Categoria : narrativa

Il marchio della protòme taurina di Ange de Clermont

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II. La maledizione dei Nuragici

 

Secondo sos archeologos sardos, in Anglona, e in primo luogo  a Miramonti, il mistero del passato era facilmente riscontrabile scavando dentro e fuori dai Nuraghi, costruzioni ciclopiche a tronco di cono in trachite colorata che andava dal grigio al rossastro come i balzi rocciosi rimasti sfregiati dopo tante costruzioni. Certo, secondo le ipotesi più accreditate questi nuraghi dovevano un tempo essere arredati di scale e camminamenti in legno di cui non era rimasta più traccia. Si scoprono presso questi resti ciclopici bronzetti di guerrieri e di oranti,  navicelle con marinaio dell’epoca del rame, anfore, lance e spade, spesso causa di morte per gli scopritori. Una mistura di oggetti che lasciano intendere tribù primitive che avevano giocato alla guerra e che come tutti i popoli antichi mischiavano perfettamente segni sacri e profani, oggetti du culto e depositi di armi e dei loro simboli.

Il ritrovamento di questi oggetti di rame spesso portavano male: i pastori lo sapevano, ma altri ignari, credendo d’aver trovato un tesoro da contrabbandare, erano finiti male. Si raccontava che alcuni fossero scomparsi in voragini apertesi all’improvviso, mentre attraversavano vaste tanche d’asfodelo con i bronzetti nelle bisacce, altri fossero precipitati in immense forre presso i cui costoni camminavano per richiamare qualche pecora, altri fossero morti bruciati, svegli o addormentati, nelle pinnette presso cui avevano nascosto i misteriosi tesori.

Il grande archeologo Giuanne Ispanu, prima di raccoglierli e portarli nel suo grande museo di Càlleri, li sottoponeva ad esorcismi, a benedizioni con l’acqua santa, a veri battesimi di olio santo le cui non mancavano mai nella sua bisaccia. I suoi allievi lo sapevano e conoscevano anche le formule di esorcismo e di benedizione, tuttavia spesso ricoprivano la terra dove li rinvenivano, lasciando che questi simulacri di un popolo defunto, continuassero a riposare in pace.

C’erano archeologi, venuti da fuori, che non conoscevano i riti e con leggerezza li mettevano in bisaccia per portarli via. Costoro non avevano tempo d’imbarcarsi, perché qualche voragine li  inghiottiva chiudendosi misteriosamente su  loro.

-Il mistero del passato va lasciato  in pace.- Sussurravano i pastori.

- Questi oggetti dei morti antichi sembrano stregati.- Mormoravano le donne parlandone nei lavatoi dei paesi dell’Anglona ad ogni annuncio di morte.

- Sarebbe come togliere il pasto agli affamati, a portar via quei bronzetti, quelle anfore, quelle navicelle mortuarie- Aggiungeva  sentenzioso il vicario.

- Anima mia libera. Sant’Antonio abate. Santa Giusta e  santa Enedina, pregate per noi- Esclamavano le pie sorelle della Santa Croce a sentire questi racconti.

Sos archeologos dell’Anglona, da soli o in compagnia, prima di andare a tastare palmo a palmo il territorio si procuravano una boccetta d’acqua e d’olio benedetto , un rosario e almeno tre piccoli crocefissi con le consuete formule tramandate loro da Giuanne Ispanu che li aveva ammoniti spesso dicendo:

-Potete dimenticare gli arnesi del mestiere, ma mai l’acqua e l’olio santo, il rosario e i tre crocefissi. Ho sempre avuto la sensazione che le anime di queste popolazioni giacciano ancora e giaceranno per millenni in umbra mortis e godano il privilegio nefasto di danneggiare coloro che toccano gli oggetti di culto  o di guerra lasciati presso le loro ceneri dopo la morte.-

A dieci anni dalla morte di questo grande barraghese sos archeologos invece di aumentare erano diminuiti. Di alcuni, misteriosamente scomparsi, non si sapeva niente.

Non si parli poi delle vecchie ville medievali, abbandonate tra il XIII e il XIV secolo presso cui erano sorti monasteri con monaci dalla condotta non sempre esemplare. Recarsi in qui luoghi era come votarsi alla morte. Giustamente Giuanne Ispanu aveva preferito lasciar perdere, per non attirarsi le maledizioni e le conseguenti disgrazie anche di quelle popolazioni vissute nel tardo medioevo.

Pronunciare Erva Nana, Bidda Noa, Santu Zulianu, Santa Caderina senza farsi il segno della croce era come attirarsi le disgrazie una dopo l’altra.

 -Parent chi ti pijent sos dimonios- Dicevano i beneinformati. Bisognava stare alla larga da quei luoghi nefasti, bastava ricordare le due donne strangolate da un maniaco, poi scoperto, dal piemontese maresciallo Zavattaro  era ripartito portandosi come sposa Linda Ruju, la miglior ragazza del paese, circa tre anni prima della consacrazione della nuova chiesa a valle di Santu Matteu e di Santa Rughe.

C’erano stati altri morti ammazzati tra il 1883 e il 1887, ma gli autori erano stati individuati subito dai militi della Benemerita e il paese si era data una ragione di questi reati tradizionali compiuti  per gelosia, o per questioni di confini o per questioni di abigeato. I colpevoli, ammanettati erano fini a San Sebastiano in Zassari e tutto era finito lì.

La chiesa parrocchiale di San Matteo in Miramonti era stata eretta su progetto dell’ ingegnere zassarese Domenico Cordella, a partire dal 1880. I lavori, condotti dall’impresario zassarese Francesco Obino, erano stati ultimati nel 1886 e la consacrazione era avvenuta nel 1888.

La facciata aveva e ancora pare abbia superfici ad intonaco scandite e marcate da membrature e profilature in trachite grigio-oscura. La bicromia appare discendere da suggestioni toscane; l’uso della trachite  è  accostata ad altro materiale più chiaro, lapideo come il calcare .

   Il volto della parrocchiale è a capanna fortemente cuspidata, scompartita orizzontalmente da un marcapiano lavorato a toro, verticalmente da lesene appiattite, realizzate con conci di trachite grigio-oscura squadrata; questa suddivisione corrisponde a quella interna a tre navate. La parte inferiore ha al centro un  portale aggettante. Ai lati dell’ingresso le zoccolature laterali sorreggono da ogni parte  una parasta con capitello a grandi foglie nervate ed una breve colonnina con capitello a motivi di tralci e pampini; le due colonnine proseguono e si ricollegano in una arcatura a bastone rinforzate da arcature variamente sagomate, poggianti sulle paraste.

Nella parte superiore, al centro, al di sopra di un elemento orizzontale, ornato da motivi circolari a bottone, è un rosone che illumina l’interno ed ha il suo gemello  in uno di eguale dimensione che sovrasta il presbiterio

Nella parte superiore i due motivi stellari laterali, che sembrano quasi una stella di David, ma qui ottenuta dalla sovrapposizione di due quadrati invece che da due triangoli, insieme alla severa bifora centrale, ingigantimento dellarappresentazione iconografica delle tavole della legge o secondo altri raffiguranti le due nature in Cristo, quella divina e quella umana, costituiscono quasi un richiamo all’ architettura delle sinagoghe, immediatamente negato dalle due croci greche alla sommità delle due lesene che scompartiscono la facciata.

I pilastri laterali della facciata che girano sui fianchi sono snelliti dall’incavamento dello spigoli,  terminante in alto in unghiatura; e il motivo è ribadito dall’ astragalo dell’ aggetto delle lastre di coronamento della facciata.

Anche il campanile riecheggia motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite. Nella  specchiatura di intonaco ad arco estremamente allungato ritroviamo lo stesso motivo a stella della facciata.

All’interno la pianta basilicale è suddivisa in tre navate, di cui quelle laterali sono in larghezza molto più limitate rispetto a quella centrale.

L’aspetto assai sobrio dell’interno è deciso da precisi rapporti geometrici. Le  navate sono suddivise in tre campate: nella navata maggiore risulta ordinatore della pianta il quadrato della campata centrale, ai cui vertici stanno  quattro snelle colonne di trachite. Superiormente alle colonne i quattro allungati capitelli compositi assai ornati con motivi vegetali variati in cui si distinguono tra le altre delle foglie d’acanto, dà uno slancio alla copertura a vela. Ai vertici delle altre campate troviamo pilastri o semipilastri addossati alle murature, sormontati da capitelli di eguale fattura in un gioco dei rimandi fra gli uni e gli altri.

Pilastri e semipilastri sono realizzati in calcare su cui risalta il colore dorato della pietra calcarea con la nota più intensa della trachite rosso-oscura delle colonne, isolate nello spazio interno.

L’altro elemento cromatico  è quello della pavimentazione in ardesia.

L’ aula termina con un profondo presbiterio a pianta rettangolare e con la volta a botte, sottolineato da archi in fuga con quelli della navata centrale cosicchè lo spazio viene allungato prospetticamente. Il presbiterio risulta leggermente sopraelevato rispetto all’aula.

      Un  pulpito marmoreo  è intorno alla seconda colonna destra della navata centrale.

In ogni navata laterale sono due altari in marmo grigio di gusto marcatamente neoclassico ed anzi mutuati da esempi canoviani.

Lo stile composito é quello de Beaux Arts in cui  predominano elementi classicisti, di derivazione rinascimentale e più antica.

Cosi amava descriverla un giovane storico dell’arte venuto da Zassari, nato a quanto pare a Gonnosfanadiga, ma di ascendenze toscane.

Il vecchio vicario, che aveva officiato sia sul monte come nell’oratorio di Santa Croce, era soddisfatto anche se la trovava troppo spaziosa. Le confraternite maschili e femminili, che andavano man mano ricostituendosi dopo la soppressione del governo massonico, la trovavano invece più adatta alla popolazione che si andava avvicinando alle 2000 anime, anche se non tutti erano pecorelle bianche, anzi si diceva che a Miramonti abbondassero le pecore nere, anzi i caproni neri tra gli uomini. Tutta gente che sarebbe andata a sinistra del Redentore al Giudizio Universale e poi, anima mia libera, direttamente all’inferno. A meno che come ripeteva il vicario, in punto di morte, non ci fosse stato il pentimento dei peccati con una bella confessione e il Santo Viatico.

Dall’inaugurazione della Chiesa, secondo quelli del rione de sa Niéra, non era più comparsa l’anima penitente di donna Fulgentia Pidde, quasi preannuncio di morte per qualcuno. Forse, ripetevano le beghine, dato il lascito fatto per la costruzione della chiesa con i suoi beni, la nobildonna amazzone aveva trovato finalmente la pace. L’unica anima che ancora girovagava nei vicoli bui del paese e sotto gli archivolti era l’anima di Antoni Chiribàu, sempre irrequieta e malefica. Del resto bastava non avventurarsi nei vicoli bui per evitare malefici.

Certamente sos dimonios conchi rujos non avevano abbandonato il borgo, costruito rubando pietre all’antico castello, specialmente quelle vie che osano sfidare col naso all’insù il monte: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa e piatta, qualcuno aggiungeva anche carrela ‘e su puttu dove viveva e lavorava l’anima irrequieta de tiu Nanneddu che in quanto a cattivo esempio e a parole contro la chiesa, secondo le beghine, parlava come uno scomunicato. Anima mia libera!

Il cugino Giosi Balchi, per fortuna, rappresentava l’altra parte della medaglia familiare: calmo, saggio, pio quanto basta per non dubitare della sua fede profonda, ma molto attento alla condotta e allo stile di vita del parroco e dei suoi coadiutori. Dei notabili, quest’uomo generoso e affabile che amava conversare con la folla variopinta che affollava lo stradone, rappresentava il meglio. Gli altri suoi parenti, particolarmente i Brancone, amavano troppo la vita dissipata con le migliori donne del borgo mettendosi in situazioni talora di concubinato talaltra di evidente adulterio

Con buona pace dei cornuti, del resto protetti dal cosiddetto Cavallo Bianco, a Miramonti di cavalli ce n’erano un po’ di tutti i tipi: non mancavano quelli bai, queli pezzati e qualche cavallo nero. La loro attività in fondo faceva comodo ad alcuni e compiaceva alcune belle donne, lusingate dalle scelte.

Un alone di peccaminosità lussuriosa pareva sovrastare come una nuvola nera sul borgo dei Doria che, anche loro, non avevano scherzato in amanti e concubine. La loro intromissione con le famiglie del resto, dopo secoli, era scolpita sui capelli biondi e gli occhi azzurri di molte ragazze e giovanotti, alti e decisamente belli, rispetto ai numerosi paesani bassi ed olivastri, che parevano deicisamente i discendenti degli antichi profughi cristiani africani, quando la mezzaluna li aveva falcidiati o costretti a rifugiarsi nelle isole del mediterraneo più estese.

 

 

 

-       II

 

 

La maledizione dei Nuragici

 

Secondo sos archeologos sardos, in Anglona, e in primo luogo a Miramonti, il mistero del passato

era facilmente riscontrabile scavando dentro e fuori dai nuraghi, costruzioni ciclopiche a tronco di cono in trachite colorata che andava dal grigio al rossastro come i balzi rocciosi rimasti sfregiati dopo tante costruzioni. Certo, secondo le ipotesi più accreditate questi nuraghi dovevano un tempo essere arredati di scale e camminamenti in legno di cui non era rimasta più traccia. Si scoprono presso questi resti ciclopici bronzetti di guerrieri e di oranti, navicelle con marinaio dell’epoca del rame, anfore, lance e spade, spesso causa di morte per gli scopritori. Una mistura di oggetti che lasciano intendere tribù primitive che avevano giocato alla guerra e che come tutti i popoli antichi mischiavano perfettamente segni sacri e profani, oggetti du culto e depositi di armi e dei loro simboli.

Il ritrovamento di questi oggetti di rame spesso portavano male: i pastori lo sapevano, ma altri ignari, credendo d’aver trovato un tesoro da contrabbandare, erano finiti male. Si raccontava che alcuni fossero scomparsi in voragini apertesi all’improvviso, mentre attraversavano vaste tanche d’asfodelo con i bronzetti nelle bisacce, altri fossero precipitati in immense forre presso i cui costoni camminavano per richiamare qualche pecora, altri fossero morti bruciati, svegli o addormentati, nelle pinnette presso cui avevano nascosto i misteriosi tesori.

 

Il grande archeologo Giuanne Ispanu, prima di raccoglierli e portarli nel suo grande museo di Càlleri, li sottoponeva ad esorcismi, a benedizioni con l’acqua santa, a veri battesimi di olio santo le cui non mancavano mai nella sua bisaccia. I suoi allievi lo sapevano e conoscevano anche le formule di esorcismo e di benedizione, tuttavia spesso ricoprivano la terra dove li rinvenivano, lasciando che questi simulacri di un popolo defunto, continuassero a riposare in pace.

 

C’erano archeologi, venuti da fuori, che non conoscevano i riti e con leggerezza li mettevano in bisaccia per portarli via. Costoro non avevano tempo d’imbarcarsi, perché qualche voragine li inghiottiva chiudendosi misteriosamente su loro.

-Il mistero del passato va lasciato in pace.- Sussurravano i pastori.

- Questi oggetti dei morti antichi sembrano stregati.- Mormoravano le donne parlandone nei lavatoi dei paesi dell’Anglona ad ogni annuncio di morte.

- Sarebbe come togliere il pasto agli affamati, a portar via quei bronzetti, quelle anfore, quelle navicelle mortuarie- Aggiungeva sentenzioso il vicario.

- Anima mia libera. Sant’Antonio abate. Santa Giusta e santa Enedina, pregate per noi- Esclamavano le pie sorelle della Santa Croce a sentire questi racconti.

 

Sos archeologos dell’Anglona, da soli o in compagnia, prima di andare a tastare palmo a palmo il territorio si procuravano una boccetta d’acqua e d’olio benedetto , un rosario e almeno tre piccoli crocefissi con le consuete formule tramandate loro da Giuanne Ispanu che li aveva ammoniti spesso dicendo:

-Potete dimenticare gli arnesi del mestiere, ma mai l’acqua e l’olio santo, il rosario e i tre crocefissi. Ho sempre avuto la sensazione che le anime di queste popolazioni giacciano ancora e giaceranno per millenni in umbra mortis e godano il privilegio nefasto di danneggiare coloro che toccano gli oggetti di culto o di guerra lasciati presso le loro ceneri dopo la morte.-

 

A dieci anni dalla morte di questo grande barraghese sos archeologos invece di aumentare erano diminuiti. Di alcuni, misteriosamente scomparsi, non si sapeva niente.

Non si parli poi delle vecchie ville medievali, abbandonate tra il XIII e il XIV secolo presso cui erano sorti monasteri con monaci dalla condotta non sempre esemplare. Recarsi in qui luoghi era come votarsi alla morte. Giustamente Giuanne Ispanu aveva preferito lasciar perdere, per non attirarsi le maledizioni e le conseguenti disgrazie anche di quelle popolazioni vissute nel tardo medioevo.

Pronunciare Erva Nana, Bidda Noa, Santu Zulianu, Santa Caderina senza farsi il segno della croce era come attirarsi le disgrazie una dopo l’altra.

-Parent chi ti pijent sos dimonios- Dicevano i beneinformati. Bisognava stare alla larga da quei luoghi nefasti, bastava ricordare le due donne strangolate da un maniaco, poi scoperto, dal piemontese maresciallo Zavattaro era ripartito portandosi come sposa Linda Ruju, la miglior ragazza del paese, circa tre anni prima della consacrazione della nuova chiesa a valle di Santu Matteu e di Santa Rughe.

C’erano stati altri morti ammazzati tra il 1883 e il 1887, ma gli autori erano stati individuati subito dai militi della Benemerita e il paese si era data una ragione di questi reati tradizionali compiuti per gelosia, o per questioni di confini o per questioni di abigeato. I colpevoli, ammanettati erano fini a San Sebastiano in Zassari e tutto era finito lìLa chiesa parrocchiale di San Matteo in Miramonti era stata eretta su progetto dell’ ingegnere zassarese Domenico Cordella, a partire dal 1880. I lavori, condotti dall’impresario zassarese Francesco Obino, erano stati ultimati nel 1886 e la consacrazione era avvenuta nel 1888.

La facciata aveva e ancora pare abbia superfici ad intonaco scandite e marcate da membrature e profilature in trachite grigio-oscura. La bicromia appare discendere da suggestioni toscane; l’uso della trachite è accostata ad altro materiale più chiaro, lapideo come il calcare .

Il volto della parrocchiale è a capanna fortemente cuspidata, scompartita orizzontalmente da un marcapiano lavorato a toro, verticalmente da lesene appiattite, realizzate con conci di trachite grigio-oscura squadrata; questa suddivisione corrisponde a quella interna a tre navate. La parte inferiore ha al centro un portale aggettante. Ai lati dell’ingresso le zoccolature laterali sorreggono da ogni parte una parasta con capitello a grandi foglie nervate ed una breve colonnina con capitello a motivi di tralci e pampini; le due colonnine proseguono e si ricollegano in una arcatura a bastone rinforzate da arcature variamente sagomate, poggianti sulle paraste.

Nella parte superiore, al centro, al di sopra di un elemento orizzontale, ornato da motivi circolari a bottone, è un rosone che illumina l’interno ed ha il suo gemello in uno di eguale dimensione che sovrasta il presbiterio

Nella parte superiore i due motivi stellari laterali, che sembrano quasi una stella di David, ma qui ottenuta dalla sovrapposizione di due quadrati invece che da due triangoli, insieme alla severa bifora centrale, ingigantimento della rappresentazione iconografica delle tavole della legge o secondo altri raffiguranti le due nature in Cristo, quella divina e quella umana, costituiscono quasi un richiamo all’ architettura delle sinagoghe, immediatamente negato dalle due croci greche alla sommità delle due lesene che scompartiscono la facciata.

I pilastri laterali della facciata che girano sui fianchi sono snelliti dall’incavamento dello spigoli, terminante in alto in unghiatura; e il motivo è ribadito dall’ astragalo dell’ aggetto delle lastre di coronamento della facciata.

Anche il campanile riecheggia motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite. Nella specchiatura di intonaco ad arco estremamente allungato ritroviamo lo stesso motivo a stella della facciata.

All’interno la pianta basilicale è suddivisa in tre navate, di cui quelle laterali sono in larghezza molto più limitate rispetto a quella centrale.

L’aspetto assai sobrio dell’interno è deciso da precisi rapporti geometrici. Le navate sono suddivise in tre campate: nella navata maggiore risulta ordinatore della pianta il quadrato della campata centrale, ai cui vertici stanno quattro snelle colonne di trachite. Superiormente alle colonne i quattro allungati capitelli compositi assai ornati con motivi vegetali variati in cui si distinguono tra le altre delle foglie d’acanto, dà uno slancio alla copertura a vela. Ai vertici delle altre campate troviamo pilastri o semipilastri addossati alle murature, sormontati da capitelli di eguale fattura in un gioco dei rimandi fra gli uni e gli altri.

Pilastri e semipilastri sono realizzati in calcare su cui risalta il colore dorato della pietra calcarea con la nota più intensa della trachite rosso-oscura delle colonne, isolate nello spazio interno.

L’altro elemento cromatico è quello della pavimentazione in ardesia.

L’ aula termina con un profondo presbiterio a pianta rettangolare e con la volta a botte, sottolineato da archi in fuga con quelli della navata centrale cosicchè lo spazio viene allungato prospetticamente. Il presbiterio risulta leggermente sopraelevato rispetto all’aula.

Un pulpito marmoreo è intorno alla seconda colonna destra della navata centrale.

In ogni navata laterale sono due altari in marmo grigio di gusto marcatamente neoclassico ed anzi mutuati da esempi canoviani.

Lo stile composito é quello de Beaux Arts in cui predominano elementi classicisti, di derivazione rinascimentale e più antica.

Cosi amava descriverla un giovane storico dell’arte venuto da Zassari, nato a quanto pare a Gonnosfanadiga, ma di ascendenze toscane.

Il vecchio vicario, che aveva officiato sia sul monte come nell’oratorio di Santa Croce, era soddisfatto anche se la trovava troppo spaziosa. Le confraternite maschili e femminili, che andavano man mano ricostituendosi dopo la soppressione del governo massonico, la trovavano invece più adatta alla popolazione che si andava avvicinando alle 2000 anime, anche se non tutti erano pecorelle bianche, anzi si diceva che a Miramonti abbondassero le pecore nere, anzi i caproni neri tra gli uomini. Tutta gente che sarebbe andata a sinistra del Redentore al Giudizio Universale e poi, anima mia libera, direttamente all’inferno. A meno che come ripeteva il vicario, in punto di morte, non ci fosse stato il pentimento dei peccati con una bella confessione e il Santo Viatico.

Dall’inaugurazione della Chiesa, secondo quelli del rione de sa Niéra, non era più comparsa l’anima penitente di donna Fulgentia Pidde, quasi preannuncio di morte per qualcuno. Forse, ripetevano le beghine, dato il lascito fatto per la costruzione della chiesa con i suoi beni, la nobildonna amazzone aveva trovato finalmente la pace. L’unica anima che ancora girovagava nei vicoli bui del paese e sotto gli archivolti era l’anima di Antoni Chiribàu, sempre irrequieta e malefica. Del resto bastava non avventurarsi nei vicoli bui per evitare malefici.

Certamente sos dimonios conchi rujos non avevano abbandonato il borgo, costruito rubando pietre all’antico castello, specialmente quelle vie che osano sfidare col naso all’insù il monte: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa e piatta, qualcuno aggiungeva anche carrela ‘e su puttu dove viveva e lavorava l’anima irrequieta de tiu Nanneddu che in quanto a cattivo esempio e a parole contro la chiesa, secondo le beghine, parlava come uno scomunicato. Anima mia libera!

Il cugino Giosi Balchi, per fortuna, rappresentava l’altra parte della medaglia familiare: calmo, saggio, pio quanto basta per non dubitare della sua fede profonda, ma molto attento alla condotta e allo stile di vita del parroco e dei suoi coadiutori. Dei notabili, quest’uomo generoso e affabile che amava conversare con la folla variopinta che affollava lo stradone, rappresentava il meglio. Gli altri suoi parenti, particolarmente i Brancone, amavano troppo la vita dissipata con le migliori donne del borgo mettendosi in situazioni talora di concubinato talaltra di evidente adulterio

Con buona pace dei cornuti, del resto protetti dal cosiddetto Cavallo Bianco, a Miramonti di cavalli ce n’erano un po’ di tutti i tipi: non mancavano quelli bai, queli pezzati e qualche cavallo nero. La loro attività in fondo faceva comodo ad alcuni e compiaceva alcune belle donne, lusingate dalle scelte.

Un alone di peccaminosità lussuriosa pareva sovrastare come una nuvola nera sul borgo dei Doria che, anche loro, non avevano scherzato in amanti e concubine. La loro intromissione con le famiglie del resto, dopo secoli, era scolpita sui capelli biondi e gli occhi azzurri di molte ragazze e giovanotti, alti e decisamente belli, rispetto ai numerosi paesani bassi ed olivastri, che parevano deicisamente i discendenti degli antichi profughi cristiani africani, quando la mezzaluna li aveva falcidiati o costretti a rifugiarsi nelle isole del mediterraneo più estese.

 

 

 

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