Categoria: storia

Massoneria e leggi antireligiose nella Spagna repubblicana di Vicente Càrcel Ortì

Durante il primo trimestre repubblicano, in Spagna dal 14 aprile al 14 luglio 1931, data dell’apertura delle Corti costituenti, l’attività legislativa del Governo provvisorio, che non aveva ancora ricevuto una legittimazione politica, fu alquanto intensa. Molte misure allora adottate, e altre che lo sarebbero state nei mesi successivi, relative alla Chiesa – oggi accettate pacificamente dai vescovi in generale e forse anche dalla maggior parte dei cattolici ragionevoli – nel 1931 risultarono molto conflittuali e polemiche dal punto di vista sia del contenuto sia della forma, in quanto lo Stato per secoli aveva regolato le sue relazioni con la Chiesa tramite concordati e accordi che avevano rango di trattati internazionali e, di conseguenza, effetti civili. Inoltre il nuovo ministro di stato, Alejandro Lerroux, nel primo incontro che ebbe con il nunzio Federico Tedeschini, promise formalmente che nulla, assolutamente nulla di ciò che riguardava la Chiesa, sarebbe stato trattato senza consultare previamente la Santa Sede.

Il Governo provvisorio tuttavia, non solo cominciò a legiferare unilateralmente, senza ascoltare la Chiesa né cercare un minimo negoziato che evitasse tensioni, ma s’intromise direttamente in una serie di materie importanti per la maggioranza cattolica del Paese, con una violenza e un radicalismo tali che in pochi giorni gli procurarono l’ostilità di gran parte della popolazione e la diffidenza dei vescovi, i quali, fin dal primo momento, avevano mostrato leale obbedienza al nuovo regime, rispetto per le nuove autorità e desiderio sincero di collaborare con esse per il bene comune di tutti gli spagnoli. Con una serie di leggi, decreti, circolari e regolamenti, si cercò di disarticolare la plurisecolare organizzazione ecclesiastica, eliminando diritti e privilegi che la Chiesa possedeva da lungo tempo grazie alla confessionalità dello Stato e alla stretta unione fra Trono e Altare.

I porcari figli di Agostino e le bardane. I rimedi di mio nonno di Antonio Maria Murgia

Nella memoria della mia fanciullezza mi rammento la famiglia “Agostino”, formata dalla figlia Annamaria e dai suoi figli Giovannino, Giuliano, Luigi, Renzo, Ida.

Il loro ruolo era quello di occuparsi dei maiali. Di giorno vigilavano sulle bestie libere di procacciarsi da mangiare per le tanche con fil di ferro al muso per non danneggiare i terreni. Di notte, stando nelle postazioni, costituite da tre pinnettas, all’interno del recinto a muro a secco formato dalla porcilaia i porcari vigilavano affinché i maiali non uscissero dal recinto. Le tre postazioni, equidistanti a triangolo, lungo le pareti interne del grosso recinto. venivano costruite con arte da muri a secco. La notte, i figli di Annamaria, armati di fucile, calibro 16, vegliavano sui i maiali, per impedirne il furto. Una notte di primavera,però, arrivarono dieci uomini armati che portarono via tutti i maiali. I custodi tentarono invano di opporsi alla bardana, ma non ci fu niente da fare. Anzi sul petto di Giovannino lasciarono il segno della bocca del fucile, marchiandolo a vita.I componenti della bardana erano sicuramente dei paesani assai contigui alla malavita che riforniva così gratuitamente i macellai che lucravano su queste vere e proprie grassazioni.

Mio padre tuttavia non si scompose come al solito e denunciò il furto in caserma, ma come di consueto i militi non rintracciarono i briganti. Del resto l’abigeato all’epoca in Anglona e in tutta l’Isola era fiorente.Dalla volta mio padre diede disposizione ai porcari di imbandire dei banchetti a base di porcetti man mano che questi andavano verso lo svezzamento. I briganti capitarono altre volte, ma se ne andarono con le pive dentro il sacco perché trovarono la porcilaia vuota. I macellai di paese cominciarono così a combinare meno affari sulle spalle di mio padre che insieme ai porcari e alla famiglia si beffava di loro a corti di carne rubata.

Categoria: versos in limba

A su poete Bainzu Truddaju di Antonino Mureddu

Sempre bi penso deo adaju adaju
ad ogni cosa bene chi cunfronte.
Bainzu fis pastore e fis messaju:
fit su tou  grande diletu ,altu conte,
su re ses tue Bainzu Truddaju
ch’as coronadu a totu Tzaramonte.
Ca Deus t’as dadu su destinu
su primu in su poeticu caminu. 8
In sos iscritos t’iden frequente
poeta veru e de potente gradu
ca tenes de su Tirso una sorgente
e nd’ as in sa Sardigna isfrutuadu
cun Remundu e cun Pepe ses istadu
sempre in poesia cumpetente.
Como sa sorte mala su motivu
de cuss’arte famosa ti nd’at privu. 16

Cando tenias cudda murghiola
fis sempre sorridente ite cucagna!
s’allegria de tota sa campagna
sa rima ti essiat sola sola.
E isterrias su trigu in s’arzola
e in terra tua e in terra istragna.
No ponias su trigu in abbandonu
ca s’alimenti fit su pius bonu.24

Ti  lasso Ainzu cun abile impresa
ca so istracu e devo ivviare
sempre imbares sanu pro difesa
sos poeteddos potas ajuare.
E passes tue una bona etzesa
fin’a chent’annos sanu pro arrivare.
Sempre mannu e e nobile che conte
ses su primu poete de Tzaramonte. 32

Sas Pinettas de Chirralza e un angheleddu in Chelu di Antonio Maria Murgia

Sas Pinnettas de Chirralza

Essendoci trasferiti nei nuovi terreni, presso il nuraghe Chirralza, potevamo disporre dell’unico modulo grezzo di una casa rurale senza intonaco interno ed esterno con tetto spiovente anteriore e posteriore. La casa fu ampliata con un modulo anteriore, con muri a secco ai tre lati, con tetto spiovente di paglia e con porta d’ingresso.

Questa costruzione era stata fatta per la produzione dei formaggi: pezze, perette, ricotta. Tutte forme che potevano stagionare, ricevendo il fumo, collocandole in un piano superiore fatto di canne.

Il complesso costruttivo cambiava rispetto al precedente, dotato di tre belle stanze tutte intonacate. Mia madre commentò:

- Siamo finiti come gli Abissini.-

- Mio padre costruì anche quattro pinnettas : costruzioni circolari a secco di grosse pietre di trachite di vario colore, col tetto a capanna di forma conica, supportato da tronchi di olivastro verticali e orizzontali e ricoperto con paglia di frumento, su restuiu, su cui l’acqua poteva scorrere senza penetrare all’interno.

Nel fiume Chirralza abbondava il giunco, che veniva raccolto e lavorato per le legature sia dei tronchi verticali che di quelli orizzontali sia per trattenere la paglia di copertura. Ogni capanna misurava circa 30 metri quadrati e potevano ben soddisfare le necessità della nostra azienda agropastorale.

Un angheleddu in chelu

A mio padre si presentò l’occasione di prendere in affitto da un certo Zapalà, residente a Laerru, un terreno confinante con i nostri. Fatto il contratto pensò di aumentare il personale, assumendo due famiglie con i rispettivi figli e figlie, per un totale di 20 persone. I ruoli da questi svolti erano quelli di pecorai, caprai, contadini che coltivavano cereali e legumi in particolare grano, orzo ,avena, fave.

Ricordo che a causa della coltivazione di questo legume venne a morire mio fratello Carlo di 4 anni.

Il medico condotto gli praticò a sproposito un’iniezione che lo portò all’altro mondo.

La mattina, prima della morte, ci eravamo recati a giocare in mezzo alle fave in fiore, mio fratello avvertì subito un malessere, divenne pallido, si sentì subito male, ci presentammo in casa, informando i nostri genitori. Mio padre sellò il cavallo, e partirono con mia zia Tomasina in paese dal dottore, la sera rientrarono senza mio fratello, perché era volato in cielo, dissero a noi bambini.

Palchì no torri, di’, tempu passatu? di don Baignu Pes (Tempio 1724-1795)

Mentre in Anglona e in Gallura infuriavano le lotte tra diverse fazioni politiche a cui appartenevano diverse famiglie quali i Delitala-Tedde, i Vasa Mamia e altre, il nostro sacerdote che, a quanto pare fu anche un buon ecclesiastico, andava componendo versi sul tempo e sull’amore secondo l’uso europeo: si pensi alle pene del Rousseau con le sue amiche dame che spesso lo ospitavano per raccontergli le loro pene d’amore. Il grande pedagogista e “piccolo uomo” lacrimava nei gazebo dei giardini privati in cui passeggiava con le sue damine così come lui accenna nelle sue “Confessioni” . Non lacrimava certo per i cinque figli avuti dalla sua Teresa e sbattuti nell’oblio di un collegio. La società li avrebbe rovinati e quindi meglio reclusi in collegio.  Un aspirante vicerè di Sardegna, il Conte d’Este, sproloquia con un certo disprezzo sull’arretratezza dell’Isola e delle sue istituzioni che sicuramente conosceva solo a volo d’uccello. A molti sembra sfuggire la riforma Bogino e il buon numero di graduati che da essa verranno fuori. Povero Settecento poco studiato nei suoi complessi aspetti: le scuole parrocchiali fondate dal Delbecchi, quelle meno note dei singoli parroci, visto che per iniziare la frequenza delle sette classi boginiane occorreva saper leggere e scrivere e far di conto; il minimo dell’alfabetizzazione. I numerosi collegi gesuitici, scolopici e degli altri ordini religiosi passano sotto silenzio, ordini tutti di frequenza e livello europeo. Fanno più rumore i dragoni, gl’impiccati e gl’imprigionati del Rivarlo, che non le predice del carismatico gesuita Padre  Giovanni Battista Vassallo.

Palchì no torri, dì, tempu passatu?
Palchì no torri, dì, tempu paldutu?

Torra alta volta, torra a fatti méu,
Tempu impultanti, tempu priziosu,
Tempu, chi vali tantu cant’è Deu,
Par un cori ben fattu e viltuósu.
Troppu a distempu, tempu caru, arreu
A cunnisciti. Oh, pesu aguniosu…
Cant’utilosu mi saristi statu,
tempu, haenditi a tempu cunnisciutu! 8

Tempu, chi in unu cuntinu muimentu
poni tutta la tò stabilitai,
chi la tò chiettù, lu tò assentu
cunsisti in no istà chiettu mai.
Rintruxedi pal me ch’era ditentu,
candu passesti, in un sonnu grai:
Ah! si turrai, tempu mal passatu,
chi bè chi t’aarìa ripaltutu! 16

Tempu, chi sempri in ghjusta prupulzioni,
di lu tò motu in ghjuru andi la sfera,
N’agghj di me, ti precu, cumpassioni,
Ritorrami a prinzipiu di carrera;
Di l’anni mei l’ultima stasgioni
Cunveltil’alta ‘olta in primaera.
L’esse lu ch’era a me sarà nicatu,
Ch’insensibili tanti hani uttinutu?

L’alburu tristu senza fiori e frondi,
vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
a campu siccu tandu currispondi
un beddu traciu d’allegri culori;
Supelbu salta d’invarru li spondi
Riu ch’è di stìu poaru d’umori:
E l’anticu vigori – rinnuatu
No sarà mai in un omu canutu?

La salpi veccia chidd’antichi spoddi
Lassa, e si vesti di li primi gali;
Da li cìnnari friddi, in chi si scioddi,
Chidda famosa Cedda orientali,
Rinasci, e tantu spiritu rigoddi,
Ch’agili comu prima batti l’ali:
E l’animu immultali rifulmatu
No vi darà lu sò colpu abbattutu?

La notti è pal viné, la dì s’imbruna
Candu lu soli mori in Occidenti;
A luci poi torra tutt’in una
Candu rinasci allegru in orienti:
E la sureddha, la candida luna,
Da li mancanti torra a li criscenti:
E un omu cadenti in chiddu statu
No de’ turrà, da undi è dicadutu?

Tempu disprizziatu, torra abali,
Ch’aggiu di ca sé tu cunniscimentu;
Torra oggi, chi cunnoscu cantu vali
Chi pruarè tutt’altu trattamentu.
Ah! D’aeti trattatu tantu mali,
Non possu ditti cantu mi ni pentu…
Cunniscimentu, a cantu sé taldatu?
A passi troppu lenti sei vinutu!

Non timì tempu caru, d’impliatti
In falsi e bassi imaginazioni,
In chimeri, in dilirj, in disbaratti,
Mutivi di la me’ paldizïoni.
In fa’ teli di ragni, o in chiddi fatti
cuntrarj a lu bon sinnu, a la raxoni:
Aggi cumpassioni, tempu amatu,
D’un cori afflittu, confusu e pintutu.

Di dugna stanti toiu apprufittà
Voddu, senza passacci ora oziosa:
Né pensu più palditti in cilibrà
Li grazii, li primori d’una rosa,
Ch’in brei in brei a cunniscì si dà
Cantu è vana, caduca e ispinosa.
Dulurosa mimoria, ch’ispuddhatu
M’hai di gusti, e di peni ‘istutu!
Si cuminciàa di nou a viì,
Dia usà diffarenti ecunumia:
Né palticula mancu di la dì,
Senza imprialla bè’, passacci dia:
Chi ben pruistu, innanzi di murì,
Pa l’ultimu ‘iagghju mi sarìa.
Oh, alligria! Oh tre volti biatu,
tempu, candu da te fussi attindutu!

Palchì non torri, dì, tempu passatu?
Palchì non torri, dì, tempu paldutu?

Torra alta volta, torra a fatti méu
Tempu impultanti, tempu priziosu,
Tempu, chi vali tantu cant’è Deu,
Par un cori ben fattu e viltuósu.
Troppu a distempu, tempu caru, arreu

A cunnisciti. Oh, pesu aguniosu…
Cant’utilosu mi saristi statu,
tempu, haenditi a tempu cunnisciutu!

Tempu, chi in unu cuntinu muimentu
poni tutta la tò stabilitai,
chi la tò chiettù, lu tò assentu
cunsisti in no istà chiettu mai.
Rintruxedi pal me ch’era ditentu,
candu passesti, in un sonnu grai:
Ah! si turrai, tempu mal passatu,
chi bè chi t’aarìa ripaltutu!

Tempu, chi sempri in ghjusta prupulzioni,
di lu tò motu in ghjuru andi la sfera,
N’agghj di me, ti precu, cumpassioni,
Ritorrami a prinzipiu di carrera;
Di l’anni mei l’ultima stasgioni
Cunveltil’alta ‘olta in primaera.
L’esse lu ch’era a me sarà nicatu,
Ch’insensibili tanti hani uttinutu?

L’alburu tristu senza fiori e frondi,
vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
a campu siccu tandu currispondi
un beddu traciu d’allegri culori;
Supelbu salta d’invarru li spondi
Riu ch’è di stìu poaru d’umori:
E l’anticu vigori – rinnuatu
No sarà mai in un omu canutu?

La salpi veccia chidd’antichi spoddi
Lassa, e si vesti di li primi gali;
Da li cìnnari friddi, in chi si scioddi,
Chidda famosa Cedda orientali,
Rinasci, e tantu spiritu rigoddi,
Ch’agili comu prima batti l’ali:
E l’animu immultali rifulmatu
No vi darà lu sò colpu abbattutu?

La notti è pal viné, la dì s’imbruna
Candu lu soli mori in Occidenti;
A luci poi torra tutt’in una
Candu rinasci allegru in orienti:
E la sureddha, la candida luna,
Da li mancanti torra a li criscenti:
E un omu cadenti in chiddu statu
No de’ turrà, da undi è dicadutu?

Tempu disprizziatu, torra abali,
Ch’aggiu di ca sé tu cunniscimentu;
Torra oggi, chi cunnoscu cantu vali
Chi pruarè tutt’altu trattamentu.
Ah! D’aeti trattatu tantu mali,
Non possu ditti cantu mi ni pentu…
Cunniscimentu, a cantu sé taldatu?
A passi troppu lenti sei vinutu!

Non timì tempu caru, d’impliatti
In falsi e bassi imaginazioni,

In chimeri, in dilirj, in disbaratti,
Mutivi di la me’ paldizïoni.
In fa’ teli di ragni, o in chiddi fatti
cuntrarj a lu bon sinnu, a la raxoni:
Aggi cumpassioni, tempu amatu,
D’un cori afflittu, confusu e pintutu.

Di dugna stanti toiu apprufittà
Voddu, senza passacci ora oziosa:
Né pensu più palditti in cilibrà
Li grazii, li primori d’una rosa,
Ch’in brei in brei a cunniscì si dà
Cantu è vana, caduca e ispinosa.
Dulurosa mimoria, ch’ispuddhatu
M’hai di gusti, e di peni ‘istutu!
Si cuminciàa di nou a viì,
Dia usà diffarenti ecunumia:
Né palticula mancu di la dì,
Senza imprialla bè’, passacci dia:
Chi ben pruistu, innanzi di murì,
Pa l’ultimu ‘iagghju mi sarìa.
Oh, alligria! Oh tre volti biatu,
tempu, candu da te fussi attindutu!

Palchì non torri, dì, tempu passatu?
Palchì non torri, dì, tempu paldutu?

Palchì no torri, dì, tempu passatu?
Palchì no torri, dì, tempu paldutu?

Torra alta volta, torra a fatti méu,
Tempu impultanti, tempu priziosu,
Tempu, chi vali tantu cant’è Deu,
Par un cori ben fattu e viltuósu.
Troppu a distempu, tempu caru, arreu
A cunnisciti. Oh, pesu aguniosu…
Cant’utilosu mi saristi statu,
tempu, haenditi a tempu cunnisciutu!

Tempu, chi in unu cuntinu muimentu
poni tutta la tò stabilitai,
chi la tò chiettù, lu tò assentu
cunsisti in no istà chiettu mai.
Rintruxedi pal me ch’era ditentu,
candu passesti, in un sonnu grai:
Ah! si turrai, tempu mal passatu,
chi bè chi t’aarìa ripaltutu!

Tempu, chi sempri in ghjusta prupulzioni,
di lu tò motu in ghjuru andi la sfera,
N’agghj di me, ti precu, cumpassioni,
Ritorrami a prinzipiu di carrera;
Di l’anni mei l’ultima stasgioni
Cunveltil’alta ‘olta in primaera.
L’esse lu ch’era a me sarà nicatu,
Ch’insensibili tanti hani uttinutu?

L’alburu tristu senza fiori e frondi,
vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
a campu siccu tandu currispondi
un beddu traciu d’allegri culori;
Supelbu salta d’invarru li spondi
Riu ch’è di stìu poaru d’umori:
E l’anticu vigori – rinnuatu
No sarà mai in un omu canutu?

La salpi veccia chidd’antichi spoddi
Lassa, e si vesti di li primi gali;
Da li cìnnari friddi, in chi si scioddi,
Chidda famosa Cedda orientali,
Rinasci, e tantu spiritu rigoddi,
Ch’agili comu prima batti l’ali:
E l’animu immultali rifulmatu
No vi darà lu sò colpu abbattutu?

La notti è pal viné, la dì s’imbruna
Candu lu soli mori in Occidenti;
A luci poi torra tutt’in una
Candu rinasci allegru in orienti:
E la sureddha, la candida luna,
Da li mancanti torra a li criscenti:
E un omu cadenti in chiddu statu
No de’ turrà, da undi è dicadutu?

Tempu disprizziatu, torra abali,
Ch’aggiu di ca sé tu cunniscimentu;
Torra oggi, chi cunnoscu cantu vali
Chi pruarè tutt’altu trattamentu.
Ah! D’aeti trattatu tantu mali,
Non possu ditti cantu mi ni pentu…
Cunniscimentu, a cantu sé taldatu?
A passi troppu lenti sei vinutu!

Non timì tempu caru, d’impliatti
In falsi e bassi imaginazioni,
In chimeri, in dilirj, in disbaratti,
Mutivi di la me’ paldizïoni.
In fa’ teli di ragni, o in chiddi fatti
cuntrarj a lu bon sinnu, a la raxoni:
Aggi cumpassioni, tempu amatu,
D’un cori afflittu, confusu e pintutu.

Di dugna stanti toiu apprufittà
Voddu, senza passacci ora oziosa:
Né pensu più palditti in cilibrà
Li grazii, li primori d’una rosa,
Ch’in brei in brei a cunniscì si dà
Cantu è vana, caduca e ispinosa.
Dulurosa mimoria, ch’ispuddhatu
M’hai di gusti, e di peni ‘istutu!
Si cuminciàa di nou a viì,
Dia usà diffarenti ecunumia:
Né palticula mancu di la dì,
Senza imprialla bè’, passacci dia:
Chi ben pruistu, innanzi di murì,
Pa l’ultimu ‘iagghju mi sarìa.
Oh, alligria! Oh tre volti biatu,
tempu, candu da te fussi attindutu!

Palchì non torri, dì, tempu passaddu?
Palchì non torri, dì, tempu palduddu?

Palchì no torri, dì, tempu passatu?
Palchì no torri, dì, tempu paldutu?

Torra alta volta, torra a fatti méu,
Tempu impultanti, tempu priziosu,
Tempu, chi vali tantu cant’è Deu,
Par un cori ben fattu e viltuósu.
Troppu a distempu, tempu caru, arreu
A cunnisciti. Oh, pesu aguniosu…
Cant’utilosu mi saristi statu,
tempu, haenditi a tempu cunnisciutu!

Tempu, chi in unu cuntinu muimentu
poni tutta la tò stabilitai,
chi la tò chiettù, lu tò assentu
cunsisti in no istà chiettu mai.
Rintruxedi pal me ch’era ditentu,
candu passesti, in un sonnu grai:
Ah! si turrai, tempu mal passatu,
chi bè chi t’aarìa ripaltutu!

Tempu, chi sempri in ghjusta prupulzioni,
di lu tò motu in ghjuru andi la sfera,
N’agghj di me, ti precu, cumpassioni,
Ritorrami a prinzipiu di carrera;
Di l’anni mei l’ultima stasgioni
Cunveltil’alta ‘olta in primaera.
L’esse lu ch’era a me sarà nicatu,
Ch’insensibili tanti hani uttinutu?

L’alburu tristu senza fiori e frondi,
vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
a campu siccu tandu currispondi
un beddu traciu d’allegri culori;
Supelbu salta d’invarru li spondi
Riu ch’è di stìu poaru d’umori:
E l’anticu vigori – rinnuatu
No sarà mai in un omu canutu?

La salpi veccia chidd’antichi spoddi
Lassa, e si vesti di li primi gali;
Da li cìnnari friddi, in chi si scioddi,
Chidda famosa Cedda orientali,
Rinasci, e tantu spiritu rigoddi,
Ch’agili comu prima batti l’ali:
E l’animu immultali rifulmatu
No vi darà lu sò colpu abbattutu?

La notti è pal viné, la dì s’imbruna
Candu lu soli mori in Occidenti;
A luci poi torra tutt’in una
Candu rinasci allegru in orienti:
E la sureddha, la candida luna,
Da li mancanti torra a li criscenti:
E un omu cadenti in chiddu statu
No de’ turrà, da undi è dicadutu?

Tempu disprizziatu, torra abali,
Ch’aggiu di ca sé tu cunniscimentu;
Torra oggi, chi cunnoscu cantu vali
Chi pruarè tutt’altu trattamentu.
Ah! D’aeti trattatu tantu mali,
Non possu ditti cantu mi ni pentu…
Cunniscimentu, a cantu sé taldatu?
A passi troppu lenti sei vinutu!

Non timì tempu caru, d’impliatti
In falsi e bassi imaginazioni,
In chimeri, in dilirj, in disbaratti,
Mutivi di la me’ paldizïoni.
In fa’ teli di ragni, o in chiddi fatti
cuntrarj a lu bon sinnu, a la raxoni:
Aggi cumpassioni, tempu amatu,
D’un cori afflittu, confusu e pintutu.

Di dugna stanti toiu apprufittà
Voddu, senza passacci ora oziosa:
Né pensu più palditti in cilibrà
Li grazii, li primori d’una rosa,
Ch’in brei in brei a cunniscì si dà
Cantu è vana, caduca e ispinosa.
Dulurosa mimoria, ch’ispuddhatu
M’hai di gusti, e di peni ‘istutu!
Si cuminciàa di nou a viì,
Dia usà diffarenti ecunumia:
Né palticula mancu di la dì,
Senza imprialla bè’, passacci dia:
Chi ben pruistu, innanzi di murì,
Pa l’ultimu ‘iagghju mi sarìa.
Oh, alligria! Oh tre volti biatu,
tempu, candu da te fussi attindutu!

Palchì non torri, dì, tempu passaddu?
Palchì non torri, dì, tempu palduddu?

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