loro di dieci metri, scavate nel calcare; abbiamo scoperto svariati reperti archeologici quali cocci, anfore, vasellame di ogni genere che fanno desumere come il porto nel passato fosse intensamente frequentato da traffico mercantile» (vedi LCS II, cap. XII). (Estratto da M. Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama, Sassari 2009, II edizione ampliata e migliorata).</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
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		<title>Porto Torres ritrovamento di reperti punici di Martina Calogero</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 03:42:12 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[archeologia]]></category>

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		<description><![CDATA[ArcheoRivista &#62; settore &#62; archeologia subacquea &#62; Porto Torres. Interessante ritrovamento subacqueo all’Asinara Dalle acque dell’Asinara riemerge una straordinaria scoperta archeologica: alcuni giorni fa, i sommozzatori della Guardia Costiera cagliaritana, mentre effettuavano un controllo ambientale, hanno individuato un’importante testimonianza punica, adagiata sul fondale a circa venti metri di profondità. Il reperto è un frammento di un bacile di terracotta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px; font-weight: normal;"><a title="Vai a ArcheoRivista." href="http://www.archeorivista.it/">ArcheoRivista</a> &gt; <a title="Vai agli archivi della categoria settore." href="http://www.archeorivista.it/articoli/settore/">settore</a> &gt; <a title="Vai agli archivi della categoria archeologia subacquea." href="http://www.archeorivista.it/articoli/settore/archeosub/">archeologia subacquea</a> &gt; Porto Torres. Interessante ritrovamento subacqueo all’Asinara</span></h1>
<div>
<p><strong><img title="ritrovamento-asinara" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/ritrovamento-asinara.jpg" alt="Porto Torres. Interessante ritrovamento subacqueo all’Asinara" width="600" height="450" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dalle acque dell’Asinara riemerge una straordinaria scoperta archeologica: alcuni giorni fa, i sommozzatori della Guardia Costiera cagliaritana, mentre effettuavano un controllo ambientale, hanno individuato un’importante testimonianza punica, adagiata sul fondale a circa venti metri di profondità.<span id="more-6466"></span> Il reperto è un frammento di un bacile di terracotta di forma umana, con due fori che rappresentano gli occhi, un naso abbozzato e una prominenza trasversale nella parte superiore che potrebbe corrispondere a un copricapo. Nel sito della scoperta i subacquei si sono imbattuti in altre due testimonianze di epoca romana: il bordo di un’anfora con ansa bifida riconducibile per fattezze alla penisola iberica e un’anfora integra di epoca imperiale.</p>
<p style="text-align: justify;">I dettagli dell’operazione di recupero sono stati illustrati durante una conferenza stampa, svoltasi presso la sede della capitaneria di Porto Torres, dal capitano Giovanni Stella e da Gabriella Gasparetti, della Soprintendenza per i Beni archeologici di Sassari. Le tre testimonianze verranno adesso desalinizzate, ripulite dalle incrostazioni e consolidate, prima di essere documentate e catalogate dalla Soprintendenza, ma l’importanza della scoperta è già palese. Infatti, si tratta della prima scoperta di reperti di epoca cartaginese nella zona marina protetta dell’Asinara: un’area off-limits che potrebbe celare altre meraviglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sito in cui sono stati individuati i frammenti fa pensare che siano presenti altri reperti importanti, forse anche un intero carico di un’imbarcazione naufragata. Alla luce di questo ritrovamento, è probabile che le ricerche nelle acque dell’Asinara si faranno più intense.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(foto archivo Guardia Costiera)</em></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div>
<p>Questo articolo è stato scritto da <a title="Posts by Martina Calogero " href="http://www.archeorivista.it/00author/martikalos/">Martina Calogero</a> il 4 ottobre 2011</p>
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<p style="text-align: justify;">
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		<title>Siligo (SS) chiusa la Summer School al villaggio di Villanova Montesanto di Alessandra Melis</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 04:15:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;  Chiusa la Summer School al villaggio di Villanova Montesanto Si è conclusa qualche giorno fa la Summer School di Archeologia Medievale impegnata nella campagna di scavo alla ricerca del villaggio rurale di Villanova Montesanto presso il comune di Siligo in provincia di Sassari. La scuola estiva è iniziata il 18 luglio e ha coinvolto un’ottantina di studenti e laureati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<div id="post-10373">
<h1><span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px; font-weight: normal;"> Chiusa la Summer School al villaggio di Villanova Montesanto</span></h1>
<div>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><img title="campo scuola al villaggio di Villanova Montesanto " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/DSC_0672.jpg" alt="campo scuola al villaggio di Villanova Montesanto " width="600" height="399" /><span id="more-6114"></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Si è conclusa qualche giorno fa la <strong>Summer School di Archeologia Medievale</strong> impegnata nella campagna di scavo alla ricerca del villaggio rurale di <strong>Villanova Montesanto</strong> presso il comune di Siligo in provincia di <strong>Sassari</strong>.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La scuola estiva è iniziata il 18 luglio e ha coinvolto un’ottantina di studenti e laureati in archeologia di varie Università italiane ed estere tra cui quella di Sassari, Cagliari, Napoli l’orientale, Napoli Federico II, Genova, Pisa, Padova, Granada e Barcellona.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Uno degli obiettivi è stato l’approccio didattico rivolto ai partecipanti dell’iniziativa. Oltre agli scavi, che si sono svolti durante la mattinata insieme alle attività di rilievo, gli studenti hanno seguito, nel pomeriggio, un corso intensivo sui villaggi abbandonati della Sardegna in cui si sono messe in evidenza le problematiche e gli approcci mutidisciplinari necessari per il loro studio. I corsisti inoltre sono stati impegnati nella classificazione e nell’analisi dei reperti rinvenuti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><img title="campo scuola al villaggio di Villanova Montesanto " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/DSC_0421-1.jpg" alt="campo scuola al villaggio di Villanova Montesanto " width="600" height="399" /></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Altro obbiettivo di questo progetto di archeologia sperimentale guidata dal professor Marco Milanese, Ordinario di Archeologia Medievale presso l’Università di Sassari e Direttore della Scuola Estiva, (portata avanti anche grazie alla collaborazione di vari archeologi tutores), è stato quello di fornire le prime informazioni e identificare le tracce del villaggio postmedievale abbandonato di Villanova Montesanto.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il lavoro si è svolto in tre grandi aree di scavo che hanno restituito elementi utili alla definizione cronologica del centro. Il villaggio ha vissuto a partire dall’inizio del Quattrocento fino alla metà del Seicento. Dalle ceramiche rinvenute si può evidenziare come questo borgo rurale avesse un’economia aperta ai traffici commerciali.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I resti ceramici databili al Quattrocento sono riferibili infatti a <strong>produzioni di area fiorentina (Savona)</strong> <strong>ma anche</strong><strong>spagnola</strong>, che testimoniano come gli abitanti del villaggio fossero interessati anche all’estetica dei contenitori e vasi che utilizzavano, aspetto non consueto per i piccoli centri basati su un’economia in genere povera e con scarse disponibilità economiche.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Si tratta di ceramiche decorate con motivi rinascimentali, animali fantastici e busti umani dipinti con vivaci colori. Prodotti usati nello stesso periodo (siamo alla metà del Quattrocento) a Firenze, Genova, Pisa, Napoli, Roma, Palermo, così come in Sardegna a Sassari, Alghero e Cagliari a cui si aggiunge ora, grazie a queste ricerche, Villanova Montesanto.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Anche le <strong>monete</strong> rinvenute, che vanno <strong>da Alfonso V (1416-1458 ) a Filippo III (1598-1621)</strong>, sono in linea sia con le ceramiche ritrovate sia con le fonti scritte note che parlano di un centro vissuto tra il Quattrocento e Seicento, probabilmente abbandonato nel <strong>1652</strong> a causa della <strong>peste</strong>. Sempre dalle fonti si sa che Villanova Montesanto è stato riabitato nel 1700 (pagava un dazio in grano alla città di Alghero), ma dagli scavi finora effettuati non si ha traccia di questa nuova fase di vita.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Dalla campagna archeologica è emersa un’ulteriore sorpresa: la scoperta di tracce di <strong>strutture nuragiche</strong>realizzate con grossi blocchi, in uso almeno dal <strong>Bronzo finale</strong> e accompagnate da frammenti di ceramica e da un pezzo di spada votiva in bronzo.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Dalle analisi geofisiche preliminari sono state segnalate delle strutture che probabilmente si riferiscono a queste costruzioni protostoriche oltre che a delle risistemazioni agrarie del 1800 realizzate con i grossi blocchi nuragici presenti nell’area.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Da quanto emerge dai dati rilevati in questa prima Scuola Estiva di Archeologia Medievale, il villaggio di Villanova Montesanto rimase in vita dal <strong>1400 al 1650</strong>, probabilmente a stretto contatto con le <strong>vestigia di preesistenze nuragiche</strong> usate per il recupero di materiale litico da costruzione. Sempre in questa area fu poi costruita all’inizio del 1600 la chiesetta di San Vincenzo Ferrer che ancora lega gli abitanti del vicino paese di Siligo a quello scomparso di Villanova Montesanto.</p>
</div>
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<p> 6 settembre 2011</p>
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<div id="respond">
<p> <a title="http://www.archeorivista.it/0010373_siligo-ss-chiuso-il-campo-scuola-al-villaggio-di-villanova-montesanto/" href="http://www.archeorivista.it/0010373_siligo-ss-chiuso-il-campo-scuola-al-villaggio-di-villanova-montesanto/">http://www.archeorivista.it</a></p>
</div>
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		<title>Quante sorprese al Quirinale di Raffaele Alessandrini</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 08:37:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[A colloquio con Louis Godart Il complesso architettonico del Quirinale ha ormai compiuto il mezzo millennio di vita. Il ragguardevole arco di tempo non esaurisce peraltro la storia del complesso che sorge su un&#8217;area ricca di precedenti fondazioni e di insediamenti anche molto antichi. Ne parliamo con Louis Godart &#8211; archeologo e specialista delle civiltà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A colloquio con Louis Godart</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//127q05a.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5513" title="[Attachment saved to &quot;C:\quirinale.jpg&quot;]" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//127q05a-150x145.jpg" alt="" width="150" height="145" /></a>Il complesso architettonico del Quirinale ha ormai compiuto il mezzo millennio di vita. Il ragguardevole arco di tempo non esaurisce peraltro la storia del complesso che sorge su un&#8217;area ricca di precedenti fondazioni e di insediamenti anche molto antichi. Ne parliamo con Louis Godart &#8211; archeologo e specialista delle civiltà egee, consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico del presidente della Repubblica Italiana &#8211; che ha appena inaugurato la terza edizione di &#8220;Roma nascosta. Percorsi di archeologia sotterranea&#8221; promossa dall&#8217;Amministrazione di Roma Capitale e realizzata da Zètema. Fino al 5 giugno sarà possibile visitare i più importanti siti sotterranei della Capitale con un programma di oltre quattrocento appuntamenti consultabile in rete (www.museiincomune.it). &#8220;Il compito del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica &#8211; dice Godart &#8211; è anche di riportare alla luce le antiche pagine di storia di un palazzo come il Quirinale che, da sempre, è associato al concetto latino di auctoritas. Grazie a un impegno costante molti capolavori che interventi maldestri in passato avevano nascosto o cancellato sono tornati alla luce sia nel sottosuolo del Colle, sia nel Palazzo stesso&#8221;.<span id="more-5512"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo dal sottosuolo. Che cosa c&#8217;era qui prima del Palazzo attuale?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1998-1999 gli scavi intrapresi nei giardini per la posa di impianti tecnologici hanno restituito varie strutture abitative risalenti a un periodo databile tra la fine del I secolo antecedente l&#8217;era cristiana, e il III secolo, in piena età imperiale. Nell&#8217;estate del 2004 un secondo scavo nei pressi della Porta Giardini ci ha restituito un vasto complesso di abitazioni databili tra l&#8217;ultimo periodo della Roma repubblicana e l&#8217;VIII secolo. A tale complesso si associa uno stabilimento termale di notevoli proporzioni che non si è potuto indagare.</p>
<p style="text-align: justify;">E non sono state trovate tracce d&#8217;insediamenti precedenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Negli strati inferiori sono state scoperte tre tombe a incinerazione databili tra la metà del III e l&#8217;inizio del II secolo prima dell&#8217;era cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è stato qualche ritrovamento archeologico di rilievo specifico nel corso degli scavi effettuati?</p>
<p style="text-align: justify;">Senz&#8217;altro il ritrovamento di una statua femminile seduta, coperta da un mantello e con la testa cinta da un diadema. Uno studio preliminare ha permesso di ipotizzare che si tratti di una statua di Giunone che presumibilmente faceva parte di un più articolato gruppo scultoreo comprendente Giove e Minerva. E poi, giusto tre settimane fa, durante un controllo in uno dei cunicoli scavati nel sottosuolo del Colle, i carabinieri hanno individuato una straordinaria statua d&#8217;età romana: una divinità, risalente forse al II o al III secolo. Fu utilizzata, presumibilmente nel Seicento, come architrave del cunicolo quando Bernini fece scavare le fondazioni del primo tratto della Manica Lunga.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo così giunti alle vicende del Palazzo. Una delle ultime scoperte più rilevanti pare sia stata quella degli affreschi di Pietro da Cortona.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino all&#8217;occupazione napoleonica, nell&#8217;ala prospiciente la piazza del Quirinale si poteva ammirare una grandiosa Galleria edificata intorno al 1588 sotto Papa Sisto V. Ma fu Alessandro VII che nel 1655 diede incarico a Pietro da Cortona di decorare le pareti della Galleria. Poi durante l&#8217;occupazione napoleonica, tra il 1811 e il 1812, le finestre che danno sul Cortile d&#8217;onore furono murate e le pareti ricoperte con uno strato d&#8217;intonaco e una carta fodera; la Galleria fu divisa in tre saloni poiché Napoleone intendeva destinare tali ambienti alla famiglia imperiale. Si temeva che gli affreschi fossero andati irrimediabilmente persi, ma in occasione del rifacimento per la messa a norma degli impianti elettrici si scoprì con grande emozione che le pitture si erano perfettamente conservate sotto l&#8217;intonaco. Le finestre furono smurate e la Galleria recuperò la sua originaria luminosità. Le pitture di Pietro da Cortona sono ormai tornate tutte alla luce e oggi, grazie anche all&#8217;intervento della Fondazione Bracco, siamo in grado di completare i lavori avviati nel 2002. Si prevede che per la fine del prossimo agosto la Galleria di Alessandro VII Chigi, potrà essere di nuovo ammirata dai visitatori.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato questo l&#8217;unico &#8220;guasto&#8221; al Quirinale provocato dai capricci di Napoleone?</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la Sala Regia o Salone dei Corazzieri che dir si voglia, ha passato analoghe vicissitudini. Voluta da Papa Paolo V Borghese ai primi del Seicento, era una sala di rappresentanza dove il Pontefice riceveva le delegazioni diplomatiche straniere: ambascerie raffigurate nella parte alta della sala ornata da tre maestri del Seicento: Agostino Tassi, Giovanni Lanfranco e Carlo Saraceni. Il fregio seicentesco che sosteneva l&#8217;apparato iconografico sotto Napoleone fu sostituito da un cornicione a tempera più alto, ricco di simboli militari ed emblemi imperiali. Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, Pio VII riprendendo possesso del Quirinale si adoperò per cancellare ogni traccia degli odiati invasori, ma solo in tempi recenti dopo una sistematica campagna di sondaggi il fregio del Seicento ricoperto dai francesi è tornato alla luce e dalla fine del marzo 2006 la Sala Regia di Paolo V ha ripreso l&#8217;aspetto di quattro secoli fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali altri ritrovamenti artistici meritano di essere menzionati nel corso dei restauri effettuati all&#8217;interno e nell&#8217;area del Quirinale?</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto ricorderei gli affreschi della Sala dei Parati Piemontesi scoperti quasi per caso nel 2005, dopo l&#8217;improvviso distacco d&#8217;intonaco della volta di fine Ottocento che rivelò l&#8217;esistenza di un fregio seicentesco sempre dell&#8217;epoca di Paolo V. Sulle quattro pareti della sala allora ricomparvero le istantanee pittoriche di alcune delle realizzazioni architettoniche realizzate da Papa Borghese. Affreschi che rivelano uno scorcio prezioso della Roma Cinque e Secentesca in gran parte scomparsa, mentre su tutto spicca naturalmente l&#8217;ampliamento della basilica di San Pietro. Non dimenticherei infine le decorazioni araldiche ritrovate nel Passaggetto di Urbano VIII e soprattutto i resti di un ciclo pittorico quattrocentesco rinvenuto in un locale di passaggio accessibile dal terzo cortile del complesso di San Felice in via della Dataria. In un cielo a fondo stellato sfila una teoria di sante racchiuse entro la mistica mandorla. Tra queste sembra riconoscibile santa Apollonia identificabile per l&#8217;attributo della tenaglia. L&#8217;ex-lavatoio doveva essere in origine un piccolo oratorio o una cappellina che nel Cinquecento era forse inglobata nelle strutture conventuali del monastero dei benedettini di San Paolo e nel Seicento sarebbe stata assorbita dal fabbricato di San Felice completamente ristrutturato sotto Papa Urbano VIII. Significativa è la mancata distruzione dell&#8217;ambiente nonostante i continui interventi architettonici; il che potrebbe far supporre che la cappellina abbia a lungo rappresentato un rilevante luogo di culto. Ma tutta la storia di questo ambiente è ancora completamente da studiare se messa in relazione alle complesse vicende urbanistiche e architettoniche dell&#8217;intera area che, non dimentichiamolo, anticamente ospitava le strutture del tempio di Serapide.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">(©L&#8217;Osservatore Romano 2 giugno 2011</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>La caduta dal letto di tre baroni (da bara) incontinenti di Ghigno di Tonca</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 05:55:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[archeologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa un certo Asor Rosa, di anni 78, con speranza di vita di un altro anno, visti gli ultimi dati demografici, si addormentò sulla panchina di un giardino pubblico con baffi e cravatta e un bel mazzo di bancomat ,si sentì chiamare da una voce misteriosa che gli suggerì di organizzare un golpe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown45.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5312" title="Unknown" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown45.jpeg" alt="" width="150" height="135" /></a>Qualche giorno fa un certo Asor Rosa, di anni 78, con speranza di vita di un altro anno, visti gli ultimi dati demografici, si addormentò sulla panchina di un giardino pubblico con baffi e cravatta e un bel mazzo di bancomat ,si sentì chiamare da una voce misteriosa che gli suggerì di organizzare un golpe contro l’odiato tiranno premier.<span id="more-5311"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Prese penna carta e calamaio e scrisse, sul giornale più soffuso d’Italia, il Mani-Festo, l’articoletto che tutti conosciamo: Magistratura, Carabinieri, Polizia di Stato, sotto un’alta (o bassa) autorità, dovrebbero congelare camere e governo e procedere ad una riforma dello stato onde eliminare il tiranno premier.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-217.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5313" title="Unknown-2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-217.jpeg" alt="" width="130" height="105" /></a>Stessa esperienza paranormale, dopo pochi giorni, accadde all’uomo dalla barba bianca e dall’umore nero, un certo Scalfari, più che dalla panchina, caduto dal letto dal giorno in cui si è spacciato per filosofo.</p>
<p style="text-align: justify;">Siccome in queste cose non c’è due senza tre, quasi negli stessi giorni capitò lo stesso incidente al più rincitrullito dei tre, certo Bocca, con piedi e mani in procinto di scendere nella fossa. Un uomo dalle molte vite, entusista fascista, poi resistente, infine insieme agli altri, ricco da far schifo, con tutte le baggianate raccontate con il fallo in mano, per fortuna, poco letto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-315.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5314" title="Unknown-3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//Unknown-315.jpeg" alt="" width="93" height="124" /></a>Insomma, tre baroni (da bara) che prima dei funerali, prendono fucile e moschetto e organizzano un golpe da ospizio per anziani. Quando partiranno per la marcia su Roma o su Arcore non si sa, per ora, avendo problemi di incontinenza urinaria,mentre si curano, metteranno a punto ad Abano Terme le strategie del congelamento della democrazia italiana, forse coinvolgendo la pasionaria  Rosy, il cadavere ambulante Scalfaro, e come portainsegne quel ragazzetto cresciuto a pane e cipolla di Franceschini, che assumerà il nome di battaglia di Franceschiello. Infine, alla guerra rataplan!</p>
<p style="text-align: justify;">Già perché i milioni d’italiani che hanno votato i parlamentari del Pdl sono degl’imbecilli, gli stessi deputati e senatori giacciono nell’imbecillità. Napolitano sarebbe svanito e l’opposizione prostrata, e la piemmeria che mette pulci e cimici anche nelle parti intime degl’italiani, spendendo e spandendo una marea di milioni di euro, per i tecnici del settore, non avrebbe fatto abbastanza nella fabbrica di processi a carico del premier. I piemme, secondo la visione rosiana,  sono stati sempre al mare, a giocare a ping volley, a godersi quel malloppo di stipendio che si beccano ogni mese .</p>
<p style="text-align: justify;">L’emerito redivivo professore è un veteromarxista che ci ha ammannito tanta letteratura italiana e addirittura tanti romanzi dall&#8217;ottica sovietica. Ora, prima di tirar le cuoia definitivamente, vuol mettere un po’ d’ordine. Tutti lo credevamo morto e, sorpresa, eccotelo ancora in vita con tanto di baffi e cravatta,</p>
<p style="text-align: justify;">Il bello è che come lui la pensano centinaia di italorimbambiti, che vanno sussurrando questi stessi progetti sottovoce, non pensando che se attuassero un tale progetto, i milioni di elettori imbecilli non  li lascerebbero fare senza prendere le armi, caricarle ad acqua ghiacciata,e trasformare i golpisti in tante mummie di Similau, da vendere a laboratori di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non molto tempo fa politici, lestofanti e militari furono severamente inquisiti dalla magistratura, perché a quanto pare stavano progettando un golpe.  E ora che questi tre rimbambiti proclamano un golpe non vengono chiamati nemmeno a discolparsi e a dire che queste cose sono state indotte da un incidente avvenuto in fase onirica o, se meglio credono, in fase preagonica. E, pensare che per ben morire, potrebbero comprarsi il kit della buona morte in Belgio, con ricetta medica. A Rosy e a Francesciello basterebbe un bagno ai fanghi di Abano Terme, sono certo che ricomincerebbero a ragionare e a non giocare alla guerra rataplan. Ce ne sono già tante nel Medioriente di guerre, ora la vogliono anche nello stivale , a 150 anni dall’Unione Sacra d’Italia. Garibaldi, Mazzini, Vittorio, Camillo, rivoltatevi  nella tomba!</p>
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		<title>Studi sull&#8217;architettura dell’antica parrocchiale di San Matteo in Chiaramonti di Gianluigi Marras</title>
		<link>http://www.angelinotedde.com/2011/04/studi-sullarchitettura-dell%e2%80%99antica-parrocchiale-di-san-matteo-di-gianluigi-marras/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 07:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[discipline scientifiche]]></category>

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		<description><![CDATA[La parte più rimarchevole delle emergenze del sito è costituita dagli imponenti ruderi dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, che occupano l&#8217;angolo nord-occidentale del pianoro di Monte Cheja. Nonostante la solennità delle strutture mancano completamente studi architettonici e stilistici. Purtroppo la veloce degradazione di cui sono state oggetto, con il crollo e lo spoglio di molte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//66563_1557340346725_1631748517_1284501_1991995_n.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5263" title="66563_1557340346725_1631748517_1284501_1991995_n" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//66563_1557340346725_1631748517_1284501_1991995_n-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La parte più rimarchevole delle emergenze del sito è costituita dagli imponenti ruderi dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, che occupano l&#8217;angolo nord-occidentale del pianoro di <em>Monte Cheja</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la solennità delle strutture mancano completamente studi architettonici e stilistici. Purtroppo la veloce degradazione di cui sono state oggetto, con il crollo e lo spoglio di molte murature, rende sempre più difficile la lettura del monumento. E se i recenti restauri hanno avuto il merito di bloccare (o rallentare?) il degrado e di consolidare la fabbrica, conseguenze non altrettanto positive ha avuto per l&#8217;analisi stratigrafica degli elevati. L&#8217;uso indiscriminato infatti di malte negli spigoli e nei punti di contatto fra i vari elementi architettonici, i rimaneggiamenti effettuati senza alcun rispetto delle tecniche originarie, donano si ai ruderi un candore piacevole a vedersi ma altresì appiattiscono e omogeneizzano le differenze originali.<span id="more-5226"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In ragione di tale inibizione, oltre che della difficoltà dell&#8217;esame autoptico ravvicinato di varie porzioni del monumento, quella qui proposta non può che essere un&#8217;indagine incompleta e problematica in molti punti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  espongono di seguito dapprima una breve descrizione stilistico-architettonica della chiesa e, di seguito, i risultati dell&#8217;analisi stratigrafica dell&#8217;elevato<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio stratigrafico è stato svolto secondo una campionatura che ha interessato circa il 60% delle strutture. La selezione è stata fatta sulla base di tutta una serie di ricognizioni non sistematiche, che hanno individuato una serie di problematiche e punti da controllare<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La chiesa di San Matteo ha posto sin dall&#8217;inizio una serie di quesiti di seguito riassunti:</p>
<p style="text-align: justify;">1)          Si potevano individuare preesistenze architettoniche?</p>
<p style="text-align: justify;">2)          In caso affermativo, erano pertinenti a strutture civili o religiose?</p>
<p style="text-align: justify;">3)          Individuazione di eventuali fasi costruttive distinte della chiesa</p>
<p style="text-align: justify;">4)          Riconoscimento delle tecniche costruttive</p>
<p style="text-align: justify;">5)          Analisi delle dinamiche di cantiere.</p>
<p style="text-align: justify;">6)          Cronologie assolute</p>
<p style="text-align: justify;">A indagine, almeno parzialmente, conclusa si può affermare che i punti 1 e 3 hanno avuto una risposta soddisfacente, i punti 4 e 5 una spiegazione limitata mentre per il punto 2 si sono solo potute formulare delle ipotesi non verificabili se non con le tecniche dello scavo stratigrafico. Il punto 6 infine non ha avuto alcuna risposta, a causa della mancanza di qualsiasi indicatore cronologico assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;"><!--more-->Ad una prima osservazione il complesso architettonico (CA) è stato suddiviso in undici corpi di fabbrica (d&#8217;ora in poi CF):</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3200" class="wp-caption   aligncenter" style="width: 510px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig1.jpg"><img class="size-full wp-image-3200" title="Planimetria generale" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig1.jpg" alt="Planimetria generale" width="500" height="706" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Planimetria generale</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 1, costituito dalla torre campanaria;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 2, cappella laterale orientale addossata al CF 1;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 3, cappella laterale orientale a sud di CF 2;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 4, cappella laterale orientale a sud di CF 3;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 5, cappella laterale orientale a sud di CF 4;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 6, la prima cappella laterale occidentale rispetto all&#8217;ingresso;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 7, cappella laterale occidentale, a nord di CF 6;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 8, cappella laterale occidentale obliterata, a nord di CF 7;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 9, abside quadrangolare;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 10, navata centrale della chiesa;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">§ CF 11, cappella laterale occidentale rasata, a sud di CF 6.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Descrizione </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il complesso chiesastico di San Matteo è un edificio che attraverso varie fasi costruttive giunge ad avere una sua fisionomia  ancora ben riconoscibile<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Presenta un&#8217;icnografia con grande navata centrale sulla base di un modulo quadrato raddoppiato (21*10 m)<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>, sei (originariamente otto) cappelle laterali  rettangolari e abside quadrata (lati di 5 m); la copertura era voltata a botte, con cinque arcate di sostegno in conci calcarei, poggianti su lesene e con capitelli all&#8217;imposta dell&#8217;arco (attualmente si possono leggere fino a questo livello solo le prime due arcate orientali).</p>
<p style="text-align: justify;">Le cappelle erano anch&#8217;esse coperte con volta a botte, molto più alta nel CF 2 rispetto alle altre; solo nella prima cappella orientale è conservata l&#8217;arcata d&#8217;ingresso, a sesto acuto, in lastre calcaree squadrate con capitello quadripartito che si continua all&#8217;interno in un listello.</p>
<div id="attachment_3201" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig2.jpg"><img class="size-medium wp-image-3201  " style="margin: 5px; border: 0pt none;" title="Interno della chiesa" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig2-300x200.jpg" alt="Interno della chiesa" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Interno della chiesa</p></div>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Sia la navata centrale che le cappelle erano pavimentate con lastroni in calcare, che presentavano problemi statici anche quando era in uso la chiesa. La pavimentazione, molto sconnessa, è attualmente coperta nel corpo centrale da uno strato di protezione ghiaioso ma è ben visibile nella prima cappella laterale a est, dove si leggono anche quattro sepolture privilegiate<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>. Nell&#8217;abside e nell&#8217;ambiente di servizio fra questo e la torre si leggono invece due pavimenti differenti, il più antico in piastrelle in trachite, disposte in diagonale rispetto agli assi principali, e al di sopra (solo parzialmente nell&#8217;abside) uno strato di cocciopesto, con malta grigia (lisciata in superficie) e minuti frammenti di coppi.</p>
<p style="text-align: justify;">La facciata era a capanna, con paramento regolare di blocchi squadrati, portone a sesto acuto e rosone, abbattuta negli anni cinquanta del novecento perché pericolante. Lo stesso paramento regolare presentava la base quadrata nella torre rettangolare (intonacato era invece il cupolino ottagonale), sulle restanti murature esterne non sono state rinvenute tracce d&#8217;intonaco e queste, nelle foto d&#8217;archivio, appaiono nude.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;interno doveva invece presentarsi completamente intonacato in bianco-grigio e, nelle arcate e all&#8217;interno delle cappelle, sono ancora rilevabili (nonostante gli scialbi successivi) residui di pittura in rosso e in giallo.</p>
<div id="attachment_2572" class="wp-caption alignright" style="width: 212px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/03/castello-semiintegro.jpg"><img class="size-medium wp-image-2572" style="margin: 5px;" title="Chiesa San Matteo al monte semiintegra" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/03/castello-semiintegro-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Chiesa San Matteo al monte semiintegra</p></div>
<p style="text-align: justify;">Testimonianze di decorazione scultorea sono nei listelli modanati delle cappelle orientati, costruiti con coppi frammentari posti di piatto, abbondantissima malta, intonaco e pittura in superficie, nei costoloni che reggevano la crociera dell&#8217;abside, che si dipartono da un capitello decorato (l&#8217;erosione non permette la lettura della scultura) e nel listello modanato litico, al di sopra di una fascia con ovoli, delle cappelle occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi erano altari, per lo più rasati, in tutti i corpi di fabbrica laterali; il principale era posto davanti all&#8217;abside, costruito con elementi litici vari e intonacato in tutte le superfici,  al di sotto dell&#8217;arcata d&#8217;ingresso, costruita in blocchi rifiniti con piccole semicolonne. Gli spazi fra la mensa e l&#8217;arco furono poi tamponati, permettendo l&#8217;ingresso all&#8217;abside solo dall&#8217;apertura che conduceva verso la torre campanaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il campanile, a base quadrata e conclusione cupolata ottagonale, aveva due ingressi a sesto acuto, così come i finestroni della cella campanaria, nelle pareti sono invece presenti piccole aperture quadrangolari per la luce.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impianto planimetrico rimanda ad un generico contesto di XVI secolo a causa della presenza di grande navata centrale, cappelle laterali e abside quadrata<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>, sebbene siano abbastanza rare le volte a botte, sostituite di solito da crociere o volte raggiate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad un ambito seicentesco o più probabilmente settecentesco sembra invece ascrivibile la parte ottagonale della torre; oltre l&#8217;esempio del S. Nicola in Sassari (1756), si possono ricordare anche altri vari esempi di questo modello, per esempio S. Pietro a Settimo San Pietro (CA), con ampliamento del 1627<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>,  Santa Chiara a Cossoine (1729)<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a> e S. Andrea a Giave (1701-1786)<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>.<br />
Nella tabella si mostra un quadro sinottico delle principali fasi costruttive:</p>
<table style="height: 254px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="612" height="252">
<tbody>
<tr>
<td width="96"><strong>Fase</strong></td>
<td width="72"><strong>Attività</strong></td>
<td width="453"><strong>Nome attività</strong><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="3" width="96" valign="top"><strong>V</strong>&nbsp;</p>
<p><strong> Crollo e spoglio</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>V.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Spoglio dei   blocchi calcarei</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>V.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Crolli per   cedimenti della natura e avvenimenti naturali</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>V.c</strong></td>
<td width="453" valign="top">Rasatura della   facciata</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="2" width="96" valign="top"><strong>IV Restauri</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>IV.a </strong></td>
<td width="453" valign="top">Distruzione CF   11</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>IV.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Restauri nella   torre</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="4" width="96" valign="top"><strong> III </strong>&nbsp;</p>
<p><strong>Ampliamenti   della chiesa</strong></p>
<p><strong> </strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>III.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Obliterazione   CF 8</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Ampliamento   cappelle laterali</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.c</strong></td>
<td width="453" valign="top">Avanzamento   della facciata</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.d</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   parte ottagonale della torre</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="2" width="96" valign="top"><strong>II Impianto della chiesa</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>II.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   torre quadrangolare</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>II.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   chiesa con le cappelle corte</td>
</tr>
<tr>
<td width="96" valign="top"><strong>I</strong>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></td>
<td width="72" valign="top">
<h4><strong>I.a</strong></h4>
</td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   struttura con la scala interna</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase I</strong></p>
<div id="attachment_3203" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig3.jpg"><img class="size-medium wp-image-3203" style="margin: 5px;" title="Torre campanaria, prospetto est con strutture precedenti." src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig3-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Torre campanaria, prospetto est con strutture precedenti.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La parete ovest della torre campanaria è in parte costituita da un&#8217;Unità Stratigrafica Muraria (USM 45), alta diversi metri, larga 3,63 m, costruita con elementi litici calcarei non lavorati, con rari inserti di natura trachitica e di arenaria, legati con malta (non è stato tuttavia possibile riconoscere il legante originale a causa degli abbondanti e inopportuni restauri). Tale USM presenta al centro un&#8217;incavatura dove era inserita una scala, composta da blocchi calcarei squadrati e sommariamente lisciati (sebbene attualmente molto consunti), disposti a spirali e incolonnati in modo da generare una  colonna circolare centrale; di tale scala restano alcuni scalini alla base e tre in alto. A tale muratura si appoggiano a sud USM 46 e a nord USM 43, con in quali è netto il punto di appoggio; meno semplice è, a causa della distanza, riconoscere il rapporto con USM 57, che sembra appoggiarsi in alto e contemporaneamente soffrire di problemi statici. All&#8217;USM 45 si legano invece all&#8217;interno dell&#8217;edificio, verso ovest, altre due murature rasate che sembrano chiudere un ambiente quadrangolare, parzialmente obliterato dalla successiva pavimentazione. Nel prospetto occidentale interno della torre, durante una ricognizione non sistematica<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>, si riconoscono, al di sotto dell&#8217;USM -47 (la finestra inferiore del prospetto), l&#8217;USM 57 e quindi un paramento murario a conci calcarei squadrati, cui si appoggia il conglomerato di malta e litici da cui è attualmente costituito l&#8217;ordito murario.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra dunque di poter quindi leggere una struttura precedente all&#8217;impianto della chiesa, forse a pianta quadrangolare, con paramento esterno in lastre calcaree squadrate, sviluppata in altezza più che in estensione, che necessitava comunque di una scala interna, del resto del tutto simile a quella interna al campanile, che sembra esserle appoggiata in un momento successivo, forse, alla sua parziale distruzione. Neanche la tecnica costruttiva, pur con tutti i limiti dati dalla difficile leggibilità causata dall&#8217;appiattente restauro, pare differire in modo notevole da quella rilevata nel resto della chiesa.  Per i motivi sopra esposti non si è ancora giunti ad una conclusione convincenti, ma si propone la presenza nel sito o di una torre campanaria di fase precedente, oppure di una struttura verticale legata alle esigenze del castello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Fase II- Impianto della chiesa </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo insieme si sono raggruppate due attività distinte, relative all&#8217;impianto della torre campanaria quadrangolare e della chiesa, ipoteticamente sincroniche. Tuttavia proprio nei punti di contatto fra il CF 1 e il resto della chiesa non sono leggibili i rapporti stratigrafici; infatti  il punto dove si toccano il CF 1 e il CF 2, è obliterato da USM 15, relativa al momento successivo dell&#8217;allungamento delle cappelle. Invece il muro di collegamento fra il CF 1 e l&#8217;abside è rasato poche decine di centimetri prima dell&#8217;incontro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Costruzione torre quadrangolare</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La torre campanaria (CF 1) è la struttura maggiormente conservata dell&#8217;antica parrocchiale; i danni sono rilevabili soprattutto nella parte sommitale, dove è completamente crollato il cupolino e parzialmente rasate le aperture, e all&#8217;interno, con il collasso della scala originale (sostituita da una scalinata in metallo).</p>
<p style="text-align: justify;">Pur nell&#8217;impossibilità di un controllo diretto, si è preferito distinguere l&#8217;impianto della parte quadrangolare da quello del cupolino ottagonale per motivi di tecnica murarie e per confronti stilistici (ad esempio nel San Nicola di Sassari la porzione ottagonale è stata raccordata al campanile romanico, con delle piccole rampe piramidali, in tutto simili a quelle in esame, solo nel 1756<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pareti (che misurano 5,70 m) sono costruite con un potente conglomerato di litici (elementi in calcare, trachite, arenaria, ignimbrite e basalto, perlopiù tagliati o sommariamente sbozzati) e malta (costituita da calce, presumibilmente usata a caldo, con inclusi litici di piccole dimensione e raramente di laterizi). All&#8217;interno, nel prospetto orientale, rimane inoltre una trave lignea, residuo forse di una fase di costruzione. Il paramento esterno a vista è rivestito da lastre calcaree squadrate e lisciate (con occasionali tracce di martellina), poste a filari regolari in opera pseudo-isodoma, mentre l&#8217;interno è lasciato nudo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla torre si accede mediante due porte, l&#8217;una ad ovest per entrare direttamente dalla chiesa, e l&#8217;altra verso nord, entrambe a sesto acuto, con stipiti e imbotte rivestiti in lastre calcaree. Sono inoltre presenti due finestrelle nella parete occidentale, una a nord e due ad  est, quadrangolari, strombate verso l&#8217;interno, con architrave squadrato e lisciato e, almeno in un caso, intonacato internamente in rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;interno del CF 1 era presente una scala con gradini di calcare, a forma trapezoidale, squadrati, posti a spirale (quasi a formare una colonnina centrale) e infilati nella muratura, collassata e sostituita oggi da un&#8217;eguale struttura in metallo. Nel duomo di Sassari l&#8217;inserimento di una scala a chiocciola in sostituzione di quella lignea si pone nel 1756<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima informazione sulla costruzione del CF 1 ci può essere fornita dalla presenza in tutti i prospetti (eccetto quello meridionale) di buche pontaie, poste a livelli regolari e solitamente non rinzeppate; in alcuni casi sono rimaste invece tracce della travatura lignea originale (prospetto est USM 12, prospetto nord USM 32).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività II.b- Costruzione della chiesa </strong></p>
<div id="attachment_3204" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig4.jpg"><img class="size-medium wp-image-3204 " style="margin: 5px;" title="Corpi di Fabbrica 7 e 8 visti dall'esterno" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig4-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Corpi di Fabbrica 7 e 8 visti dall&#39;esterno</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il primo impianto della chiesa di San Matteo, con ampia navata centrale e otto cappelle laterali quadrangolari, poco profonde, è poco testimoniato dalle attuali strutture, a causa dei notevoli rimaneggiamenti. Resta ad esempio sconosciuto il sistema di copertura, forse con volta a botte, l&#8217;altezza originaria della navata e la quota della pavimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati riconosciuti come sicuramente pertinenti a questa fase l&#8217;abside quadrata (CF 9), parte della parete occidentale della navata centrale (USM 118), la cappella obliterata (CF 10) e le pareti originali del CF 8 (USSM 119, 125).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono delle strutture murarie costruite con elementi litici calcarei, trachitici, ignimbritici e basaltici, tagliati o semplicemente sbozzati, posti in modo irregolare, legati con malta e intonacati all&#8217;interno. Erano invece costruiti con conci di media e grande dimensione, per la maggior parte in calcare, squadrati, posti alternativamente di piatto e di lungo, gli angolari. Le cappelle hanno ampiezza differente (circa 3,5 m i CF 2, 3, 4, 5, 7, 11e probabilmente il CF 8; 4,5 m il CF 6).</p>
<p style="text-align: justify;">Il CF 8, ad un&#8217;osservazione esterna, appare voltato a botte e di altezza molto inferiore alla cappella confinante, cui sembrerebbe talaltro appoggiarsi (ma potrebbe essere anche l&#8217;effetto dei restauri, e comunque la distanza impedisce il controllo).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abside (con lati quadrati di 5 m) era invece probabilmente coperta con volta a crociera, come sembrano indicare le nervature che si dipartono dall&#8217;angolo nord-ovest, e presentava un ingresso con arco, di cui rimangono le imposte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase III- Ampliamenti della chiesa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo insieme sono comprese un gruppo di attività che hanno avuto lo scopo di espandere la chiesa. Di queste solo per la III.a e la III.b si può ipotizzare una seriazione cronologica, in quanto il CF 8 non subisce l&#8217;allargamento verso l&#8217;esterno, mentre gli si appoggia quello del CF 7.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è invece possibile, per l&#8217;inesistenza di rapporti stratigrafici, fornire un&#8217;interpretazione diacronica o sincronica della costruzione del cupolino della torre campanaria, dell&#8217;avanzamento della facciata e dell&#8217;ingrandimento delle cappelle laterali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.a-Obliterazione CF 8</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il CF 8 è attualmente visibile solo osservando la chiesa da una posizione inferiore o dall&#8217;alto della torre campanaria. Dall&#8217;interno dell&#8217;edificio è possibile invece notare all&#8217;interno della parete un paramento murario caratterizzato dalla presenza di materiale litico eterogeneo per natura e dimensione e dalla maggior percentuale di legante (che appare, forse per ragioni di umidità, più scuro rispetto alle altre strutture). Non è chiaro il motivo per cui la cappella è stata chiusa, non sussistendo problemi statici (che, considerando il poco spazio a disposizione, può essere stato all&#8217;origine del suo mancato allargamento) poiché il piccolo ambiente appare ancora integro, né essendoci tanto meno la necessità di ridurre lo spazio. Per tali motivi si preferisce non formulare ipotesi al riguardo, auspicando ricerche documentarie e analisi stratigrafiche che possano eventualmente chiarirne le ragioni e la cronologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.b- Ampliamento cappelle laterali</strong></p>
<div id="attachment_3205" class="wp-caption alignright" style="width: 192px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig5.jpg"><img class="size-medium wp-image-3205" style="margin: 5px;" title="Particolare dell'ampliamento della cappella laterale CF 7" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig5-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Particolare dell&#39;ampliamento della cappella laterale CF 7</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ampliamento delle cappelle laterali quadrangolari è documentato con sicurezza per i CF 6 e 7 nella parte occidentale della struttura, e nel CF 2 e 5 in quella orientale; perciò è ipotizzato anche nelle altre cappelle.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica dell&#8217;ampliamento è molto chiara nel CF 7: si tratta di murature costruite da materiale molto vario, compresi anche blocchi di riuso, legato con malta, che si appoggiano al perimetrale nord originario, direttamente sugli angolari. L&#8217;angolare della nuova USM è inoltre fabbricato con tecnica differente, ovvero con conci calcarei, trachitici e basaltici posti tutti di taglio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;allargamento è quantificato in 2,40 m nel CF 7 (dalla profondità di 2,34  m a quella di 4,57), nel CF 6 ma in 2,70 m nel CF 5, da 2,1 m a 4,75 m.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso periodo è probabilmente databile la realizzazione dell&#8217;USM 15 che ammorsa il CF 2 alla torre quadrangolare e che impedisce di leggere i rapporti stratigrafici precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento la chiesa ha sicuramente l&#8217;icnografia conosciuta, con la navata centrale coperta a botte, le cappelle laterali (di differenti dimensioni, profonde 4,5 m a nella porzione ovest e 5 in quella est) anch&#8217;esse con volta a botte e l&#8217;abside con volta a crociera; probabilmente anche  l&#8217;elevazione dei contrafforti alla navata centrale posti superiormente alle cappelle risalgono a questa fase.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni di questo ampliamento, finora non datato, sono forse da porre nella necessità di spazio oppure semplicemente per l&#8217;abbellimento della parrocchia, che viene oltretutto dotata nelle nuove cappelle di un impianto decorativo scultoreo (listelli modanati) e pittorico (tracce di intonaci gialli e rossi).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.c- Avanzamento della facciata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tale evento è documentato nel prospetto orientale interno del CF 10, poco dopo l&#8217;ingresso all&#8217;edificio. In questo punto di può distinguere abbastanza chiaramente l&#8217;USM 78, cui si ammorsa l&#8217;arcata di sostegno della volta (USM 89), con orientamento est-ovest, costituita da elementi (calcare, trachite, basalto) non lavorati (e rari conci), legati con malta; a questa, alla base, sembra legarsi USM 81, che sembra essere un lacerto di struttura muraria, orientata in direzione nord-sud, e in particolare l&#8217;angolare, visto l&#8217;allineamento verticale di conci calcarei e trachitici, e quindi il proseguimento di un muro in pietrame misto e laterizi.</p>
<p style="text-align: justify;">A queste due strutture si appoggia, a sud, USM 79, il paramento murario più elevato dell&#8217;edificio oltre la torre,  e parete orientale della navata centrale, costruita  in pietre calcaree, massimamente sbozzate, di piccola dimensione, con frequenti inserti di elementi in trachite e basalto di dimensioni maggiori e rari conci (in calcare e trachite) posti in opera in modo irregolare e disordinato. A tale struttura si lega la facciata, USM 80, poco conservata, rivestita all&#8217;esterno da lastre calcaree squadrate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe dunque evidente un avanzamento della facciata, che originariamente poteva essere costituita da USM 78, sebbene non sia chiaro il significato strutturale di USM 81, che sembra essere la parte finale di una muratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare anche logico che l&#8217;impianto dell&#8217;USM 79, sebbene apparentemente legata a USM 78, sia contemporaneo o posteriore all&#8217;avanzamento della facciata, perché un costolone di sostegno alla volta è difficilmente posto così vicino all&#8217;ingresso; la questione è tuttavia irrisolvibile al momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.d- Costruzione parte ottagonale della torre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la nostra ipotesi di lavoro, già sopra esposta<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a>,  la parte superiore della torre campanaria, a pianta ottagonale e in origine conclusa con cupolino, fu impiantata sopra la base quadrata in un secondo momento, secondo stilemi simili a quelli utilizzati, nel 1756, nel campanile del San Nicola di Sassari<a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due parti sono raccordate, ai quattro angoli superiori della base, da quattro cuspidi semipiramidali, mentre i perimetrali orientati secondo i sensi cardinali sono direttamente poggiati sui perimetrali sottostanti. Tale tecnica è appunto assolutamente speculare a quella utilizzata nel duomo turritano.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione sembra avere una pianta ottagonale regolare e la tecnica muraria è differente da quella usata nella porzione sottostante, infatti sopra un possente conglomerato, includente elementi litici calcarei e trachitici di piccola dimensione, è steso un intonaco uniforme, costituito da malta lisciata. Ciò si differenzia dalla base quadrangolare che nei punti esposti all&#8217;esterno ha in vista sempre il paramento a blocchi squadrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei quattro lati esposti ai punti cardinali sono aperte quattro grandi finestre, di cui si conservano solo i tre lati inferiori, motivo per cui non si può arguire se fossero rettangolari oppure a sesto pieno o acuto. Tali aperture presentano come stipiti monoliti ignimbritici finemente squadrati e rifiniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un dato cronologico <em>post quem</em> è fornito dalla presenza nel sacco della struttura muraria della torre di un frammento di ceramica marmorizzata pisana, databile alla fine del cinquecento<a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si propone dunque come ipotesi guida per prossime ricerche stilistiche e documentarie l&#8217;edificazione di questa parte del campanile nel sei-settecento, sulla scia dell&#8217;eguale operazione effettuata al Duomo di Sassari e nell&#8217;ambito di altre costruzioni a pianta ottagonale di questo periodo<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase IV- Restauri</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questa fase si sono radunate delle attività di restauro e sistemazione dell&#8217;edificio, piuttosto naturali in un&#8217;ottica diacronica di utilizzo dell&#8217;edificio chiesastico nell&#8217;arco di tre/quattro secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono attività, allo stato attuale della ricerca, assolutamente non databili se non attraverso la lettura di analogie e dissomiglianze all&#8217;interno dello stesso palinsesto. In particolare pone particolari problemi la rasatura del CF 11 nel susseguirsi degli ampliamenti (avanzamento della facciata, ingrandimento delle cappelle) e delle riduzioni (chiusura del CF 8, rasatura del CF 11) di cui è oggetto lo spazio chiesastico. Purtroppo anche per quanto riguarda i punti ora in esame bisogna lamentare l&#8217;inadeguata pesantezza delle intromissioni contemporanee, che mascherano e confondono gli interventi antichi e possono anche in questo caso aver indotto all&#8217;errore e all&#8217;equivoco il ricercatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività IV.a- Distruzione CF 11</strong></p>
<div id="attachment_3206" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig6.jpg"><img class="size-medium wp-image-3206" style="margin: 5px;" title="Obliterazione e distruzione del Corpo di Fabrica 11" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig6-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Obliterazione e distruzione del Corpo di Fabrica 11</p></div>
<p style="text-align: justify;">Anche di questo momento rimangono poche prove, site nella parete occidentale della navata centrale. Qui si apriva, 3,3  m a nord dell&#8217;ingresso, una cappella laterale simmetrica al CF 5; di tale ambiente rimangono di fatto solo tracce della pavimentazione in lastre calcaree e due lastre del rivestimento dell&#8217;arco, uno a sud  e uno a nord.In questo corpo di fabbrica si apre una porta con stipiti in conci calcarei e trachitici posti, per quanto si possa osservare, alternativamente di lungo e di taglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Del CF 11 non si può attualmente stabilire il momento di distruzione; se il grande blocco di conglomerato dell&#8217;UT 13<a name="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a> gli fosse collegato, la rasatura sarebbe da porre dopo l&#8217;ampliamento delle cappelle.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica sicurezza riguarda comunque la ricontestualizzazione della parete di tamponamento del CF 11, dove viene aperto un ingresso alla chiesa secondario, da ricollegare forse alla possibile presenza di una scalinata<a name="_ftnref18" href="#_ftn18">[18]</a> poco ad ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività IV.b- Restauri nella torre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella torre, successivamente all&#8217;impianto della frazione superiore, si possono notare delle azioni interpretate come rattoppi murari e come restauri antichi, sebbene non siano completamente da escludere manomissioni contemporanee.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prospetti meridionale (angolare est), orientale e settentrionale (angolare est), nei filari più alti della parte ottagonale, sono presenti delle ampie sostituzioni di conci trachitici al calcare, che negli angolari presentano un allineamento verticale perfetto. In tale restauro, in cui i materiali utilizzati sembrerebbero dello stesso tipo degli stipiti delle finestre del cupolino ottagonale, sebbene si utilizzi un materiale differente, si tenta ancora di salvaguardare l&#8217;unità intrinseca decorativa del monumento, data appunto dal paramento pseudo-isodomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel prospetto orientale esterno, a circa 1 m da terra, è presente un ampio rimaneggiamento realizzato con materiali litici sbozzati o semplicemente tagliati (calcare, arenaria, trachite, basalto), posti irregolarmente in orizzontale (senza corsi), legato con abbondante malta (con numerosi inclusi laterizi).  Con tale intervento si protesse il sacco interno ma si ruppe sicuramente l&#8217;equilibrio decorativo dato dal paramento in lastre calcaree.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prospetti occidentale e meridionale sono invece stati rilevati due rattoppi, legati fra di loro, formati da bozze calcaree o, raramente, in basalto e trachite, di piccola dimensione, poste in opera sub-orizzontale a riparare un lacuna allungata che si estende in tutto il paramento della torre, sia nella base quadrata che nella parte ottagonale. Anche tale riparazione ha interesse a salvaguardare la statica del corpo di fabbrica, ma non ha più interesse a controllare quello decorativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per le ragioni esposte si propone la datazione del primo restauro contestualmente, o poco posteriormente, all&#8217;impianto del corpo ottagonale, e in un momento più tardo gli altri due, realizzati da maestranze meno specializzate, specialmente per quanto riguarda i materiali utilizzati, di fattura nettamente meno raffinata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase V- Crollo e spoglio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal trasferimento ufficiale della sede parrocchiale alla nuova chiesa di San Matteo (1888) l&#8217;azione dei fattori antropici e naturali hanno causato la quasi completa rovina dell&#8217;edificio, con la distruzione di pressoché tutte le coperture (fatta eccezione per le cappelle laterali, che però avevano ricevuto danni dalla caduta di fulmini), della facciata, e dei perimetrali esterni delle cappelle<a name="_ftnref19" href="#_ftn19">[19]</a>. Non si è però trattato di un crollo contestuale, ma del susseguirsi di tutta una serie di eventi, di una lunga serie di usure, che hanno portato la chiesa allo stato attuale, in parte sanato dei recenti restauri. Nei sottoparagrafi seguenti  si espongono e analizzano gli accadimenti riconosciuti nel palinsesto architettonico o conosciuti per via orale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.a- Spoglio dei blocchi calcarei</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tale attività è stata effettuata soprattutto per quanto riguarda i conci squadrati delle torre, della facciata e delle arcate di sostegno della volte. Nella torre sono riconoscibili almeno due ampie lacune di conci calcarei, che mettono in luce il sacco sottostante. I conci venivano distaccati con l&#8217;ausilio di tubi metallici, che dapprima scalfivano e poi scalzavano le murature; l&#8217;organizzazione del&#8217;attività era molto razionale, poiché comportava il lavoro dei cavatori e quindi quello di coloro che trasportavano il materiale edilizio con l&#8217;ausilio di carri trainati da buoi, che venivano parcheggiati di fronte alla facciata della chiesa<a name="_ftnref20" href="#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I conci venivano usati per l&#8217;edificazione di case del paese o anche di opere pubbliche, per esempio un muro di contenimento, situato alla confluenza di Via G.Deledda con Via Marconi, dove era una vasca di abbeveraggio del bestiame, è interamente costruito con blocchi di riuso, fra cui alcune decorazioni scultoree.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.b- Crolli per cedimenti della natura e avvenimenti naturali</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La posizione della chiesa, particolarmente esposta al vento e agli agenti atmosferici, ha causato dei danni, solo attualmente in parte riconoscibili. La tradizione ricorda in particolare la caduta di molti fulmini con conseguente crollo della parte superiore del campanile e squarci nelle coperture delle cappelle. A fattori statici può essere inoltre dovuto il crollo della copertura della navata centrale e della crociera dell&#8217;abside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.c- Rasatura della facciata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni cinquanta del novecento il comune di Chiaramonti decise di abbattere la facciata della chiesa<a name="_ftnref21" href="#_ftn21">[21]</a> perché pericolante, probabilmente per il contestuale crollo del tetto e l&#8217;attività di cava con esplosivo in corso negli stessi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la ragione per la quale del prospetto meridionale dell&#8217;edificio non restano che rasature murarie poco elevate, mentre ad esempio il perimetrale est, cui si legava, è conservato per un elevato considerevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Note:</em></strong></p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Come riferimenti metodologici ancora essenziali Parenti 1987a, Parenti 1987b.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Si ringrazia al proposito la dott.ssa Mara Febbraio e il dott. Antonino Meo per un primo inquadramento dell&#8217;edificio e per avermi edotto sulla documentazione da produrre; sentiti ringraziamenti vanno altresì alla dott.ssa Maria Cherchi, con cui ho discusso punto per punto i risultati raggiunti, e al sig. Giovannino Falchi, per la sua consulenza, da muratore e cavatore di scuola tradizionale, esperto in vari problemi tecnici e materiali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. le descrizioni ottocentesche raccolte in Chiaramonti, pp. 95-98.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Ringrazio di cuore mio fratello Andrea Marras, che mi ha gentilmente aiutato nel rilevare le strutture della chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> La stessa cappella risultava fino ad alcuni anni fa, chiusa all&#8217;interno, sfondata all&#8217;esterno e conteneva un ossario, poi spostato. Tale obliterazione spiega anche il miglior stato di conservazione di cui gode tuttora. Altre sepolture per bambini erano nel CF 2, mentre abbiamo notizia che i fedeli erano sepolti sotto la pavimentazione della navata e i sacerdoti nel presbiterio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> Vedi esempi in Segni Pulvirenti-Sari 1994, <em>passim</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, p.40, sch. 9.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, p.42-43.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, pp.144-145, sch. 41.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> L&#8217;ingresso alla torre è reso possibile da una porta solitamente chiusa. Lo scrivente è riuscito a penetrarvi e a scattare alcune fotografie avendola trovata casualmente aperta. In seguito non è stato possibile capire le modalità d&#8217;ingresso regolari, e perciò non ha purtroppo avuto luogo l&#8217;analisi sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Naitza 1992, p.54, sch. 7.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> Mossa 1988, p.100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> <em>Infra</em>, par. 4.1.2.1.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> Naitza 1992, p.54, sch. 7; Porcu Gaias, pp.287-292; Mossa 1988, p.100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Notizia fornitami dal prof. Marco Milanese, che vide tale reperto nel 1993, prima che fosse obliterato dai restauri</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Per esempio la torre campanaria della parrocchiale di Nulvi, datata post 1784, cfr. Naitza 1992, p.163, sch. 41, il tamburo del Palazzo Siviero a Sassari (1776-85), Naitza 1992, p.124, sch. 23, o il campanile della parrocchiale di Ussana, sempre dell&#8217;ottocento, Naitza 1992, p.224, sch.59.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn17" href="#_ftnref17">[17]</a> <em>Infra</em>, capitolo 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn18" href="#_ftnref18">[18]</a> <em>Infra</em>, capitolo 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn19" href="#_ftnref19">[19]</a> In una foto degli anni 20&#8242; del novecento il tetto appare già crollato, mentre sono visibili le arcate di sostegno, la facciata e integra e così il campanile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> Vedi Fonte orale Falchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> Maxia 1994, p.388.</p>
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		<title>Le sepolture femminili della Sardegna fenicia &#8211; di Rita M. Serra</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 13:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Le sepolture non sono semplicemente il luogo di riposo eterno di chi visse nel passato sono anche contenitore di informazioni su chi fosse il defunto in esse contenuto. Queste sono la testimonianza ultima della sua vita, che con esse viene consegnata ai posteri. Da tale presupposto parte lo studio delle sepolture femminili della Sardegna fenicia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//70689_1449493650_1418343_n-150x1503.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4527" title="70689_1449493650_1418343_n-150x150" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//70689_1449493650_1418343_n-150x1503.jpg" alt="" width="99" height="75" /></a>Le sepolture non sono semplicemente il luogo di riposo eterno di chi visse nel passato sono anche contenitore di informazioni su chi fosse il defunto in esse contenuto. Queste sono la testimonianza ultima della sua vita, che con esse viene consegnata ai posteri.<span id="more-4501"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da tale presupposto parte lo studio delle sepolture femminili della Sardegna fenicia e punica, nella speranza di leggere al loro interno delle informazioni utili a comprendere chi fosse la donna fenicia di Sardegna, quale fosse il suo ruolo all’interno della società. Purtroppo, infatti, le informazioni relative alla donna fenicia, scarsissime per quanto riguarda la madrepatria, sono nulle per a le colonie d’Occidente e la Sardegna in primis. Per sopperire a tale carenza si è deciso di portare avanti questo studio, nella speranza di aver liberato, almeno in parte, dall’oblio questa fondamentale figura della società. Per fare ciò  sono state prese in considerazione tutte quelle sepolture presenti nelle necropoli di Bitia e di Monte Sirai ritenute femminili, in maniera più o meno certa.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sepolture prese in esame, collocabili fra il VII e il V secolo a.C., sono sia a cremazione  (collocabili nella più antica fase fenicia) che a inumazione (principalmente collocabili nella seguente fase punica tranne che per qualche eccezione riscontrata nella necropoli di Monte Sirai). La percentuale di quelle ritenute femminili si aggira attorno al 18% del totale (vedi grafico 1).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//grafico1.gif"><img class="size-medium wp-image-4502 aligncenter" title="grafico1" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//grafico1-300x155.gif" alt="" width="300" height="155" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Di esse sono stati presi in esame principalmente i corredi, confrontandoli con i coevi maschili.</p>
<p style="text-align: justify;">Va premesso che il rituale funebre della società fenicia e punica prevedeva la deposizione, all’interno delle sepolture, di tre tipi di corredo:</p>
<p style="text-align: justify;">A. Il corredo rituale</p>
<p style="text-align: justify;">B. Il corredo d’accompagno</p>
<p style="text-align: justify;">C. Il corredo personale</p>
<p style="text-align: justify;">A. Il corredo rituale era composto dai vasi utilizzati nel corso della cerimonia funebre ossia  la brocca ad orlo espanso (utilizzata per le libagioni in onore del defunto) e la brocca ad orlo espanso (utilizzata per spargere gli oli profumati sul corpo del defunto). Non sempre questi due vasi sono presenti contemporaneamente all’interno della sepoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">B. Il corredo d’accompagno era formato essenzialmente da forme aperte e in primis il piatto</p>
<p style="text-align: justify;">C. Il corredo personale era formato da tutti quegli oggetti appartenuti al defunto in vita e che ora lo seguivano anche nella morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando la presenza di tali elementi all’interno delle sepolture femminili si è notato come solo una piccolissima parte di esse presenti tutte e tre i tipi di corredo mentre, nella maggior parte dei casi, manca il corredo personale (grafico 2). <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//grafico2.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4503" title="grafico2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//grafico2-300x162.gif" alt="" width="300" height="162" /></a>Questa assenza è importante visto che vengono a mancare tutti quegli oggetti, come detto precedentemente, appartenuti al defunto in vita e pertanto sicuramente suoi.</p>
<p style="text-align: justify;">Procedendo con ordine si può affermare che i vasi del corredo rituale, la brocca a bocca bilobata (fig.2)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.22.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4505  alignleft" title="fig.2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.22-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>e quella ad orlo espanso (Fig.3),</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.31.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4506" title="fig.3" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.31-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">sono ugualmente presenti in tombe maschili e femminili attorno al 84% dei casi. Il fatto che questa percentuale sia quasi identica può essere letto come un indice di parità, almeno dal punto di vista rituale, fra uomo e donna. Per quanto riguarda gli altri oggetti del corredo uno studio di essi ha posto in evidenza un fatto molto particolare. La maggior parte delle tombe femminili, al contrario di quelle maschili, mostra la presenza di una altissima percentuale di forme ceramiche aperte quali coppe, pentole(fig.4),</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.4.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4507" title="fig.4" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.4-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">spiane bacini. Tutte queste forme aperte erano legate, nella vita comune al consumo, alla conservazione e alla cottura dei cibi; le pentole in particolare paiono essere un elemento legato esclusivamente ad individui femminili. Questo legame col cibo e col suo consumo porta immediatamente all’associazione di essi con la cucina e con la casa. Questa presenza non può pertanto essere interpretata solo come una coincidenza; da sempre, e non solo nel passato, il legame fra la donna e la casa è sempre stato fortissimo e l’estraneità di questi elementi nei corredi maschili rafforza ancora di più questo legame. Sulla base di ciò non si può non vedere in questi corredi una rappresentazione simbolica della donna quale donna di casa, padrona di casa. Fra queste forme ceramiche vale la pena soffermarsi sulle coppe, frequentissime e in taluni casi anche ricchi oggetti di imitazione greca (fig.5-6).<a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.52.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4508" title="fig.5" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.52-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.61.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4509" title="fig.6" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.61-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questi oggetti non erano altro che dei recipienti legati al consumo del vino, particolare che ci riporta a uno degli aspetti della civiltà fenicia tanto criticati, il banchetto o meglio il Marzeah. Questo prevedeva il consumo del vino fra uomini che si consideravano come pari. A tale pratica in Grecia, e successivamente in Occidente, partecipavano esclusivamente gli uomini; per l’Oriente invece pare fosse consentita la partecipazione anche agli individui femminili. Tale ipotesi è in parte confermata dal rilievo del palazzo di Assurbanipal a Ninive (fig.7)</p>
<p style="text-align: justify;">che rappresenta una scena di Marzeah  nella quale la regina è rappresentata seduta di fronte al consorte mentre, come lui, beve vino da una coppa. La presenza di tali contenitori all’interno delle tombe femminili in esame può, pertanto, essere vista come una prova della diffusione di tale rituale anche negli insediamenti in esame o almeno dell’accettazione dei suoi principi. Tra l’altro i calici, forme ugualmente legate al consumo del vino, sono anche tra le poche forme aperte presenti nelle tombe maschili.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendendo in considerazione i rari casi in cui sono presenti oggetti relativi al corredo personale si può notare come questi possano essere interessanti e dare una qualche informazione utile:</p>
<p style="text-align: justify;">⋅ La collana ritrovata nella T.2 della necropoli di Monte Sirai  è composta da numerosissimi vaghi di varie forme e materiali e fra di essi sono sicuramente interessanti tre amuleti: uno rappresenta una scrofa, gli altri due sembrerebbero una rappresentazione della dea Iside (fig.1).<a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.12.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4510" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.12-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La particolarità di questi amuleti, e della dea Iside in primis, è che sono la rappresentazione della nascita, della maternità e possono pertanto essere letti come una rappresentazione della donna nel suo ruolo di madre.In realtà il richiamo al fondamentale ruolo di madre è sicuramente ribadito con forza in tutte quelle sepolture femminili in cui è presente anche una deposizione infantile, mentre esiste un solo caso in cui l’infante era sepolto con un individuo maschile, e in questo caso il bambino sembra essere qualche anno più grande rispetto agli altri. Generalmente queste sepolture sembrano dimostrare che il bambino non sia sopravvissuto a lungo alla morte della madre, cosa comprensibile vista l’età dei bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre dal corredo personale della defunta provengono anche gli unguentari (fig.8).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.8.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4511" title="fig.8" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.8-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.73.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4537" title="fig.7" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.73.jpg" alt="" width="402" height="172" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questi erano dei piccoli vasi utilizzati per contenere sostanze profumate ed essenze che venivano sparse sul corpo in una sorta di cura di bellezza. Accanto a questi sono da segnalare le pissidi (fig.9). <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.9.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4512" title="fig.9" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fig.9-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questi cofanetti si suppone fossero utilizzati per contenere “cosmetici” solidi, anch’essi utilizzati per la cura del corpo, per la bellezza. Pertanto l’immagine che emerge dal loro ritrovamento è quella di una donna che curava il proprio aspetto, della donna come emblema della femminilità.Le donna fenicie, tra l’altro, sono sempre state “dipinte”, fin dai testi biblici, come delle donne molto belle, capaci di usare la loro sensualità per ottenere i propri scopi; immagine non proprio elogiativa ma che conferma questa propensione alla bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto generico e del tutto ipotetico il quadro che emerge dai corredi analizzati è quello di una donna in primo luogo madre, ruolo a cui viene dato una grandissima importanza. In secondo luogo di figura legata alla casa e a tutte le attività ad essa legate; ma contemporaneamente una figura non marginale a cui è consentito partecipare ai banchetti, almeno in via del tutto ipotetica, e quindi parte attiva della società in cui viveva. Ultima ma non per questo meno importante, donna come simbolo di femminilità e bellezza.</p>
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		<title>Il castello di Chiaramonti: la Topografia &#8211; di Gianluigi Marras</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 10:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scriptor</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[accademia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[castelli medievali]]></category>
		<category><![CDATA[Castello dei Doria]]></category>
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		<category><![CDATA[chiesa di san matteo]]></category>
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		<description><![CDATA[(E&#8217; possibile cliccare sulle immagini per vederle a dimensione originale e sulle notazioni per accedere subito alle note) Analisi topografica L&#8217;area da me analizzata mediante ricognizione archeologica è nota nella cartografia catastale come San Matteo[1], ma viene chiamato popolarmente Monte e&#8217;cheja, ovvero &#8220;monte della chiesa&#8221;. La toponomastica riporta dunque memoria dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #ff0000;">(E&#8217; possibile cliccare sulle immagini per vederle a dimensione originale e sulle notazioni per accedere subito alle note)</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Analisi topografica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;area da me analizzata mediante ricognizione archeologica è nota nella cartografia catastale come San Matteo<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, ma viene chiamato popolarmente <em>Monte e&#8217;cheja,</em> ovvero &#8220;monte della chiesa&#8221;. La toponomastica riporta dunque memoria  dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, traslata poi nell&#8217;attuale sede  nel 1888<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>, e non serba traccia dell&#8217;antico <em>castrum</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente  la prima ubicazione del castello nel sito è quella dell&#8217;Angius, seguito  poi dal La Marmora e quindi dagli altri studiosi di storia sarda, nella  prima metà dell&#8217;800. Ancora il Mamely de Olmedilla, nella sua Relazione  del 1769<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a> (scritta l&#8217;anno prima), descrive la parrocchiale<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>, &#8220;&#8230;<em>grande e non brutta né in cattivo stato&#8230;</em><a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>&#8220;<em>; ci dice inoltreche la pianura dove è situata in passato doveva essere popolata</em>, &#8220;&#8230;<em>secondo quanto indicano le fondamenta di abitazioni</em>&#8230;<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>&#8221; senza però far menzione di eventuali torri o apprestamenti militari.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Angius<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a> è invece il primo che identifica il sito della chiesa parrocchiale con  l&#8217;ubicazione dell&#8217;antico castello. Al momento in cui scrive &#8220;&#8230;<em>sta  ancora tutta intera una torre, perché fattasi servire a campanile; sono  di un&#8217;altra visibili alcune parti, ed è qualche vestigio delle mura, tra  le quali la cisterna scavata nella roccia</em>&#8230;&#8221;<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>. Il generale Della Marmora, che visitò il paese nel 1834<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>,  riteneva invece che della costruzione militare non restasse traccia e che sul suo perimetro fosse sorta la chiesa<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span id="more-4482"></span>Descrizione geografica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La collina di <em>Monte e&#8217;cheja</em> è una delle tre alture su cui insiste il centro urbano di Chiaramonti,  più precisamente quella posta a nord-est, di fronte alla collina  denominata <em>Cunventu</em> a nord-ovest e a quella di <em>Codina Rasa</em>,  sud-est. Tutto il massiccio è posto a strapiombo verso la fertile  vallata interna dell&#8217;Anglona ad est (dove sorgono gli attuali centri di  Martis, Laerru e Perfugas) e la vallata del Rio Iscanneddu a nord e  nord-ovest (nella zona è vitale attualmente solo il villaggio di Nulvi,  ma nel Medioevo vi si contavano molti insediamenti civili e monastici),  mentre degrada più dolcemente verso sud. Storicamente il centro di  Chiaramonti rimase isolato dalle vie di comunicazione fino agli anni  settanta dell&#8217;ottocento, quando venne costruita la strada statale da  Ozieri e Castelsardo<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>, che ancora lo attraversa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/2-analisi-del-centro-urbano-di-chiaramonti.jpg"><img class="aligncenter" title="Analisi del centro urbano di Chiaramonti" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/2-analisi-del-centro-urbano-di-chiaramonti.jpg" alt="" width="500" height="534" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;area sottoposta all&#8217;analisi è costituita dal tavolato calcareo in cima a <em>Monte e&#8217;cheja</em>,  posta alla quota di 467  m s.l.m.. I versanti si presentano piuttosto  ripidi in tutte le direzioni: solo a sud-ovest c&#8217;è la possibilità di  un&#8217;ascesa, mentre ad ovest, sud, nord e nord-est si nota la presenza di  pareti rocciose verticali di varia estensione. Specialmente il versante  ovest è costituito da un fronte roccioso alto circa 10 m, di quasi  impossibile percorrenza, soprattutto nei mesi invernali.</p>
<p style="text-align: justify;"><img title="Continua..." src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />La  posizione elevata è particolarmente esposta alle intemperie invernali e  specialmente ai venti di maestrale e tramontana, uno dei fattori per  cui fu decisa la traslazione della chiesa. Negli ultimi decenni, come  ricordato dalla tradizione popolare, un gran numero di fulmini ha  colpito il campanile e la chiesa, causando vari danni strutturali, quali  ad esempio il crollo della cupola di copertura della torre campanaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sito  è stato dotato negli anni 80&#8242; di una strada  d&#8217;accesso lastricata in  calcare, muretti di delimitazione e tavoli e bonificato con una piccola  piantagione arborea. Più anticamente l&#8217;ascesa al monte era nella stessa  posizione, ma spostata alcuni metri più a sud, nell&#8217;antico fronte  roccioso, arretrato a causa delle attività di cava effettuate nel  Novecento, e non carrabile, ma percorribile solo a piedi o a cavallo<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la parte più elevata della collina di <em>Monte Cheja</em> è svantaggiosa  per l&#8217;insediamento umano per l&#8217;esposizione sfavorevole  ai venti freddi, per la lontananza delle risorse idriche (la fonte più  vicina, detta <em>Funtanedda</em>, è situata all&#8217;inizio dell&#8217;antica strada  per Martis, a circa 150-200 m dalla cima del monte, dopo una ripida  discesa) e per l&#8217;impossibilità di coltivare la fascia più elevate delle  pendici, troppo ripide (piccole culture ortive e frutteti sono invece  impiantabili al di sotto della suddetta fonte).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;impianto urbanistico di Chiaramonti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il  centro urbano di Chiaramonti attualmente, anche grazie ad una dissennata  politica urbanistica, si è sviluppato fino alle immediate pendici  meridionali e orientali del pianoro di Monte Cheja; tuttavia ancora  negli anni sessanta del novecento non  si estendeva al di sopra  dell&#8217;attuale Via Arborea e di Via San Giovanni  a meridione e a est.</p>
<p style="text-align: justify;">Al  contrario nelle catastali compilate negli anni 60&#8242;è possibile leggere il  vecchio tessuto urbanistico, organizzato ancora alle falde dell&#8217;antica  parrocchiale di S. Matteo. Il paese, dopo una zona di rispetto di alcune  decine di metri, è organizzato ad ovest in quattro vie parallele, le  odierne Via S.Luigi (che riprende il nome popolare, precedentemente Via  Castello), Via Falchi (prec. Via Rettore Cossu, tradizionalmente <em>Carrozzu Longu</em>, dal genovese Carrugiu<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a>), Via XX Settembre (prec. Via G.M Angioy, tradizionalmente <em>Via delle Balle</em>, con termine italiano che forse ricorda il rinvenimento di proiettili litici) e Via Carlo Alberto, che risalgono la pendenza<a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali  direttrici sono intersecate quasi ortogonalmente da tre arterie isoipse:  Via al Castello (ove sorgeva la chiesa di S.Luigi, diruta da secoli),  Via Anglona e Largo Nicolò Vare (nella tradizione orale <em>Muru Pianedda</em><a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>, con ripresa del medesimo toponimo castellanese, ad indicare una piccola zona piana<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>) che limitava il paese a sud.</p>
<p style="text-align: justify;">A tale area è connessa, mediante l&#8217;arteria di Corso V.Emanuele III (tradizionalmente <em>Sa piatta</em>),  un quartiere organizzato secondo isoipse (Via Mazzini etc); al punto di  incrocio fra i due moduli è la nuova parrocchiale di San Matteo,  officiata almeno dall&#8217;ottocento col titolo di Oratorio di S.Croce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri punti notevoli dell&#8217;antico abitato erano presso <em>Cunventu</em><a name="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a>, il Convento dei carmelitani<a name="_ftnref18" href="#_ftn18">[18]</a>, presso la chiesa del Carmelo, nel colle a ovest di <em>Monte Cheja</em>, e la chiesa del Rosario, presso cui si sviluppava il rione di <em>Sa Niera</em> e, nell&#8217;ottocento, una direttiva di espansione verso la caserma, con le residenze dei maggiorenti locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  potrebbe dunque ipotizzare che il primo nucleo descritto sia stato il  fulcro dell&#8217;insediamento di Chiaramonti, richiamando del resto la  struttura organizzata di altri centri di fondazione signorile quali  Monteleone Roccadoria. Sappiamo che il secondo modulo fu invece in parte  creato da un&#8217;espansione della prima metà dell&#8217;ottocento verso la zona  rurale di <em>Pala e Chercu</em><a name="_ftnref19" href="#_ftn19">[19]</a>; dubbi permangono invece sul rione di <em>Sa Niera</em>,  di cui non è ben chiaro il rapporto con la Chiesa del Rosario, che una  prima analisi stilistica sembrerebbe datare al seicento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricognizione archeologica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il  confronto fra le fonti scritte, la toponomastica e la tradizione orale  dunque identificava la collina di Monte Cheja-San Matteo come sede  originaria del <em>Castrum Claramontis </em>e fulcro del centro urbano di  Chiaramonti. La presenza delle imponenti rovine della dismessa  parrocchiale, recentemente oggetto di un intervento di restauro,  rappresentano sicuramente un&#8217;ulteriore spinta all&#8217;analisi di quest&#8217;area.  Tuttavia l&#8217;arretratezza in Sardegna dello studio delle fonti materiali  di epoca medievale e post-medievale ha avuto come conseguenza la  mancanza di studi non solo archeologici, diagnostici o stratigrafici, ma  anche storici e storico-artistici e stilistici sulla chiesa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/1-carta-delle-ricognizioni.jpg"><img class="aligncenter" title="Carta delle ricognizioni" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/1-carta-delle-ricognizioni.jpg" alt="" width="500" height="353" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per far  fronte a questa lacuna si è deciso di procedere con le metodologie  dell&#8217;archeologia del paesaggio, svolgendo di fatto un&#8217;analisi infra-sito  di altissima densità (60 giorni/uomo al Kmq), mediante ripetuti  passaggi sul terreno, raccolta e studio dei reperti e analisi  stratigrafica degli elevati. I risultati ottenuti con il primo degli <em>steps</em> descritti sarà l&#8217;oggetto di questo capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerando  che l&#8217;intensità della ricerca necessitava della maggior analiticità  possibile, si è proceduto con una suddivisione per Unità Topografiche  (d&#8217;ora in poi UT) che tenesse conto delle minime differenze possibili  quali recinzioni e differenze altimetriche. Tale condotta mirava  naturalmente a riconoscere il maggior numero di azioni e quindi a  ricostruire la storia del sito nel modo più completo<a name="_ftnref20" href="#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un  fattore di inibizione e ostacolo alla ricerca è stato il massiccio  danneggiamento e impoverimento del potenziale archeologico del sito  databile almeno a tutto l&#8217;ultimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste  sono state le azioni individuate: spoglio dei conci della chiesa per uso  edilizio; cava di calcare di fronte all&#8217;ingresso della chiesa e nel  versante sud del monte; caduta di fulmini e conseguente danneggiamento  delle strutture, specialmente delle coperture delle cappelle e della  parte terminale del campanile; abbattimento della facciata della chiesa,  pericolante negli anni cinquanta del novecento da parte del comune;  costruzione della strada e lavori con disturbo parziale del deposito  stratigrafico e spostamento di terra; messa in opera dell&#8217;impianto  d&#8217;illuminazione presso la chiesa, con grave  perturbazione del deposito  stratigrafico in punti probabilmente di grande interesse per la ricerca  (angolo sud -ovest a fianco della chiesa, <em>retro</em> dell&#8217;abside etc);  restauro delle murature superstiti con utilizzo indiscriminato di malte  a coprire i rapporti stratigrafici originari.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali  deterioramenti rappresentano un limite, spesso non riconoscibile, e  perciò più pericoloso, della ricerca, in quanto hanno causato  fraintendimenti e lacune delle informazioni, spesso irrecuperabili; sono  inoltre una palese dimostrazione della noncuranza e mancanza di  intelligenza da parte di coloro che avrebbero maggiormente dovuto curare  la tutela del sito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>survey</em> effettuato sul sito nei mesi di agosto e settembre del 2006 ha portato  all&#8217;evidenziazione di 14 Unità Topografiche di varia tipologia<a name="_ftnref21" href="#_ftn21">[21]</a>.  L&#8217;emergenza più importante individuabile nel pianoro è la chiesa diruta  di San Matteo, UT 1, analizzata per mezzo dell&#8217;analisi stratigrafica  degli elevati effettuata su campioni significativi. E&#8217; sita  nell&#8217;estremità nord-ovest dell&#8217;altipiano, irraggiungibile da nord e  ovest, vi si accedeva da uno stretto sentiero posto di fronte  all&#8217;entrata, distrutto poi nel corso del tempo da attività di cava e  dalla costruzione della nuova strada. Presso la chiesa sono state  riconosciute altre UT di primaria importanza per la lettura diacronica  del sito ma purtroppo di difficile, o quasi impossibile comprensione,  per la loro stessa collocazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte all&#8217;angolo sud-ovest dell&#8217;edificio chiesastico, ad una quota di poco inferiore, è l&#8217;UT 13, costituita <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-13.jpg"><img class="alignright" style="margin: 5px;" title="UT13" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-13-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>da  almeno due creste murarie, che sembrano formare un angolo retto, in  coincidenza con l&#8217;attuale sperone roccioso, con direzione est-ovest e  nord-sud. Tali murature, poco conservate, si elevano per due/tre filari  da terra, sono fondate sulla roccia e costruite in elementi calcarei (e  più raramente basaltici) non lavorati, legati con una malta di colore  bianco-giallo e dai pochi inclusi. La tecnica costruttiva non è  chiarissima per la povertà del sopravvissuto e perché le creste sono  obliterate.</p>
<p style="text-align: justify;">La  muratura con andamento sud-nord confluisce (non sono chiari i rapporti  stratigrafici) in una possente muratura (larga oltre 2  m) costituita da  grandi blocchi in calcare e arenaria, non lavorati, e abbondantissima  malta, che prende nel prospetto nord un andamento curvilineo. Sembra  dunque di leggere le tracce di una costruzione semicircolare, al cui  interno si potevano notare qualche anno fa delle scale, ora obliterate  da detriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è  comunque chiaro il significato dell&#8217;UT 13; la parte settentrionale può  essere collegata alla presenza di una cappella poi rasata della chiesa  anche se in tal caso rimarrebbe enigmatica la presenza della scalinata,  oppure alla notizia, fornitaci dall&#8217;abate Angius<a name="_ftnref22" href="#_ftn22">[22]</a>, delle rovine di una torre circolare presso la chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Irrisolvibile,  se non mediante un&#8217;analisi stratigrafica, è anche il ruolo della parte  meridionale dell&#8217;UT, che sembrerebbe legata ad una fase precedente  l&#8217;ultimo impianto della chiesa e quindi o ad una fase chiesastica  anteriore o addirittura a quella castrense.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad  ovest dell&#8217;UT 1, sono riconoscibili i resti di una struttura muraria,  denominati UT 14. Purtroppo il posizionamento a strapiombo sul salto di  quota ha impedito una ricognizione meno che sommaria dei resti .</p>
<p style="text-align: justify;">Anche  l&#8217;UT 14, così come l&#8217;UT 13, è di interpretazione problematica; se fosse  in fase con la chiesa potrebbe avere avuto scopo difensivo (in pratica  sarebbe l&#8217;attuazione della risoluzione auspicata da V. Mamely de  Olmedilla per il troppo vento<a name="_ftnref23" href="#_ftn23">[23]</a>,  incompiuta tuttavia e inutile perché troppo bassa) o di delimitare un  terreno (ma a tal fine sarebbe stato forse più agevole l&#8217;utilizzo del  salto di quota); pare inoltre complicato impiantare un cantiere edilizio  in tale situazione e con l&#8217;edificio religioso ancora integro.  Indimostrabile, ma molto affascinante, l&#8217;ipotesi che appartenga alla  fase precedente l&#8217;impianto della chiesa, dove avrebbe potuto svolgere un  ruolo difensivo, quindi come cinta muraria, a difesa del versante  occidentale del pianoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Appoggiata  (o legata, i rapporti stratigrafici sono resi incerti dal recente  restauro) al lato orientale dell&#8217;UT 1 è l&#8217;UT 11, spazio quadrangolare  (15 m il est-ovest, 11 quello sud-nord) recintato a nord, est e sud da  murature in calcare, basalto e trachite, raramente lavorati; si leggono  tracce di malta solo nel perimetrale settentrionale, in prossimità della  chiesa e nella sua parte orientale. Fra le pietre si notano frammenti  ossei e coppi. Si registra l&#8217;uso, specialmente nella parete est, di  grossi blocchi, talvolta di riuso; in particolare l&#8217;angolare sud-est è  costituito da conci calcarei sommariamente sbozzati di grande   dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo  spazio interno è colmato di terra fino al livello delle creste murarie,  che ne sono infatti in parte obliterate; il sedimento è nero, grasso,  ricco di frammenti laterizi  e di resti ossei umani. Qui furono  effettuati nell&#8217;estate del 1993 due saggi di scavo, i cui risultati non  sono mai stati pubblicati, che misero comunque in luce delle sepolture<a name="_ftnref24" href="#_ftn24">[24]</a>.  Per le ragioni suddette è d&#8217;obbligo interpretare l&#8217;Unità Topografica 11  come spazio cimiteriale legato alle esigenze della comunità servita  dalla parrocchiale, impiantato sicuramente dopo l&#8217;allargamento delle  cappelle laterali<a name="_ftnref25" href="#_ftn25">[25]</a> e quindi successivamente ampliato, quasi sicuramente per la necessità di spazio, verso sud.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane  problematico tuttavia il rapporto di tale necropoli con l&#8217;ossario  interno alla chiesa  e con la notizia ottocentesca delle sepolture sotto  la pavimentazione della chiesa; è possibile ipotizzare una sequenza  diacronica oppure diverse tipologie di sepolture (è attestato che sotto  all&#8217;interno della chiesa vi fossero delle sepolture privilegiate e delle  tombe infantili) usate sincronicamente?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-9.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" title="UT9" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-9-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Ad  est della torre campanaria, a nord-est del recinto cimiteriale, in  posizione depressa rispetto all&#8217;area circostante, è stata rilevata una  fossa (UT 9), la cui profondità, rispetto al materiale di riempimento  posto sul fondo, è di almeno 2,5 m. L&#8217;UT ha una planimetria a forma di  &#8220;8&#8243; (asse N-S 3m. larghezza massima 1,70  m, larghezza minima alla  strozzatura 1,25 m), con la sfera meridionale di minore dimensione;  proprio questa parte è stata ulteriormente allargata mediante l&#8217;apertura  di una nicchia dall&#8217;apertura rettangolare, che si restringe verso il  basso. Il taglio della roccia è quasi verticale, e le pareti sono  intonacate con coppi disposti di piatto e abbondante malta grigiastra,  lisciata in superficie. Tale rivestimento non copre tutte le superfici  in modo omogeneo, ma si interrompe ad un punto abbastanza basso  dell&#8217;apertura, in modo discontinuo. La funzione dell&#8217;UT 9 era  sicuramente quella di cisterna per l&#8217;approvvigionamento idrico; poiché  nel banco di roccia contermine alla fossa, pur molto degradato, non si  leggono tracce di canalizzazioni si può immaginare che il serbatoio  convogliasse l&#8217;acqua piovana mediante la pendenza del terreno  circostante oppure che vi venisse versata, almeno in parte, da portatori  d&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">La  cisterna ha generato alcune leggende, piuttosto diffuse in contesti  simili; mi è ad esempio stato riferito che la cavità fosse completamente  colma di detriti e che sia stata svuotata, almeno un secolo fa, da un  prete in cerca di un tesoro (<em>su siddadu</em>). Altri racconti  riportano che in realtà la fossa non sarebbe altro che una via di fuga,  un passaggio segreto, che conduceva, secondo le varianti, al castello di  Casteldoria, alle falde del monte o infine al monte prospiciente, dove  sorgeva il convento dei domenicani.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto  l&#8217;altipiano è interessato dalla dispersione di materiale litico, fittile  e ceramico. L&#8217;UT 10 è estesa in tutto il pianoro, internamente al muro  di recinzione, e comprende al suo interno anche l&#8217;UT 1; presenta una  dispersione, piuttosto debole, di scaglie litiche, coppi in stato molto  frammentario e rarissima ceramica; il materiale è in quantità maggiore  presso gli alberi. Il terreno è regolarmente pianeggiante, con pochi  dossi e avallamenti, e in più punti affiora il banco roccioso.  Naturalmente la sistemazione a scopo ricreativo dell&#8217;area ha prodotto  degli spostamenti e degli accumuli di terra, e conseguenti disturbi  nella sua lettura, che sembrano tuttavia minori rispetto alla parte  esterna alla recinzione. Per i fattori sopra esposti, aggravati dal  basso livello di leggibilità, si può solo ipotizzare l&#8217;assenza di  strutture sottostanti e spiegare dunque la presenza del materiale come  risultato degli spostamenti di terra.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;angolo  sud-ovest dell&#8217;altipiano, a sud della strada (UT 2), a sud-est di  questa (UT 3) e esternamente alla muratura nei versanti orientale e, in  parte, meridionale sono presenti presente accumuli di terra, pietrame e <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-bis.jpg"><img class="alignright" style="margin: 5px;" title="UT6bis" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-bis-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>materiale  vario. Al di sotto, direttamente sulla roccia calcarea superficiale,  sono dispersi, in modica quantità, frammenti fittili e ceramici (nude  grezze, graffite a stecca pisane, invetriate e maculate di produzione  locale), dall&#8217;elevato grado di sminuzzamento. La giacitura è fortemente  influenzata dalla pendenza e dall&#8217;azione di ruscellamento superficiale  delle acque piovane; le UT sembrerebbero dunque risultanti dalla  costruzione della strada negli anni 80&#8242; del novecento, con spostamento e  accumulo di terra al di là della recinzione di terra e suo conseguente  dilavamento.</p>
<p style="text-align: justify;">A sud  dell&#8217;UT 3, a un livello altimetrico più basso, è stato riconosciuto un  fronte di cava, UT 8, con due tagli con direzione est-ovest posti uno di  fronte all&#8217;altro. Il fronte nord presenta un taglio (lungo 6  m e alto  al massimo 2 m) verticale, con un gradino nella parte occidentale,  coperto da terra e, nella porzione orientale, da un muro a secco in  rovina. La parete è liscia, poco erosa, e presenta cinque fori circolari  passanti, dalla genesi e funzione incerta. Non si possono purtroppo  stabilire i moduli dei conci estratti. Di fronte, a 3 m di distanza (lo  spazio intercorrente è colmo di detrito) è un probabile secondo fronte  di cava, meno lungo ed alto. Nel banco roccioso dove è stato effettuato è  riconoscibile una fossa quadrangolare poco profonda. Nel sito era  presenta una cava per l&#8217;estrazione di materiale da costruzione,  risalente ad un momento precedente l&#8217;utilizzo dell&#8217;esplosivo (metà del  XX secolo) in operazioni di questo tipo. E&#8217; ricordata ancora in attività  nella prima metà del novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pendici orientali, meridionali e occidentali di <em>Monte Cheja</em> sono attualmente occupate dalla recente espansione edilizia, che ha  intaccato e presumibilmente distrutto il potenziale archeologico  dell&#8217;area. Solo parte del pendio occidentale e di quello settentrionale  sono ancora liberi da costruzioni, probabilmente a causa della pendenza  elevata e qui si sono potute rilevare delle emergenze archeologiche. Il  versante roccioso posto al di sotto della parte occidentale della chiesa  è interessato da una serie di azioni edilizie poste su tre livelli (UT  12), costituito dalle sostruzioni dell&#8217;edificio religioso e da cavità  naturali chiuse da strutture murarie probabilmente ad uso  agro-pastorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  pendio al di sotto di questo complesso (UT 5) contiene una forte  dispersione di elementi litici, laterizi, ceramica (in piccola quantità,  si annoverano soprattutto produzioni e rari prodotti più antichi) e  materiale vario. I reperti sono disposti in modo incoerente e la  giacitura e fortemente influenzata dalla pendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" title="UT6" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Immediatamente  a nord dell&#8217;UT 5 è sito un lotto di terreno (UT 6), chiuso in ogni  direzione da recinzioni metalliche, dalla forte pendenza, coltivato ad  erbaio per il pascolo, dalla forte pendenza. La dispersione è qui molto  elevata e comprende un&#8217;enorme quantità di pietrame, coppi e frammenti  ceramici, che si accumulano specialmente nella fascia altimetrica più  bassa. Nell&#8217;isoipsa più alta invece i fittili sono più rari (e meno  sminuzzati), ma si notano vari litici squadrati e lavorati, provenienti  probabilmente da strutture sovrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  materiale ceramico riconosciuto afferisce soprattutto alle produzioni  di  nude grezze, maiolica arcaica pisana e savonese e ispano-moresche,  mentre sembrerebbero piuttosto rare le intrusioni di reperti più recenti  (sono stati comunque rilevati catini verdi valdarnesi e invetriate  ottocentesche). La grandissima quantità di oggetti databili al tardo  medioevo, e al più tardi (ma in misura minore) al seicento, fanno  ipotizzare in quella fascia cronologica, un&#8217;azione di discarica dal  pianoro sovrastante,  da porre forse in relazione con azione di  distruzione e/o costruzione di strutture.</p>
<p style="text-align: justify;">In  definitiva si potrebbe trattare di un&#8217;azione di discarica conseguente  alla distruzione di strutture precedenti e alla costruzione, o  ampliamento, di nuovi edifici e quindi, più precisamente, di un&#8217;azione  legata all&#8217;impianto o ad uno degli ampliamenti documentati per la chiesa  di San Matteo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Note:</em></strong></h3>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Tale nome era usato normalmente anche a livello colto, vd. Patatu 2004, p.270.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Chiaramonti, p. 100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Edita e tradotta in Bussa 1986.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Questa invece è solo citata dallo Zabarayn nel 1701, che ci dice però  che il villaggio, di 190 case, è posto &#8220;&#8230;in terreno aspro nella  pianura di un monte&#8230;&#8221;, Bussa 1987, p.430.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> Bussa 1986, p.301.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> Bussa 1986, p.301.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Angius 1850, p. 658</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Angius 1850, p. 658</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a>Notizia in Patatu 2004, p.92.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> Della Marmora 1868, II, pp.670-671.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Il tracciamento definitivo è databile al novembre del 1870; la strada  fu aperta al traffico nell&#8217;agosto del 1873, cfr. Patatu 2004,  pp.101-102; 106-108</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> Solo i carri cingolati riuscivano, con grande sforzo, a percorrerla  negli anni 50&#8242;, come testimoniato dal sig. Giovannino Falchi, che  ringrazio per la disponibilità con la quale mi ha fornito un gran numero  di notizie sul castello e il paese di Chiaramonti fino alla prima metà  del novecento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> Maxia 1994, p. 121.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> Ancora nel 1834 l&#8217;abitato era concentrato in tre arterie principali, <em>Carruzzu, Longu</em>, <em>Muru Pianedda</em> e <em>Pala e Chercu</em>; il punto d&#8217;incontro era l&#8217;attuale Via Lamarmora, <em>su Salone</em>. Cfr Chiaramonti, p.87.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Il toponimo è citato anche in Patatu 2004, p.287.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Maxia 1994, p.334.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn17" href="#_ftnref17">[17]</a> Maxia 1994, p. 154.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn18" href="#_ftnref18">[18]</a> Fondato nel 1587, cfr. Chiaramonti, p.57.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn19" href="#_ftnref19">[19]</a> Una testimonianza ottocentesca in merito in Patatu 2004, p.287.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> Il modello di schedatura utilizzato è quello, continuamente in corso di  elaborazione e revisione, delle Cattedre di Archeologia Medievale  dell&#8217;Università di Sassari  e Pisa del prof. Marco Milanese, sulla base  della scheda UT elaborata alla fine degli anni novanta dal gruppo di  lavoro dello stesso prof. Milanese nelle Università di Sassari, Genova e  Pisa (Per cui vedi Gattiglia-Stagno 2005). Tale modello è rielaborato e  aggiornato costantemente in rapporto alle esperienze sul campo, svolte  in riferimento a tesi di laurea e progetti di  ricerca afferenti  comunque alle Cattedre di Archeologia medievale dell&#8217;Università di  Sassari e di Pisa e al nascente Centro di Documentazione dei Villaggi  Abbandonati della Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> Riferimenti metodologici per l&#8217;indagine sul campo Cambi-Terrenato 1994, Cambi 2003, Milanese 1999, Valenti 1989.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn22" href="#_ftnref22">[22]</a> Angius 1850, p. 658.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn23" href="#_ftnref23">[23]</a> <em>Infra</em>, introduzione al presente capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn24" href="#_ftnref24">[24]</a> Ricordo personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn25" href="#_ftnref25">[25]</a> <em>Infra</em>, par. 4.1.3.2.</p>
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		<title>Fenici e Cartaginesi nel Mediterraneo centrale fra VIII e V sec. a.C. Colonizzazione dell&#8217;Occidente mediterraneo di Piero Bartoloni</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 19:39:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[archeologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Già da qualche tempo e non da solo ho sostenuto e spero di aver potuto dimostrare come, al tramonto della talassocrazia micenea e immediatamente dopo i sommovimenti provocati nell’area vicino-orientale dall’insediamento dei cosiddetti &#8220;Popoli del Mare&#8221;, la colonizzazione nell’Occidente mediterraneo, fors’anche estremo, sia opera del progressivo e determinante apporto delle popolazioni filistee, nord-siriane, cipriote e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2119.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4400" title="images-2" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2119-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Già da qualche tempo e non da solo ho sostenuto e spero di aver potuto dimostrare come, al tramonto della talassocrazia micenea e immediatamente dopo i sommovimenti provocati nell’area vicino-orientale dall’insediamento dei cosiddetti &#8220;Popoli del Mare&#8221;, la colonizzazione nell’Occidente mediterraneo, fors’anche estremo, sia opera del progressivo e determinante apporto delle popolazioni filistee, nord-siriane, cipriote e, infine, fenicie, le quali tra il XII e l’VIII secolo a.C. riaprirono le rotte verso Occidente.<span id="more-4399"></span> Ho avuto modo inoltre di porre l’accento sul fondamentale contributo dell’ethnos cipriota nella fondazione di Cartagine, contributo assai più trasparente e rilevante di quanto non si possa immaginare. Particolarmente probante a questo proposito e in linea con il mito della fondazione della città è il rito funebre che a Cartagine era prevalentemente quello dell’inumazione, mentre in tutte le restanti colonie occidentali era quello dell’incinerazione. In ogni caso, la proposta per un quadro storico e archeologico della colonizzazione fenicia in Occidente tra lo scorcio della prima metà dell’VIII secolo e il 500 a.C. si può riassumere negli aspetti che seguono.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fenici.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4401" title="fenici" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//fenici-150x149.gif" alt="" width="150" height="149" /></a>Scambi commerciali ad amplissimo raggio. Dopo la fondazione di Cartagine, da porre ragionevolmente non molto dopo la data tradizionale dell’814 a.C., la metà dell’VIII secolo a.C. vede la nascita dei primi centri urbani fenici, collocati principalmente là dove in precedenza erano situati gli impianti a carattere temporaneo utilizzati nell’espansione verso Occidente. La costa nord-africana, la Sardegna e la Sicilia, nell’ordine, vedono sorgere quelle che nei secoli successivi saranno le città attorno alle quali graviteranno le vicende del Mediterraneo centrale. Già verso la fine della prima metà dell’VIII secolo a.C. i primi impianti urbani fenici in Occidente, quali l’antica Sulky in Sardegna, rappresentano una realtà attiva nelle acque occidentali del bacino mediterraneo. Date per assodate le cause concomitanti dell’espansione fenicia in Occidente, che, di fatto, si verifica con due ondate successive, una durante la metà dell’VIII e l’altra nella seconda metà del VII, si deve osservare come, già nei momenti immediatamente successivi alla loro fondazione, queste città costituiscono i poli fondamentali di scambi commerciali ad amplissimo raggio. Faccio ovvio riferimento a Cartagine, i cui legami internazionali sono ben noti per l’ampio spettro di materiali allogeni, ma ricordo, tra l’altro, ancora una volta l’insediamento di Sulky, in Sardegna, che già attorno alla metà dell’VIII secolo a.C. intratteneva rapporti commerciali con la madrepatria, con l’estremo Occidente mediterraneo, con il mondo greco insulare e continentale e con la stessa Cartagine. A questa prima ondata colonizzatrice in Sicilia si devono certamente l’insediamento di Mozia e forse quelli di Panormo e di Solunto, mentre, in Sardegna, nel corso dell’VIII secolo a.C., oltre a quello di Sulky, risultano già attivi i centri di Nora, di Bitia, di Monte Sirai, di Portoscuso e di Tharros. In Sicilia l’elemento fenicio ben presto si confronta con quello greco, la cui ondata colonizzatrice, di poco posteriore, di fatto, occupa gran parte dell’isola. La presenza dei nuovi colonizzatori provoca mutamenti anche di grande consistenza, quali ad esempio il mutamento della rotta che dall’Oriente giungeva in Sardegna. Infatti, se fino all’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C. il naviglio commerciale transitava attraverso lo stretto di Messina, con la fondazione di Zancle e di Region, tale passaggio diviene impraticabile. A questa nuova situazione, sempre nel corso dell’VIII secolo a.C., si deve la nascita dell’insediamento di Mozia, che diviene scalo fondamentale e crocevia per Cartagine e la Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Occupazione pacifica e capillare. Invece, appunto in Sardegna, le città fenicie, grazie anche all’apporto etnico locale, occupano pacificamente e in modo quasi capillare buon parte del territorio costiero del meridione dell’isola. Emblematiche a questo proposito sono alcune fattorie già attive nel circondario di Monte Sirai nel corso del VII secolo a.C. Gli impianti coloniali non coprono più l’intera fascia costiera, come si era verificato durante il periodo della precolonizzazione, ma si limitano alla parte centrale e meridionale dell’isola, con dei limiti che forse potrebbero anche essere caratterizzati dalla ricerca di isoterme prossime a quelle della madrepatria. In ogni caso, come accennato, ciò che caratterizza la colonizzazione fenicia è anche il rapporto sostanzialmente pacifico con le popolazioni locali, rapporto evocato da eventi leggendari, come nel caso di Cartagine, o da testimonianze archeologiche, come nel caso della Sardegna, oppure da antiche fonti, come nel caso della Sicilia. E’ certamente un forte indizio in questo senso la presenza preponderante, nello strato più antico del tofet di Sulky, di vasi-bollilatte di foggia nuragica, utilizzati come urne cinerarie per le ossa combuste dei bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fenici d’Oriente e Fenici d’Occidente. Con l’inizio del VI secolo a.C. la politica di Cartagine compie una svolta determinante per il Mediterraneo occidentale. L’oggettivo rarefarsi del rapporto di dipendenza con la madrepatria, conseguente alla oggettiva distanza, e delle transazioni commerciali dovute alle reiterate incursioni assire, alla presa di potere neobabilonese e, più tardi, dopo la conquista persiana, alla riduzione in satrapia con il nome di transeufratene della costa siro-palestinese e quindi dei centri della Fenicia, sanciscono, di fatto, la separazione dei destini tra i Fenici di Oriente e quelli di Occidente. Quindi, l’espansione territoriale di Cartagine nel territorio nord-africano risulta un dato di fatto già nei primi due decenni del VI secolo a.C. Egregio riscontro è offerto dalla fondazione di Kerkouane, la probabile Megalepolis menzionata da Diodoro, fondazione che archeologicamente si colloca attorno al 580 a.C. In questo caso specifico, la presenza di una forte componente etnica libico-berbera, evidenziata in modo particolare dall’onomastica delle epigrafi funerarie, dimostra una già avvenuta simbiosi con l’elemento locale. La contiguità non solo geografica con la Sicilia, nello stesso periodo porta Cartagine a sbarcare nell’isola per parare assieme agli Elimi la minaccia di Pentatlo. Occorre ricordare peraltro che non vi è traccia di una qualche attività dei Fenici di Mozia, città prossima all’area appetita dai Cnidi, o degli altri insediamenti della Sicilia occidentale. Siamo ai prodromi dell’ingerenza politica cartaginese nell’isola, che culminerà con la spedizione di Malco, che, come è noto, ha luogo in Sicilia attorno alla metà del VI secolo a.C. Oltre alle aride fonti storiche, di questa fortunata spedizione ci parlano in modo indiretto ma eloquente anche le mura di Mozia, la cui cronologia, almeno per quel che riguarda il nucleo iniziale, è da porre appunto attorno alla metà del VI secolo a.C. La successiva spedizione di Dorieo, con il suo infelice tentativo di insediarsi in un punto della costa occidentale della Sicilia, tra i centri di Drepanon e di Lilibeo e probabilmente in faccia alla stessa Mozia, trova Cartagine già saldamente padrona del triangolo occidentale dell’isola. Si è detto più volte nel passato che l’intervento cartaginese in Sicilia, così come in Sardegna, fosse dettato dal desiderio di proteggere i &#8220;fratelli&#8221; fenici, accreditando un’unità di intenti tra le città coloniali, che nella realtà non si era mai realizzata, neppure tra i centri della madrepatria. Pertanto, Cartagine attivò invece una vera e propria politica imperialista, volta alla conquista dei mercati dell’Occidente mediterraneo e al loro ferreo controllo. Contrariamente a quanto si è ritenuto fino a qualche tempo fa, malgrado la presumibile medesima origine, le singole città fenicie di Occidente svilupparono ciascuna una propria politica e una rete di commerci personale, senza particolari rapporti di simbiosi o di alleanza con le altre consorelle. In particolare, per quanto riguarda le campagne militari effettuate prima da Malco e poi da Amilcare e Asdrubale in Sardegna, alcuni studiosi avevano immaginato che questi interventi fossero stati motivati dalla necessità di soccorrere le città fenicie dell’isola sottoposte ad una supposta aggressione delle popolazioni locali. Tralascio di proposito l’esegesi di queste vicende che comunque ha potuto ben dimostrare come il reiterato intervento in Sardegna degli eserciti cartaginesi fosse volto non al soccorso delle città fenicie bensì alla loro conquista e sottomissione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La battaglia di Alalia. Oltre alle ben note vicende di Malco, seguite dall’impresa dei Magonidi, che denotano il pervicace desiderio di Cartagine di impadronirsi della Sardegna, è senza dubbio da ricordare la battaglia di Alalia, episodio determinante per il controllo delle acque del Tirreno. Come è noto la vicenda si inquadra nei rapporti tra le città etrusche e Cartagine e nella repressione della pirateria focea, pirateria che si estrinsecava nelle acque sulle quali si affacciavano numerosi e importanti insediamenti sia etruschi sia fenici. È da ritenere che Cartagine, nel 535 a.C., data presumibile della battaglia, non avesse, o almeno non avesse ancora, soverchi interessi sulle sorti commerciali degli insediamenti disseminati lungo la costa orientale della Sardegna. È invece presumibile che alla metropoli nord-aficana stessero particolarmente a cuore i rapporti politici e commerciali con le città dell’Etruria meridionale e, in particolare, con Caere. Quanto alle modalità della battaglia, questa si deve essere svolta nelle acque antistanti la stessa Alalia, oppure, come suggerito recentemente, nel braccio di mare antistante Pyrgi. Taluno ha suggerito che lo scontro navale non può aver avuto luogo che in mare aperto e ciò sulla base di una presunta supremazia dell’areté greca, poiché, secondo questa ricostruzione, i Focei, percepito l’arrivo della flotta nemica, avrebbero preso il mare e avrebbero subito guadagnato il largo, affrontando gli avversari in alto mare. Ciò naturalmente, come è ovvio per chi ha una sia pur minima conoscenza delle regole non scritte dell’antica marineria, non è neppure minimamente plausibile. Infatti, a prescindere da una corretta esegesi del passo erodoteo, sarebbe sufficiente una sia qualche dimestichezza con quanto descritto da Tucidide e da Senofonte con riferimento ad analoghi fatti d’arme. Come è noto a chi si occupa di marineria antica, per tacito accordo le battaglie navali avevano sempre luogo in specchi d’acqua prossimi alla costa, al fine di consentire una via di salvezza agli equipaggi delle navi affondate. Costoro, infatti, non erano schiavi, bensì cittadini, e sarebbe quindi sufficiente una discreta conoscenza dei fatti occorsi durante e dopo la battaglia di Egospotami per comprendere l’importanza di questo assunto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il Mediterraneo centrale diventa un mare punico. In conclusione, da quanto riferito più sopra si può ben arguire come la volontà di espansione di Cartagine divenga nel corso del tempo una vera e propria politica imperialista. Per quel che riguarda il Mediterraneo centrale, nei cento anni che compongono il VI secolo a.C. si assiste prima all’espansione territoriale in terra africana, attorno alla metà dello stesso secolo avviene la conquista della Sicilia occidentale, mentre prende piede una forte presenza nel Mar Tirreno, rivolta ad un rafforzamento dei rapporti politico con le città dell’Etruria meridionale, alla progressiva eliminazione della minaccia focea e, infine alla totale conquista della Sardegna. Sintomatica è la constatazione che con la fine del VI secolo a.C. cessino totalmente le importazioni nei centri di Sardegna di vasellame etrusco da mensa e da toeletta, prima distribuito nell’isola in modo quasi capillare, e ciò ad esclusivo vantaggio della ceramica di produzione attica, in questo ciò a palese testimonianza dei nuovi rapporti tra Cartagine ed Atene. Con il 509 a.C., dunque con il trattato tra Cartagine e Roma, che di certo ricalca precedenti trattati stipulati con le città etrusche, la conquista del Mediterraneo centrale da parte della metropoli nordafricana è ormai un fatto compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.archeologiaviva.it/index.php/events/42/Piero_Bartoloni.html">http://www.archeologiaviva.it/index.php/events/42/Piero_Bartoloni.html</a></p>
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