Categoria : storia

Gli asili di Carità di Ferrante Aporti di Lucia Palmas

Il termine latino AXYLUM ha designato a lungo genericamente un ospizio o ricovero per persone incapaci di provvedere a sé stesse, ma dal sec.XIX è stato progressivamente ristretto alle istituzioni per l’infanzia in senso non solo assistenziale. A partire da questo periodo, l’asilo infantile indica quella istituzione prescolastica che accoglie l’infanzia per lo più dai tre ai sei anni di età.

In passato l’educazione dei fanciulli prima dell’età scolastica era affidata alla famiglia, che poté avvalersi dell’aiuto di apposite istituzioni un tempo quasi esclusivamente filantropiche, assumendo in seguito finalità educative e varie denominazioni in relazione ai particolari fini istituzionali (asili d’infanzia, sale d’asilo, giardini d’infanzia, case dei bambini, scuole materne).

L’importanza dell’educazione dei fanciulli a partire dalla più tenera età è rintracciabile in tutta la letteratura pedagogica, anche se questo processo in apposite istituzioni inizia solo nel XIX sec.

Già a partire dal XVII sec. il boemo Comenio (1592-1570) aveva parlato nella sua più importante opera “Didactica Magna” di scuola materna, da realizzarsi in ogni casa, per bambini dai tre ai sei anni, in cui era basilare il rapporto affettivo. Egli dava importanza alla prima età che comincia con l’atto del concepimento e copre i primi sei anni di età per questo periodo egli disegna la scuola del grembo materno, o scuola materna, che dovrà esistere presso ogni famiglia e ipotizza in aiuto dei genitori un “Informatorium scholae maternae”. Comenio, però, non pensa alla scuola materna come istituto tecnicamente predisposto e preparato ad accogliere bambini fuori dalla famiglia. Il pensiero di Comenio appartiene alla pedagogia dell’infanzia, non è rivolta ad una scuola dell’infanzia: il suo è un argomentare sulla coscienza educativa che deve essere patrimonio dei genitori e in modo particolare e naturale della madre, alla quale è affidato il compito di allevare il bambino, e quello di trasmettere le basi per l’insegnamento morale e intellettuale unito a quello etico-religioso . Se in Comenio è necessario distinguere la “pedagogia dell’infanzia” dalla “scuola dell’infanzia”, anche altri pedagogisti dopo Comenio come Loke, Rousseau, Pestalozzi Lambruschini ecc., esprimono convinzioni ed idee pedagogiche, ma non parlano ancora di istituzioni prescolastiche.

L’idea di una scuola per l’infanzia si chiarisce quando si comincia a pensare al bambino sulla linea di due esigenze: quella di dover provvedere a lui nel caso venga a mancare la famiglia, e quella di aiutare i bambini delle madri impegnate in lavori extradomestici. Nella seconda metà dell’era industriale si rompe la funzionalità interna della famiglia. Le madri iniziano a lavorare fuori del proprio domicilio e molti fanciulli vengono utilizzati nel lavoro minorile. Da qui la necessità di istituire le prime cosiddette sale di custodia, gestiti da spiriti caritativi, che vogliono sottrarre i bambini alla spietata legge del lavoro precoce o vengono privati delle cure necessarie, a causa dell’inadeguatezza assistenziale educativa dei genitori, assenti per tutta la giornata dall’ambiente familiare. Non ci si deve meravigliare, se in un primo momento l’aspetto assistenziale prevale e se l’esigenza educativa compare lentamente, quasi come risultato di una riflessione sulle negative esperienze delle sale di custodia, degli asili che si proponevano solo il compito di porre al riparo e al sicuro il bambino; se necessario di vestirlo e di sfamarlo, di custodirlo per il tempo necessario richiesto dal lavoro della madre.

Le sale di custodia effettivamente esaltavano più la dimensione assistenziale, che quella educativa. Si trattava di luogo di ricovero nei quali venivano accolti bambini dai due anni in su, e dove una donna generalmente sprovveduta in quanto a competenza didattica vigilava su di loro affinché non si facessero male e li distraeva con nenie, cantilene, filastrocche, favole, storielle spesso sciocche e banali.

Quando si afferma che queste scuole per l’infanzia ebbero dapprima uno scopo quasi esclusivamente assistenziale e solo in seguito si proposero una finalità educativa, non bisogna pensare che a un periodo caratterizzato dal filantropismo delle sale di custodia segua a distanza di tempo nettamente distinto il periodo degli asili a finalità educativa; nella stessa scuola dell’infanzia spesso i due momenti hanno decorso ravvicinato. All’idea primitiva di raccogliere, assistere, nutrire, succede subito dopo il problema del come occupare i bambini. Il problema educativo è presente, anche se non ancora ben definito.

La fondazione degli istituti che chiameremo a carattere assistenziale-educativo è legato a nomi molto importanti. I più significativi sono: Orbelin, Owen, Pastoret, Cochin, e in Italia Ferrante Aporti.

Johann Friedrich Orbelin (1740-1825) parroco di Ban-De-La-Roche, paese montuoso comprendente cinque villaggi, fra l’Alsazia e la Lorena, giunto nella sua residenza nel 1767, rimase colpito dalle condizioni di vita dei cinque villaggi sperduti nei Vosgi. Convinto che alla rigenerazione degli uomini non si giunge se non sottraendoli fin dall’infanzia all’ignoranza, alla superstizione e alla corruzione aprì nel 1770 la prima “Salle D’asile” (che chiamò anche scuola materna) per i bambini di età prescolare, figli dei lavoratori di Ban-De-La-Roche. Nelle sale d’asilo dell’Orbelin i bambini venivano non soltanto custoditi, ma anche istruiti ed educati. I più piccoli erano intrattenuti mediante giochi o altre forme di ricreazione a contatto con la natura, come la coltivazione di aiuole e di giardini. I più grandicelli dopo i cinque anni venivano istruiti nella storia sacra, con argomenti e personaggi che mettessero in luce la bontà e la gioia del lavoro, le soddisfazioni che si potevano ricavare dalla coltivazione dei campi, sempre partendo dall’osservazione diretta delle cose e dei fatti, o con il ricorso sistematico all’illustrazione prima della denominazione. Per guidare i bambini, l’Orbelin istituì le “Conductrice de l’enfance”, e le sue collaboratrici furono Sara Banzet e Louise Scheppler, una contadinella di grande intuito educativo che per quarantacinque anni, prima come maestra e poi come direttrice, si dedicò gratuitamente a questa opera.

Un’altra istituzione sorta con il duplice scopo della custodia e dell’educazione, senza castighi corporali e in condizioni che ne assicurassero il buon funzionamento e la durata per tutto l’anno, fu la sezione del cosiddetto “Istituto per la formazione del carattere giovanile” che aveva fondato e organizzato con propositi laicistici Robert Owen (1771-1858) a New Lanarck, in Scozia. L’idea dominante della sua opera fu di cercare mezzi per migliorare le condizioni di vita delle classi povere e lavoratrici, persuaso che fosse possibile farlo non solo senza danneggiare le altre, ma anzi ottenendo un migliore utile individuale e sociale. Così egli ridusse nelle sue fabbriche, la durata della giornata lavorativa, e promosse il sorgere di cooperative e casse mutue, di scuole per bambini che lavoravano o per figli di lavoratori delle sue fabbriche, tracciando con ciò le linee di una riforma della società, nella quale trovasse posto anche l’educazione dei fanciulli del popolo. Convinto che l’ignoranza e la cattiva educazione fossero alla base di tutti i vizi ed anche della stessa miseria, fu contro ogni insegnamento astratto, contro premi, contro castighi e insegnamenti religiosi, era favorevole a un’istruzione attenta sviluppare l’intelligenza infantile e che esaltasse la libertà di coscienza e la libertà dell’educazione morale. Non dovevano esserci ne libri, ne maestri; per conversare bastava un buon operaio non colto ma buono e amante dell’infanzia: James Buchanan il quale mandato a Londra, fondò nel 1820 una enfant’s School, reintroducendo l’insegnamento della religione, con premi e castighi. Gli fu compagno Wilderspin, che introdusse un sempre maggior conformismo scolastico. Nel suo programma scolastico era previsto l’apprendimento delle lettere dell’alfabeto, dei caratteri corsivi e a stampa, del leggere e dello scrivere, dei numeri, delle quattro operazioni, dei primi elementi di geometria. Tutto ciò piacque tanto agli inglesi che nel 1830 le Infant’s School erano già circa duecento.

La Francia dette incremento ad attività assistenziale ai bambini delle prime età grazie ad Adelaide Piscatory De Pastoret (1776-1842), che precorse con sensibile generosità, i tempi di una meditata scuola per l’infanzia. La Pastoret fondò nel 1801 a Parigi, con intento assistenziale, non tanto una scuola, quanto un ambiente idoneo per l’assistenza completa ai bambini della prima infanzia. I primi a godere delle cure della Pastoret e delle sue collaboratrici (una figlia di carità e una madre di famiglia), furono dodici bimbi, alcuni dei quali ancora lattanti. Le madri di questi bimbi potevano visitare e allattare i propri figli nelle varie ore del giorno e ricondurli a casa la sera. Bisogna comunque precisare che più di un vero e proprio asilo, si trattava di una sala di custodia. Con il passare degli anni la necessità di assistenza per l’infanzia povera abbandonata si era fatta sempre più pressante, e nel 1826 la Pastoret fondò un comitato per l’assistenza infantile, la cui presidenza fu affidata all’abate de Desfenette. Grazie a questo comitato, e per l’intelligente cooperazione delle autorità civili e di molti privati, la Pastoret poté prendersi cura di settanta-ottanta bambini. Questa attività assistenziale-educativa si estese soprattutto a Parigi, dove furono fondate diverse Salle D’asile, e la stessa Pastoret studiò analoghe iniziative inglesi. Il comitato parigino inviò a Londra madame Eugenia Millet, allo scopo di analizzare direttamente l’esperienza di New Lanarch. Le osservazioni della Millet servirono a dare impulso alla esperienza francese, e per sua iniziativa venne istituito in Francia un corso di preparazione alla direzione delle Salle D’asile. Così, sul nucleo delle prime iniziative della Pastoret e della sua volontà, la realizzazione di essa acquistò sempre più maggiore consistenza, anche se si deve dire che quest’opera più che propriamente pedagogica fu di carattere sociale, di risposta alle nuove esigenze poste alla famiglia dai nuovi metodi di lavoro.

Il frutto più valido dell’opera della Pastoret venne continuata nel 1827 da Denys Cochin (1786-1841), che fu autore di ben meditate esperienze di scuole infantili. Fu decisiva la sua opera a favore delle Salle D’asile che ricevettero, grazie a lui, un notevole impulso. Divenuto sindaco di Parigi, si trovò a soccorrere una moltitudine di bambini abbandonati e senza sostegno, per cui cominciò a raccogliere una parte di essi in due stanze d’affitto e facendo egli stesso da maestro, improvvisò un metodo tanto semplice quanto ingegnoso, adatto all’età di quei piccoli. “Nel suo Manual des Salles D’asile”, pubblicato nel 1833, diviso in due parti, la prima dedicata all’organizzazione, la seconda indirizzata ai direttori e ai maestri, il Cochin raccomandava, per quanto riguarda l’educazione dei bimbi, di non procedere a caso e di servirsi di un metodo sicuro e di un programma preciso, anche giornaliero, in modo che la giornata fosse proficua per tutti i bambini. L’educazione religiosa, che il Cochin poneva come base della Salle D’asile francese, doveva essere impartita senza libri né catechismi, ma nella suggestiva comunione con la natura.

Quale risulta da precedenti storici, il problema dell’educazione infantile prescolastica è stato posto in un primo tempo come espressione di un sentimento ispirato a criteri umanitari, filantropici e caritativi. In seguito per l’approfondimento degli studi pedagogici, si è ravvisata la possibilità e l’utilità di impartire ai fanciulli una razionale cura educativa a integrazione di quella familiare. Di questo era convinto anche Ferrante Aporti il quale dimostrò che il bambino, prima del sesto anno di vita è educabile e va educato nel suo interesse e per il bene della società della quale è parte viva e il trascurare quest’opera di educazione può recare grave danno al fanciullo stesso e alla comunità.

Ferrante Aporti nacque a S. Martino dell’Argine, in provincia di Mantova, nel 1791, compì i primi letterali studi nel ginnasio pubblico di Cremona, e verso i quindici anni entrato in Seminario per seguirvi il corso teologico e filosofico fu ordinato sacerdote nel 1815. Dopo l’ordinazione sacerdotale si recò a Vienna per completare e perfezionare lo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e delle lingue orientali, conseguendo l’abilitazione all’insegnamento di queste due discipline. Nei tre anni di permanenza a Vienna ebbe modo di ascoltare le lezioni di pedagogia di Vincent Milde. Tornato a Cremona nel 1819, assunse l’insegnamento di Storia della Chiesa e di esegesi biblica nel Seminario, della diocesi .

Con annesso l’insegnamento dell’ebraico; e quando il governo Austriaco, applicando gradualmente la riforma scolastica del 1818 al Regno Lombardo Veneto, fondò nel 1821 a Cremona la scuola elementare maggiore maschile di quattro classi, ne affidò la direzzione insieme alle mansioni ecclesiastiche, all’Aporti. Dal 1826 gli venne inoltre affidato l’insegnamento della metodica per aspiranti maestri

Nel 1828 lesse la traduzione che Giuseppe Wertheimer aveva fatto dall’inglese in tedesco del libro scritto da Samuele Wilderspin “Sull’educazione tempestiva dei fanciulli e sulle scuole inglesi dei piccoli fanciulli”. La lettura di questo libro (contenente le teorie e i metodi praticati nella prima Infant’s School, diretta da James Buchanan, l’umile tessitore scozzese, che grazie agli assidui consigli del suo padrone di fabbrica Robert Owen, divenne un eccellente ed efficace maestro e direttore d’asilo, mettendovi a profitto le preziose esperienze fatte a New-Lanark, alle quali aggiunse l’elemento religioso, che là era escluso), rappresentò l’occasione, l’impulso e il primo indirizzo per l’Aporti nella fondazione anche in Italia, delle scuole infantili sulla linea di quelle inglesi. . Quando Ferrante Aporti cominciò a occuparsi dell’educazione dei fanciulli, si può dire che i tempi fossero maturi per la nobilissima impresa. Fra il Settecento e l’Ottocento una coscienza più viva dei bisogni degli strati più diseredati e le nuove condizioni create dalla nascente “civiltà industriale” avevano determinato le prime iniziative a favore dell’infanzia. A partire dal XIX sec. infatti istituzioni del genere erano apparse nel vecchio e nel nuovo continente, con Orbelin, Owen, Pastoret, Cochin, ecc. Bisogna comunque sottolineare il fatto che l’Aporti non pare fosse gran che informato, al tempo delle sue prime esperienze, di quel che si fosse fatto e si facesse all’estero. Non solo, ma più di una volta, agli amici propagatori di asili, l’Aporti, nei primi anni del suo tenace lavoro, raccomandò che non si cercassero troppi confronti con l’estero e non si insistesse su esempi d’altri per non far nascere sospetti e difficoltà da parte dei nemici dell’istituzione camuffati da zelatori della religione cattolica. Infatti ciò che aveva mosso il sacerdote cremonese alla sua iniziativa più che la notizia diretta e lo studio di istituzioni straniere, era stata da una parte l’esperienza maturata nell’ufficio di direttore delle scuole elementari di Cremona, congiunta alle sue motivazioni religiose e al suo istinto d’educatore, dall’altra, il triste spettacolo di quelle sale di custodia o scolette nelle quali donne mercenarie, senza istruzione, senza educazione, senza affetto, tenevano immobili per lunghe ore del giorno tanti poveri bimbi, privi d’aria pura e di luce, nutriti di insulse storielle e di favole paurose che nulla avevano a che vedere con la sana vita e coi bisogni dell’immaginazione infantile.

I bimbi, nel nostro paese come negli altri Stati erano in moltissimi casi abbandonati a se stessi o venivano affidati a donne a cui si dava il nome di “maestre”, ma che dell’educatrice non avevano la minima dote e preparazione professionale . A proposito di questo problema, lo scrittore Gaspare Gozzi, nel settecento, così descriveva una contrada della sua Venezia: “Avvi anche una maestra di scolari, la quale non sapendo in quale altra dottrina ammaestrarli, tirando orecchi, dando ceffate, e con le aperte del palmo cularelli percuotendo, insegna loro a stridere e a gridare quanto esce loro dalla gola, tanto che talora si ode un coro di fanciulli che piangono, di donne che rinfacciano la sua crudeltà alla maestra e di maestra la quale fa le sue difese”. Altrettanto Carlo Luigi Morichini descriveva le “Sale di custodia dell’Ottocento”: si vedono ammassati alle volte in una sola stanza a pianterreno più fanciulletti tenuti con pochissima nettezza; chi piange, chi strepita, questi a penzoloni a un muro da nastro, quegli giace nel lezzo, altri dorme sdraiato sulla piana terra; se si dicono preci usano una spiacevolissima cantilena “.

A proposito delle sale di custodia lo stesso Aporti scriveva: “Fra noi esistono già da tempo immemorabile le scuole dei piccoli fanciulli, governate e dirette da donnicciole ignoranti che limitano le cure alla semplice custodia loro, reputando buona educazione fisica il tenerli tutte le ore di scuola seduti sopra seggiole perforate” .

Altrove si legge: “Seduti o piuttosto rinserrati, sopra seggiole perforate con vaso sottoposto che ne raccoglie gli escrementi i quali con le loro evaporazioni danneggiano il fisico dei bambini, reputando utile erudizione intellettuale apprendere loro le più sciocche cantilene delle quali non poco sono laide; e apice di educazione morale l’insegnar loro le preci in uno storpiato latino “.

L’Aporti esprimeva dunque un vero e proprio giudizio negativo nei confronti delle sale di custodia, in quanto inculcavano nei fanciulli rozzezza e timidezza causate dall’isolamento in cui i piccoli erano costretti a vivere; inoltre li abituavano al disordine per la mancanza di pratica religiosa o morale. L’insegnamento intellettuale si basava nell’imprimere nella memoria “sciocche e laide tantafere”, con storie di streghe e di fate che riempivano l’animo dei piccoli fanciulli di vani terrori. In questo modo le facoltà intellettuali non venivano affatto sviluppate, anzi le cognizioni impartite in queste istituzioni anziché sviluppare le menti le guastavano ulteriormente.

Oltre che bloccare lo sviluppo intellettuale dei bambini, le sale di custodia ne minavano anche lo sviluppo fisico, costretti a sedere per lunghe ore della giornata sopra seggiole perforate indebolendoli e causando deformazioni, storpiature, e mutilazioni rendendoli infelici per tutta la vita e spesso un peso per la società. Nell’Aporti quindi ritroviamo una mente che ha il senso e la coscienza dell’infanzia. Egli capì, cioé, che non bastava custodire il bambino, ma era necessario educarlo e la custodia non era che l’occasione per l’educazione. Egli ebbe chiara l’idea che anche l’educazione infantile doveva essere un’educazione integrale e armonica, gerarchica nei suoi vari aspetti, simultanea nei suoi svolgimenti (vale a dire, insieme e contemporaneamente fisica, morale e intellettuale, come si diceva allora). Il tempo infantile, non doveva essere soltanto un tempo da non perdere, ma una età di cui fare positivamente ed attivamente tesoro. E l’età e il tempo dell’infanzia erano preziosi e da non lasciare scorrere invano, non soltanto in ordine allo sviluppo delle forze e delle facoltà della persona, ma in ordine alle sorti e agli ordini sociali. L’Aporti può quindi essere considerato un educatore sociale e più propriamente un educatore popolare che pose alla base dell’educazione l’elevazione dei poveri, restituendo la dignità anche ai più diseredati. Respingendo l’accusa che nell’asilo il povero presumesse di elevarsi al livello del ricco, era il ricco, che lì si abituava ad accostarsi al povero a mettersi fraternamente con lui, l’uno e l’altro gareggiavano fra loro rispettandosi a vicenda. Da queste riflessioni nell’opera “Guida per le scuole infantili di carità” nel 1836, l’Aporti dedusse che bisognava insegnare al povero impotentela capacità di guadagnare di più con il proprio lavoro; che dove il guadagno fosse insufficiente, la società aveva l’obbligo di fornire quell’aiuto che consisteva nel contribuire adeguatamente all’educazione dei figli dei lavoratori, perché fra l’altro educare i piccoli significava preparare uomini abili al lavoro, amanti di esso e capaci di bastare a se stessi. Poiché per necessità di lavoro contadini e operai, comprese anche le madri, rimanevano spesso lontano da casa per buona parte del giorno, si pensò fosse doveroso e indispensabile e socialmente utile raccogliere i figli in apposite scuole o istituti per educarli, senza perciò venir meno al principio dell’educazione domestica, che così si sostituiva quando essa mancava la completava quando era insufficiente.

L’Aporti voleva dunque riscattare il povero dalla miseria, liberandolo dall’ignoranza in modo che educato e istruito per tempo potesse lavorare con maggior intelligenza e abilità, comportandosi con minor rozzezza . L’Aporti era ben consapevole che per fare tutto ciò occorreva una vera scuola, capace di dare affetto, serenità e comprensione.

La prima fondazione, aperta a Cremona nel 1828, approvata dal governo austriaco il 24 gennaio 1829, inaugurata solennemente nel marzo successivo, era a pagamento e, quindi per bambini di famiglie agiate e fu la prima assoluta in Italia. Incoraggiato dai buoni risultati della sua iniziativa e dal favore dell’opinione pubblica, l’Aporti provvide ai fanciulli delle famiglie disagiate, con il benestare governativo e con il concorso filantropico dei Cremonesi, nell’autunno del 1830 aprì la prima scuola infantile di carità per maschi, inaugurata il 18 febbraio 1831, dove oltre agli opportuni insegnamenti, alternati con momenti ricreativi e giochi, si distribuiva il pane e una minestra calda. Con altre risorse ottenute dalla generosità dei concittadini aprì nell’autunno 1832 il primo asilo di carità per bambine e l’inaugurava il 15 gennaio 1833, anno in cui fondava una scuola infantile a pagamento per bambine benestanti, e a quella esistente per maschi ne aggiungeva una seconda dello stesso tipo .

Da alcuni Regolamenti conservati negli Archivi comunali e nel Fondo Opere Pie degli Archivi di Stato, si può avere un’idea ben dettagliata delle finalità perseguite e dei metodi adottati in quegli asili, in cui l’ammissione dei bambini era regolata dai Comuni oppure privati.

Le aule in cui venivano custoditi i fanciulli erano di 30 mq., capaci di contenere 60 alunni, proviste di 10 banchi, che variavano di grandezza a seconda dell’età dei piccoli che vi sedevano, un tavolino per il maestro, due sedie e una tavola nera. Esisteva anche una stanza più piccola usata dalla cuoca, provvista di armadi dentro i quali venivano deposti i cestini della colazione, e di asticelle attacate ai muri con dei pioli, per appendere i cappelli, un’altra stanza veniva usata come cucina o come refettorio, un’altra per l’alloggio dell’istruttore, una per la ricreazione e per fare la ginnastica d’inverno e infine vi era un cortile.

Il personale lavorava gratuitamente, esisteva un sorvegliante governativo che vigilava sugli orari e regolamenti degli asili, tenendo un registro dove annotava le osservazioni sull’indole dei fanciulli; alla fine dell’anno egli scriveva una relazione alla Suprema Magistratura della Provincia, compilava i conti di fine anno e ordinava e interveniva agli esami semestrali. Due direttori visitavano la scuola tutti i giorni, verificando i titoli di ammissione dei fanciulli, indicando agli amministratori le occorrenze della scuola, e controllando la disciplina. Nelle scuole maschili due maestri si alternavano durante l’orario delle lezioni .

I bambini ammessi all’asilo, dovevano dare prova della loro povertà; chi non era povero doveva contribuire alla spesa con 1,50 lire e in tutti i casi era richiesta la vaccinazione. L’orario adottato era lungo; dalle 7,30 fino a “una mezz’ora prima dell’Ave Maria”, cioè fino alle 17 circa. La mattina, appena entrati, i bambini dovevano indossare, sopra il proprio vestito, un grembiule di tela colorata uniforme per tutti sia per i maschi che per le femmine e alla cintola legavano un “moccichino”. Accolti dal maestro i bambini venivano sottoposti a una accurata ispezione per controllare se erano puliti; se erano troppo sudici, laceri, privi di scarpe venivano rimandati a casa. Subita l’ispezione, lavati e pettinati dalle inservienti i piccoli venivano distribuiti in due schiere separate: maschi e femmine, e divisi in sezioni o classi a seconda dell’età e le capacità dei medesimi. Accompagnati in classe e fatto l’appello si recitavano le preghiere. Le lezioni duravano circa mezz’ora, durante le quali era assolutamente proibito parlare e muoversi dal posto senza permesso, che eventualmente si chiedeva con un cenno della mano. Gli esercizi erano alternati da canti e marce. .

La prima sezione era composta dai bambini più piccoli d’età. Vi si insegnava a pronunciare distintamente i suoni elementari e sillabici in lingua italiana, a ripetere esattamente il proprio nome e cognome, a contare fino a cento, a riconoscere i nomi propri delle principali parti del corpo, ad avere le prime idee intorno a Dio. Nella seconda sezione si cominciava a riconoscere le lettere stampate rilevandole in sillabe, a numerare in ordine crescente e decrescente, a distinguere le quantità delle cose riconoscendo le cifre arabiche fino a cento. Le tabelle della nomenclatura erano caratterizzate dal nome della storia naturale e dei cibi, si facevano inoltre esercizi di memoria sui salmi, sui dogmi e le preghiere fondamentali della Chiesa Cattolica. Nella terza sezione si apprendeva a sillabare gli elementi dello scrivere, le tabelle di nomenclatura sistematica, le quattro operazioni aritmetiche, con una maggiore spiegazione delle dottrine morali e dogmatiche del Cristianesimo e delle carte rappresentanti la Storia Sacra .

Ferrante Aporti non si limita a costruire dal niente o, per meglio dire, da una situazione di abbandono totale, un ricovero per i più piccoli, né tanto meno, si limita, ad aprire per la prima volta in Italia un istituto per bambini in età prescolare in cui l’obiettivo principale non è la sorveglianza, ma l’educazione; egli fissa i criteri fondamentali della scuola materna, caratteristiche che invano la politica assistenziale governativa prima e le nuove dottrine pedagogiche poi cercheranno di scalzare. Il pensiero pedagogico dell’Aporti rappresenta la risposta ad uno slancio educativo ed alla necessità di dare un indirizzo alle proprie opere, ed in particolare all’asilo, finché le esigenze caritative religiose e sociali trovassero coerente e razionale risposta. Secondo l’Aporti l’educazione è lo sviluppo delle facoltà dell’uomo verso una perfezione che non è qualcosa di definito e di limitato, ma è un ideale permanente operante, e deve cominciare fin dall’infanzia, promuovendo lo sviluppo armonico di tutte le facoltà e funzioni dell’uomo. Egli si preoccupava di stabilire, inizialmente, l’unità del comportamento umano come soggetto della educazione, si che i vari aspetti e le varie funzioni fisiche, intellettuali e morali, interagissero fra loro, per cui come il corpo si accresce fin dall’infanzia, così anche l’intelletto e la moralità devono essere attive fin dalla più tenera età. Non solo, l’educazione viene distinta dall’Aporti, in fisica, intellettuale morale, che non possono essere distinte e separate, ma deve interagire pervenendo ad un’educazione armoniosa .

Passando all’analisi più attenta delle singole forme di educazione, l’Aporti dà innanzittutto rilievo all’educazione fisica, “Gli uomini deboli e malaticci sono inutili allo Stato e di peso a sé stessi, oltre che le facoltà loro intellettuali e morali riescono fiacche” .

Raccomanda pertanto esercizi ginnici, giochi di moto all’aria aperta, lavoro manuale, tenore di vita che favorisca la robustezza, apprezzata nel senso più ampio e più vasto di pratica igienica anche di prospettiva estetica in cui rientrano la corretta posizione del corpo, la grazia dei movimenti, una dieta che escluda l’uso delle carni, di vini e di liquori, educazione dell’udito e della voce mediante il canto e degli occhi con l’osservazione dei bei disegni.

A questa vigorosa educazione fisica congiunge una non meno vigorosa educazione intellettuale, che non si risolve nel solo apprendimento di cognizioni, ma si afferma come strumento di confronto e di valutazione, quindi come capacità di giudizio sicuro che non deve essere privilegio di alcuni, ma necessario ad ogni uomo. Pertanto invece delle sciocche e stupide storielle di streghe e di fate, che si propinano ai bambini, si devono esercitare le loro capacità intellettuali sulle cose e sugli oggetti usuali facendoli vedere o richiamandoli alla mente, e dicendo i loro nomi, e poi cercando tra essi somiglianze e differenze, unità e parti, classificazioni in generi e specie. Successivamente si faranno conoscere anche qualità ed azioni, usi, utilità e danni. Questa forma di insegnamento deve essere condotta secondo il metodo dimostrativo, cioé mostrando gli oggetti e le fedeli immagini, richiamando l’attenzione dei più piccoli alunni.

Contro l’opinione che i fanciulli siano incapaci di apprendere qualcosa di ragionevole nella prima età, Aporti ritiene che quanto viene insegnato nella prima età infantile, mette radici profondissime che si estendono fino all’età matura, e pertanto sia necessario ed opportuno cominciare l’educazione intellettuale fin dall’infanzia, procedendo gradualmente per sviluppare e raccogliere ordinatamente il maggior numero di idee ed evitare errori. Attraverso le tavole di nomenclature, l’Aporti fornisce poi preziose esemplificazioni metodologiche. Egli insiste in modo particolare sull’insegnamento della lingua, non attraverso regole grammaticali e sintattiche, ma per vie di fatto, cioé con le conversazioni e coi vari insegnamenti, da quello intuitivo alle preghiere quotidiane, le quali vanno recitate non in latino ma tutte in lingua nazionale. Nel programma sono pure compresi opportuni racconti di fatti veri o verosimili tra i più interessanti, scelti per lo più dalla Bibbia e ravvivati col sussidio d’incisioni.

Il leggere e lo scrivere ridotti a proporzioni modeste, il calcolo mentale appreso con la numerazione di oggetti concreti, eseguito con le quattro operazioni aritmetiche, applicate, però, sempre a oggetti sensibili, vengono insegnati solo nell’ultimo anno della scuola infantile. Si apprende a grandi linee, anche, la Storia Sacra in forma dialogica e con l’aiuto delle carte figurate, rappresentanti i fatti che vi si riferiscono, e il piccolo catechismo, ma dopo le prime lezioni di vita sacra.

Segue finalmente l’educazione morale e religiosa in cui la religione e la moralità sono intimamente fuse e nelle quale l’Aporti si batte a fondo per eliminare i difetti del sistema allora in uso, e cioé i cattivi esempi dei genitori, i maltrattamenti con parole e percosse, il non tenere conto della diversa indole dei fanciulli, l’uso incomprensibile di preghiere in latino, e l’inculcare forma di superstizione. Bisogna tenere conto delle peculiarità dei fanciulli, abituarli all’amore del prossimo, della giustizia e della verità, correggere i vizi, ricoendo raramente ai premi e ai castighi, i quali non devono mai essere avvilenti e degradanti. Questa solida educazione porta a fuggire dall’orgoglio ed insiste sull’amabilità della quale si riveste la pratica delle virtù. In tutte le sue forme e i suoi procedimenti, il bambino dev’essere orientato da uno spirito nuovo; l’amore .

Diffusione degli asili in Italia

Gli asili per l’infanzia (o scuole infantili come l’Aporti preferiva chiamarli) furono nel terzo decennio dell’ottocento, un fatto estremamente significativo se si considera la situazione politica, (l’Italia era ancora divisa in molti Stati, con governi autoritari) e sociale della penisola. Il modello estero, al quale, Aporti s’ispirò, non gli toglie il merito, perché egli fu il primo a pensare che l’Italia avesse bisogno di un’iniziativa del genere, avendo osservato come i primordi dell’industrializzazione allontanassero le madri dalle famiglie e non fosse possibile tollerare che continuassero ad esistere le squallide sale di custodia, affidate a persone prive di una minima preparazione specifica per svolgere il difficile compito di curare, assistere, e nello stesso tempo educare i bambini. La nascita del primo asilo cremonese e il favore con cui esso fu accolto negli ambiti culturali italiani (le riviste ne parlarono ripetutamente e i Congressi degli Scienziati italiani misero ai loro ordini del giorno l’argomento) portò al sorgere di numerose Società, sparse un pò dovunque nella penisola, finalizzate alla fondazione di istituti infantili; alla cui testa si trovarono uomini animati da sincero patriottismo, favorevoli all’unità e all’indipendenza nazionale. La diffusione in Italia delle scuole infantili rese l’opera dell’Aporti uno dei momenti più significativi del Risorgimento. In Lombardia prima, quindi in Toscana, dagli Stati Sardi al Regno di Napoli, nell’arco di un trentennio le scuole infantili si diffusero un pò dovunque, costituendo un momento di aggregazione sociale e politica, un’occasione di scambio di idee fra concittadini e fra futuri connazionali. In Lombardia si assistette alla maggiore diffusione, non solamente per l’avanzato sviluppo economico, ma anche per l’appoggio dato dalle autorità governative ed ecclesiastiche . Nel grosso borgo di Treviglio dove già nel 1833 esisteva una scuola infantile a pagamento, se ne aprì un’altra di carità il 16 marzo 1835, per soli maschi. Suo promotore principale era stato il sacerdote Carlo Carcano, che per meglio riuscire nell’impresa si mise in corrispondenza con l’Aporti, e andò per qualche tempo a Cremona per studiare sul posto l’organizzazione e l’andamento degli istituti che vi fiorivano. In quel medesimo anno si fondava un nuovo asilo a Casalmaggiore nella provincia di Cremona e si dava principio a Milano alle operazioni preliminari, per dotare degli istituti aportiani anche la metropoli lombarda.

L’II febbraio 1836 si tenne la prima adunanza dei soscrittori e fu nominata la “Commissione direttrice degli Asili di carità per l’infanzia in Milano”. Essa aveva il triplice incarico di assicurare stabilmente la fondazione degli asili, di propagarli man mano, compatibilmente con le risorse disponibili, in tutti i quartieri più popolosi e più poveri della città, di dirigerli e di amministrarli come un’unica istituzione. Ma prima che si istituisse la Commissione degli asili, uno era già in funzione dal I° febbraio 1836 nella casa parrocchiale di S. Maria Segreta; era il primo asilo che si istituisse a Milano per l’infanzia povera. A quel primo asilo la Commissione milanese ne aggiungeva presto altri due; l’uno promosso dal sacerdote Ambrosoli e aperto per le parrocchie di S. Francesco da Paola e di S. Fedele, l’altro iniziato nel novembre 1836 presso la parrocchia di S. Celso nell’oratorio festivo di S. Filippo. In tutto, i tre asili ospitavano trecento alunni, ai quali veniva somministrata la minestra a mezzogiorno, dato un grembiulino per ciascun bambino, prodigata una scrupolosa assistenza sanitaria e infine impartita un accurata applicazione dei principi e dei metodi introdotti dall’Aporti. Considerando queste nuove istituzioni infantili degli uffici di maternità piuttosto che degli uffici scolastici, la Commissione assumeva come maestri o come assistenti, soltanto donne, le uniche in possesso di quei modi affettuosi e dolcissimi che servivano ai bambini .

L’attività della Commissione milanese degli asili non si arrestò e come risulta dal “Prospetto Statistico degli Asili infantili esistenti in Italia nel 1846″ che Ferrante Aporti presentò a Genova all’ottavo Congresso degli Scienziati Italiani, a Milano esistevano in quel periodo ben sette asili di carità dei quali uno a pagamento. Una volta che l’istituzione si fu saldamente radicata a Milano, anche le altre città promossero l’iniziativa. A Lodi già nel 1836 una Commissione speciale si dette a raccogliere fondi per l’apertura di asili e il 19 aprile dell’anno successivo aveva la fortuna di inaugurare la prima scuola infantile. Lo stesso procedimento venne seguito nella vicina Codogno dove grazie a un certo Francesco Quattrini e ad altri conterranei, la Commissione appositamente costituita fu in grado di aprire nel settembre del 1837 un asilo. A Brescia, per l’impulso di G. Saleri furono aperti due asili nello stesso anno, e un terzo l’anno dopo: il suo esempio recava frutti anche in provincia, dove a Orzinovi lo zelo del predicatore Don Chiodi fece sorgere nel 1839 una scuola infantile. A Mantova, grazie all’appoggio di numerosi laici e sacerdoti fu aperto un primo asilo nel settembre 1837 e un altro poi nel 1841. A Bergamo il sacerdote Carlo Botta ne fece aprire uno il 30 maggio 1837, e nel 1838 se ne aprirono a Como e a Pavia. A Venezia l’istituzione degli asili cominciò nel 1836 e proseguì con profitto nel 1839 per merito dell’abate D. Michele Grandis, del conte Priuli e di molti altri sacerdoti che ne incrementarono l’iniziativa tanto che ognuno dei sestieri possedeva un asilo per l’assistenza a mille bambini. Anche Treviso, Vicenza, Feltre, e Tricesimo rispose a tale iniziativa nel 1838 A Udine il primo asilo sorto in quello stesso anno ne seguirono altri cinque ritenuti fiorenti e ben ordinati, specialmente per gli esercizi fisici e per l’affiatamento con le famiglie. Tra il 1840 e il 1846 vennero aperti asili a Capo d’Istria, a Trieste, a Fiume, a Trento, a Padova, e ne sorsero anche nel Canton Ticino, a Lugano, a Locarno .

Dalla Lombardia l’iniziativa si prodigò in Piemonte. Le sale d’asilo che i Marchesi Falletti di Barolo e la contessa Eufrasia Valperga Masino avevano nei loro rispettivi palazzi a Torino, aperte sul tipo di quelle della Pastoret a Parigi, dimostravano, che anche qui, l’esigenza di aiutare l’infanzia si era fatta sentire, benché questo tipo di istituzioni non si allontanassero molto dalla categoria delle comuni custodie e scolette. In verità il primo asilo nel significato di scuola infantile, che s’istituì negli Stati Sardi, sorse nel 1837 a Rivarolo Cavanese. Fondatore ne fu il patriota Maurizio Farina che allora era Sindaco del Comune. Nel 1839 venne aperto il primo asilo a Torino con molte maestre laiche, mentre furono incaricate Figlie della Carità al secondo asilo istituito nel 1841. La terza scuola infantile, fondata nel 1843, venne affidata a istutrici laiche. Sotto l’egida del favore regio la causa poté facilmente suscitare proseliti e provocare fondazioni anche nel resto della provincia. La città che volle subito emulare la capitale fu Genova, dove a pochi mesi di distanza da quello di Torino sorgeva nel 1840 il primo asilo. Lo promossero due comitati, rispettivamente presieduti dal marchese Tommaseo Spinola e dalla marchesa Sofia Brignole Rostan, in omaggio alla quale il nascente istituto prese il nome di S. Sofia. Presto si formò un altro comitato, con a capo il marchese Luigi Marcello Durazzo, che grazie al largo concorso della cittadinanza riuscì ad aprire nello stesso anno un secondo asilo che intitolò a S. Luigi dal nome del presidente. Più tardi sotto la presidenza del marchese Lorenzo Pareto confortato e incoraggiato dal cardinale arcivescovo Placido Maria Tadini, riuscì a costruire nel sestiere di Portoria uno speciale edificio per il terzo asilo, aperto sotto il nome di S. Giovanni Battista il 16 febbraio 1844. Un quarto fu istituito con il titolo di N. S. del Soccorso nell’ottobre del 1857. Altre città e borgate entrarono presto in quella nobile gara. La prima fu Novara, i cui cittadini, vantarono l’iniziativa di erogare una moneta a favore degli istituti di beneficenza; la loro generosità, suffragata dagli aiuti dell’Amministrazione Civica e guidata dallo zelo dell’economista e giureconsole Giacomo Giovanetti, dell’avvocato Francesco Antonio Bianchini, dell’abate Luigi Prato, del conte Pirro Visconti, ai quali s’aggiunse il giovane avvocato Carlo Negroni, ottenne che il 4 novembre 1840 vi si inaugurasse la scuola infantile. Uguale beneficio ebbero Mondovì, con il pieno consenso del vescovo, e Vigevano grazie alla generosità del Deomini e del Vandoni. Nel 1842 l’istituzione si estendeva a Casale Monferrato, a Saluzzo, a Pallanza, a Varallo, a Orta, a Carigniano, a Barbania, ad Aglié. Qui, sotto gli auspici della regina vedova Maria Cristina, che concedeva ventimila lire e la casa, venne aperto uno dei più fiorenti asili, diretto da Lorenzo Valerio. Il 2 gennaio del 1843 l’iniziativa orfane dell’infanzia mostrava i suoi doni anche a Pinerolo, dove promotore dell’asilo fu il dotto e solerte vescovo Mons. Andrea Charvaz, il quale per meglio applicarvi i metodi aportiani, sconosciuti alle suore a cui s’era dovuta affidare la direzione, fece in modo che l’Aporti mandasse a presiedere l’istruzione dei bambini una maestra formata in una delle sue scuole. Nel 1844 si istituirono asili ad Annecy, Bra, Ivrea, Oneglia, Garlasco; nel ’45 a Cuneo, nel ’46 ad Alessandria e a Biella.

La corrente riformatrice dell’educazione dell’infanzia crebbe anche nel piccolo stato di Maria Luigia, anche se inizialmente alquanto contrastata. Se il buon governo della sovrana non aveva particolari ragioni per opporvisi, non si sentiva però così forte da trascurare l’opposizione di alcuni ordini Tuttavia fin dal 1838 si avvertì un movimento per l’apertura di asili organizzati come in Lombardia. Finalmente verso la fine del ’40 si fondeva in Piacenza la prima scuola infantile per merito del Rebasti, confortato dai consigli e dagli aiuti dell’Aporti, che gli fornì la prima maestra. Altre fondazioni si aggiunsero presto, sicché nel ’43 se ne contavano quattro, disposti nei punti più disparati della città. Nello stesso anno, mentre anche Castel S. Giovanni nel Piacentino e a Guastalla si propagava il beneficio della umanitaria istituzione, si aprì in un bellissimo edificio assegnato dalla duchessa, il primo asilo di Parma al quale se ne aggiunsero in breve altri due .

Ma la regione che segue immediatamente la Lombardia per entusiasmo e l’efficacia con la quale fu propugnata la causa degli asili è senza dubbio la Toscana. A Pisa, nel gennaio 1833 Luigi Frassi dopo aver interpellato l’Aporti aprì un asilo di carità per i bambini, e qualche mese più tardi facevano altrettanto Livorno a cura del giovane generoso Giorgio Mangani, e Prato per l’intervento di Gaetano Magaolfi; seguivano nel 1834 Firenze e nel 1835 Siena. Nel 1842 anche Grosseto, Scansano, Campiglia e Piombino imitarono l’esempio e altri asili vennero fondati poco dopo a Pitigliano, Orbetello, Castel del Piano, Santa Fiora e Arcidosso. A Lucca il movimento per la fondazione degli asili fu caratterizzato da non pochi contrasti che vennero superati con l’apertura di due istituti, uno per maschi e uno per femmine, solo nel 1843 in occasione del V° Congresso degli Scienziati .

Nel Ducato Estense, dopo i moti del ’31, gli asili infantili erano considerati macchine liberalesche, aventi lo scopo di addestrare le masse popolari nella tattica rivoluzionaria. Anche nello Stato Pontificio la diffidenza nei confronti della nuova istituzioni fu forte. Infatti, un errata informazione sulla vera origine degli asili, il cieco attaccamento ai vecchi metodi e alle vecchie usanze, inveterati pregiudizi e timori per quel che riguardava l’elevazione intellettuale e materiale delle moltitudini, l’ossessione permanente contro lo spettro del liberalismo che si ravvisava in ogni novità, erano motivi che impedivano di assecondare l’attuazione di quel progetto. A frenare i probabili entusiasmi vi fu nell’agosto del 1837 una sentenza proibitiva della Suprema Inquisizione, che il Cardinal Vicario Carlo Odescalchi si affrettò a comunicare a tutti i vescovi dello Stato Pontificio.

Il monito e insieme divieto era perentorio e costituiva un gravissimo colpo per gli asili. Tuttavia il rigore della sentenza non fu sempre tale. Nell’aprile del 1840 Domenico Ricci poté, sfuggendo alla contrarietà dell’inquisizione , fondare un asilo per maschi a Macerata, e nello stesso mese la principessa Adele Borghese otteneva la facoltà di erigere e mantenere in Roma a proprie spese una scuola-asilo per bambine e fanciulle povere, che di fatto venne fondata nel marzo del ’41 e affidata a suore della provvidenza. Non erano precisamente scuole infantili nel senso aportiano, ma vi si avvicinavano molto, specialmente l’istituto Borghese, dove insieme alla custodia continua dalla mattina alla sera, al beneficio della minestra e della merenda, alle ricreazioni metodiche nel piazzaletto antiguo, si praticavano esercizi per l’istruzione catechistica, del sillabare, del leggere i numeri con il pallottoliere, del cantare ecc .

L’opera umanitaria a favore della povera infanzia non passò inosservata nello stato di Ferdinando II. Infatti nella stampa periodica e in particolari pubblicazioni si cercava di richiamare l’attenzione del pubblico sull’educazione dell’infanzia e sulla necessità di occuparsene. Nel 1839 il Canonico Augusto Lombardi riuscì ad aprire a l’Aquila il primo asilo del Regno. A Napoli, il primo istituto infantile venne inaugurato nel luglio del 1841 detto di S. Carlo alle Mortelle con dodici bambini appartenenti alle famiglie più bisognose di Napoli. Grazie all’aumento delle elemosine e delle prestazioni mensili, la Società degli asili presieduto da Alfonso d’Avalos, poté fondare un secondo asilo con venti bambini, che nel marzo del ’43 salirono a cento quattordici. In seguito a lasciti ed elargizioni, tra le quali bisogna ricordare quelle del barone Mayer di Rotschild, nel ’44 si riuscì ad aprirne un terzo.

Ben presto però, avversati dagli ordini religiosi, sospettati dalla polizia e poco accetti al popolo più propenso ad affidare i bambini alle vecchiette delle “Sale di Custodia”, gli istituti della Società furono chiusi tranne quello fondato dal barone di Rotschild, che rimase in funzione anche dopo l’unificazione quando al diffondersi degli asili, nel Mezzogiorno fu dato un ponderoso impulso da Garibaldi. Questi, infatti, tra i primi provvedimenti emanati durante il periodo della sua dittatura in Sicilia, provvide alla istituzione di un’Associazione per gli asili d’infanzia. Ne furono previsti 4 a Palermo, 2 a Catania, e a Messina. La sorveglianza venne affidata a ispettori nominati dal governo. Nello stesso giorno, Garibaldi dispose l’immediata istituzione nella città di Palermo di quattro asili a parziale carico dello Stato, affidandoli alla direzione del sacerdote Antonio Lombardo fondatore della legione delle Pie Sorelle. Per Napoli, Garibaldi con decreto dell’II settembre 1860 adottò lo stesso provvedimento istituendo in quella città dodici asili infantili gratuiti, uno per ciascun quartiere, ponendoli a carico del Comune per i locali e le spese di impianto, e a carico dello Stato per le spese di un anno per il vitto dei ragazzi ricoverati.

Certo per i Comuni si trattava di un impegno notevole se si considerava il fatto che spesso non si riuscivano a trovare i fondi necessari per la istituzione delle scuole obbligatorie. Di qui gli scarsi risultati rilevati dalla statistica del 1872 che poté registrare in quell’anno solo 186 asili nelle province meridionali e 31 in Sicilia, mentre ve ne erano 246 in Piemonte, 233 in Lombardia e 117 in Emilia, riflettendo negli aridi numeri la diversa cultura ma anche le diverse condizioni di vita e la conseguente diversa concezione dell’infanzia esistente nelle varie regioni che, tramite gli asili comunali o privati, per circa un secolo si cercò invano di rendere omogenea e di portare a livelli accettabili le concezioni pedagogiche del tempo .

Gli enti sull’Italia unita

Si è visto come gli asili aportiani siano sorti sotto la spinta di motivazione principalmente caritative che vengono decisamente incanalate verso fini religiosi educativi, prima, e anche politico-nazionale dopo. É in questa direzione che l’Aporti si muove per fare delle vecchie sale di custodia o “scolette” delle scuole infantili, ossia dei luoghi, non solo di ricovero e di assistenza per i poveri, ma soprattutto di educazione.

L’opera dell’Aporti anche se di poco valore metodologico, assunse un importante valore politico e sociale. Fu proprio grazie a tale dimensione sociale, e indipendentemente dalle loro lacune pedagogiche e didattiche, che gli asili aportiani si diffusero nel giro di pochi anni in molte parti d’Italia. Essi si affermarono in maniera discontinua e comunque più accentuata in quelle religioni dove minore era la resistenza alle correnti liberali e che si rivelarono anche come le più progredite: Piemonte, Emilia, Lombardia, Toscana e le regioni centro-settentrionali rappresentarono i territori con il più alto numero di asili, mentre il Mezzogiorno e le isole furono lambite solo superficialmente da tali istituzioni, avviate com’erano già da quegli anni a un ruolo di emarginazione nelle vicende della scuola e delle istituzioni prescolastiche. Ciò dimostra che gli asili attecchivano la dove vi erano condizioni socioculturali adatte all’ascesa di una borghesia in grado di portare avanti un chiaro progetto politico di rinnovamento sociale.

Nel Mezzogiorno, l’iniziativa dell’educazione popolare eurastentata perché mancava un vero e proprio ceto medio, così come in alcune zone del Nord, per esempio a Parma.

Nelle regioni dove la situazione politica, socioculturali ed economica propiziavano, gli asili prosperavano e la loro diffusione era dovuta anche al fatto che incontravano il favore delle famiglie dei lavoratori in quanto ospitavano i loro figli dell’età in cui non potevano svolgere nessun lavoro redditizio, mentre avevano bisogno di sorveglianza e di cure.

Gli asili, perciò, aderivano alle concrete necessità dei figli dei poveri che venivano assistiti sia nel cuore che nella mente, durante il giorno quando i loro genitori per motivi di lavoro erano assenti da casa.

L’impegno promozionale e quindi la diffusione degli asili infantili si dispiegò con maggiore energia fino a quando i liberali moderati non si resero conto che un cambiamento dell’assolutismo, non l’avrebbero conseguito appogiandosi al popolo confidando in una sua rigenerazione tramite l’opera educativa, bensì abbracciando la soluzione diplomatica impostata dal Cavour nel 1849. Infatti dopo questo periodo si può constatare l’arresto dell’apertura di nuovi asili aportiani. Quei pochi che sorgeranno dopo l’annessione dei vari ex Stati del Regno di Sardegna, poco o nulla avranno a che fare con lo spirito aportiano e fondamentalmente laico delle origini.

Dopo l’unità d’Italia gli asili e le istituzioni educative subiranno un sensibile declino.

Nell’anno scolastico 1862-63 gli asili della penisola, secondo i dati dell’inchiesta Natoli, erano 1806 con 81.513 alunni iscritti, 2222 maestre e 346 assistenti. Nel 1889, erano 2198 e nel 1892 ammontavano a 2348. Solo nell’ultima decade si portarono a 300 unità fino a superarle nell’anno scolastico 1899-1900 con 3280 unità.

Questi dati dimostrano che in quaranta anni il numero degli asili non si era neppure raddoppiato. Si era incrementato, anche se di poco, il numero delle maestre e delle assistenti che nel 1889 erano 5119, nel 1892 erano 6135 e nell’anno scolastico 1899-1900, ammontavano a 7725. Gli iscritti negli stessi anni erano nel 1889 a 268.954, nel 1890-91 a 292;124 e nel 1899-1900 a 355.703.

Osservando la tab. 1 si può vedere che già fin dai primi anni dell’unità, gli asili si distribuirono in modo di segnale sul territorio nazionale. Il centro e specialmente il Nord, più ricchi e comunque meno poveri e con meno analfabeti del Sud, attiravano di più l’iniziativa dei privati e i “premi” o sussidi governativi assegnati alle zone rurali, stabilite in funzione del numero degli abitanti e non del tipo di economia. Pertanto nel 1864 il Piemonte (con 288 asili per una media totale di 30,114 alcuni di cui il 14,792 maschi e il 15,322 femmine), la Lombardia (con 273 asili per una media totale del 15, 657 alunni di cui 7,643 maschi e 8,014 femmine), l’Emilia (con 679 asili per una media totale di 14,779 alunni di cui 7,403 femmine e 7,376 maschi), le Marche (con 203 asili, per una media totale di 3,956 alunni di cui 1,751 maschi e 2,205 femmine), la Toscana (con 266 asili, per una media totale di 7,581 alunni di cui 3,467 maschi e 4,114 femmine), risultarono le regioni con il numero più alto di asili e Scuole d’Infanzia (98%).

Nel Sud, la Sardegna (con 7 asili per una media totale di 694 alunni di cui 336 maschi e 574 femmine), la Campagna (con 20 asili per una media totale di 1,873 alunni di cui 868 maschi e 1, 005 femmine), e la Sicilia (con 8 asili per un totale di 1,147 alunni di cui 522 maschi e 625 femmine) seppure con un numero esigno di istituti infantili non sfiguravano nei confronti degli Abruzzi e Molise (con 1 asilo per un totale di 43 alunni di cui 23 maschi e 20 femmine), Puglia (con 3 asili per un totale di 375 alunni di cui 177 maschi e 198 femmine) e Basilicata che addirittura non presentava nessun asilo pubblico e scuola inferiore privata. La prima sorge a Melfi nel 1866 ad opera della locale congregazione di carità. Nel 1870 Potenza non aveva ancora un asilo. Alla fine del secolo la Basilicata contava appena 15 asili di cui alcuni erano semplici sale di custodia, con 1722 iscritti.

Di conseguenza come risulta dalla tab. 2 , il maggior numero di maestre e assistenti svolgevano la loro attività nelle regioni con più alto numero di asili anche se delle 5159 maestre d’asilo dell’anno 1889, ben il 60% circa (3050) erano sprovviste di qualsiasi titolo, mentre il restante 40% che risultavano fornite di patente o di certificato non lasciavano certo soddisfatti per la loro cultura, anche se si andavano promuovendo in varie città d’Italia conferenze che migliorassero la preparazione di maestre e direttrici.

Dai “Dati sinottici sulla situazione del settore prescolare dell’anno 1861/62 (per decennio)” (v. tab.3), si può osservare che nei sessant’anni del governo liberale, l’incremento medio delle scuole si aggira sulle 63 unità annue. Nel 1861 si hanno 1673 scuole con 71.000 alunni, nel 1890/91 si hanno 2.232 scuole con 280.000 alunni fino ad arrivare al 1920/21 con 5455 scuole per 501.000 alunni.

Nella famosa relazione di Camillo Corradini che riporta i drammatici risultati derivanti dalla inchiesta compiuta nel nostro paese nel corso dell’anno scolastico 1907/8 (v. tab. 5), emerge che le istituzioni per l’infanzia aperte sul territorio nazionale erano 4967, di cui 3576 asili o giardini d’infanzia e 1391 semplici sale di custodia. I bambini accolti erano 378,463 mentre le educatrici erano 7392. Di queste 2873 erano abilitate, mentre ben 4519 non lo erano, alle ultime si aggiungano le 1391 che operavano nelle sale di custodia sempre al limite dell’analfabetismo.

Le punte più forti dell’aumento si registrano proprio nel primo ventennio del ’900, e soprattutto tra il 1911/12 e il 1920/21, con una media annua di circa 109 unità scolastiche <<nuove>> che prima non erano adibite a scuole. La presenza di asili si fece dunque decisamente più sensibile nell’ultimo decennio dell’amministrazione liberale. Infatti, se nel 1861/62, per circa 1000 bambini tra i 3 e i 5 anni si aveva una scuola, nel 1920/21 vi facevano fronte 3 scuole. Anche il numero degli alunni e del personale docente era aumentato, infatti come risulta dalla tab.4 , da 2287 maestre dell’anno scolastico 1861/62 con una media del 42,4% di alunni. La punta massima si riscontra sempre negli anni che vanno dal 1910/11 con 7699 insegnanti e una media del 107.0% di alunni.

Analizzando i “Dati sinottici sulla situazione del settore prescolare dall’anno 1924/25 all’anno scolastico 1944/45″ (v. tab. 6) si osserva che in questo ventennio le scuole materne ebbero un incremento medio annuo del 3,6% dei venti anni precedenti. Sempre in rapporto agli anni 1900/1920, l’aumento medio annuo degli alunni è superiore solo dell’1% (3.8% contro il 2.8%): quello degli insegnanti solo dello 0.5% (4.5% contro il 4.0%). La politica di incremento demografico e l’irregimentazione dell’infanzia e della gioventù che, dopo il 1926, si fa più attiva e intraprendente con la fondazione “dell’Opera maternità e infanzia” e “dell’Opera Nazionale Balilla”, portano ad un innalzamento della percentuale degli iscritti alle scuole materne. Essa infatti, supera mediamente di ben 11 punti quella del ventennio precedente (29.2% contro il 18.2%). Bisogna precisare che più del 60% degli alunni figura iscritto in asili religiosi .

Dopo questo periodo il canonico della scuola materna in qualche modo procede più lentamente. Lo dimostrano anche i programmi del ’45 che rimasero in bilico tra il vecchi e il nuovo, a causa del tumultuoso periodo e della fretta con cui furono fatti.

Gli uomini politici e i governi di fronte agli asili dalla loro diffusione fino al 1958.

L’atteggiamento assunto dai Governi nei confronti degli asili deve essere distinto in due momenti fondamentali: quello anteriore e quello posteriore al 1848, tenendo presente che dopo la I° guerra per l’indipendenza furono opposti nella maggior parte delle regioni d’Italia, maggiori ostacoli alla fondazione delle scuole infantili e all’affermazione delle istituzioni volte a promuovere l’istituzione e l’educazione del popolo. Il governo asburgico consentì a F. Aporti di dar vita alle sue scuole infantili e non si pronunciò ostile alle nuove istituzioni, anche se impose alcune condizioni per l’apertura delle stesse. Fra l’altro il Decreto del 30 Aprile 1829 stabiliva che gli asili avessero un carattere assolutamente privato e non dovessero accogliere bambini di età superiore ai 5 anni. Tuttavia, nonostante l’esempio del governo austriaco, l’opposizione agli asili fu vivace ovunque. Nello stesso Piemonte in un primo momento l’opposizione alla fondazione delle scuole infantili fu assoluta e poi venne meno durante il governo di Carlo Alberto, che non solo permise l’istituzione degli asili, ma ne aprì due nei suoi stessi palazzi e dette importanti incarichi a F. Aporti.

In Toscana non si ebbe opposizione governativa alla istituzione degli asili fino al 1848, grazie anche all’azione che intelligentemente seppero condurre i pedagogisti, gli educatori e i patrioti che ebbero il merito di diffondere nel Granducato una vivace cultura pedagogica.

Nel Ducato di Modena e Reggio non fu possibile per oltre vent’anni fondare alcun asilo, per la continua opposizione della casa regnante; alcuni invece sorsero nel Ducato di Parma, in Sardegna, nel Canton Ticino, nello Stato Pontificio e uno anche nel Regno delle due Sicilie.

Ma il dibattito politico sugli asili fu particolarmente vivace nel parlamento e nel governo subalpino, i cui membri erano spesso o accaniti sostenitori o potenti detrattori dell’azione aportiana; basti pensare ad esempio che di essi facevano parte il Cavour, che delle scuole infantili fu strenuo sostenitore, e il conte Solaro della Margherita, che si espresse sempre molto severamente nei confronti degli asili e del loro fondatore. Nel parlamento e nel governo subalpino il contrasto tra i liberali (in genere sostenitori degli asili) e i “reazionari” (spesso contrari per motivi politici a questa istituzione) era aperto ed esplicito; nel resto dell’Italia era invece latente ma si poneva nei medesimi termini. La mancata esplosione del contrasto si deve al fatto che non sempre i liberali erano rappresentati e non sempre avevano l’opportunità di esprimere la loro opinione .

Il periodo che va dal 1860 al 1914 costituisce un periodo particolarmente interessante della storia delle istituzioni educative prescolastiche, in quanto, nonostante la negligenza statale, si ha una maggiore sensibilità nei confronti dell’infanzia e un maggiore desiderio di onorarla, studiarla e di osservarla. In questo periodo si vede anche una prima affermazione delle maestre di scuola materna che si uniscono nelle prime associazioni, hanno la loro prima rivista, prendono coscienza dei loro diritti e rifondano la scuola del bambino .

I primi provvedimenti legislativi

Nell’età aportiana al fervore delle iniziative promosse dai privati non corrispose l’impegno dei governi; infatti, se le iniziative prosperarono e l’educazione infantile si diffuse, il merito fu esclusivamente degli uomini di generosa volontà che ad essa dettero vita e sostentamento. L’azione dei monarchi che regnarono precedentemente alla creazione dello Stato unitario e dei loro governi fu limitata nei migliori casi a qualche visita, a qualche elargizione, a qualche incoraggiamento; spesso essa fu rivolta se non a reprimere almeno a frenare l’iniziativa privata.

Con la realizzazione dello Stato unitario venne meno la repressione; il nuovo governo incoraggiò ed elogiò le benefiche e generose iniziative dei privati, che molto speravano nei tempi nuovi e che, essendo stati precedentemente costretti a sacrificare le loro idee dettero ad esse libero sfogo, realizzando quelle istituzioni che avevano precedentemente pensato e che non avevano potuto realizzare. Significativo è a questo proposito, quanto avvenne ad Arezzo, dove fin dal 1835 si era costituita una Società promotrice dell’istruzione elementare, ma non aveva ottenuto l’autorizzazione ad istituire le scuole per il popolo. I promotori, che per la maggior parte erano liberali cattolici, all’indomani dell’unità d’Italia, ripresero il loro primitivo programma di azione convinti che ciò che avevano proposto nel 1835 poteva essere compiuto. Molti furono i liberali che, come quelli aretini, incoraggiati dalla liberalità del nuovo Stato e fiduciosi nei nuovi tempi, dettero vita ad iniziative, che conservarono il loro carattere privato e che non ebbero né un adeguato sostegno legislativo né un adeguato contributo finanziario da parte del Governo.

Inoltre la legislazione relativa agli asili era ancora legata ad una visione assistenziale .

La legislazione scolastica dello Stato Sabaudo, che fu poi estesa a tutto il territorio nazionale, si era occupata degli asili fin dal 1850. Nel R. D. 21 dicembre 1850, il quale approvava il regolamento che determinava le attribuzioni dei vari dipartimenti ministeriali, diceva che gli asili infantili come istituzioni di assistenza e di beneficenza appartenevano <<Al dicastero dell’interno nella parte non attribuita al dicastero della istruzione pubblica>>, la quale provvedeva solo alla direzione degli stessi. L’articolo 71 del R.D. 21 agosto 1853 precisava che gli asili d’infanzia dovevano dare la prima educazione ed istruzione ai bambini e l’articolo 73 aggiungeva che l’insegnamento doveva basarsi sulla nomenclatura, sulla numerazione mentale, sull’uso del sillabario, nel leggere e sui primi insegnamenti del catechismo e della storia sacra. La legge Casati del 13 novembre 1859 non menzionava gli Asili d’infanzia, ai quali vennero dedicati vari articoli nel successivo R.D. del 15 settembre 1860, dove si leggeva che alcuni soprintendenti avrebbero dovuto esercitare una vigilanza, anche negli asili infantili. A tali istituzioni si continuava a dare un carattere assistenziale. Le autorità ecclesiastiche non avevano competenza né per quanto riguardava il trattamento giuridico ed economico del personale direttivo ed insegnante, né per quanto riguardava i locali e le condizioni igieniche. Agli Ispettori, che visitavano gli asili infantili, si chiedeva soltanto di dare convenienti istruzioni alle direttrici e alle maestre e di raccogliere i dati statistici. La scarsa ingerenza esercitata dal Ministero della Pubblica Istruzione sugli Asili era dovuta al fatto che essi dipendevano dal Ministero dell’Interno, e che avevano comunque carattere assistenziale. In una circolare del 1862 si precisava che agli asili d’infanzia dovevano essere aggiunti quegli insegnamenti elementari che di solito vengono dati nelle scuole primarie, in modo che i bambini già in tenerissima età potessero acquistare un’istruzione maggiore del solito. Si proponeva inoltre di riunire asili e scuole per una maggiore convenienza dei Comuni .

Negli anni ’80, lo Stato unitario, i cui ministri spesso si erano occupati degli asili più per il loro carattere assistenziale che per la loro capacità educativa, incominciò ad occuparsi degli istituti infantili più da vicino, ponendosi in una prospettiva che andava al di là della semplice concessione di sussidi. L’azione dello Stato si espresse fondamentalmente in due settori: ci si preoccupò della formazione delle insegnanti e si volle conoscere la condizione degli asili della Penisola attraverso le inchieste. Nel 1878 Il Ministro Coppino dichiarò di volersi occupare della questione degli asili e più tardi nel 1881 il Ministro della Pubblica Istruzione Bacelli dette a Vincenzo de Castro il compito di occuparsi della loro riforma fino al 1887. Proprio in questi anni si avviarono le pratiche per far passare la competenza degli asili dal Ministero degli Interni al Ministero della Pubblica Istruzione e in una Circolare del 27 aprile 1889 il Ministro Boselli? affermava che bisognava trasformare tutti gli asili infantili in istituti educativi sottoposti ad accurate ispezioni e conferenze. L’attenzione delle conferenze erano rivolte alla preparazione del personale docente insegnante e direttivo e nel R.D. del 30 settembre 1880 si stabiliva che le maestre della scuola materna dovevano essere scelte fra coloro che possedevano la patente di idoneità di grado inferiore e un attestato che dimostrasse che avevano svolto assistenza in un giardino d’infanzia almeno per 3 anni. Si aveva una ridefinizione della figura dell’insegnante alla quale veniva richiesto un periodo di tirocinio da effettuarsi nei cosiddetti “Giardini” .

Nonostante ciò è da osservare che fino al 1895 mancavano norme di legge e regolamenti e anche semplici istruzioni ministeriali che determinassero i limiti, i programmi e i metodi per gli istituti infantili e la crescita qualitativa delle scuole era affidata esclusivamente all’iniziativa del personale direttivo e insegnante e a quella dei gestori delle scuole .

Il rapporto Gioda

L’auspicata riforma degli asili, spinse il Ministero della Pubblica Istruzione a promuovere delle inchieste, che offrissero notizie statistiche. Nel rapporto Gioda, risulta che i bambini frequentanti gli asili nell’anno scolastico 1888-89 erano 268.954 e precisamente 136.999 maschi e 132.255 femmine e che le maestre erano 5119 delle quali 1878 appartenenti a congregazioni religiose. Per quel che riguarda il numero degli asili nel 1862 erano 373, nel 1863 erano 457; nel 1864 erano 691, nel 1884 quelli pubblici erano 1433 e quelli privati 602, in tutto 2035. Nel 1885 erano 2083 e nel 1886 aumentarono a 2139, dei quali 976 costituiti in ente morale, 360 fondati dai Comuni, 650 privati e 153 aperti da altri enti ed associazioni. Dal 1886 al 1889 il numero degli asili eretti in enti morale aumentò a 58 unità e nello stesso periodo i Comuni istituirono 61 asili, le associazioni 27, altri enti 11 mentre diminuirono a 178 quelli istituiti dai privati. Dal rapporto risultava che le condizioni dei locali dove alloggiavano gli asili erano spesso disastrose in quanto pochi disponevano di un giardino e di materiale didattico e in molti casi ad una sola maestra venivano affidati persino 180 fanciulli. Delle 5119 maestre soltanto 2109 erano fornite di patente. La maggior parte degli asili era gratuita e in molti di essi veniva distribuito anche il vitto. Il Gioda in collaborazione con il M. Zaglia, a conclusione del suo rapporto, ricordava al Ministero della Pubblica Istruzione che gli asili avevano bisogno di vere e proprie riforme che riguardassero l’indirizzo didattico, le ispezioni da parte di personale competente in materia educativa e chiedeva l’istituzione degli asili in ogni Comune con educatrici e maestre fornite di speciale diploma e retribuite al pari delle maestre delle scuole elementari. In un’altra Relazione redatta nel 1888 si chiedeva passaggio di competenza degli asili dal Ministero degli Interni al Ministero della Pubblica Istruzione, e per quel che riguardava l’istituzione degli asili, i Comuni non venivano obbligati poiché vi era scarsità di maestre idonee, la tendenza a trasformare gli asili in scuole e a ridurli spesso in istituti dove si imparava prematuramente a leggere e a scrivere. Nonostante le richieste fatte nel rapporto Gioda e dalle successive Relazioni, lo Stato non dette sollecita risposta e bisognò attendere tempi migliori per avere speciali istruzioni ministeriali che determinassero i limiti, i programmi e i metodi per gli asili infantili. Se si ebbero delle riforme, esse furono determinate dagli educatori e non dall’intervento dello Stato .

Nel decennio che fece seguito al Rapporto Gioda, gli asili si moltiplicarono in maniera considerevole. Ciò nonostante, negli ultimi anni del secolo, il Ministero della Pubblica Istruzione continuò ad esprimere soltanto una relativa attenzione per la conoscenza della situazione delle scuole infantili e per quanto riguarda i titoli di studio delle insegnanti. Una legge significativa si ebbe nel 1906 (Provvedimenti per le province meridionali e per la Sardegna) che accordava alcuni finanziamenti agli asili che, come si legge dalla relativa Relazione (pubblicata il 15 gennaio 1909) erano pochi e male organizzati, pertanto venivano ancora sollecitati gli Ispettori ad effettuare visite periodiche ed a riferirne i risultati al Provveditore che, a sua volta, li doveva riferire al Ministero. Per quanto riguarda i provvedimenti legislativi del primo Novecento, basta ricordare che il Regolamento 9 ottobre 1905 stabiliva che le insegnanti dovevano possedere dei titoli che provassero la loro idoneità e in seguito nel Regolamento Ravé del 6 febbraio 1908 si diceva che: <<I municipi, gli enti morali, le associazioni, e i privati possono aprire istituti di educazione per l’infanzia in locali riconosciuti salubri e convenienti. Le persone preposte a questi istituti devono possedere: titoli legali comprovanti la loro idoneità all’ufficio. Speciali istituzioni ministeriali determineranno i limiti, i programmi e i metodi per detti istituti>> .

Bisogna comunque affermare che i provvedimenti presi dal Ministero della Pubblica Istruzione nei primi anni del Novecento, riguardavano solo la qualificazione professionale delle insegnanti, ma non contribuirono a risolvere i gravi problemi degli asili le cui condizioni continuarono ad essere disastrose ed il numero insufficiente. Era infatti indispensabile istituire gli asili nei tremila Comuni che ne erano privi e operare affinché nel paese si affermasse l’istituzione preelementare.

I programmi del 1914

Si è visto come lo Stato, nonostante le sollecitazioni offerte dal dibattito relativo alla scelta dei metodi che venivano progettati, discussi e sperimentati, persisteva nella sua indifferenza e si limitava ad esercitare, nei confronti degli asili, una funzione di controllo e a promuovere inchieste conoscitive.

La stabilizzazione della scuola elementare, che aveva avuto il suo iniziatore nel Ministro Guido Bacelli (che soltanto nel 1911 aveva raggiunto, come risultato della sua azione, l’avocazione delle scuole primarie allo Stato, provvedendo all’istituzione di nuove scuole, volte a combattere l’analfabetismo e a dispensare gli asili dall’insegnamento dello scrivere, del leggere e del far di conto) doveva procurare nell’intenzione del ministro un maggiore interessamento dei Comuni nei confronti delle istituzioni prescolastiche e postscolastiche, delle istituzioni integrative complementari dell’asilo infantile al ricreatorio. Alle varie sollecitazioni rivolte al Governo, cui si richiedeva di <<disciplinare>> la complessa materia dell’educazione infantile, rispose finalmente il Ministro Credaro quando nel 1914 nominò una commissione incaricata di redigere i programmi per gli asili infantili e i giardini d’infanzia. Facevano parte di questa commissione Camillo Corradini, Cleofe Pellegrini, Pietro Gavazzuti, (funzionari ministeriali) e gli esperti Luigi Friso, Maria Pina d’Orenea, Giacomo Merendi e Pietro Pasquali. Questi <<Programmi>> individuavano, tracciavano e definivano una fisionomia dell’asilo così caratterizzata:

1) <<L’asilo infantile è prima di tutto e soprattutto un istituto d’educazione>>.

2) Lo spirito che l’informa e lo spirito materno illuminato e guidato dai principi e dal metodo ludico.

3) Vi sono proibiti gli insegnamenti di lettura e di scrittura e ogni altro insegnamento od esercizio scolastico di carattere istituzionale.

4) Le conoscenze a cui la maestra, in forma occasionale, guiderà i bambini non debbono avere carattere mnemonico e nozionistico, bensì devono essere rivolti ad educare la mente, perché l’istruzione è finalizzata all’educazione.

5) Sono proibiti spettacoli e saggi che non siano le semplici ripetizioni delle comuni occupazioni quotidiane dei bambini.

6) Tutta l’educazione (fisica, morale, intellettuale, ed estetica) è fondata non sulla parola dell’educatrice, ma sull’azione dei bambini, ossia al dire si sostituisce il fare.

7) L’attività dei bambini sarà il più possibile libera, essendo questa la condizione indispensabile perché si abbia una buona educazione.

8) Grande importanza è data alle pulizie e all’igiene dei bambini, non solo per salvaguardare le loro salute, ma per fondare sulle cure quotidiane della propria persona il sentimento della dignità personale e del rispetto degli altri, per dar quindi buon fondamento all’educazione morale.

9) Nella vita in comune, nell’allevamento degli animali, nelle attività di giardinaggio, nelle reciproche cure, si cercherà di fondare il sentimento della fratellanza umana .

I programmi del 1914 sono il coronamento di una politica scolastica che si proponeva di risolvere i contrasti più stridenti dell’organizzazione e dell’amministrazione, di superare le deficienze più preoccupanti e di dare un minimo di garanzia allo svolgimento dell’azione educativa degli asili. La portata pedagogica di questi programmi, che non sono più di limiti e di contraddizioni, è legata a queste affermazioni: <<l’educazione non deve svolgere un programma per un esame, ne preparare i bambini ad un “saggio” ma educarli>> e <<il bambino si educa rispettandolo e non può essere “lecito” il violentare le sue energie>>.

Rispettare il bambino significa tenere presenti i suoi bisogni. I bambini devono far lavorare liberamente la loro mente in modo che con il fare imparino anche a pensare. L’educazione morale e l’educazione sociale sono ambedue legate al fare, poiché la socializzazione si promuove attraverso l’imitazione, attraverso l’esempio di fratellanza offerto dalla scuola, attraverso i giochi liberi dai quali gli stessi fanciulli sono legislatori, attraverso la simpatia umana, attraverso il potenziamento della volontà e le occupazioni che possono essere utili a sé e agli altri. La Commissione che si occupò di redigere questi programmi, fedele allo spirito positivistico, che caratterizzava la cultura di quell’epoca, ridusse l’educazione morale e sociale all’acquisizione di abitudini e all’esercizio delle attività. Secondo questi principi i bambini si sarebbero formati socialmente quando avrebbero capito che ognuno possedeva una propria sfera diversa dagli altri. Tale educazione sociale era quindi anche educazione alla libertà attuata tenendo conto delle condizioni e delle esperienze reali della vita sociale, familiare e scolastica. I programmi del 1914 furono generici e non privi di ambiguità. Essi, per esempio, non fecero esplicito riferimento all’educazione religiosa, ma quando parlarono dell’arredamento e del materiale didattico per gli asili infantili, collocarono al primo posto il Crocifisso .

Pur nella loro genericità, i programmi del 1914 furono l’espressione di un compromesso fra le istanze della pedagogia, che reclamavano il riconoscimento del diritto del bambino alla piena educazione e la cultura, i limiti, i problemi di una società che ancora non aveva perfettamente capito il valore e il dono dell’infanzia. Le “istruzioni” Credaro costituirono una tappa fondamentalmente dell’educazione infantile del nostro paese esse furono di difficile applicazione poiché non esisteva un tessuto capillare di istituzioni impiantate sul territorio capaci di recepire quel messaggio, applicandolo con gradualità per cui le cose, spesso continuarono ad andare come prima. Tutto ciò accadde anche perché molte istanze pedagogiche non vennero capite. A ciò si aggiunse il fatto che non si poteva cambiare immediatamente quella radicata concezione secondo la quale gli asili avevano un carattere assistenziale e non educativo. D’altra parte anche nella Circolare ministeriale del 9 febbraio 1914, diretta ai Provveditori agli studi e ai Direttori delle scuole normali, si precisava che i Programmi oltre che a segnare l’indirizzo, i limiti, e i modelli a cui ispirarsi nella educazione dei fanciulli, riteneva che non fosse comunque opportuno rendere obbligatoria l’immediata e rigorosa applicazione di essi, anche in una successiva Circolare del 1916 fu richiesto ai Provveditori e agli Ispettori una relazione sulla progressiva applicazione dei “Programmi” negli asili infantili .

La riforma Gentile del 1923.

Non si sa con esattezza quanto questi programmi vennero applicati, si può affermare che la Riforma Gentile del 1923 non li modificò anche se la scuola del bambino divenne <<istruzione di grado preparatorio>> e furono apportate alcune aggiunte, come l’indirizzo ricreativo delle Scuole Materne.

Ma il rinnovamento sostanziale si ebbe a proposito dell’educazione religiosa: infatti l’insegnamento della dottrina cristiana fu posto a fondamento dell’istruzione di ogni ordine e grado. Per quel che riguarda prescrizioni didattiche si consigliò di innalzare Dio, alla cui idea si poteva giungere attraverso la contemplazione della bellezza e del Creato, con la preghiera e il canto, con il ringraziamento e la devozione. Nell’introduzione dell’insegnamento religioso nella scuola, che per quanto riguarda la scuola infantile costituì il rinnovamento più rilevante rispetto ai programmi del 1914, fu possibile vedere l’espressione di una volontà pedagogica di liberare l’educazione dalle influenze delle polemiche anticlericali e positivistiche degli ultimi anni del secolo scorso e di educare al senso divino.

Nei programmi del 1923 si poté riscontrare, inoltre, una liberazione da alcune impostazioni positivistiche dell’insegnamento. Si pensi al canto, che venne considerato un insegnamento artistico e non più come un aspetto dell’educazione fisica o come esercizio della voce e dell’udito. Vennero date indicazioni circa il contenuto dei canti, che si ispirarono alla tradizione popolare e patriottica ed ebbero il carattere di giochi destinati a collocarsi in un rapporto di continuità con le ninne-nanne cantate dalle mamme e con i canti ascoltati dalla viva voce del popolo. Accanto alla valorizzazione del canto come educazione estetica, vi era quella del disegno che divenne <<libera espressione grafica>>, un’espressione cioè che non poteva essere corretta se non con la parola dell’educatrice la quale doveva incoraggiare e promuovere la manifestazione delle intuizioni personali. In queste precisazioni, che non avevano lo scopo di abolire i programmi del 1914, si ebbe l’espressione di una impostazione idealistica dell’educazione e contemporaneamente una testimonianza di una più serena adesione alla spontaneità dell’infanzia che era gioco, libertà e poesia

L’ educazione Fascista.

Le dimissioni di Giovanni Gentile dalla carica di ministro della pubblica istruzione (che ebbe luogo nel 1924, dopo il diletto Matteotti) ed il consolidarsi del fascismo portarono a una progressiva distorsione della riforma del 1923, alla sostituzione degli organi sindacali con la corporazione nazionale della scuola, allo scioglimento dell’unione magistrale (soppiantata all’associazione sindacale degli insegnanti fascisti); e intorno al 1935 andò maturando l’idea di una riforma globale che si concretizzò soltanto con la proclamazione della Carta della scuola del 1938. Tale documento presentava soprattutto dichiarazioni di principio e affermava esplicitamente le tesi del regime. Per quanto riguardava la scuola dell’infanzia la Carta della scuola le dava un nuovo ordinamento: essa era costituita da un biennio che doveva precedere la scuola elementare e che aveva il compito di “disciplinare” le prime manifestazioni dell’intelligenza e del carattere del bambino dal quarto al sesto anno di età .

L’espressione <<scuola materna>> (che già era stata usata nella riforma Gentile come sostituzione di <<scuola di grado preparatorio>>), a detta del ministro Bottai, stava ad indicare il superamento del concetto di asilo, inteso come rifugio destinato ai bambini meno seguiti dai genitori, e il desiderio di creare un’istituzione il cui carattere era prevalentemente educativo. Con la scuola materna cominciava l’educazione dei fanciulli, alla quale partecipava anche la famiglia che non doveva essere lasciata da sola.

Con la Carta della scuola il problema dell’educazione dell’infanzia diventa un problema politico: infatti nell’intenzione del legislatore la scuola materna sarebbe dovuta diventare obbligatoria e avrebbe assunto in futuro il carattere di <<servizio scolastico>>, il cui scopo era quello di incanalare <<le prime manifestazioni del carattere e dell’intelligenza del bambino>> in vista della formazione del cittadino fascista. La conferma di questa politicizzazione della scuola si ebbe nei programmi emanati con circolare ministeriale del 23 settembre 1940, con i quali si mirava a trasformare i giardini d’infanzia in scuola materna, cui si affidava il compito di <<curare, tutelare, facilitare l’evolversi della personalità dei bambini, in modo da incoraggiare lo sviluppo dell’ordine e della disciplina. In questo documento si parlò di premi, di castighi, di piccole distinzioni gerarchiche, si insistette sul senso dell’ordine e di tutti quei mezzi che avrebbero favorito e promosso l’educazione del carattere, lo sviluppo fisico e che avrebbero preparato alla vita della G.I.L. . Le insegnanti erano esortate a promuovere la venerazione del bambino per i simboli del fascismo illustrati nel loro significato etico ed epico e il Re e il Duce dovevano essere rappresentati come figure simili ai genitori. Il fascismo diventava così una religione, l’autorità diventava un mito, i simboli diventavano oggetti di culto e la scuola materna costituiva la base di un indottrinamento che aveva come scopo non certo quello di sviluppare integralmente l’uomo, ma di formare un essere destinato a servire il sistema, uno stato che si diceva etico e che come ideali di provvidenza collocava, al posto di Dio, il Re Imperatore e il Duce.

A proposito dell’educazione si faceva riferimento alla fiducia in Dio, che era Padre e che parlava attraverso i suoi miracoli, mentre a proposito del Duce e del Re non si parlava di fiducia ma di venerazione. La scuola materna era, quindi, al servizio di un’idea e l’unica libertà cui era educato il bambino era la libertà di aderire ad un regime, che condizionava i fanciulli fin dai primi anni di vita .

Le difficoltà incontrate nella messa in atto dell’ambizioso programma Bottai, e soprattutto gli eventi bellici non consentirono la realizzazione della rivoluzione fascista che la Carta della Scuola voleva attuare. Lettere morte rimasero anche i <<Programmi Biggini>> emanati dal Governo della repubblica Sociale Italiana il 27 giugno 1943 (la cosiddetta Repubblica di Salò, che dopo l’8 settembre continuò nel Centro-Nord d’Italia il Regime Fascista per circa un anno e mezzo). Essi ricalcavano almeno nelle linee fondamentali quelli del 1940, anche se li sfrondavano e li semplificavano nei contenuti. In essi si precisava che la scuola materna doveva curare, tutelare e facilitare l’evolversi della personalità dei bambini in modo da sviluppare le abitudini di ordine e di disciplina. Le principali forme di educazione erano: l’educazione politica, l’educazione fisica, la lingua italiana, la numerazione, le nozioni e cose, l’igiene, il disegno e l’arte infantile, il canto ecc. Per quanto riguarda l’educazione politica, essi riproponevano in gran parte il testo dei programmi della <<Carta della Scuola>>, riferendosi alla figura del Duce e richiamavano l’attenzione sui temi <<gerarchia, disciplina, obbedienza>> ma prevedevano anche nuove forme di educazione. Si trattavano dell’educazione del carattere, dell’educazione dell’amore, alla giustizia, al dominio di se stessi, alla volontà, al coraggio ecc. Il programma dell’educazione fisica veniva notevolmente snellito e collocato nell’ottica del gioco che poteva favorire la vita igienica, l’azione e la formazione del carattere. Brevi ed essenziali erano, i programmi di lingua italiana, cui si chiedeva di educare l’espressione verbale e quella estetica, mentre per quanto riguardava la numerazione si parlava del conteggio (intuitivo) delle cose che si potevano raggruppare e quelle che si potevano separare .

La scuola materna dell’Italia democratica.

Una testimonianza della volontà di rivedere i caratteri della scuola del bambino e di recuperare alcuni concetti importanti dei programmi del 1914 si ebbe nei <<Programmi, Istruzioni e Modelli per la Scuola Elementare e materna>> emanati il 9 febbraio 1945. In questo documento ministeriale, firmato da A. Ruiz, emerse una visione nuova del rapporto scuola e famiglia. Nei programmi del 1940 era la famiglia che doveva collaborare con la scuola (la famiglia da sola non può educare) mentre nei programmi del 1945 era la scuola che doveva collaborare con la famiglia (alla quale non poteva sostituirsi) per integrarne l’opera, per arricchire e allargare l’espressione del bambino. E non sarebbe stata la scuola ad orientare la famiglia, ma la famiglia ad orientare la scuola. Queste precisazioni rappresentarono una rivendicazione dei diritti delle famiglia all’educazione dei figli che, prima di essere cittadini dello Stato, erano figli dei genitori . L’azione educativa non doveva essere al servizio di un’idea politica ma al servizio del bambino, alla cui formazione si assicurava uno sviluppo unitario. La caratteristica fondamentale di questi Programmi fu che essi non imposero delle particolari indicazioni e forme di apprendimento. Infatti alle educatrici venne lasciato ampia libertà di azione nell’educazione dei fanciulli, alla quale libertà corrispose anche quella concessa ai bambini, le cui attività erano prevalentemente spontanee e personali. In queste enunciazioni vi erano chiare notificazioni politiche (ad esempio la rivendicazione al diritto della libertà) e di principio di ordine pedagogico, quali il riconoscimento del valore dell’attività libera e particolarmente del gioco. Nei programmi del 1945 il bambino era visto nella contemporanea presenza di <<senso, intelletto, volontà>> ed era considerato come <<totalità indistinta>> la cui esperienza sorge dal concreto. Tutte le ore che il bambino passava a scuola, se fatte con interesse sarebbero state educative. In questi nuovi programmi “il fare” era inteso come mezzo di espressione, di conoscenza, di socializzazione, come attività spontanea e personale. Tutto ciò nasceva dal riconoscimento del fanciullo ad esprimersi e del dovere della scuola ad assecondare le naturali tendenze, non scoraggiandolo, ma esortandolo ad impegnarsi per la sua formazione. Per questi aspetti i programmi operarono una chiarificazione concettuale della psicologia e della pedagogia dell’infanzia e alla scuola affidarono il compito di ordinare le esperienze del bambino.

Essi comunque non mancarono di limiti, forse legati al particolare momento storico, ad una sommaria elaborazione del piano metodologico e didattico e ad una concezione sociologica dell’educazione, dovuta forse all’influenza del Pragmatismo .

Dai programmi agli orientamenti del 1958.

Se i programmi del 1945 rimasero piuttosto in bilico fra il vecchio e il nuovo, a causa anche del tumultuoso periodo e della fretta con cui furono emanati, un vero rinnovamento fu invece operato con gli <<Orientamenti per l’attività educativa della scuola materna>> emanati con Decreto del Presidente della Repubblica l’11 giugno del 1958. Con questo documento venne abolita per la prima volta la parola <<Programma>> e con il termine sostituito di <<Orientamenti>> si volle legittimamente influire su un mutamento di situazione, anche se non totale, per lo meno parziale ed indicativo di una via da percorrere. Con il termine di <<Orientamenti>> si aveva, con maggiore chiarezza, l’idea di una scuola materna non come un istituto di istruzione o una sorta di prescuola (una specie di scuola materna in forma ridotta), ma una scuola con proprie esigenze e caratteristiche e che fra i risultati poteva anche esserci la preparazione alla scuola elementare, ma seguendo linee modali proprie, non condizionati o imposte della scuola che veniva dopo. Altri elementi innovativi degli Orientamenti furono la liberazione dall’influenza delle varie filosofie del passato e molta importanza fu data al gioco e al fare considerati mezzi di sviluppo infantile. La scuola materna fu vista come promotrice di tutte le attività del bambino. Una chiarificazione si ebbe per quel che riguarda il rapporto scuola-famiglia. Alla visione della famiglia che si doveva adeguare alla scuola (programmi del 1940) e dalla visione di una scuola che si doveva adeguare alla famiglia (programmi del 1945) si sostituì il concetto di integrazione, di continuazione, di collaborazione tra scuola e famiglia . La scuola materna quindi iniziava il bambino a quel contatto con gli altri, a quella prima forma di vista sociale che la famiglia spesso non riusciva a dare. Inoltre si doveva cercare di soddisfare le esigenze di un armonico sviluppo del bambino ponendo le basi per ogni ulteriore opera educativa. Si aveva una visione del bambino come un essere in cui le attività e le funzioni coesistevano fra di loro in un tutto armonico e globale e dove l’educatrice partecipava alla vita dei bambini non solo con amore materno, ma anche con illuminata cultura generale che consentisse una chiara coscienza dei fini e dei mezzi dell’educazione infantile.

Gli Orientamenti del 1958 sono la testimonianza di una presa di coscienza da parte dell’autorità, dei diritti del bambino, della famiglia, dell’educatrice, diritti che si possono riassumere dicendo che il bambino deve essere messo in quadro di svilupparsi in modo normale, materialmente, moralmente, spiritualmente .

Breve storia delle congregazioni religiose Ancelle della sacra famiglia.

Congregazione di diritto pontificio, fondata a Cagliari nel 1933 dall’arcv. mons. Ernesto Piovella. Approvazione diocesana: 24-6-1967. Scopo dell’istituto, sono l’educazione della gioventù, l’assistenza ai malati, la collaborazione dell’Azione cattolica e alle opere del culto. La congregazione ebbe un notevole sviluppo e al momento dell’approvazione definitiva contava già 39, case sparse nella diocesi di Cagliari, Nuoro, Lanusei e Roma. Il capitolo speciale del 1969 adattò le regole al Concilio Vaticano II. Nel 1973 la congregazione aveva 53 case, tutte in Italia, con 269 professe.

Figlie di Maria SS. madre della provv.za e del Buon Pastore

Congregazione italiana, di diritto pontificio, fondata a Cagliari da mons. Virgilio Angioni (1878-1947), il quale, negli anni successivi alla prima guerra mondiale, mosso a compassione delle fanciulle abbandonate di Cagliari, che erano esposte a pericoli fisici e morali provvide a ospitarle in una casa privata prima, poi in un locale di un ex convento cappuccino. In tale opera coadiuvato da alcune signorine tra le quali Ada Secci, che sarà la prima superiora generale della congregazione. Nel 1923 mons. Angioni fondò l’opera del Buon Pastore per le fanciulle abbandonate e per assicurarne l’esistenza in modo stabile nel 1925 istituì le suore del Buon Pastore. Il 9-4-1947 mons. Piovella, ordinario di Cagliari, eresse canonicamente la Pia missione e propose come suo delegato, mons. Angioni. Alla morte del fondatore, le suore assunsero da sole la direzione dell’opera del Buon Pastore, promovendone un ulteriore sviluppo. Con il nulla osta del S. C. dei Religiosi, mons. Botto, ordinario di Cagliari, l’8-12-1958 eresse la Pia unione in congregazione religiosa di diritto diocesana con il titolo attuale. Il pontificio decreto di lode fu concesso il 5-4-1963. Oltre le opere di assistenza ai fanciulli abbandonati e alle giovani, l’istituto cura i fanciuli minorati fisici e psichici. Il capitolo speciale di aggiornamento si svolse in due sessioni, nel 1969 e nel 1970.

Alla fine del 1974, l’istituto diffuso solo in Italia, contava 15 case, 112 professe e 3 novizie.

Piccole suore di San Filippo Neri Congregazione di diritto diocesano sorta alcuni mesi prima del 1900, quando un gruppo di donne devote, guidate da Filippa Seu, chiese a mons. Filippo Bacciu, vesc. di Ozieri (Sassari), di poter vivere in comune e di emettere i tre voti religiosi, impegnandosi ad aiutare il parroco nella istruzione religiosa, dedicandosi all’educazione delle ragazze abbandonate, all’insegnamento del catechismo per i bambini e all’assistenza dei malati.

Non essendovi ancora alcune congregazioni a Ozieri vedendo le necessità del loro lavoro, mons. Bacciu le sostenne fino a riconoscerle come congregazione religiosa di diritto diocesano, con un decreto dell’8-12-1900.

Finito l’episcopato di mons. Bacciu (considerato quasi fondatore), la congregazione andò pressoché dispersa. Si riebbe con il nuovo vescovo di Ozieri, mons. Francesco Cogoni (1894-), che, nel 1940 chiamò l’unica suora rimasta, Giuseppina Ghisaura, a rifondare l’istituto e introdusse adeguatamente degli statuti, in conformità al CIC. Alle finalità precedenti si aggiunsero in particolar modo: la collaborazione all’Azione Cattolica, all’opera delle vocazioni ecclesiastiche, alle opere di culto, della buona stampa, in genere a tutte le iniziative dell’autorità ecclesiastica. Sin dal 1973 la congregazione svolse attività missionarie nella diocesi di Rio Preto in Brasile.

L’istituto ha una sola classe di suore e dal 1964, vi si emettono i voti perpetui. Nel 1980 la congregazione contava 9 case (7 nella diocesi di Ozieri, 2 nella diocesi di Rio Preto) con circa 40 membri.

Suore Orsoline della Sacra Famiglia Congregazione religiosa di diritto pontificio fondata il 2-2-1908 da Arcangela Salerno, su ispirazione di sr. Rosa Roccuzzo, a Monterosso Almo (Ragusa), per l’istruzione e l’educazione della gioventù. Valido collaboratore della nascente istituzione fu mons. Luigi Bignami, Ordinario di Siracusa, che sollecitò il cambiamento di sede da Moterosso Almo a Siracusa, centro della sua arcediocesi. Nacque così la Compagnia di S. Orsola modellata sulla regola primitiva di S. Angela Merici, e che fu riconosciuta canonicamente l’11-11-1915 da mons. Bigniami sotto il titolo di <<O. della S. F.>> Poco per volta l’istituto, dopo essersi prestato per soccorrere i sinistrati del terremoto di Messina del 1908, estese la propria attività a orfane e povere, aprì nuove case, orientandosi sempre più verso la forma di istituto religioso. Esso divenne congregazione religiosa di diritto diocesano solo il 5-8-1946; il 20-3-1954 la S. Sede concesse il pontificio prodecreto di lode, cui seguì il riconoscimento civile. Il 20-5-1971 l’istituto ottenne il decreto di lode. Attualmente l’istituto opera in Italia e in Brasile (dal 1976) con l’azione educativa che si estende dalla scuola materna, a agli istituti d’istruzione media e superiore, con l’assistenza alle fanciulle bisognose e con la missione apostolica a livello parrocchiale e diocesano. Nel 1979 la congregazione contava 20 case (di cui una in Brasile con circa 130 professe.

Suore Orsoline di San Girolamo in Somasca

Congregazioni religiose di diritto pontificio fondata nel 1844, sotto forma di “vitalizio di società e di sorte” a Somasca di Vercurago (prov. e diocesi di Bergamo) da Caterina Cittadini, maestra elementare, in collaborazione negli anni precedenti con la sorella Giuditta, pure maestra, per l’educazione e l’istruzione cristiana delle fanciulle del popolo. L’istituto ottenne l’approvazione cattolica diocesana il 14-12-1857 dal vescovo di Bergamo, Pier Luigi Speranza, che approvò pure, lo stesso giorno le regole scritte dalla fondatrice; il decreto di lode fu concesso il 5-8-1917 da Benedetto XV e l’approvazione definitiva della costituzione il 4-6-1935; dopo che esse erano state approvate dalla S. Sede l’8-7-1927.

L’istituto (il cui nome è legato alla particolare devozione che la Cittadini ebbe verso il santo fondatore dei Chierici regolari Somaschi) prese origine a Somasca ove la sua fondatrice già svolgeva la sua opera di insegnante nella locale scuola elementare di Stato. Volendo applicare con maggior libertà i propri criteri educativi, la Cittadini, fondò dapprima una scuola privata, <<libera>>, che venne frequentata non solo dalle ragazze di Somasca, ma anche da molte altre provenienti dai vari paesi limitrofi e lontani. In seguito creò un educandato interno o collegio e infine un orfanotrofio per le bambine abbandonate e bisognose. Le insegnanti, che dovevano essere tutte <<patentate>> cioè regolarmente diplomate, si costituirono gradualmente in comunità, diretta dalla direttrice fino alla morte avvenuta il 5-5-1857. L’istituto restò per parecchio tempo limitato a Somasca, soprattutto perché la terza superiora generale, madre Teresa Ornargli, era una suora dalla spiritualità più vicina di quella di una monaca di clausura che a quella di una suora educatrice, e poi anche perché, verso il 1880, ci fu un tentativo di introdurre la clausura stessa nell’istituto voluta dal delegato vescovile del tempo, con l’assenso del vicario capitolare della diocesi. In questa circostanza i padri Somaschi intervennero, tentando di far invalidare il decreto di erezione diocesano dell’istituto (emesso nel 1857), che la riforma se fosse andata in porto, avrebbe tolto alla missione educatrice della O. la sua vera natura. La crisi venne presto superata, ma dalla prima fondazione si staccò un gruppo di religiose guidato da sr. Ignazia Isacchi, che si recò nel 1893 a Gazzuolo (dioc. di Cremona) e qui dette inizio ad un ramo autonomo sotto la denominazione di Orsoline del Sacro Cuore di Gesù. La primissima fondazione fuori Somasca ebbe luogo a Ponte S. Pietro nel 1882. Ne seguirono presto altre che portarono le O. di Somasca, soprattutto sotto la guida della madre Camilla Gritti, in vari paesi d’Italia, ove l’opera delle suore era richiesta insistentemente da parroci ed enti. Nel 1979 la congregazione contava 78 case e 442 membri.

Sorelle della Misericordia.

Congregazione religiosa di diritto pontificio, fondata dal b. Karel Steeb e da Luigia Poloni a Verona, nel 1840. Approvazione definitiva delle costituzioni: 5-8-1941; delle costituzioni rinnovate: 6-7-1983. Lo Steeb trasse la prima ispirazione per la fondazione dell’istituto durante la sua lunga esperienza negli ospedali militari. Con Maddalena Gabriella marchesa di Canosse, e con il servo di Dio don Pietro Leonardi, fin dal 1799 aveva ideato una scuola per la formazione delle <<Figlie Spedaliere>> e la Canossa era stata mandata a Ferrara dal card. Mattei per chiedere consigli e indirizzo. Tale scuola avrebbe sorgere nella soppressa basilicata di S. Leno. Queste iniziative nella ben nata <<Evangelica Fratellanza dei Preti e dei laici Spedalieri>> che il Leonardi aveva fondato a Verona nel 1796 e che fu la culla di varie fondazioni religiose. Il travolgente evolversi degli avvenimenti bellici allora e negli anni seguenti non permise l’attuazione del piano. La Canossa e il Leopardi, adattandosi alle necessità del tempo, imboccarono altre strade; Steeb rimase fermo nella prima idea persuaso che soltanto anime votate per missione al servizio dei malati avrebbero potuto recare un reale sollievo a tante misere e arrivare alle anime attraverso la cura dei corpi. Cessate le guerre e chiusi gli ospedali militari, don Steeb dedicò le sue cure ai malati dell’ospedale civile e del ricovero che ospitava normalmente 600 persone di sesso diverso e delle più disparate età.

Per ottenere il consenso del governo austriaco, da cui allora dipendeva il Lombardo-Veneto, egli accettò il consiglio di Luigi Schlor, teologo viennese, cappellano della corte imperiale dal 1834 al 1837. Questi giunto a Vienna nel 1838, istruì lo Steeb sulle difficoltà burocratiche che avrebbe incontrato a Vienna se avesse presentato la sua fondazione come un nuovo istituto, e gli suggerì di adattare le regole delle suore della Carità di Vienna. Così l’istituto dello Steeb, inizialmente presto con il titolo di <<Figlie Spedaliere del Sacro Cuore di Gesù>> divenne l’istituto delle <<Sorelle della Misericordia di Vienna>> e il fine fu così fissato: <<… onorare Nostro Signore Gesù Cristo come modello della vera carità, servendolo corporalmente e spiritualmente nelle persone dei poveri, siano ammalati, fanciulli prigionieri e altri che arrossiscano di far conoscere la loro povertà>>. In appendice alle costituzioni c’erano norme speciali per le religioni addette alle opere parrocchiali e alla educazione delle fanciulle. La spiritualità dell’istituto era quindi basata su quella di S. Vincenzo de Paoli, che don Steeb compendiò in tre elementi: carità, umiltà e semplicità. Su questo fondamento l’istituto iniziò la sua missione. Alla Morte del suo fondatore nel 1856 esso contava, oltre la casa madre di Verona, 8 case filiali, 81 religiose e 13 novizie.

Suore Serve di Gesù Cristo

Congregazione religiosa di diritto pontificio, a classe unica, fondata da Ada Bianchi il 27-6-1912 ad Agrate Brianza (Milano) per l’assistenza della gioventù negli oratori, delle operaie, dei bambini negli asili, dei malati. Nulla osta per l’erezione in congregazione diocesana: 17-9-1926; erezione diocesana da parte del card. Tosi, arcv. di Milano: 19-7-1926, giorno in cui vennero rettificate tutte le professioni delle religiose, pontificio decreto di lode: 6-11-1954; approvazione definitiva dell’istituto e delle istituzioni il 23-7-1964.

L’istituto fu ideato sin dal 17-10-1902 come oratorio femminile in un cortile annesso alla piccola chiesa di S. Pietro, con il permesso del parroco, don Giuseppe Viganò. La fondatrice riunì 4 giovani che si sentivano attratte dalla vita religiosa, dapprima in casa del padre, medico-chirurgo, poi in una casa che si era fatta costruire con il danaro dei genitori e di cui prese possesso il 27-6-1912. La fondatrice stessa preparò le regole dell’istituto. Nel 1921 fu aperta la prima casa filiale a Tortolì (dioc. di Ogliastra, prov. di Nuoro) e fu in quella circostanza che si adattò un abito uniforme. Seguirono poi altre fondazioni, tutte in Italia.

La congregazione non ha opere proprie: le suore operano nelle parrocchie in stretta collaborazione con i parroci e nelle scuole materne.

Suore Francescane di Seillon.

Congregazione religiosa di diritto pontificio, fondata nel 1860 a Seillon (Ain, Francia) dal sacerdote Jean Marie Griffon per l’educazione degli orfani. Pontificio decreto di lode: 8-1-1938; approvazione definitiva delle costituzioni 26-11-1955; aggregazione all’ordine dei Frati Minori: 21-2-1931.

L’opera, designata, come un insieme di <<Provvidenze agricole>> venne fondata dal Griffon allo scopo di raccogliere i bambini abbandonati delle campagne, di dar loro, in un ambiente familiare, una educazione morale e cristiana, una istruzione positiva e una formazione professionale appropriata, suscettibile di offrire alla terra buoni agricoltori, insegnando loro sul posto i diversi lavori dell’agricoltura, dell’orticoltura, dell’allevamento ecc. In una vita all’aperto, i ragazzi avrebbero condotto una vita frugale, sana, calma ed equilibrante. Forte dell’incoraggiamento del Curato d’Ars e con l’aiuto della nascente congregazione delle Piccole Suore di Gesù, di Saint Sarlin (Francia), il Griffon aprì la prima delle Provvidenze agricole e Seillon nel marzo 1860, fra le mura di una antica certosa rimasta inattiva sin dal 1772. Il fondatore sin dagli inizi aveva mire grandiose e nonostante una salute debole, era intraprendente nella realizzazione dei suoi progetti. In definitiva egli era il direttore e si occupava di tutto. Mentre fin dal principio le Piccole Suore di Gesù avevano fuso i propri ideali con quelli di don Griffon, e si erano occupate oltre che delle orfanelle, anche dei bambini più piccoli, non tutte si trovavano in accordo nel proseguire l’opera formativa oltre il limite dell’età scolare. Il Griffon aveva in un primo tempo provveduto all’assistenza ed educazione dei ragazzi più grandi, fino ai 17-8 anni, istituendo dei <<Fratelli agricoltori>>. Quando questa istituzione non diede segni di perseveranza e le Piccole Suore di Gesù più apertamente si dissociarono da lui, il Griffon pensò di fondare una congregazione servendosi di alcune giovani di Saint. Sorlin che avevano deciso di restare con lui. Alla congregazione, fu dapprima dato il nome di <<Serve di Gesù>> mutato in seguito in <<Francescane di Seillon>>. La nuova congregazione aprì il suo noviziato il 21-5-1867 e la prima professione ebbe luogo l’anno seguente. Da allora le vocazioni arrivarono regolarmente e incessantemente.

La prima opera che in Sardegna, nel 1905, venne offerta alle F. di Seillon fu l’assistenza agli anziani in un ex convento di Cappuccini a Bosa. Nel 1907 le religiose vennero chiamate dall’arcv. di Cagliari per aprire in quella città l’istituto <<Provvidenza agricola S. Cuore>>. Esse trovarono nella popolazione una accoglienza calorosa, che permise l’apertura di altri centri. La popolazione le denominò <<Suore Francesi>>.

Numerose vocazioni vennero in seguito dalla Sardegna, tra cui Francesca Crobu. Aderendo alle insistenze di mons. Ernesto Maria Piovella, arc. di Cagliari, le F. si occuparono inoltre dei giardini d’infanzia e aprirono scuole materne. Le case filiali presenti in Sardegna furono: Cagliari (1907, ex casa provincializia, asilo per bambini, colonia marina), Serramanna (1924, scuola materna), Quartucciu (scuola), Nuraminis (1927, scuola), Samassi (1928, scuola), Sestu (due case); nella prov. di Nuoro: Bosa, Sindia, Gergei, Nurri; nella diocesi Iglesias dove le F. si stabilirono fin dal 1936, e dove dirigono l’orfanotrofio maschile <<Infanzia e Patria>>.

Salesiane Oblate del sacro Cuore di Gesù.

Congregazione religiosa di diritto pontificio, fondata l’8-12-1933 da mons. Giuseppe Cognata, con il fine principale di assistere la popolazione nei luoghi più poveri e più bisognosi di aiuti spirituali mediante l’educazione dell’infanzia e della gioventù femminile con asili, oratori, laboratori, scuole di catechismo, opere di azione cattolica ecc. Il loro carisma si basa sul vivere l’oblazione secondo il modello dell’Oblato Divino senza discortarsi mai dalla vita di umiltà, semplicità, modestia, fiducia e generosità. Nel 1986 la congregazione contava 78 case e 269 membri.

Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino.

Congregazione religiosa di diritto pontificio, per l’educazione delle fanciulle, specialmente povere e orfane, fondata a L’Aquila il 25-12-1879 da suor Barbara Micarelli, con la collaborazione di Caterina Vicentini. Approvazione diocesana delle costituzioni 1890; decreto di lode: 10-2-1910; approvazione definitiva delle costituzioni 10-6-1922.

Gli inizi dell’istituto risalgono al 1873, allorché Barbara Micarelli con la sorelle Carmela e Caterina Vicentini diedero vita a una piccola comunità di vita religiosa, animata dalla spiritualità francescana e dedita alla catechesi, all’attività educativo-assistenziale per le fanciulle e caritativo sociale per i poveri, anziani e malati. La fondatrice abbozzò una regola che approvata oralmente, ad esperimento, dall’arcv. dell’Aquila. Giorno della fondazione dell’istituto è considerato il 25-12-1879. Nel 1888 la casa madre da L’Aquila fu trasferita ad Assisi.

Nel 1890 furono edite le prime costruzioni corrette dalla S. Sede nel 1898. Dopo il decreto di lode, la S.C. dei Religiosi Ordine Frati Minori con rescritto del 22-4-1910, acconsentì a che le religiose fossero soggette all’autorità del ministro generale dei Frati Minori per quanto riguarda la parte spirituale. Secondo gli orientamenti della Chiesa in seguito al Concilio Vaticano II, i nuovi rapporti con l’OFM concernano l’aggregazione speciale di comunione spirituale, la collaborazione apostolica e la libera consulenza.

Figlie di Mater Purissima

Dette popolarmente “Suore Celesti” dal loro abito, costituiscono una pia unione, fondata nel 1947 da Paola Muzzeddu (1913-71) e canonicamente eretta da mons. Arcangelo Mazzotti, arcv. di Sassari, il 25-3-1954. É in corso la pratica per l’educazione in congregazione religiosa di diritto diocesano. Fine speciale dell’istituto è creare una crociata perenne per l’apostolato della purezza, attraverso la pratica di tale virtù, la preghiera e le istituzioni di opere adeguate al fine. Le religiose lavorano negli oratori festivi, nelle parrocchie, nei laboratori, nei pensionati, accogliendo giovani ragazze costrette a vivere lontano dalle famiglie, nelle scuole attraverso l’insegnamento, negli asili ed educandati, con trattamento gratuito per i poveri, nelle case di riposo per signore e signorine ecc. Il capitolo generale del settembre 1973 rinnovò la fedeltà allo spirito della fondatrice e propose di iniziare a realizzare il suo programma per il ramo maschile dell’opera. Nel 1974 l’istituto contava 11 case con 47 professe.

Minime Suore del Sacro Cuore.

Terziane francescane di diritto pontificio, fondate il 15-12-1902 a Poggio a Caiano (Firenze) da madre Margherita del S. Cuore, al secolo Marianna Caiani, la quale, fin dal 1896, viveva e lavorava insieme con due compagne, dedicandosi a ogni opera di carità spirituale e materiale nella nativa parrocchia. Ottenuto il pontificio decreto di lode, il 3-2-1926 e l’approvazione definitiva delle costituzioni il 21-11-1933. Le finalità dell’istituto sono: l’educazione e l’istruzione della gioventù, l’assistenza agli infermi negli ospedali e a domicilio, agli anziani in pensionati e case di riposo, ai minori in appositi istituti; opere parrocchiali; opere sociali nelle missioni. Terziarie francescane fin dal 1901, le M. S. del S. C. si aggregarono all’Ordine dei Frati Minori il 25-4-1921.

Nel 1977 l’istituto contava 60 case e 606 professe, ed era presente in Italia, Egitto e Istraele.

Missionarie Figlie Gesù Crocifisso.

Congregazione religiosa di diritto pontificio per l’istruzione dei pastori della Sardegna, l’insegnamento del catechismo e le opere di assistenza fondata dal can. Salvatore Vico. Approvazione pia associazione da parte dell’ordinario di Tempio: 8-12-1925; erezione in congregazione religiosa di diritto diocesano: 2-2-1941; pontificio decreto di lode: 28-11-1957.

Le origini dell’istituto si ricollegano con la fondazione, nel 1922, di un orfanotrofio denominato: <<Orfanotrofio S. Francesco>>, nel quale entrarono a prestare servizio alcune giovani tra cui Pietrina Brigaglia (in religione Maddalena) che darà un notevole contributo allo sviluppo della congregazione. Nel 1923, colpito dallo stato di abbandono e di ignoranza religiosa in cui si trovavano i pastori della Sardegna, don Vico pensò all’utilità d’avere una religiosa che preparasse l’arrivo del sacerdote. Il decreto di approvazione del 1925 ritenne, infatti come uno degli scopi del nascente istituto l’evangelizzazione dei pastori. La prima missione ufficiale venne nel 1926 presso i pastori degli stazzi della Gallura e dell’Anglona. In seguito l’istituto ampliò il proprio campo di lavoro, aprendo filiali in Brasile e nello Zaire.

Nel 1978 l’istituto contava 38 case e 131 professe.

Suore dei Getsemani.

Dette popolarmente Manzelliane. L’istituto è stato fondato a Sassari il giorno della Pentecoste del 1927, dal servo di Dio Giovanni Battista Manzella e dalla madre Angela Marongiu.

I fini specifici della comunità sono i seguenti: formare nei villaggi le fanciulle alla vita familiare e parrocchiale, insegnando, col senso dell’ordine, i lavori e le mansioni femminili necessari o utili per la vita e per la famiglia; istruire i piccoli nella dottrina cristiana; promuovere con la parola e con l’esempio il culto dell’Eucaristia, tenendo con gran cura gli altari e gli arredi sacri e organizzando, ove è possibile, l’adorazione perpetua. Oggi, tuttavia, dopo la visione delle regole fatta da mons. Mazzotti, arcv. di Sassari, la comunità si dedica a ogni opera di bene, con scuole, cliniche, orfanotrofi, ecc. Virtù e caratteristiche delle suore del G. deve essere la semplicità, raccomandata fin dal principio dal fondatore, mentre, fra le devozioni di comunità, primeggiano l’adorazione al S.S. Sacramento, l’esercizio quotidiano della <<Vié Crucis>> e il culto particolare alla Passione di Cristo, specialmente al mistero del G.

La direzione della comunità fa capo a una superiora generale, eletta ogni 6 anni, assistita da un suo consiglio.

L’istituto ottenne l’approvazione diocesana il 3-10-1938; il pro-decreto di lode della S. Sede il 17-2-1958. Le Suore del G., erano, nel 1971, 200 circa, con 35 case, tutte in Sardegna. Tra le opere a esse affidate figurano 19 asili infantili, 2 cliniche e istituti per tracomatosi, 3 preventori, 4 orfanotrofi ecc. La casa-madre è sempre <<S. Teresa del Bambin Gesù>> dove nacque l’istituto e dove sono custodite le spoglie di P. Manzella e della madre Marongiu. Nel 1974 l’istituto contava 35 case e 144 professe.

Figlie di Maria Ausiliatrice.

Congregazione di diritto pontificio per l’educazione della gioventù. É il ramo femminile dell’Opera di S. Giovanni Bosco, da lui fondato a Mornese (Alessandria) il 5-8-1872; perciò le religiose vengono anche chiamate con il nome di “Salesiane di S. Giovanni Bosco”. Il Santo lo istituì sollecitato da voci autorevoli e dello stesso Pio IX a stendere alla gioventù femminile l’apostolato che da anni andava svolgendo per la maschile con la Società Salesiana. Lo convinse a portare avanti l’impresa anche quelle soprannaturali visioni, che spesso aveva, in cui la Vergine SS. in veste di <<nobile Signora, risplendente in viso>> lo invitava a prendersi cura delle fanciulle.

Il fondatore aveva voluto che l’istituto, pur avendo la propria superiora generale e il consiglio generalizio, fosse protetto e dipendesse dal Rettor Maggiore dei Salesiani; e in tal senso aveva formulato le Costituzioni fin dalle prime manoscritte del 1871. Dopo l’approvazione diocesana di mons. Sciandra del 23-1-1876, si ebbe nel 1878 la stampa delle regole o costituzioni, e una seconda edizione nel 1885, in cui il punto della dipendenza dal Rettor Maggiore dei salesiani rimase inalterato e l’istituto risultò aggregato alla Società Salesiana. Così continuò, durante la sua rapida espansione in Italia e all’estero, fino al 1906, quando le costituzioni dovettero essere adeguate alle Normae emanate il 28-6-1901 dalla S. C. dei Vescovi e Regolari, e che non consentivano a una congregazione femminile di voti semplici la dipendenza da una maschile della stessa natura. l’autonomia dell’istituto richiese conseguentemente la convocazione nel 1907 del Capitolo Generale straordinario per la sua completa regolare sistemazione. Con il nuovo ordinamento giuridico, l’istituto ebbe poi il 7-9-1911 l’approvazione pontificia con incluso il decreto di lode. Non gli mancò la continua assistenza spirituale dei Salesiani, e con decreto del 19-6-1917 ottenne che il Rettor Maggiore pro-tempore fosse il delegato apostolico dell’istituto. Le costituzioni, adeguate nel 1918 al CIC, furono approvate dalla S. Sede il 4-4-1922.

L’istituto ebbe con la Società Salesiana identità di scopo e di programma: dare prova a Dio con la santità dei suoi membri, cercata e raggiunta mediante la professione dei voti religiosi, contribuire alla missione salvifica della Chiesa, dedicandosi principalmente all’educazione della fanciullezza e della gioventù materialmente e spiritualmente bisognosa, specie della più povera, tanto in paesi cristiani, quanto in quelli non ancora evangelizzati.

L’istituto è di voti semplici, e comprende un’unica classe di religiose. Molte e svariate sono le opere che abbraccia, dagli oratori festivi e quotidiani agli istituti educativi e scuole di ogni tipo e grado. A completamento dell’opera educativa, svolge pure l’apostolato della penna con pubblicazioni di carattere formativo, scolastico ecc. Nelle missioni, alle consuete opere si aggiungano quelle proprie di carattere missionario: santa infanzia, catecumenati, visite ai villaggi, ambulatori, dispensari, ospedali. A base di ogni opera sta l’insegnamento catechistico, sia nelle variate forme apostolato educativo e assistenziale, sia nelle numerose catechesi: parrocchiali, di periferia, nei villaggi ecc. Le religiose vengono preparate in particolar modo a questo compito.

Oblate di Gesù e Maria.

Congregazione religiosa di diritto pontificio fondata in Albano Laziale (Roma) presumibilmente nel 1714 dalla sig.na Maria Maggiori.

Mentre a quei tempi la vita religiosa era prevalentemente orientata alla contemplazione nella stretta clausura del monastero, la Maggiori fu polarizzata dalle fanciulle abbandonate a se stesse mentre i loro genitori, per l’intera giornata, erano nei lavori dei campi, unica risorsa della zona a quei tempi. Affiancata da numerose amiche, ella incominciò a raccogliere le bambine povere nella sua stessa abitazione per educarle e istruirle, avviandole alla vita cristiana e ai lavori propri della donna di casa.

Nel 1724, stando alle cronache del tempo, l’opera era fiorente ed erano centinaia le fanciulle che frequentavano la scuola della Maggiori.

Nel 1727 venne acquistata una sede e si dette inizio ufficiale alla vita comunitaria della Maggiori e delle sue compagne. L’istituzione progrediva sotto la guida delle <<zitelle>> (così erano dette le maestre nelle cronache del tempo) e si pensò di dare una forma stabile all’opera. Nel 1742 si adattò una divisa distintiva, nel 1745 si ebbe il testo delle costituzioni e regole scritte dal teologo Francesco De Rossi e approvate da mons. Giov. Andrea Tria, arcv. di Tiro. Dette costituzioni furono confermate dal card. Pier Luigi Carafa, vesc. di Albano. Il decreto di approvazione pontificia risale a Benedetto XIV e porta la data dell’8-11-1945.

Come conservatorio, pur mantenendo in primo piano la seuda, l’opera estese la sua attività all’educazione, retto da un apposito regolamento allegato allo stesso testo delle costituzioni. Altrettanto regolata era l’ammissione nella convivenza di conviventi di una certa età, sia temporaneamente che in vitalizio. I voti furono emessi per la prima volta il 24-2-1747: ai tre soliti di obbedienza, castità e povertà venne aggiunto quello di perseveranza.

Nel 1925 le costituzioni furono aggiornate al CIC e date in prova per 10 anni. Anche il vestiario subì un alleggerimento, mentre si profilava l’unificazione delle religiose in una sola classe. Al termine dell’esperimento il nuovo testo risultò alquanto vuoto nei confronti di quello originario, venne riscritto nel 1936 e nel 1938 se ne ebbe l’approvazione definitiva. In tale testo fu sanzionata anche l’unificazione di classe e l’espansione dell’istituto in luoghi di missioni estere.

Le fondazioni ebbero inizio nel dicembre 1932, ma rimasero limitate all’Italia. Dopo il capitolo speciale (1969) si ebbe un nuovo testo di costituzioni, che come fine speciale mantengono l’educazione della gioventù specialmente in centri poveri. Il voto di perseveranza non viene più emesso dal 1925.

Nel 1955 la congregazione ottenne il riconoscimento civile dal governo italiano e nel 1957 abbandonò il nome di <<conservatorio>> assumendo quello di <<istituto>>.

Nel 1979 la congregazione, presente solo in Italia, contava 69 professe in 11 case.

Figlie di San Giuseppe.

Congregazione di diritto pontificio, a classe unica fondata a Cagliari il 20-9-1888 dal servo di Dio Felice Prinetti. É cronologicamente la prima congregazione femminile fondata in Sardegna. Fu approvata da mons. Serci, arcv. di Cagliari, il 15-8-1894, e da mons. Francesco Zunnui, arcv. di Oristano, il 24-101895; di diritto pontificio dal 4-5-1947. Il fondatore arrivato in Sardegna nel 1881 per sopperire alle necessità della cucina e del guardaroba del seminario diocesano di Cagliari del quale era direttore, raccolse un gruppo di pie donne, in gran parte sue figlie spirituali, dando loro un regolamento, una divisa e il nome di F. di S. G. Nelle intestazioni del fondatore si trattava di una nuova congregazione religiosa e come tale fu accettata dal arcv. mons. Berchialla, che però in attesa di un ulteriore sviluppo, per allora non pensò di dare l’approvazione diocesana. I primi quattro anni videro un relativo sviluppo della congregazione che si portò anche a Genoni. La morte di Berchialla (1892) veniva a turbare l’andamento del nuovo istituto. Il Prinetti, fu richiamato in continente dai suoi superiori, prima però ottenne l’approvazione diocesana delle sue suore dal nuovo arcv. di Cagliari, che era appunto mons. Serci, trasferitosi da Oristano.

Assenti il suo fondatore (che poteva seguire la sua fondazione da lontano, potendola visitare di persona ogni anno solo per qualche mese) la congregazione si trovò in grandissime difficoltà. Nel 1919 morì il Prinetti, nel 1927 le F. di S. G. di Oristano si unirono con quelle di Genoni, nel 1928 venne aperto un asilo nella parrocchia cagliaritana di S. Avendrace, nel 1929 le Giuseppine rientrarono nel seminario diocesano, che era stato la loro prima casa-madre.

Le cose sembravano bene avviate dopo la promulgazione nel 1930 del testo delle nuove costituzioni, quando alla scomparsa di mons. Francesco Cao, l’unità s’incrinò e la controversia sull’effettiva proprietà del patrimonio terriero dell’istituto, rivendicato dalla diocesi di Cagliari, portò alla divisione della congregazione portando alla costituzione di un gruppo autonomo che si denominò Ancelle della Sacra Famiglia.

Nel 1936 la casa generalizia e il noviziato furono trasferiti da Genoni a Oristano. Nel 1940 si ebbe una nuova scissione che però ebbe i suoi vantaggi. Infatti superati gli anni della guerra la congregazione delle F. di S. G. poté incrementare il suo sviluppo sotto ogni aspetto, vocazionale e apostolico che andò dalla cura degli orfani e degli anziani alla consolazione e all’aiuto di ogni classe di persone.

Piccole Figlie di San Giuseppe.

Congregazione di diritto pontificio, fondata a Ronco all’Adige (Verona) il 21-11-1894 dal sac. Giuseppe Baldo e da Clementina Forante per la cura e l’assistenza degli anziani, dei bisognosi e degli infermi, per l’educazione e l’istruzione della gioventù. L’approvazione diocesana fu concessa il 3-5-1895 dal card. Luigi di Canossa, Ordinario di Verona, il decreto di lode fu emesso il 10-2-1913 e l’approvazione definitiva delle costituzioni il 3-4-1940.

La prima casa fu un ospedale-ricovero per anziani e ammalati poveri, aperto nel 1888 da don Baldo, cui seguirono un laboratorio per fanciulle, un asilo infantile e una mensa per pellagrosi e bambini poveri e denutriti. Per la cura dei malati don Baldo si orientò verso la fondazione di un nuovo istituto religioso. Le prime 10 postulanti ricevettero l’abito religioso dalle mani di mons. Bartolomeo Bacilieri, nel 1896. L’istituto in seguito allargò il suo campo di lavoro alle scuole materne, elementari, medie, e medio-superiori, collegi, orfanotrofi, ospedali, missione nel Kenya.

Alla fine del 1979 contava 95 case con 604 membri.

Suore di Carità di Santa Maria.

Congregazione di diritto pontificio, fondata dalla serva di Dio Luigia Angelica Clarae. Avendo ereditato dalla famiglia molti beni, la Clarae ampliò le opere caritative trasferendole in uno stabile circondato da un vasto terreno. Accanto alla sartoria, alla scuola materna, all’asilo per lattanti, all’ambulatorio per i poveri, eresse una scuola esterna per le fanciulle di civile condizione, un laboratorio in cui dame dell’aristocrazia, due volte la settimana confezionavano indumenti per i poveri. Il 3-5-1871 chiesto consiglio al vescovo di Ivrea si separò dalla casa-madre. Il 22-12-1887 con l’approvazione del governo Italiano l’istituzione venne eretta in ente morale. Alla fondatrice morta nel 1887 successe sr Odile Serra che fondò la Pia Unione della Madonna del Buon Consiglio che aggregò alla primaria della basilicata di Genazzano (22-4-1925). Aderendo all’invito della S. Sede di cambiar la divisa delle suore e di ritoccare le costituzioni sr Odile ottenne che l’istituto fosse eretto in congregazione di diritto diocesano il 20-9-1910. La S. Sede concesse il decreto di lode il 14-2-1934 e l’approvazione definitiva il 10-5-1941 e il 10-12-1934 venne riconosciuta anche dal governo Italiano sotto il nome di Suor di carità di S. Maria dette del buon Consiglio. Il loro carisma si basa sullo spirito di Carità di S. Vincenzo dé Paoli. Speciale animazione apostolica in favore della Gioventù.

Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret.

Congregazione di diritto pontificio per l’educazione della gioventù, la cura dei malati e le altre opere di carità, fondata a Besauçon (Francia) l’11-4-1799 da S. Giovanna Antida Thouret (1765-1826), che aveva aperto una scuola gratuita per l’educazione della gioventù. L’approvazione diocesana fu concessa dall’ordinario di Besauçon il 26-9-1807. La prima vestizione religiosa ebbe luogo nel 1803 e ai tre voti le religiose aggiunsero quello di consacrarsi al servizio dei poveri. Nel 1810 le monache vennero chiamate a Napoli ove si moltiplicarono. L’approvazione pontificia fu concessa il 23-7-1819 e confermata il 14-12-1819. Nel 1823 la congregazione si divise in due rami una italiana e l’altra francese, dopo che mons. de Pressigney rese indipendente il ramo di Besauçon.

Nel 1954 le due congregazioni si riunirono e furono aperte in seguito nuove case nella repubblica Centrafricana, nel Ciad, in Argentina, Paraguay e Libia.

Il carisma è basato sulla santificazione di ciascun membro della Congregazione mediante i Consigli evangelici e specialmente con il voto di Carità per l’assistenza ai poveri ed agli emarginati.

Suore Terziane San Francesco di Susa.

Congregazione religiosa di diritto pontificio, fondata il 4-10-1882 da mons. Edoardo Giuseppe Rosaz, con lo scopo di dare delle assistenti alle fanciulle del <<Ritiro povere figlie di Maria>>, che egli aveva istituito in Susa nel 1856.

La Congregazione ebbe l’approvazione diocesana il 2-2-1903. L’istituto, che ottenne il pontificio decreto di lode il 10-7-1934 è d’ispirazione marcatamente francescana per il posto che vi occupano il culto dell’umanità di Cristo, le devozioni, la povertà come mezzo ascetico.

A norma delle costituzioni, approvate in modo definitivo dalla Santa Sede il 27-7-1942, la congregazione ha come scopo particolare l’assistenza ai malati, specialmente poveri negli ospedali e a domicilio, nonché l’educazione, l’istruzione e l’assistenza delle fanciulle e dei bambini per mezzo di scuole, asili, orfanotrofi, convitti, oratori e laboratori. Il loro carisma si basa sul vivere il Santo Vangelo in semplicità francescana, donando il proprio aiuto in istituti educativi e assistenziali.

L’attività sociale delle congregazioni femminili religiose in Sardegna

Cap. I

La Sardegna fin dalla fine dell’ottocento e ancor più nel corso del novecento vide impegnata nell’attività sociale e religiosa un gran numero di congregazioni religiose, tra le quali occorre distinguere quelle provenienti dalla penisola e quindi di origine peninsulare ed Europea e quelle di fondazione e origine isolana. La maggior parte di queste congregazioni femminili si dedicavano ai poveri, ai bambini e ai giovani di entrambi i sessi.

Fin dalla metà dell’ottocento giounsero prima a Cagliari e poi a Sassari le Figlie della Carità che iniziarono ad essere presenti nei rispettivi ospedali maggiori e successivamente in quello della Maddalena. In seguito, grazie all’attività delle Dame di Carità, vero e proprio ramo secolare della famiglia Vicenziana, cominciarono ad impegnarsi nell’opera educativa dell’infanzia .

Sull’esempio del loro fondatore Vincenzo de Paoli e della confondatrice Luisa de Marillac, si dedicarono oltre che all’assistenza degli ammalati, alla gestione di asili infantili di orfanotrofi di entrambi i sessi, di educandati femminili . Esse dirette dai loro confretelli Preti della Missione, che presenti nell’isola per la prima volta tra il 1836 e il 1866 e decimati dalla malaria, ritornarono in Sardegna nel 1867 e la percorsero con missioni popolari, stabilendosi soprattutto a Cagliari e a Sassari e vista la miseria dei ceti meno abienti stimolarono e incoraggiarono la loro attività soprattutto a favore dei fanciulli, che numerosissimi nei centri urbani e rurali tendevano a crescere nelle strade privi di qualsiasi educazione . La loro presenza tra la fine dell’ottocento e il primo cinquantennio del novecento, grazie al proselitismo tra le giovinette sarde, andò sempre più moltiplicandosi tanto che ad un certo punto, la casa provinciale di Torino, nella cui provincia religiosa era compresa anche la Sardegna, dovette limitarne il flusso . Questo limite come si vedrà più avanti favorì la nascita nella stessa isola di altre congregazioni religiose con scopi abbastanza simili.

Dal catalogho degli asili , emerge chiaramente come le Figlie della Carità siano state al primo posto nella gestione degli stessi a partire dai primi anni del novecento fino all’istruzione della scuola materna statale, gestendo circa 54 asili su 220.

Quando si parla di gestione, non si intende di parlare di fondazione in quanto, data la problematicità delle stesse, allo stato attuale degli studi ci sembra corretto non aprire il discorso, anche se da alcuni sondaggi effetuati si è appurato che, spesso, gli asili sorsero per iniziativa delle dame della Carità, costituendosi su socetà su suggerimento del prete della missione G. B. Manzella; a volte per qualche iniziativa di qualche nobildonna, a volte per iniziativa delle amministrazioni comunali. É evidente tuttavia che senza la gesione gratuita o semigratuita delle Figlie della carità gli asili non sarebbero andati avanti.

Sempre di origine penisolare, se non addirittura di altro paese europeo, furono le rimanenti congregazioni che man mano fondarono uno o più asili. Tra queste in ordine di fondazione vanno menzionate le congregazioni religiose femminili del prospetto che segue:

CONGREGAZIONI “CONTINENTALI”

Congregazioni anno di fondaz. luogo Numero di asili Tot

Figlie della Carità 1633 Francia 54

Suore francescane Mission. D’assisi 1702 Assisi 1

Suore Oblate di Gesù e Maria 1724 Roma 1

Suore della Carità S. Giov. Ant. Thouret 1799 Francia 1

Suore S.G.B. Cottolengo 1830 Torino 13

Istituto Sorelle della Misericordia 1840 Verona 1

Suore Orsoline S. Girolamo in Somasca 1844 Bergamo 7

Suore Francescane di Seillon 1860 Francia 5

Suore di carità di S. Maria 1871 Torino 5

Figlie di Maria Ausiliatrice 1872 Alessandria 4

Suore Francescane Miss. Gesù Bamb. 1873 L’Aquila 1

Suore Terziane di S. Francesco di Susa 1882 Susa 2

Suore Domenicane di S. Sisto Vecchio 1893 Roma 1

Piccole Figlie di S. Giuseppe 1894 Verona 1

Minime Suore del Sacro Cuore 1902 Firenze 1

Suore Orsoline della Sacra Famiglia 1908 Ragusa 3

Suore Serve di Gesù Cristo 1912 Milano 1

Missionarie di S. Cost. e M. SS. Add. 1930 Bari 10

Suore Salesiane Oblate del Sacro Cuore 1933 Reggio Calabria 1

Istituto Suore Domenicane S. Tommaso Torino 1

113

Da un rapido esame si rileva che le diciotto congregazioi continentali del prospetto, nella quasi totalità ebbero a gestire un solo asilo, esattamente 11 su 20; una ebbe a fondarne 2 un’altra 3, si tratta come è evidente di congregazioni il cui “carisma” principale o finalità non era certamente l’assistenza all’infanzia, ma che in un certo senso furono costrette dalle circostanze a gestire qualche asilo. Delle rimanenti quattro primeggiano in ordine di anzianità fra tutte le Suore di S.G.B. Cottolengo che possono, insieme a quelle menzionate collocarsi, per i tempi di arrivo in Sardegna, alle stesse Figlie della Carità; le “Cottolenghine” infatti gestirono ben 13 asili a cominciare dai primi decenni del novecento. Seguono le Suore Orsoline di San Girolamo in Somasca con 7 asili, e le francesi Suore Francescane di seillon con le Suore di Carità di Santa Maria rispettivamente con 5 asili e infine le Figlie di Maria Ausiliatrice con 4 asili. Le 20 congregazioni di origine continentale comprendendo in esse anche le Figlie della Carità gestirono in tutto 113 asili su un totale di 220. L’origine continentale delle congregazioni non deve tuttavia indurre a pensare che la maggior parte delle religiose di origine peninsulare dato il numero di ragazze sarde che nel corso di tutto il primo cinquantennio abbracciarono la vita religiosa.

Le congregazioni di fondazione e di origine sarda vengono evidenziate nel prospetto che segue:

CONGREGAZIONI “SARDE”

Congregazione Anno di fondazione Luogo di fondazione n° Asili Tot.

Figlie di San Giuseppe 1888 Cagliari 20

Piccole Suore di S. Filippo Neri 1900 Ozieri 3

Figlie di Maria SS. Madre Div. Provv.za 1923 Cagliari 4

Figlie del Sacro Cuore Evaristiane 1923 Oristano 4

Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso 1925 Tempio 23

Suore del Getsemani 1927 Sassari 15

Ancelle della Sacra Famiglia 1933 Cagliari 34

Compagnia Figlie di Mater Purissima 1947 Sassari 3

105

Da una attenta analisi su queste congregazioni “sarde” possiamo rilevare che in linea di massima se si accettuano le Figlie di San Giuseppe fondate nel 1888, tutte le altre vengono istituite tra il 1900 e il 1947, per cui possiamo dire che sorsero nel corso del primo cinquantennio del novecento. Altro rilievo che può farsi e che 106 asili gestiti dalla totalità delle congregazioni “sarde”, la maggioranza di essi (59) sono ubicati nella Sardegna-centro-meridionale tra le quattro congregazioni “meridionali” spiccano su tutte le figlie di San Giseppe con 20 asili e le Ancelle dalla Sacra Famiglia con 34 asili. Per quanto riguarda le congregazioni della Sardegna centro-settentrionale bisogna sottolinerare che se si eccetuano i tre asili delle Piccole Suore di San Filippo Neri in Ozieri e i tre della Compagnia Figlie di Mater Purissima di Sassari, i rimanenti 38 sono stati gestiti rispettivamente, 15 dalle Suore dei Getsemani fondati dal noto prete della missione G. B. Manzella e 23 dalle Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso da un suo emulo il canonico mons. S. Vico di Tempio.

La Famiglia Vincenziana: i preti della missione. Le Figlie della Carità e la Compagnia delle dame della Carità

Cap. II

2.0 I preti della missione

Lo studio sull’atività e la presenza della famiglia Vicenziana in Sardegna è molto importante, per cui è interessante conoscere i vari rami che la compongono partendo dai preti della missione. Conosciuti anche con il nome di lazzaristi o vicenziani, furono fondati da Vincenzo de Paoli, che tra il 1625 e il 1626 aveva riunito prima due e poi altri preti per predicare le missioni al popolo e nel 1633 aveva ottenuto il riconoscimento ufficiale della Congregazione della Missione.

Nel 1834 venne richiesta la loro presenza in Sardegna da mons. G. M. Bua (1828-1840) arcivescovo di Oristano . I primi missionari giunsero il 26 febbraio 1836 a Oristano, che in quel periodo era infestata dalla malaria ed era considerata dai vincenziani una vera e propria terra di missione. Arrivati nell’isola le difficoltà da affrontare furono tante, tra le quali, non bisogna dimenticare, le gravose condizioni climatiche alle quali i missionari non erano abituati. La congregazione passata dal 1840 sotto la Giuristizione della Provincia Lombarda della Congregazione della Missione, fu soppressa nel 1886 . Nel 1877, i preti della missione vennero chiamati a Cagliari dall’arcivescovo mons. G. A. Balma (1871-1881) e quindi si stabilirono definitivamente a Cagliari nel 1878 e a Sassari nel 1879. A Nuoro risiederà un solo missionario dal 1902 al 1912, mentre ad Alghero vi saranno tre missionari dal 1902 al 1905.

I preti della missione arrivati a Cagliari presero possesso della loro casa, sorta nel quartiere Villanova, nel 1878 e furono accolti dalle Figlie della Carità e dell’ arcivescovo cagliaritano mons. Balma. Ai missionari fu affidata la direzione del seminario dal loro arrivo fino al 1912. Dal 1882 al 1805 si tenne presso di loro un corso accellerato di teologia per vocazione adulti. Intorno agli anni 20 i missionari accolsero, in un pensionato gli studenti che frequentavano le scuole medie pubbliche e gli scolari delle scuole elementari, interne alla Casa stessa, senza comunque trascurare le missioni, continuando l’evabgelizzazione del popolo e favorendo l’istituzione della compagnia delle Dame di Carità . Nel maggio 1873 quattro missionari giunsero a Sassari, alloggiarono provvisoriamente presso le Figlie della Carità, ubicato nell’ex convento domenicano della chiesa del Rosario e assunsero la direzione spirituale e disciplinare dei seminaristi . Il numero dei vincenziani fu sempre abbastanza esiguoe sino al 1912 oscillerà sempre fra le cinque e le sei unità; solo a partire dalla seconda metà del 900 ci sarà un notevole incremento dovuto soprattutto all’apertura del seminario della loro congregazione nel 1955.

Fin dal loro arrivo in Sardegna, essi favorirono nei vari centri dell’isola, dove ancora non esistevano, la presenza delle Figlie della Carità per la gestione di ospedali, asili e istituti assistenziali per orfani e abbandonati di entrambi i sessi, promossi dalle Dame della Carità. Inoltre incoraggiarono molte vocazioni di giovani sarde verso la congregazione sia maschile che femminile, occupandosi in particolare delle missioni al popolo e al volontariato vincenziano .

2.1 Le Figlie della Carità

Le Figlie della Carità giunsero in Sardegna nella primavera del 1856, ed ebbero un ruolo fondamentale nell’attività di servizio sociale e religioso ai poveri, all’infanzia, agli orfani e agli ammalati. Esse furono fondate da Vincenzo de Paoli nel 1633 che affidò a Luisa de Marillac un gruppo di giovani desiderose di servire coloro che erano sprovisti di tutto, dedicandosi all’assistenza dei poveri nelle varie confraternite parrocchiali. Riunendosi intorno a Luisa per vivere l’ideale della loro vocazione in comunità di vita paterna, nel 1642 alcune di queste giovani, col permesso del loro fondatore, incominciarono ad emettere voti privati, su i quali non esisteva alcuna norma o prescrizione o prassi generale nell’istituto. Si trattava di voti temporanei o perpetui, ma sempre strettamente privati . In quel periodo era una novità poter pensare a delle vocazioni femminili che operassero all’interno della società mettendosi al servizio dei poveri e rinunciando alla vita claustrale. Pronunciando dei voti semplici e privati, la loro era una forma di spiritualità aperta all’altro, al povero, all’emarginato, guidata dallo stesso fondatore che istruiva le “serve dei poveri” con le conversazioni settimanali iniziate nel 1634 .

Dal 1718 si iniziarono a pronunciare i voti annuali, e ogni anno il 25 marzo vi era il rinnovo o la possibilità di abbandonare la comunità per tornare laiche.

In Italia nel 1778 a Montanaro (Torino) alcune giovani, sull’esempio di quelle francesi, si riunirono per assistere i poveri e l’infanzia e nel 1779 ottennero l’approvazione a congregazione con la patente regia di Vittorio Emanuele. Nel 1778 avenne l’aggregazione ufficiale alla casa madre di Parigi. Alcuni anni dopo nel 1828 a Rivarolo, un’altra comunità femminile, chiese di mettersi sotto la direzione dei vicenziani e delle Figlie di Carità di Parigi. Questo fu il primo passo per l’istituzione delle Figlie di Carità in Italia. Esse le troviamo a Torino in varie opere assistenziali ed educative, a Genova nel 1834 presso l’Ospedale Militare, nel ‘41 nell’ospedale di Piacenza, nel ‘42 in quello di Siena, nel ‘44 in quello di Parma, nel ‘45 a Lugano, nel ‘53 a Loreto e nel 1859 in Sardegna sia nell’ospedale civile e l’orfanotrofio di Sassari, sia nell’ospedale civile di Cagliari .

Quando giunsero in Sardegna, la situazione non era delle migliori, anche per il fatto che l’anno prima c’era stata una epidemia di colera. Undici erano le suore destinate al servizio dei malati; sei nell’ospedale di Cagliari e cinque in quello di Sassari.

Furono esse a richiedere la presenza dei preti della missione, come abbiamo visto, arrivati in Sardegna nel 1836, riamsti fino al 1866 quando la malaria li falcidiò. Essi ritornarono nel 1878 a Cagliari e nel 1879 a Sassari, occupandosi della direzione spirituale delle Figlie della Carità.

Oltre che a svolgere il lavoro negli ospedali, le Figlie della Carità si prodigarono nell’assistenza ai poveri, e agli ammalati, svolgendo la loro attività presso case di cura specialistiche e istituendo, in molti centri della Sardegna, numerosi asili, gestendo istituti per vecchi e orfani di entrambi i sessi, scuole ed educandati femminili, colonie campestri e marine, case di accoglienza per ragazze tolte alla prostituzione. Non mancarono di essere presenti e di fondare istituti per minorati come quello dei ciechi e dei sordomuti a Cagliari e quelli per l’infanzia abbandonata a Sassari .

2.3 La Compagnia delle Dame della Carità

La prima compagnia delle Dame della Carità venne istituita da Vincenzo de Paoli il 23 agosto 1617 a Chatillon les Dombes piccolo borgo francese di cui era curato. Egli riunì un gruppo di nobildonne tra le quali Francesca Baschet e Carlotta de Brie esortandole a creare una confraternita per assistere i malati poveri del paese. Nacque così la prima compagnia delle Dame della Carità, la quale tre mesi più tardi veniva approvata dal vicario generale di Lione. La sua istituzione ufficiale avvenne l’8 dicembre 1617.

L’attività della compagnia delle Dame della Carità francesi durò per tutto il Seicento e il Settecento e portò alla fondazione di istituti per il recupero delle ragazze incorse nella prostituzione, per orfane, per trovatelli, per mendicanti e per ogni altro tipo di miseria. Scomparsa sotto i tumulti e i massacri della rivoluzione francese, la Compagnia ricomparve in Francia nel 1840 per opera del P. Etienne che provvide a riorganizzarle .

In Italia la loro attività fu costante a partire dal 1652 anno di fondazione a Monteporzio (Roma) della prima compagnia italiama delle Dame della Carità che, sull’esempio di quella parigina, si propose di portare aiuto ai poveri a domicilio in ambito parrocchiale e interparrocchiale. Per poter essere ammesse alla società si doveva seguire un regolamento, stilato tra il 1640 e il 1649 da Vincenzo de Paoli, consistente nella pratica della religione, nella buona condotta morale, una certa disponibilità economica che consentisse di partecipare alle spese che la Compagnia doveva affrontare per il bene dei poveri. La Compagnia accoglieva sia donne aristocratiche, sia donne borghesi, dividendosi in socie attive, socie onorarie e socie benefattrici.

Le socie attive erano quelle che partecipavano in prima persona intervenendo alle riunioni, prestando la loro opera a domicilio, facendo offerte settimanali.

Le socie onorarie non partecipavano all’attività della Compagnia, avevano l’obbligo di dare una quota annuale, partecipando alle riunioni generali che si tenevano una o due volte all’anno e spesso passavano tra le socie attive.

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